martedì 29 novembre 2011

Zucchero Spinato (completo)


è rimasto inospitato per anni attendendo nel limbo della memoria elettronica. è un atto di disinteresse più che un atto disinteressato pubblicarlo. Sono passati 6 anni direi che è stagionato abbastanza.
con amore (su base biologica)

hamonveg (the man formerly known as Tibet)


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è una pietraia e tutto intorno ci sono solo sassi taglienti. 
le fessure degli occhi lampeggiano la gelida spia nera della vita che si allarga nel buio a discriminare forme ambigue.
precisa nel lancio del pugnale, nel mirare al cuore, nell'esercizio delle lacrime che implorano pietà.
il vigliacco è seduto per terra, e ha smesso di piangere. dopo una sentenza affrettata, una rapida condanna. nemmeno il torturatore prova gusto con fibre così fragili....alla prima unghia spezzata venderebbe la madre, parlerebbe di tutto e tutti, ma direbbe cose veramente insignificanti. Riconosciuto come debole sin da prima del medioevo, egli non godette mai il rispetto dei suoi simili e passò giornate fiammeggianti di ozio e pettegolezzo protetto da altri...e ascoltò le loro confessioni più inutili..indegno dei segreti che raggelano l'anima, pose davanti al suo passo incerto luciferi scaltri e agili stambecchi...lì seguì lentamente sulle montagne e nei loro abissi riposò al margine.
distante dal precipizio costruì il suo rifugio, e non negò a nessuno la sua mano frolla, stretta nel convenevole e dal civile amplesso di cervelli staccati dai corpi appagato. 
Mangiò e non certo per fame, perchè qualcuno provvedeva per lui alle fatiche e alle miserie del vivere. Si sedette calmo e attese il suo destino. Per quanto rotolasse morbido fra gli eventi, non di rado gli eventi lo vennero a cercare...scansò qualche memorabile scudisciata, incolpò altri e fu creduto santo...pagò a rate come un pessimo elettrodomestico i suoi risibili misfatti, perchè doveva sempre presentarsi in ordine al cospetto del mondo.
il primo organo che morì fu il suo cazzo. Alla piccola madre non parve interessante alimentare una simile progenie.
In compensò parlò e scrisse molto per giustificare e dare corpo al suo operato (ma lui non operava proprio un cazzo di niente, così tanta gente si chiedeva perchè si desse tutta questa pena...) 
Adesso che sta per essere giustiziato, spera che anche lui come altri disumani vigliacchi, possa usufruire di una resurrezione.

Block notes di Cemento

la carne s'è fatta verbo.
durante la metamorfosi, ancora avvolta dal suo bozzolo di suoni vetrosi, la parola lampeggiava fra insegna al neon e pulsare sanguigno...e s'inaridiva perdendo aderenza col pensiero vivo. a quell'epoca governavo saldamente la barra di carne, ed egli era timone preciso nei fortunali dell'amplesso.
sono ancora vivo ma vegeto. sono un albero, un evergreen. sono un disco graffiato che gracchiando chiama a sè con un altoparlantino la folla dei simili...sono un rumorino, il vento fra i rami inutilmente protesi al lontanissimo sole, avversari sconfitti della forza di gravità, collaborazionisti di radici profonde e maligne che nutrono la loro insana propensione verso l'alto...
la libertà senza il controllo non esiste.
sono la stessa cosa.
abbiamo due nomi per un'unica cosa. lei c'è comunque, oppure non c'è affatto.
e qua fuori trascorrono gli sherpa di spiccioli, i questuanti ed i maghi che pensano di ricavare la ricchezza dalla miseria.
astratti figli di puttana.

Zucchero spinato

l'accendino sotto la stagnola arde il liquido caramelloso, odore di chiccaio, di croccante...una dolcezza stucchevole che non fa venir sete, che non fa venir niente, una calma assoluta, la stasi che precede terremoti senza il terremoto, l'afa che annuncia l'uragano senza l'uragano e senza il calore...va tutto bene! nel senso letterale del termine, va proprio bene tutto, il freddo, il caldo, il dolore e la gioia. tutto ugualmente distante dall'essere. la voce si fa monocorde, le considerazioni, i pensieri e le sensazioni teporose palline a colori pastello...ogni tanto si vomita, è vero...e finchè si vomita sei al sicuro. 
uno zuccherino perfetto per quest'ammasso di ronzini votati alla macelleria equina dopo lustri di trasporto merci. dopo decenni di carrozzella da piazza della signoria a piazza santa maria novella, decenni di giapponesi entusiasti dei loro nevrotici e costosi blitz europei, di americani, di tedeschi, di scolaretti...con il sacco di biada davanti alla mascellona slogata e un sacco davanti al culo per evacuazioni copiose e imprevedibili come le crisi di pianto delle donne e dei bambini. 
uno zuccherino mediocre e incredibilimente potente, per signorini e signorine...va tutto bene alla fine. qualsiasi cosa fai va tutto bene. si possono fare grandi cose in quella condizione, come stare sdraiati per ore senza fare assolutamente nulla, la mente passa in rassegna vecchie diapositive e le brucia. le nuove immagini ferme ad un millimetro dagli occhi e dal cuore si agitano, muovono i culi e le nuvole, ombre e rami nodosi, vestiti e carezze. tutto uguale, livellato ad arte...tutto zucchero filato, inconsistente come valore nutritivo ma ipercalorico e cariante. i denti si allentano dopo un po' infatti, si allargano gli intersizi e si scollettano le gengive...cadono.
tossici e bambini sono uguali. almeno quando ridono.

A sort of Homecoming

dietro un cristallo antiproiettile, la vita. Protetta e ben fornita d'aria purificata da filtri ingegnosi che nessuno di quelli che conosco saprebbe inventare. Nemmeno e soprattutto i chimici e gli ingegneri. la felicità odora d'abisso, prosegue la sua esibizione d'atrocità, la creatura che non è stata corrotta dai molti umori delle popolazioni si atrofizza in un gesto di simpatica solitudine, il sorriso è atrofizzato come gran parte dei neuroni mentre piccole gocce d'acqua e carbonato di calcio a duecento metri sotto la superficie gracidante della terra si concedono il lusso di costruire nel buio inconsapevole e denso di leggi di gravitazione a loro ignote, cattedrali per nessun dio, goccia su goccia in un milione di anni. Il tempo e lo spazio come noi li misuriamo ed esperiamo collassano. dietro di te o davanti o a fianco...l'aria è densa, umida e fredda, la testa è frastornata da percezioni esigenti. le forme che vedo non chiedono nulla e danno tutto nella loro disarmante semplicità di fondo. una goccia cade e lascia un piccolo deposito...sono colossi di quindici metri di puro calcare o piccole candele in specchi d'acqua immobili e limpidi. Il tempio dell'amore è invaso da mercanti di schiavi. 
Nella quiete dell'eremo, la notte senza sussulti mi sveglia come un pazzo che grida convinto di essere diventato incorporeo, sbattendo contro muri immaginari nel tentativo di attraversarli...è caduto a terra e sanguina. mi tocco il cazzo in un moto compulsivo. vorrei saltarle nel letto avere il coraggio cieco degli incoscienti, dei violenti e dei disperati. Non appartengo a nessuna di queste categorie. Sono stato ibridato miliardi di volte da miliardi di eventi, persone e mass media. Il gomitolo di sogni e progetti che sta in testa si dipana ora e sferruzzando va a ordire un maglioncino smilzo per inverni siderali. le maniche lunghe si legano dietro come una camicia di forza. 
Non c'è pace. Non c'è libertà, nè amore. 
C'è la quieta contemplazione del trascorrere del tempo velocizzato come per saltare le parti noiose di un film noioso, di un pornazzo visto e rivisto, del quale non puoi farti più una sega nè una risata, ma continui ossessivamente a cercarvi la scintilla di un risveglio ormonale che la tua stessa natura saggiamente ti nega. Non ci saranno altri come te. Sei unico.
Sei solo. 
La mia stirpe nasce e muore con me. Nel mio albero genealogico ricorre la mia faccia camuffata da trasformazioni rivolte a un pubblico sempre più selezionato ed esiguo in un' involuzione di popolarità. Sono il mio progenitore ed il mio pronipote, l'avo e l'erede di me stesso. Sigillato nel presente e nel mio regno, il regno che tanto anelavo. e venne il regno!
sono tornato a casa dopo anni di amore, fughe nel nord europa, e viaggi psichedelici: sono tornato nel quieto centr'italia d'umbrie e toscane. sono tornato ai sughi domenicali consumati a distanza di sicurezza dall'amor avvoltoio dei genitori, e dalle intemperanze adolescenziali che vorrei risparmiare loro. sono tornato compromesso e claudicante ad accucciarmi. Ferito non gravemente, non mortalmente. Stanco uguale a molti altri mi siedo alla destra di qualcuno alzo il calice e bevo un sangue della casa da ottanta centesimi mentre spelluzzico un corpo di cristo stantio e salato appestato, tagliato a dadini, gratis! l'ultimo aperitivo. si dice così, no?  


Salmonauti

le creature pregano.   
ogni loro parola è una preghiera,
fra un sorso di birra e di vino rosso,
una boccata di sigaretta, si parla di amore. 
si parla di soldi. 
di sicurezza. 
di tutto quel che manca. 
le creature pregano così, 
senza una religione, 
senza un metodo, 
trafitte da un miraggio orientale nel bel mezzo del cammin di loro vita.  
Abbandonate le sacrestie e le cellule di partito.                     
Abbandonati crocefissi, padri e mitragliatrici.
perso rivoluzioni e sentenziato per i fratelli l'editto di Nuovaiorche, ci s'appassiona al plastico dell'uomo che qui si produce, al guerriero in bottiglia.
S'abbeverano le creature che parlano e parlano... parlano di quello che non c'è.    
Parlano fra di loro, insieme formano una squadretta affiatata, una divinità collaterale e sottile, che passa leggera come una fotocopia da fessure di luce. 
la rassegnazione è l'illuminazione. the west is the best.

la rassegnazione è nel monaco che concupisce se stesso in un giorno di tristezza corazzata, e dalla cella bunker proclama la fine di un'epoca di sogni chimicamente indotti ed il ritorno all'ordine...ma cosa cazzo è l'ordine poi si chiede? l'abito buono dell'entropia, la faccia rassicurante dell'alzheimer di una civiltà?
le creature sono in via d'estinzione. le creature s'accoppiano per foga e nervo scoperto. sono state sorprese da una tempesta e sono diventate l'anima dell'occhio del ciclone. l'aria ferma e il sospetto di bere con uno sbirro in borghese, l'aria ferma e il sorriso automatico di una donna. la fiducia è persa: effervescente si è sciolta nel bicchier d'acqua, mentre il mal di testa vuota e il sonno possente e nervoso e la sbornia a quattro corsie più una di emergenza per le ambulanze proliferavano da un capo all'altro dell'umanità.
i nostri figli invalidi e destinati ad estati roventi a via veneto ad una
dolce vita di vespe e idoli che tumulano e ricordano a tutti cos'era la
felicità caduta, il suo nome delicato sull'affusto di un cannone ai
giardinetti.


L’amour Télévisionnaire


e di quei posti che hanno in pugno il brevetto della cartolina, che più
belli non si può, che sotto strati di turismo a coste larghe e massicci
broccati d'ominide spensierato conservano e lasciano trapelare la ricetta
del misticismo e della meraviglia. lo spirito che ci lega è un occhio
gigante. la voce che ci guida è una musica d'ascensori destinati al settimo
mobile. la volta celeste è davvero celeste! radioso mattino compatrioti!
beliamo il sorriso più sgargiante, innalziamo calici segafredo e
claxoniamoci alla festa del nervo.
lo struggente golfo di napoli e il tramonto ortogonale alla finestra, le
prommesse di amanti che sembravano destinati a condividere anche la bara. i
baci gettati sulla folla felice da decappottabili da attentato - la sciarpa
di seta, i bottoni d'avorio le congregazioni nelle quali ci siamo volta
volta affidati, perchè dell'amore c'era il profumo, la forma, il ritmo. ma
schizofrenici come mai prima, eravamo vittime di un abbaglio, cervi al
cospetto di una volvo a cenquaranta sulla Riola, tenenti colonnelli
dell'aeronautica che avvistano ufo...fummo travolti, e nel migliore dei
casi, denigrati.
dell'abbraccio intenso il fantasma, il sogno, il ricordo e la smania. era la
mia faccia ed era un'altra. erano i miei occhi ed erano altri e vedevano
altre cose ma anche ciò che io vedevo. le mie mani erano le tue, e nelle
strazianti, deliziose, ricongiunzioni dell'essere in carne, il desiderio e
la frustrazione di non ritrovarsi fusi in unica creatura lasciarono il posto
a incoffessabili immagini di decomposizione: le pieghe del sorriso
diventavano rughe, le leggere escrescenze e le imperfezioni si trasformavano
in masse cadenti, candele già arse, inutilizzabili e convolute masse di
cera.
fu l'impossibilità e la stanchezza che sorprende il maratoneta
inaspettatamente. fu il calcolo di un distacco lento e inesorabile, lo
scollamento del cielo e della terra, la loro sostanziale attrazione e
repulsione, fu l'inversione al rallenty dei poli della calamita...la
scissione di un atomo.
non sono che una parte adesso. in questa sit-com nuova interpreto una parte
simpatica, quello che non vuole bene a nessuno.

The Box


l'ordine è l'archiviazione del caos, le incognite irresolubili in ordine
alfabetico. la catalogazione di rifiuti e la loro suddivisione in materiali
affini. l'ordine è la rasatura completa degli organi sessuali, la testa, il
pube, la lingua. l'ordine è l'unghia limata, la genesi di scorie, il loro
ordinato accumularsi sulla bocca del cuore. l'ordine è la calma innaturale
di chi è scampato al legittimo tentativo di autodistruggersi. è il sonno
dopo che hai pianto. è il silenzio dopo un grido. è un pacco sigillato in
fondo allo stomaco che ci si affretta a spedire.
l'ordine è il peso pesato. la valutazione del rischio. la previsione del
chiromante dell'alta finanza. l'ordine è in giacca blu e non suda, non si
macchia di caffellatte, non sbrodola, non inveisce, ma compostamente approva
la mozione che non comprende. l'ordine è il sudicio sotto il tappeto, la
riga in bagno, l'attenta analisi delle superfici interessate, la rimozione
del dato, la cancellazione della memoria, il lavaggio che sposta altrove lo
sporco. l'ordine è la volontà di un uomo che decide di interrompere un'onda
anomala con uno sputo (controvento). l'ordine è la depressione armata.
l'ordine è la pistola nascosta nel borsello accanto al santino. l'ordine è
l'operazione più inutile e indispensabile che quotidianamente metti in atto.
l'ordine è il paletto che abbiamo messo vicino al precipizio. il ponte
sospeso. la  griglia che misura.
l'ordine era: alzarsi presto al mattino e gioire del nuovo giorno,
respirare, non aver bisogno di nulla.
l'ordine era: catalogare il mistero e rispettare il destino, coprire le
distanze un passo per volta, senza agitarsi.
l'ordine era: trovare un accordo prima della scadenza del termine.
l'ordine era: tenere un diario senza rileggerlo
l'ordine era: fare una cosa, anche per un minuto, una cosa importante e
vitale, ma farla.
l'ordine era: dormire accanto a me stesso e chiedergli perdono.
l'ordine era: rimuovere le entità dannose senza ucciderle
l'ordine era: allargare le gambe durante la perquisizione che mi stavo
facendo, e insistere sul cazzo!
l'ordine era: non indossare MAI la paglietta, non andare MAI dove sono
andati tutti per poi tornare.
l'ordine era: eliminare ogni traccia di edonismo.
neutro e invincibile adesso. purificato dall'attraversamento del bosco in
piena stagione di caccia, giunto illeso al tempio dell'Inscindibile Cordone
Ombelicale, rasato.
Rasare tutto! Merda! Rasare ogni orpello, rasare ogni legame dannoso,
estirpare ogni segno evidente di collusione col fallimento umano, diventare
produttivo, svegliarsi all'alba e correre nudo nei torrenti ghiacciati,
ascoltare solo fanfare militari, disprezzare...macchè...non è così.
c'è questo piccolo batterio fascista che dovrebbe essere inoculato fin dalla
più tenera età per ritrovarsi vaccinati da ogni tirannia. Il rischio di
cadere nell'intolleranza è grande adesso, la carne è piena di paura, il
sangue ribolle di urli non fatti, le mani tremano pugni non dati.
le elemosine di carezze hanno frollato l'anima e il sangue, stanno
allestendo psicopatici e tossici un po' ovunque, le abili mani di sarte
depresse tagliano il completo da far indossare alla salma. le famiglie
fuggono in cima alla montagna, dove c'è l'aria buona dicono. dicono anche
che bisogna riavvicinarsi alla natura. Saggiamente lei, appena ci vede,
scappa.
A noi le rocce e le nuvole!

Quinta colonna


venne notte da sotto le coperte, da sotto le palpebre, da quel lago nero e
placido del dormiveglia riemersero i traditori.

noi tutti abbiamo provato il morso insistente della gelosia, noi tutti siamo
stati abbandonati per scherzo in un parco quando eravamo bambini: abbiamo
sgamato tutti il babbo e la mamma fare l'amore...abbiamo ricevuto tutti
attenzioni moleste da adulti, abbiamo ascoltato fiabe traumatiche, abbiamo
visto tutti morire qualcuno più o meno indispensabile al nostro mondo.
abbiamo avuto incidenti più o meno gravi, dipendenze, decadenze e
sortilegi...ci hanno fatto il malocchio, ci hanno detto che stavamo meglio
prima, o che stiamo meglio ora. ci hanno detto che siamo cambiati, ci hanno
cercati e si son fatti cercare, si sono negati, ci siamo negati. abbiamo
cambiato idee, guardaroba, automobili, fidanzate.
abbiamo livellato la strada a bolla, abbiamo atteso passaggi provvidenziali,
abbiamo atteso invano...

poi un giorno è accaduto di dover riconsiderare tutto, e lo abbiamo fatto in
pochi secondi. ci sono state negligenze, profezie, allusioni...anche tutto
questo discorso è un allusione del cazzo.
parliamo chiaro: a un certo punto io mi sono rotto le palle, a un certo
punto ha preso il sopravvento l'istinto e ho cominciato, spontaneamente a
fare tutte le mosse sbagliate, così come fino a quel giorno avevo fatto
tutte quelle giuste. da un giorno a un altro ho tirato su il muro. non ci
vuol niente. non me ne sono nemmeno accorto. inutile opporsi.
ho costruito un futuro diverso e miserabile, coltivato un orticello per
fiori passiti.

deprimente: mi vien da vomitare. senza dignità, perchè qui non c'è più nulla
ciuci, qui amore mio si potrebbe usare le labbra per succhiare un pinguino e
sarebbe uguale, l'emozione amore mio, l'emozione è morta. perchè non mi
abbracci, perchè mi mandi via? perchè non ce la faccio più a averti tra i
coglioni, tatina, topino, ciucina etc...perchè non ne posso più della tua
famiglia d'invasati, perchè mi sono rotto il cazzo...
ah cuor di burro! come sfrigolavi dopo queste belle fiammate...come rosolavi
il lacrimogeno cipollozzo, com'era falsa la voce, il tono, la scelta delle
parole, com'era sballato e fasullo tutto il progettone, il piano
quinquennale di conquista del mondo rimandato di cinque anni in cinque anni.
com'era vera la voglia di fare un cazzo, di mettersi con la pancia al sole
(bella piena) scoreggiando come un gattone castrato, com'era bello
ubriacarsi fino a uccidere ogni ormone, fino a disintegrare il desiderio che
portava dritto dritto su un marmo d'obitorio a contemplare decomposta la mia
dolce metà.
com'era bello angosciarsi per nulla con te vicina, sommergerti di tutta la
mia nullità, con le mie frustrazioni e le mie paranoie.

c'è un orgoglio di animale che risorge in questo merdaio. c'è un orgoglio da
perdenti puri. c'è la rassegnazione, e la consapevolezza che non sarà mai
più così. Mai più, mai poi. dicono.
l'attesa di treni deragliati - l'attesa è avvincente nel suo contare
granelli di un deserto che scorre nella clessidra gigante, alzarsi, andare
al bar, tornare a casa, andare al bar, tornare a casa, dormire.
ecco la cruda materia dell'esistente.
non c'è altro.
ci sono io, il sabotatore di me stesso.
bravissimo.
senza ironia.

44gatti


sono spiacente cari micini per quelle scoregge che v'ho fatto poc'anzi.
vorrei rimediare perchè almeno voi che mi dedicate il vostro tempo
scongelato dai blackout dell'intelligenza, voi, cari pelusc terminadòr, non
abbiate di che lagnarvi con l'editore e l'autore di queste invettive\sonda.
almeno si rimbalzasse! come fate voi, ciucini, cadendo dal settimo piano.
le invettive\sonda sono lanciate nello spazio profondo, giove e oltre
l'infinito. sono simili a preghiere, ma federico tu sai bene il paradosso
della preghiera dopo la morte di dio. ora dio, come gimmorrison, potrebbe
aver inscenato una morte a parigi, e scappato con la refurtiva (tonnellate
di neuroni) essere andato a spassarsela in quelche baretto alle fiji, magari
in compagnia del pingue marlone.
ora dio potrebbe aver conservato qualche residua facoltà di giustizia e
intervenire stancamente in qualche situazione spinosa, oppure c'è
quell'antico accordo col lucignolo universale, che, un po' per uno in collo
a mamma, ora tocca a me gestire la faccenda...???...carlo, lo splinetico, la
pensava così e non aveva tutti i torti. ne aveva molti.
c'è chi, come lui, crede che sia la stessa persona, ma la teologia scritta
da ian fleming oltre a non essere accreditatissima, dopo una prima
avvampante passione, fa venire il mal di testa. come drogarsi con la noce
moscata. alcuni fricchettoni erano soliti fumare anche le bucce di banana
esiccate. da lì forse "imbananarsi" termine volgare per indicare la
situazione di stallo.
die die daiquiri.
canticchiava nostro signore bisbocciando con paolo ‘o franzoso, che dipingeva le robuste
e agili femmine tropicali.
usò un paio di trucchetti, a quelle latitudini invero poco noti, per
divertirsi con le signorine, di quelli di quando si faceva chiamare zeus e
abitava in montagna in grecia. (che è come andare a funghi a ibiza...ma si
sa che il mister è un tipo eccentrico)
Giove pluvio! e oltre l'infinito...ma chi se ne fregava allora di ciò che
era oltre? a due chilometri da corso garibaldi potevi già metterci il
cartello "hic sunt leones" e in maremma era come essere a zonzo per il
venezuela coi narcotrafficanti. il mistero, l'avventura, erano più comodi.
scendevi al capolinea del dieci e ti ci voleva il macete.
per capire la struttura della materia si sbriciolava un sasso e si inventava
il concetto di atomo, molto più economico di un sincrotrone. invece della
televisione c'era la telepatia. era un pianetino poco affollato, ma non era
certo meno divertente. il vino c'era.
la sonda non è tornata. non sono nemmeno rimbalzato. nessun fidbec, nessuna
risposta.
cari fratelli di tutte le confessioni, cari fratelli persi...forse abbiamo
formulato male la domanda? troppo incasinata...troppe istanze locali, troppi
cavilli...la burocrazia non piace a nostro Padre...al nostro padrone anzi...
Bastava miagolare.

ecco il lattino!

IPNOPOTAMI


nella vasca più grande, piena d'olio, quella dove annegasti.

la tua pelle brillava, lucida come uno specchio rifletteva la stanza e le
luci deformandole.
la ghiandola preposta al suicidio è un piccolo ferro, sembra un chiodo
piegato, un uncino dove appendere il cappotto della ragionevolezza, il
completino da buon senso e l'azzurro guardaroba da nano della prima
comunione. Nelle foto avevo gli occhi spiritati. Sono così solo che è
difficile desiderare compagne di pelle. Nemmeno i miei desideri
m'appartengono. Nemmeno il mio corpo che vive una sua privata e scorbutica
esistenza. Mi porto a giro questo cane randagio e grasso, ma sono io che lo
seguo.
Dove andiamo oggi?
egli non è più in grado di obbedirmi. Mi restano queste poche righe, queste
poche dita per scriverle. mi resta poco tempo.
la mia mente è lontana.
tranquillo, non è successo nulla...tranquillo...

breve l'assenza e interminabile. non ti parlerò più, non ti aspetterò. sarà
difficile, ma non impossibile. è l'ora della purificazione, del ritorno
all'ordine, la fortuna non può sostituire a lungo la volontà. la stampella
non è la gamba. eppure mi confondo spesso. scambiando le molte protesi per
organi stanchi che non sento. la presa di coscienza dovrebbe indurre a
lottare, non a rassegnarsi. ma chi me lo fa fare? chi me lo fa fare?
ho sempre fatto qualcosa se qualcuno me lo faceva fare.
ho chiesto il permesso. forse prima di nascere, ho bussato.
pausa punk demenziale all'adolescenza...
e poi di nuovo "permesso..." "scusa..." "posso...?" "vedi è così perchè..."
molti di voi ci si ritroveranno. quelli che sono consapevoli della propria
schiavitù.
è piuttosto brutto questo pezzo, però anche gli stroncati hanno una loro
espressione. Facce di cazzo.
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----------------------------goniometro--------------------------------------
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devo misurare l'angolo di rientro nella realtà con precisione per non
bruciare.
devo farlo.
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---------------------------il senso è la forma.
null'altro. non si divide ciò che è uno. a chi piacerà l'obesità del mio
pensiero, la sua fiacchezza?
a chi amerà i miei occhi nervosi. a chi cadrà in una inutile e dannosa
adorazione.
il despota si compiace della sua irriconoscibilità: sono senza un regno, ma
sono comunque...
la stanza è intrisa di motti coraggiosi che invitano a ridare la carica al
carillon dei giorni: numeri da calendario.
"quel che non mi uccide mi rende più forte"
le umiliazioni (o quelle che mi sembrano tali e lo sono) mi rafforzano...mi
allontanano.
infami!

ma non provo nulla adesso e si vede.
------------------------------------------------------------------------- domani qualcosa di più allegro.

2° ME


LA VALLE CHE VEDI FIGLIO MIO, FIN DOVE SI PERDE IL TUO SGUARDO, E' IL TUO
REGNO.

ma il giovane principe Egon non sapeva distinguere dove finiva il suo
sguardo e dove iniziava lo sguardo del padre o di chicchessia. Non sapeva
dove finiva il suo spazio interiore e quello esteriore, del resto è
esperienza comune e quotidiana, la nostra mente contiene tutto lo spazio
sensibile e anche quello che i sensi non comprendono, incastrandosi ai
confini delle aree percettive  come un seme di sesamo fra i denti; sfumature
con leggere risonanze, note con un retrogusto di cardamomo, pietanze
dall'aspetto sinfonico...e nelle grandi distese dove Egon trascorse la sua
infanzia, la tundra sterminata e i deserti, il gioco della sinestesia era un
gioco semplice e utile, nelle giornate di tempesta il mare e la terra erano
linee di demarcazione sottili, le parole come le conoscevamo perdevano
aderenza con la realtà. avevamo carri a vela che percorrevano grandi
distanze ogni giorno, velocissimi...ma tale era la vastità del pianeta
dell'Ira che sembrava di andare al piccolo trotto su vecchi andromedari.
certo, non ci fermavamo mai! Non passava giorno senza che le vele si
gonfiassero, ed ogni accampamento era un luogo nuovo dove nessun essere
umano aveva mai messo piede prima, un posto nuovo e senza
connotazioni...ogni luogo era per comodità un numero su di una mappa
descritta da vecchi satelliti crivellati dalle polveri del cosmo.
longitudine, latitudine...la polvere rossa s'insinuava ovunque e ovunque era
il nome di ogni luogo. piccoli caravanserragli senza nome, identici l'uno
all'altro, il grande serbatoio dell'acqua ed il puzzo di kerosene dei vecchi
aeroplani, rossi per mimetizzarsi all'occhio vigile ma stolto degli antichi
dei che ci osservavano dall'alto...anche il cibo aveva un sapore rossastro,
e le bevande...tutto veniva ricavato da un cactus di carne, sangue misto di
vacca e peyote. sembrava vino e sembrava carne, e ti lasciava la testa
leggera a svolazzare nel deserto rosso come un palloncino rosso ancorato
alla zavorra dello stomaco ben pasciuto. le grandi mandrie di cowyote
muggivano spinose e saporite brucando gocce d'acqua e batteri nei
dintorni...ed a nessuno interessava il brigantaggio o lo stupro...perchè
tutti ci assomigliavamo figli di poche madri lontane, fratelli e sorelle
dalla pelle riarsa...
ero il signore di questo mondo di pionieri infelici e consanguinei, ma non
avevo nessun privilegio, ero uguale a loro...non c'erano palazzi in grandi
città che mi attendevano...non c'era nulla...un nulla da pattugliare
costantemente con il carro, con mio padre e le nostre concubine, per portare
i nuovi figli autoctoni ai piccoli villaggi, ai caravanserragli...
io e mio padre eravamo gemelli...lo chiamavo padre, ma in realtà ero un suo
clone. io ero più fragile, perchè la copia è sempre un po' più scadente
dell'originale...ma nemmeno lui era un originale quindi l'unica cosa che ci
lasciava la forza necessaria a governare il carro era l'ambiente muto e
ostile.
nessuno di noi voleva ammetterlo: siamo una specie in via d'estinzione.
avevamo divertimenti monotoni, i nostri saltimbanchi erano scherzi di
natura, tarati, codici genetici storpiati dal dialetto ventoso del pianeta,
dalla sua aria povera d'ossigeno...anche in mezzo al deserto pareva di
essere in una stanza di malattia. eravamo silenziosi. poca aria e poco senso
per le parole che ci portavamo dalla lontana Terra.
vedere un autistico che emetteva una serie di suoni regolari o un gesto
bizzarro all'infinito era il nostro teatro.
i nostri dipinti erano tele di garza con segni rossi uguali, uno per ogni
giorno uguale che passava. come quei segni che facevano i carcerati in
cella...quattro segni orizzontali ed uno verticale che li tagliava.
cosa disegnare? le pietre? la polvere? le facce tutte uguali dei cloni? non
facevamo fotografie, eravamo già fotografie noi stessi, di antenati che
colonizzarono il pianeta dell'Ira. I nostri cloni\figli avrebbero avuto la
nostra faccia, le nostre idee, i nostri insulsi divertimenti, avrebbero
mangiato cowyote e bevuto del suo sangue fermentato. non avevamo orologi, nè
calendari. la prurigine del sesso era una leggenda per animali che vogliono
istintivamente perpetrarsi, ma fra cloni anche l'istinto di sopravvivenza
era un'astrazione monotona.
Nei giorni limpidi indicavamo la Terra e la guardavamo con un vecchio
telescopio - la superficie azzurra era grande come una lacrima, ben presto
avremmo perso la capacità e l'interesse a percepire quel colore.
finii la mia scodella di cowyote.
la testa era leggera e volava come un palloncino, ben ancorato alla zavorra
dello stomaco...una catena montuosa lontana (o vicina?...chi poteva dirlo
senza uno strumento) brillava come ricoperta di alberi le cui fronde
venivano mosse dalla brezza...il miraggio di una tempesta lontana era un
lago argentato, come l'acqua delle cisterne quando sta per finire e riflette
la liscia cintura d'acciaio inox che la contiene...come il mercurio che
scappa dai termometri rotti...il deserto una spiaggia dove i bambini
accovacciati erigono castelli che fronteggiano il mare...ingegnere! presto
ci raggiunga dobbiamo edificare un contrafforte per la nostra civiltà...e ci
mettevamo ad ammonticchiare sabbia sassosa sulle pietre prese nell'acqua per
costruire un'inutile diga contro le onde, con all'interno un piccolo mare
motoso dove pigramente stazionavano barchette di plastica e
soldatini...sabbie mobili di lì a pochi minuti...e con quale entusiasmo io
ed i miei compagni di gioco cercavamo di mantenere l'integrità di questa
inutile struttura quando la marea si alzava e scioglieva la muraglia...
poi cominciammo ad andare in canotto...per esplorare le spiaggette vicine,
emozionati come avventurieri e pirati a poche centinaia di metri dai
genitori, dai nonni, dalle zie che si abbrustolivano unti d'olio solare.
...chissà quale mio lontano antenato aveva vissuto una così formidabile
infanzia....l'unica cosa bella dei cloni è che ricordano tutte le loro vite
passate dal progenitore a quella attuale...per questo mangiano cowyote, per
ricordare infanzie di altre vite, per ricordare il futuro.
è tempo di riprendere la marcia...ho raccontato la visione a mio padre e lui
ha sorriso come avrei sorriso io, come sorriderà la piccola creatura che
porto in braccio quando anche lei ricorderà la vita e me la racconterà.
Sono sicurezze che confortano prima dell'estinzione.

MaDavveroMiAmi?


gli sponsor hanno rinunciato, ogni adesivo è stato staccato dal bolide del
pensiero.

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l'illusione volge al termine: la ragazza balla nel suo saccoapelo, come in
un bozzolo d'improvvisate rinascite. mi dice: toccami la gamba - senza
alcuna malizia mi partecipa della sua convulsione. forse quando una ragazza
ti esclude dal recinto degli animali da copula ti riserva un destino
migliore del mattatoio. e non ti nega mai l'erotismo della parola non detta,
la visione del suo corpo, finalmente mondato d'ogni sottinteso
ginnico\riproduttivo. nessuno vuole riprodursi, forse clonarsi, ma non avere
nemici in casa è buona regola. nessuno vuole proseguire l'umanità così come
è ora. nessuno vuole faticare per poche gocce di sperma incellofanato o
fatto brillare su lenzuola e pavimenti opportunamente irrorati di spray
antiacaro. nessuno vuole consegnarsi alle lussuriose lussureggianti
frondosità del bosco, ai cofani spumeggianti di utilitarie, ai sedili
posteriori del desiderio. nessuno vuole romanticherie preregistrate da
mimare in playback con la bocca sporca di salsine francesi preconfezionate o
rossetti meibellin niuiorc...nessuno vuole intaccare la cromatara delle
labbra, lasciare rosse sgommate sull'arida brughiera della gota incolta
dell'uomo, sul colletto di camicie coi baffi. nessuno è disposto a viaggiare
in prima classe verso un obitorio di lettini simmetrici sotto il sole
egiziano, nessuno farà scubadaiving di nuovo nell'accogliente utero materno.
No.
a noi sono concessi: la diplomazia della pseudoscioltezza, la parolaccia
raccattata al volo da un filo di bava di qualche poeta maledetto cui era
appesa, l'equilibrismo della nevrosi che si nega e s'acchitta per uscire a
spasso per le vie del centro, quando tutti (proprio tutti) non solo dormono
un sonno senza sogni, ma non ci sono proprio.
qua dietro, dietro l'angolo, in compagnia dell'ombra elettrica del lampione
arancione e dei mici randagi che ti sfuggono, qua dietro puoi urlare con
garbo, facendo ben attenzione a non incrociare la volante che pattuglia la
necrosi notturna. urla fortissimo, urla anonimo, poi scappa a casa, ce la
puoi fare. il portone si richiude alle tue spalle. poche rampe di scale ed
il letto, dove orizzontale è l'orizzonte del dì scaduto. come il latte
sostanzialmente scremato.
la ragazza ha le pupille gigantesche, nere, come quelle dei gatti nella
pazzia notturna. la bocca è serrata con forza, senza saliva, senza parole,
l'amore nella sua versione artificiale più credibile, percorre tutto il suo
corpo...durata del viaggio: cinque ore. atterraggio morbido. alcuni sussulti
nei giorni che seguono.
siamo tornati a casa. fa caldo. siamo seminudi. mi sdraio vicino a lei.
un'amica. non pensate la solita cosa. non può succedere a chi dell'amore ha
ascoltato solo le versioni remixate da albertino o la sobillante e dolce
eutanasia serotoninica della grande emme. bugia: abbiamo vissuto anche
l'amore con tutte le lettere maiuscole, sia io che lei, che tutto passa in
secondo piano. io, in verità una certa attrazione fisica la sentivo. ma chi
me lo fa fare? perchè ballare quando nel buio bozzolo di cotone
impermeabilizzato, in tutto il corpo, sotto palpebre chiuse, sotto luci
estive d'alba frastagliate da l'intrico dei castagni, sotto di noi e dentro
di noi arde il fabbisogno di gioia di un mese di vita di un impiegato
statale, o se preferite, di una settimana di vita da grafico pubblicitario?
la gioia come trasformatasi in paglia brucia in una fiammata alta senza
calore, senza persistenza.
rimaniamo vicini in affettuoso silenzio, stanchi, sfiniti, apatici e dolci.

“memory of a free festival”


la libertà dovrebbe comprendere nel suo vasto recinto la tristezza, e le
altre meschinità umane. la libertà dovrebbe mettere nel suo libro paga la
paura, anche fra i conti in nero, prima che venga assoldata da qualche
tiranno.
avere un rispettoso timore della felicità, e di ogni altro sentire. al
margine dove la precezione si deforma, percorrere la grotta un passo alla
volta, senza gridare, senza toccare nulla...

e sopratutto la felicità non coincide sempre con la libertà.
sicuramente la libertà non è divertente.
la volete?

My favourite Thing


nel sonno pomeridiano
uno spirito buono mi ha avvolto nel suo abbraccio incorporeo
affettuoso, caldo e dorato
cantando per me una musica bellissima.

non c'erano le parole di serate ebbre, la concitazione di creature
cardiopatiche che si perdono incontrandosi, e nei vagheggiamenti del
desiderio o della solitudine si chiamano senza voce.

c'era uno spirito buono che io non so descrivere.

non mi ha detto il suo nome. Non ha parlato.
mi ha fatto ascoltare una musica ed ha versato zucchero nell'amarezza del
risveglio, ha aperto con delicatezza i miei occhi e mi ha restituito
pienamente alla realtà un pezzo per volta. Non mi ha preso a schiaffi per
errori che non potevo non commettere, non ha giudicato la mia condotta
meschina, non lo ha fatto per meriti o demeriti miei, non ha cercato alibi
al suo amore, nessuna spiegazione.

silenzioso.
è successo veramente.
adesso ho già dimenticato la musica
parlerò di nuovo a vanvera per ore, teorie su teorie che non spiegano un
cazzo, tutto quel che si deve fare per nascondere un evidente incapacità di
comunicare.
si.
quest'estate avrei voluto smettere di parlare del tutto.
adesso mi basterebbe tacere quando le parole sono l'abbraccio non dato e che
non riuscirei a dare, andarmene e basta, senza rancore, avendo compresa
l'inutilità di ogni sforzo quando il tuo essere reclama il sonno. quando le
orecchie si stancano e non puoi chiuderle, andare altrove, dove la musica del
mondo sfuma...

perchè ci agitiamo? il cielo è infinito, la terra nella sua sfericità lo è
potenzialmente...non basterebbero cento vite per attraversare tutti i mari.
i confini sono tracciati nella sabbia, giocare a campana col destino senza
mettere il piede sulle linee di gesso.
sono i disegni della paura e della tenerezza che ci viene negata. Sono i
simboli dell'invalidità emotiva che ci affratella.
solo questo, un passo più in là ci ritroviamo simili a condividere leggi
autentiche, non le regole inventate di chi gioca a risiko col suo simile.
ed è più giusto sentirsi differenti allora, dire a tutti che non si è di
quel mondo disegnato nella sabbia.
anche se non lo vorremo noi, sarà il vento a spazzarlo via.


nomi. non facciamo altro che battezzare i misteri.
nomi. in ordine alfabetico, suddivisi per categorie affini, catalogazioni di
incongnite, di fenomeni che ci sfuggono.
impressioni, lampi di luce nel buio occhio pesto del dio triangolare e
massonico.
impressioni e un pensiero che guarda in mezzo alle parole disponibili come
frugando stancamente nella monotona mercanzia di un autogrill. le parole le
abbiamo già sentite.
le abbiamo pronunciate con chiarezza, a cercare la fede nei nostri versi
d'animali.
le abbiamo gridate perchè divenissero pietra, e sono rimaste rumore.
un rumore in più.
epitalogo


abbiamo dato il nome a tutto. Dio inventò tutto e ci affidò questo compito
buffo di fare un verso per ogni cosa che ci mostrava. Versi di animali.
all'inizio del pensiero e della cacciata dal paradiso terrestre le cose si
complicarono non poco. la Nuova Conoscenza voleva nomi per concetti
astratti, le complicazioni della malattia umana, la cogitazione cronica e il
brontolio di bocche nervose, impaurite...
la sindrome maniaco depressiva degli abbandonati, i tarantolati, i cuori
spezzati, fuori dalla grazia di dio.
è difficile stabilire che forma di comunicazione ci sia rimasta con lui:
tace oppure non riusciamo a capirlo? ogni tanto accade di vedere o sentire o
pensare qualcosa che proviene direttamente da lui. Noi cerchiamo di dargli
un nome.
e ci perdiamo come poveri malati...ci allontaniamo lungo il vialetto delle
ville sbertoli col nostro pigiama celestino agitando la mano in un gesto
ripetitivo, borbottando una frase incantata...
siamo stati ipnotizzati dal visibile, ed abbiamo cominciato a credere
all'invisibile. la realtà che afferriamo con disperazione non ci basta, così
che i pensieri la devono alterare, ampliare, sostituire...
la carne s'è fatta verbo, dicevamo.

un cestino di susine battute, le mele lustrate del supermercato del bene e
del male, un incoscienza in odore di cefalea universale, perchè nell'angusto
ripostiglio del cranio non c'entra più nulla ed è difficile discriminare fra
le inutili paccotiglie che vi si sono col tempo accumulate....
come memoria vorrei la spensieratezza e il sangue.
come parola il canto che descrive il mondo.
come pensiero il sogno rivelatore di altri mondi.

La Sacra Sindrome


fatti, a sua immagine e somiglianza.
fotografie mosse e ripetitive nel loro essere sbagliate, di un'unica entità.
cloni di dio.
eterno alla meno, fotocopiandosi da una copia all'altra che lentamente
scompare.
fotocopie di sangue.
impronte corporali di un padre mai conosciuto, orfani per approsimazione.

per tale ragione adoriamo immagini o le disprezziamo.
anche noi siamo immagini.
solo immagini negli occhi di qualcuno.

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quando non ti vedo per più di 24ore penso di averti solo sognata. che non
esisti. e non esisti più.
quando cammino ed il cuore si lacera impigliatosi in uno spigolo vivo dagli
occhi grandi e innocenti
quando un chiodo affiora dalla pelle liscia di un neonato e un dente
triangolare di squalo sovrintende il sorriso
le mani mi fanno fragile scudo
ad occhi che rifiutano di vedere come di piangere
nascondendo il muso
che non abbaia, non declama, non morde nè bacia.
il tuo spettro si aggira nel mio organismo e non ho antibiotici adatti a
ucciderlo.
il tuo spettro s'impossessa di corpi, parole e gesti di altre
ruba ogni istante lasciato scoperto
raffredda e spezza il cazzo spengendogli i nervi e più in su nel teschio la
gioia.
il tuo spettro mi adopera come scienziato pazzo
e m'induce a costruire un frankestein con decine di pezzi diversi di molte
donne
il cui unico fascino sono profonde le cicatrici e ricuciture grossolane
operate da una mano ansiosa
inesperta e incapace al dialogo
reggeva cazzo e microfono
nel monologo più bello
scarrozzava proclami di rabbia sotto un ascella e su leggii
avviava la manovella dell'organetto
la scimmietta al guinzaglio con il barattolino per la questua
il suo gileino rosso ricamato con sfarzo posticcio
il berrettino di carta
ti portavo al guinzaglio come un bel cane anche te troia
quegli occhioni malinconici e vivi non avrebbero mai morso nessuno
sbranato
sbranato
da una creatura docile
sbranato da una farfalla
da un mite gattino

non senza aver passato mesi e mesi a inoculare a entrambi il medesimo veleno
piccole gocce di libertà vigilata, di desiderio e trasgressioni
parrucchieresche
di smodata voglia di discopub e uccelli di neanderthal
piccole gocce di un nuovo e più grande amore, un nome sussurrato o suggerito
o indovinato nei tuoi pensieri slegati
un nome uguale al mio
facile
facile
nessun problema
un esercito di sorelle caritatevoli ti ha accolta come una profuga
meritevole,
strappata dalle grinfie di un tiranno di bassa lega
ti hanno rimesso in pista, ti hanno restituito al mondo
e poi a qualcuno "meno opprimente"

tutto un po' meno pesante
tutto un po' più vivibile

una volta l'anno ci incontriamo per caso e mi parli della tua angoscia
ed i tuoi occhi sono gli stessi.
ma onestamente ora come ora
chi se ne frega?

il lungo cammino di chi fugge la propria ombra è giunto al termine.
passata la notte senza luna, il cielo coperto di basse nubi blu
passato il buio e il vento che screma le cime nebbiose
nuova alba
nuova ombra
un fulmine in lontananza

--------------------------------c°----------------------------------


si è scritto per dare un inizio, uno sviluppo ed un epilogo a qualcosa. si è
scritto per carotare il magma del divenire, per scovarvi tracce sostanziose,
granuli di senso primo, concrezioni di realtà aldilà della percezione e
delle sue alterazioni.
si è scritto per amore sicuramente, abbiamo deciso di chiamare così la
dinamo che struscia sulle ruote della nostra bici, illuminando un sentiero
popolato di cinghiali ombrosi e cacciatori assonnati che sparano a tutto
quello che si muove.
la discesa è stata più faticosa della salita, e in pianura abbiamo
assaporato l'indolenzimento dei muscoli avvezzi alla pedaliera dell'auto e
al pedicure.

si è catalogato una serie di disfunzioni e le possiamo archiviare. Averle
individuate, averne letto e tentare la cura non ci renderà sani ne santi.

la disfunzione dell'amore è la disfunzione mutogena più estenuante. tossici
dalla nascita ogni esperienza è una droga nuova e si sperimentano ogni
giorno nuove crisi di astinenza. la memoria è un down colossale che toglie
respiro al presente, un'apnea nei minuti che trascorrono, nell'inondazione
di senso che ci ha sorpreso mentre prendevamo il sole alla pancia. Risalire
ad un futuro in superficie è auspicabile e impellente. avere un momento dove
andare, avere un appuntamento fra due ore, un giorno, venti minuti, quattro
secondi...avere un momento che non sia ora, che non sia quello appena
trascorso già trofeo di una collezione feticista di gioie impagliate. la
volpe imbalsamata dagli occhi di plastica simula uno scatto aggressivo che
non giungerà a termine, prende muffa sullo scaffale sopra diari di lagnanze
e guide tv di 3 anni fa...
vi è una tristezza biologica nella disintossicazione: si chiama
consapevolezza. si chiama voglia di sopravvivere. vivere sopra l'abisso di
tempo che abbiamo creato scalando la cima. siamo stati alpinisti pigri e
incoscienti ed abbiamo guardato troppo a lungo nel precipizio per proseguire
e non abbastanza per fermarsi dove eravamo.
la consapevolezza che animali morti e imbalsamati seppur facendo bella
mostra di se non riprenderanno più vita è una consapevolezza del cazzo...è
una banalità; non è così scontanto sul nostro pianeta d'origine, dove i
sogni animano l'automa del ricordo, ricaricano meccanismi lontani dalla
ruggine. come vedove abbiamo assaporato la droga del ricordo e ci siamo
recati dal nostro pusher di fiori per portare un omaggio sulla tomba
dell'amore ogni giorno...non interessava l'amore che poteva riaccadere.
la morte e l'abbandono non sono la stessa cosa. la morte esige la droga del
ricordo, l'abbandono quella dell'oblio.
il ceppo virale è il medesimo ma le varianti richiedono ognuna una cura
appropriata e ben distinta dall'altra.
siamo discesi nel deserto rosso, dove la quiete e la tempesta si
ricongiungono, dove gioia e tristezza sorridono, dove lasciare impronte che
il vento cancella. Clonati e perciò vecchi come il nostro progenitore. I
nostri pensieri giovani che stringiamo con amore materno fra le braccia,
hanno almeno quattromila anni. i nostri sogni sono infinitamente più
antichi, ma vivono in un universo che ha regole differenti. perciò mentre la
mente invecchiava ed i pensieri morivano, ci siamo stesi a dormire. e
abbiamo visto per l'ultima volta brillare nel cielo notturno la stella
azzurra degli avi. La Terra.

Cronache Marziane


di tempesta appena trascorsa, il brontolio s'allontana.
senza ombra ne figli, patriarca monozigote gemello siamese a se stesso
coincidente con il corpo fraterno
ma di pensieri
e di passioni opposte
mano nella mano
al tiranno che mi si sovrappone
sdoppiato e uno
uno e duino
lasciando le trinità nell'alto di cieli azzurri terrestri e sui piccoli
schermi d'un fiacco palinsesto estivo

sono un marziano e se vi siete chiesti come davide, is there life on mars?
la risposta è si.
e state alla larga dal pianeta dell'Ira, perchè è luogo sacro di proiezioni
infami dell'uomo santo
è il deserto dove l'ombra scompare per diventare corpo oscuro e torbida
pelle striata dai pensieri neri
è la prigione delle infanzie scadute
è il confino degli ideali avariati, il deposito di abiti che non entrano più
e le idee che si fanno polvere rossa
ruggine di corazzate giovani silurate alla fonda
appena varate
mai solcarono i mari
per loro
l'asciutto destino
delle creature che si arenano
di cetacei anziani
il naufragio morbido
del disarmo.
welcome to mars.

Cronache Marziane II


le tempeste di Marte sono le parole non dette sulla Terra
fummo consumati da chiacchiere colossali e le chiacchiere se le portò via il
vento
il vento consumò corazze di titanio, idoli crisoelefantini, automobili
granturismo progettate nelle gallerie del vento, salottini di intelligencjie
caucasiche, equamente il detto e il fatto si consumarono in sabbie fini da
parmenide a pininfarina.
il logodromo era un'anello largo e circolare d'asfalto in mezzo al deserto
marziano, le monoposto di poetipiloti sfrecciavano su paraboliche polverose
e ripide, mentre un pubblico suino, sparpagliato al centro come ciuffi di
una testa alopeciosa plaudiva mencio i lenti sorpassi di bighe nucleari.
giuda benhur: un pilota pieno di rancore e pistole
elliott: uno più ai box che in pista, un meccanico irrequieto, un pilota
meditabondo
il confine di lingue spadaccine ed il solco entro cui edificare una nuova
roma. un avamposto di civiltà un neo un foruncolo un ecchimosi un succhiotto
un cazzotto in un occhio una pernacchia. Un verso.

marciremo nelle segrete della parola abortita e risucchiata da improbabili e
fallici aspirapolveri. marciremo nel crash test del pensiero e nel tentativo
di dare una spiegazione di lamiera contorta alla carne veloce che vi è
imprigionata.
i pompieri non ci tireranno fuori: lasceremo filosofi fratturati nel loro
bocciuolo d'acciaio sbocciato a bestemmiare il risveglio e la rinascita a
imprecare lo sgusciamento dell'essere a lamentare dolori che non ci toccano
perchè noi cazzo! in una simile eventualità traumatica...noi moriremo!
non impesteremo l'eternità con i nostri lamenti. relativi e capricciosi,
personaggi da salone parucchiero dibatteremo l'unghia spezzata e il teteatet
andato storto, i cinqueuri non restituiti, il malditesta di una modica sbronza
da cassetta di vinelli natalizia e impiegatizia. Malediremo entità possenti e
astratte, governanti corrotti e titanici, sorseggiando liquori. non
impareremo il kalashnikov, non andremo a corsi di recupero per rivoluzionari
stanchi. andremo a prendere un aperitivo e ci lanceremo con le nostre
grazielle lungo le discese morbide delle colline del chiantishire.
diremo allora, cose immemorabili. scaleremo le vette di un oblio comodissimo
a bordo di seggiovie appenniniche e attingeremo a piccole scorte di
psichedelia di massa raggiunta la vetta massima di 1300 metri sul livello
del tirreno. spediremo allora piccoli i nostri poemetti con francobollini di
shiva-geiger in culo agli dei e ci autoinganneremo in danze sostanze fino
all'alba minuta muniti di muta, mutanti danzanti, cartoony animati
nell'occhio spiritato e asettico del neozombie che ci si affratella.
non scombineremo leggi della fisica ne illustreremo l'uomo che manca o la
donna che sfianca. le nostre passioni saranno la noia dei giorni trascorsi a
tirare cicche nel tombino senza far centro oppure la risata preregistrata di
segreteria cerebrale in heavy rotation.
ci lagneremo di molte paranoie, di beghe, di quistioni, di sbattimenti, di
altrui giocherellose superbie, di egocentrismi e distacchi, di disequilibri
e saggezze, l'umiltà ci verrà fornita ai saldi e sarà beige, a collo alto,
di lanina. pura lanina vergine! la maturità ci verrà consegnata un
ottosettembre qualsiasi, per postacelere. firma qui. e governati da
democratici tiranni in blazer e paglietta, gioiremo del meno peggio di quasi
tutti gli altri. elargiremo elemosine, collezioneremo viaggetti verso paesi
delle meraviglie sfregiati col vetriolo dove miseria armata e pittoresco
tramonto ballano il tango figurato meglio di adolfo valentino ed eva
braulio. manzonianamente sciacquetteremo i panni nel gange in secca di una
coscienza tascabile tipo collins, tutta consunta con molte pagine mancanti,
turisti dell'etica con il biglietto di ritorno pagato.
ammireremo i pendolari degli abissi della terra, i friclaimber, gli
attivisti di ogni sorta. mi rivolgo ai mediocri. mi rivolgo ai lessi sui
loro vassoi distesi in attesa di maionese e provvido cannibalismo. mi
rivolgo alla volontà che abbiamo tumulato da poco e per la quale stiamo
scegliendo ancora il copritomba idecisi fra il classico marmo con le scritte
dorate o la pietra serena scolpita. mi rivolgo ai portatori di croci
piccole, a chi compra idee con la tessera annonaria durante la carestia del pensiero, a chi vive nel mio mondo. Mi rivolgo ad obesi ed anoressiche che attendono nella sala d'attesa di budda o
di qualche altro ciarlatano orientale.
mi rivolgo a voi fratelli e sorelle! mi rivolgo a chi una mattina ha aperto
gli occhi e gli occhi gli si erano girati all'indietro e contemplando il
buio di un ego rintronato ha cominciato a camminarci a tentoni, pestando
merde su merde, trovando sacchetti pieni di pubblicità occulta, dischi dei
limpbischit, libri di oscaruaild, volantini del rebirting e tutta quanta la
paccottiglia che possiamo immaginare.
guardate fuori e fatelo come se stesse guardando dentro!
fuori è dentro!
la guerra è pace. il bispensiero. no.
che ci piaccia o no, siamo ciò che vediamo.
perciò unitevi alla pionieristica impresa marziana.
nel vuoto rosso saremo vuoti e rossi. sferzati dalle parole non dette.
tempestati d'amore.
tempestati di voci che sibilano fra rocce taglienti.
che sanguinano
e ci nutrono
e ci dissetano
e ci......

non sono uno di quei testoni che ha la risposta (sbagliata) in tasca. non
sono un baba o un leader o un capopopolo...sono come voi, e spero soltanto
che un giorno ci addormenteremo tutti.
senza risveglio.

sogni d'oro!

Song for Luli


camminai per l'irridenta trst
per mano al mio cancro
ad una delle sue mille mutazioni
la mimesi continua dell'abbandono
mal voluto non è mai troppo

ero una riproduzione da cinqueuri di virgilio trovata per caso su una
bancarella
per una giovane marmotta perdutasi in un bicchier d'acqua +
una guida senza meta, un maestro di sci di un paese dove non nevica dal 71
coppia di sciagurati

ognuno col suo viaggio ognuno diverso
ognuno in fondo perso dietro ai cazzi suoi
si
esatto
forse per affinità psicofisica con la mia metastasi storica
autoasportatasi dal mio organismo poco dopo un capodanno di merda
alle quattro del pomeriggio fra potenti dosi di tramadolo e mia madre che
piangeva dietro la porta verde acqua del salotto, forse per le labbra grandi
morbide che a me ricordavano quelle caramelle gommose e che immaginavo
egualmente dolci
forse perchè ci bastava arrivare fin qui come onde di notte sulla spiaggia
bella d'estate e vaaaaai-aaai viiiaaaa da me
e ti rimandai a pistoia da sola
in effetti
ma la sua bocca era bellissima
e poi la lingua col pirzing
la voce calda un po' bassa che poteva esplodere in
risate di ghiaccio
frizzanti palle di neve dietro la nuca
i pochi indimenticabili abbracci
l'odio addizionato
la gelosia preregistrata
la videocassetta di otello andava per la maggiore quell'estate istriana nel
mio ostello per pensieri, e spesso quello che accadeva era già accaduto. un
deja vu continuo. con tutti gli ingredienti della prima puntata. la donna
amata, l'amico, il tradimento, lo sgomento, la furia, la fuga, la
centrifuga, il perdono il lieto fine, gershwin a palla nell'autoradio, la
macchina in mezzo al pratone istriano.
la vacanza, il pesce a pranzocenaSSEEMPREEEbranzinoratacalamari cevapcicc
pelincovac pivo pivo mineralna voda carissima.
le soste sui viadotti, la lunga marcia all'alba del disincanto
quando ti sei infranta
con tutte le mie speranze
nel backstage di un acido
illusion...just an illusion
ci siamo fatti a Sua immagine e somiglianza
ci siamo fatti male
ma non potrei odiarti
perchè
avevi ragione
non ti avevo mai
amata.

addio ciuci!

Parental Advisory Implicity Lyrics


consumato dal sonno. grinzoso in mens et corpore. occhiaia e doppiomento.
sfinito da attese senza nome ne corpo. sfinito dalla fannullaggine, dalle
amicizie a lungo termine, dall'arruolamento coatto nell'esercito dei
perdigiorno.
oh si, mi ci voleva proprio un po' di vacanza dal mondo. bisogna avere una
prolunga di nervi per riattivare la mano morta e descrivere ciò che ho
visto, farlo bene toccando il culo della faccenda senza che se ne abbia a
male, facendo in modo che si sposti ad offrire il prezioso incavo delle
natiche allo sconosciuto scrutatore. toccare con mano la verità. e scoprirla
umida, desiderosa di essere penetrata, a portata di mano, nascosta da pochi
millimetri di stoffa.
la verità chiede le mie parole perchè non ha parole. chiede una storia, un
racconto di fantasia. chiede una di quelle cazzate che generalmente propino
a raffica durante aperitivi poco illuminanti senza sangue ne carne, al
massimo ulive e noccioline, schiacciata disidratata da lunghe permanenze
banconiere, imbellettata alla bell'e meglio con spezie rinseccolite e
piccanti, un c d'olio.
si sgranocchia e si chiacchiera...il movimento della mascella è uguale, lo
stesso lavoro meccanico, la stessa necessità e lo stesso senso profondo.
ho trovato la prolunga gira gira...ho riattivato alcune funzioni elementari
per adesso. e parlare è più bello se nelle tue parole la verità sceglie il
vestito. il guardaroba è ricco, molte cose vintage, ma anche indumenti
bizzarri che indossi solo per i rari carnevali dell'anima, quando
gesubambino se la dorme e il capufficio è al cesso con la ferma intenzione
di leggersi tutta la letteratura umana. tempo impiegato cinque diominuti.
cinquemila anni. sta per tirare lo sciacquone, e sicuramente avrà a che
ridire perchè di torri di babele ne hanno tirate su più d'una, anche se un
paio le abbiamo tirate giù noi per non irritarlo, certe volte le buone
intenzioni non son sufficienti.
forse è un po' deluso, s'immaginava un finale migliore. invece gli è toccato
leggere la biografia di geri alliuell...
insomma, sono stato cattivo.
ma non me ne sono nemmeno reso conto, questo è grave. la verità è diventata
vanità. indossa roba porno con spacchi vertiginosi e si svela danzando.
salomè ai sette veli flirta con numerosi voyeur della conoscenza, in fondo
che differenza c'è fra un guardone e uno scienziato? osservare e annotare,
ricordare ciò che si è annotato per future masturbazioni.
quelle belle seghe invernali quando fuori piove, è martedì sera, è tutto
chiuso, e gli unici che hanno voglia di bighellonare cercano di traforarsi
le braccia o di trovare qualcuno che è rimasto a casa. e forse non uscirà
mai più perchè a un certo punto si è accorto che stava guardando lo stesso
filmino da un paio d'anni e l'effetto era davvero straniante. superare il
muro della noia è molto più che superare la velocità della luce (o del buio)
...gli amici riuniti attorno a te con un bicchiere di vino in mano producono
lo stesso effetto della contemplazione di una pentola di sugo che bolle.
oggetto di meditazioni domenicali le piccole bolle arrivate in superficie
fanno plop e fine. con gli amici non ci si condisce i maccheroni che io
sappia. ma vi è una sorta di cannibalismo nel routinoso rendez vous con gli
eletti che ci accompagnano un reciproco e simpatico spolparsi, che dovrebbe
condurre all'apertura di gabbie toraciche chiuse a doppia mandata e
catenaccio e invece...i cuori battono un ritmo che puoi afferrare solo per
un attimo, come quell'opel corsa con lo stereo a palla che ci è sfrecciata
davanti mentre stavamo attraversando per andare al circolo...e non si è
fermata qui.
gli amici sono l'unica delizia di questo naufragio, è come essere tanti
robinson crusoe e tanti venerdì...ma l'isola è deserta e non ci romperemo
troppo i coglioni a edificare palizzate contro i cannibali, finite le noci
di cocco e le banane ci mangeremo fra noi...
la coscienza di questo primitivo latente mi spinge necessariamente ad amare
il mio prossimo, meglio non stuzzicare il can che dorme.
cosa ci accomuna oltre questo ed un patrimonio genetico piuttosto simile
tale da ascriverci alla razza umana? perchè questi e non quelli...umani
quanto noi...forse la medesima speranza, come mi disse francesco una volta,
che un giorno ci vengano a riprendere, che atterri il disco volante in
piazza del duomo, e scendendo il marziano ci dica: "abbiamo scherzato...si
torna a casa."

Nell’Osso


c'è una barra di titanio, spessore 8 mm lunghezza 350mm se non ricordo male.
un petit ciborg.
nell'osso siamo nell'osso, dove è scolpito il nostro male, merda!
oceano di single jingle. oceano di vermi solitari che giocano al libero
amore come cacciatori inesperti e tornano alle confraternite posticce con il
loro bottino di colombe. guerra libera, altro che amore! farsi male per
passare una serata.
siamo eticamente disadatti, handicappati forte, dai retta.
sappiamo solo consumare del resto, ci hanno insegnato anche la gratuità, il
donarsi, il rispettarsi...ma in culo! finita la ciccia ecco l'osso, l'osso
infetto che taglia e spreme, l'osso malato con gli ordini criptati emerge -
frattura esposta: un giochino di piccoli massacri psicologici. la mente è
poco impegnata o buttata su una scrivania come una pratica fastidiosa, un
piccolo motore per palle roteanti. un minipimer da affondare in altrui
scatole craniche.
arrivati all'osso, spuntano molte forme di squilibrio tutta la subnet della
rete sinaptica entra in scena con i suoi personaggi del cazzo preferiti: il
bimbo capriccioso e violento, il voivoda di lucertole, il genocida di
formiche, l'esecutore testamentario di un asilo nido, nonchè pluridecorato
scorticatore di ginocchia di bimbe leziose trascinate giù per le scale
giocando ad acchiappino. oppure scaraventate a terra appena scese dallo
scivolo di lamiera. blocchetti rosa, dadini di prosciutto. croste!!!! subito
dietro spunta l'occhialuto dodicenne con i capelli con la divisa e la felpa
di ciniglia rosssa: jeans carrera: scarpe lotto con lo strappo (il bambone
non è stato in grado di legarsi le scarpe fino al triplice lustro suonato!)
un esemplare autentico di sfigato professionista. nella noce di cocco che
gabella come testa, spunta il germoglio scrittorio, si continua a disegnare
cagate nippofile, ci s'imbarca con autistici sforforanti alla volta del
regno dei gatti umanoidi, si gioca a risiko e si bara perchè l'automa dagli
occhi celesti bistrati di nero per le defatiganti session onanistiche,
quando perde comincia a fare versi di scimmia, come quando vede tramontare
il sole e ripete ossessivamente "devo tornare prima del tramonto"....non
l'ho più visto in giro. si chiamava sigfrido.
giunto al triplice lustro una presa di coscienza cui attaccare lo spento
organo dell'autostima e del rispetto estetico della propria immagine la
trovo, e decido un cambiamento di look radicale. sono sempre stato un
travestito. non un falso, sorellina, un travestito, un montato, un
artificione, si...non un falso....non ho mai fatto nulla per negare la mia
più intima natura, fino all'indecenza di farsi aiutare dalla mamma per
vestirsi fino ai ventunanni quando pur nel segreto di stato delle domestiche
e comode galere, s'insinua un alterego saggio e ironico che mi dice "ma sei
scemo?"
grazie. ecco che tutta questa banda di persone che mi compongono, il pool di
individui viziati migliore del mondo, il dream team della mammoneria
universale, si ripresenta puntualmente all'appello quando qualche pazza
crede opportuno darmi spago. mi legasse come un pezzo di carne e
m'arrostisse!
nell'osso è così. questa banda di nani da giardino è ora più scafata e
attinge a risorse più ampie, utilizza strumenti di precisione, ha un
vocabolario pin-up, una cartuccera di parole per mitragliare gli
extraegotici e le simpanoidi in particolare. tenere a bada questa truppa
scellerata è impensabile, negargli diritto di invasione in altrui universi
comporterebbe il collasso del sistema nervoso. c'è da sperare che la paura
faccia buon gioco una volta tanto e crei un cordone sanitario attraverso il
quale far passare questi stronzi, questi attentatori di negozi di
giocattoli...ma è certo: non si può dire che non ci sono, o che non ci sono
stati. non si può impedire loro di esistere e di prendere parte attiva alla
mia esilarante esistenza. credo di essere un buon ct con una squadra di
cazzoni che consapevoli di giocare in serie A, si danno un sacco d'arie e mi
bersagliano con le loro esigenze hollywoodiane dalla mattina alla sera.
tutte fra di loro contrastanti. il dodicenne anestetico vuole il dolce amor
che rincuora e incoraggia, l'effervescente innaturale sedicenne vuole riempire
il suo carniere di fanciulle passate a fil di spada. il bimbo nazi cerca una
mamma adottiva che consoli le sue sbucciature e assecondi i suoi giochetti
crudeli.
ora la formula è ignota, pur avendo elencato alcuni degli ingredienti
chiave, tuttavia, posso assicurarvelo, in questo pentolino bolle l'odio,
denso e nero come pece e sugo di cervo. è una pietanza immangiabile, sa di
plastica bruciata e selvatico di volpe non marinata. sa di petrolio e occhio
di sarago. sa di merda e polvere pirica.
un saporaccio, dai retta.
eppure mi ci tocca condire la pasta e invitare gente. allungalo col brodo e
buttaci un cucchiaio di zucchero mi dice qualcuno. io butterei tutto
nell'acquaio però poi come mi rimetto ai fornelli mi salta fuori sempre
questo troiaio.
Adolfino adolfino porta a mamma il fiorellino,
 portalo anche al papà
 e avvelena la città. 
che rimanga un sol bambino
 quello che piccin piccino
 sta tutto dentro lo specchietto, 

libro cilone e moschetto.
perepè.

assapora la mia psiche psicologa. mettici una boa dove sfrecciano i siluri e
le mine inesplose galleggiano invisibili. metti qualche adesivo giallo di
allarme biologico nei barattoli di conserva che da trentaduanni impestano lo
scantinato. segna il vinaccio che non ci si fa neanche l'aceto, quei
bottiglioni d'amore forzato pigiato coi piedi sudici e impiagati da un
sapiente lavoro d'intaglio col trincetto. fai che il callimane desista dalle
prismatiche amputazioni di pelle morta sui talloni, e destituisci il
collezionista di codesti trofei dalla sua carica d'amministratore delegato
dei miei sentimenti.
restituiscimi la cosa più bella di quel piccolo maniaco solitario; le storie
che mi raccontavo, gli interminabili radiosi pomeriggi di lego e disegni.

Quello che le donne non dicono


i buoni e i cattivi vincono sempre. i mezzi smezzano. smezzano amplessi
pianificati nei minimi dettagli per non correre rischi, smezzano
schermaglie, agiscono con lo spirito del fuggitivo eppure non scappano.
smezzano: baciano mentre pugnalano alle spalle, ridono mentre stanno male,
quando stanno male stanno bene, quando stanno bene stanno male.
ciò che vivono è sempre la metà di ciò che vorrebbero vivere.

mentre ci perdiamo in metafore e discorsi astratti volti ad aggirare le
semplici verità dell'animale che ci fa da tuta, allestiamo una poltroneria
da pontefice urlante, una sedia a rotelle con le gomme bucate ci attende
discesi dalla piramide di teonanacatl: abbiamo smezzato grandi rivelazioni e
chiacchiere sul congestionato traffico fiorentino perchè questo è più
importante dell'esistenza stessa del ristorante cool dove simulare
benestanza, perchè in fondo l'unico problema è: parcheggiare. depositare il
malloppo, evitare rottamazioni dinamiche su qualche autodromo nelle brevi
tratte dell'impellente ma inutile evasione dal core de mamma. evitare multe,
perquise, etilometri. evitare carrattrezzi e enigmi dell'animo altrui,
femminile, vanigliato, incoerente. evitare il coinvolgimento. smezzare.
evitare di ingannare e ingannarsi sulle reali possibilità di ciascuno. siamo
in due, nemici di sicuro. il cazzo, la testa, la fica e la testa. i corpi si
delineano alle prime luci dell'alba: quello di lei è snello, giovane,
gustoso. quello di lui è flaccido, ingombrante, ripugnante. è così. punto.
non c'è altra spiegazione: questi due corpi hanno preso parte ad un paio di
tornei di reciproco piacere dove chi arriva secondo perde e basta. una gara
a due non prevede argenti, menzioni speciali, encomi di accomodamento. la
delusione di lei è fisica e estetica. non lo ammetterà mai, nemmeno a se
stessa. non è prestazionale, non è intellettuale...è puramente formale.
non la si può biasimare: l'occhio vuole la sua parte e con me davanti riceve
solo una parte di merda. con questa affermazione non voglio certo disturbare
ne provocare. è un fatto incontestabile: la bellezza è passata dalle mie
parti, ma non ci si è trovata bene. un esercito di psicolabili la avventata
come una bella infermiera nelle corsie di un manicomio in rivolta. l'ozio
l'ha fatta mangiare pesante e l'ha piazzata davanti alla televisione. la
diffidenza l'ha processata sommariamente e l'ha condannata
all'incompatibilità con il mio stesso essere. la gelosia l'ha rinchiusa in
una prigione di delizie col cielo azzurro dipinto e l'orizzonte a portata di
mano. la fine di un mare.
eppure le donne per ammetterlo devono quasi essere sottoposte a torture
argentine, intramuscolari di penthotal….
c u later.

Cartunnetuorch


la parola ingombra carne fibrosa boccon di veleno lisca di traverso pietra
filosofale di balbuzienti del pensiero - t'è rimasta nel canale del fiato e
tu affoghi! - questo borbottio di caffettiere che bruciano su fiamme alte di
lavori mesti e spedizioni di pacchi di altrui merde camuffati da dono
prezioso, questo scambio di suoni fitto come pioggia battente, suoni che
riempiono l'abisso che c'è fra ciascuno di noi. ponti d'arcobaleno e miraggi
senza pentole d'oro sull'opposto crinale dove abbiamo fatto la mossa di
gettare una fune, di acchiappare un nostro simile che giaceva più in fondo,
sfracellato nel fiume, che riposava lontano persa ogni speranza di ritrovare
il sentiero, persa la voglia di tornare al villaggio di vetro sporco e
sicuramente infrangibile - e ancor più muto si fa il cuore nel sapere la
cura del tempo. nell'attesa silenziosa, l'attesa cede il passo.
a grandi mani abbiamo gettato coriandoli e risate ed abbiamo ballato
incuranti dell'occhio disgustato dalla nostra forma fisica non eccellente:
ce ne siamo proprio proprio infischiati! abbiamo anzi esibito nella sua
naturale strabordanza ed ellenismo la pancia occidentale e boriosa, le esili
braccia e gambe consumate dall'apatia meccanica di macchine e calcolatori,
abbiamo acceso gli occhi su un canale del cazzo. e trasmettevano solo
interminabili e mence bisbocce di perdenti col letto rifatto. abbiamo
assistito durante i nostri viaggi al confine della normalità, ad un insolita
abilità d'equilibristi, abbiamo indossato trampoli di misure diverse e
incompatibili, ci siamo solo e soltanto strappati i muscoli perdio! abbiamo
ri-acceso gli occhi ed era sempre la stessa puntata. abbiamo tentato
l'onestà come ultima spiaggia.
ci siamo resi conto di essere diventati l'incarnazione di uno spot
pubblicitario immenso. i nostri vestiti, le nostre parole, i nostri gesti e
lo sguardo sono diventati merce. ci siamo consumati ed abbiamo consumato
tutto il sensibile. indistintamente persone, cani, videoregistratori e
gioielli. le nostre cose come noi, invecchiano ad una velocità prodigiosa -
la velocità del buio. la velocità del ritorno all'inerzia primeva. scendiamo
ridendo e vociando, scricchiolio di chicchi di caffè in un macinino che
incrementa la sua velocità di polverizzazione. siamo un aroma. un colore. un
nome archiviato da qualche parte, una testa, un ufficio pubblico, una croce,
alcune foto. una videocassetta dell'estate. un movimento impresso in altrui
retine. un segno sul bagnasciuga. una onda e il suo disfarsi. la schiuma, la
crema e la fondata di un caffè immaginario e leggero. poco eccitante.
abbiamo tentato l'amore unico contatto rimastoci con il prossimo. poi
abbiamo parlato e ci siamo trovati a sbrinare carni rancide dal gelo e rose
bruciate dai rigori polari di piccoli e ronzanti freezer - emeroteche di
cronache ingiallite della nostra povera esistenza, notizie comuni e
reportage di un destino standard - abbiamo tentato la rianimazione
sull'ombra di cadaveri, la resurrezione dall'impronta di un corpo sul letto,
la clonazione di anime svanite, abbiamo assaporato l'esalazione di vita che
proveniva da morbosi feticci. abbiamo annaspato nell'assenza in preda a
gravidanze isteriche e ci siamo pure convinti da segni arbitrariamenti letti
di poter veramente assistere al miracolo. le lacrime di sangue son roba da
terraglie. gli idoli regalano forse vaste ma inanimate energie residue di
esistenze trascorse. e questo è un sentire che il figlio di un antiquario ha
ben chiaro in testa.
abbiamo tentato l'amore come terapia per autostime danneggiate, ciliege
battute dalla grandine lasciate a marcire sull'albero, rimaste in una
cassetta di un fruttivendolo chic, disdegnate anche dai piccioni. abbiamo
tentato l'amore come chirurgia plastica di profili mostruosi, di ghigni
rivelati da un'istantanea bonaria, di palpebre disassate da sbronze
accidentate e sconnesse mentre il resto della città dormiva un sonno
promozionale con numerosi testimonial di spicco della loro quotidianità.
abbiamo inscenato danze austroungariche ed imperiali con fidanzatine
screpolate e segretarie soubrette hanno placcato d'oro le loro piccole forme
piacevoli ma fuori norma per ogni fashion designer. abbiamo abbordato
lucciole e lanterne, abbiamo preso fiaschi per fischi e ci abbiamo soffiato
dentro almeno tre o quattr'ore. poi avevamo davvero ingollato tutto. ed era
finito tutto. e non c'era più bisogno di nulla. una sete d'acqua fresca ci
venne consegnata all'alba a bordo di lingue di cenere impastate al palato.
ammutoliti di fronte al barista abbiamo indicato una bottiglia d'acqua. "la
vuoi fresca giovane?" abbiamo detto di si. ci siamo arresi all'evidenza di
un'autodistruzione dilazionata a piccole rate. e come ogni inghippo
finanziario non si può nè pagare tutto in una volta, nè lasciar perdere
perchè la penale sarebbe spropositata. così abbiamo imparato a diffidare del
nostro buon senso come dei nostri istinti suicidi e ci siamo trovati a
coltivare piccole trasgressioni e progettini di piccolo taglio tutti in
questa valigia, grazie. di piccolo taglio, pochi maledetti e subito. a
trenta denari alla volta, traditori e pentiti che senza aver ucciso nessun
figlio di dio abbiamo pensato bene di non impiccarci. e ci siamo fatti un
piantino e battuti il petto per 1 nanosec. la colpa è diventata un ottimo
motel dove trascorrere un paio di nottate sull'autostrada per babilonia.
infine abbiamo tentato di confessarci ed abbiamo scelto noi un giudice
dall'aria severa ma corrotto. abbiamo messo in giuria amici votati al cieco
affetto nei nostri confronti, con i quali spesso abbiamo condiviso la camera
ardente che esponeva solennemente il manichino di cristo. poi siamo andati a
fare colazione.
that's all folks!

Progezione


e che t'aspettavi che me ne stessi con le mani in mano tutto il tempo ad
aspettare? che t'aspettavi? che io aspettassi? non senti il cronometro che
gocciola secondi su secondi le giornate prosciugate e nella stanza vuota del
futuro depone uova di pazzia? non vedi che mi stanno trascinando su un carro
di pendagli da forca?
il patibolo come una passerella milanese emoziona ed educa le turbe che si
sono riunite sotto. l'infamia prende forma e diventa scenografia di condanne
ingiuste. e chi protesta passeggia in lunghi e pacifici cortei colorati
senza fare nient'altro che passeggiare e intonare canti e ingiurie. nella
sagra delle petizioni manca la bacinella dove ponzio pilato si sciacquò le
mani...dopo lo sforzo letterario di siglare e fornire generalità una
rinfrescatina ci vorrebbe! ci metto il nome, l'indirizzo, e la firma cazzo!
le proteste sono astratte e nominali. le proteste sono senza carne ne gesto.
senza forza. una lavanderia a gettoni di sms solidali e donazioni
telematiche per il comatoso amore che riserviamo ai nostri simili.

e non partecipare all'orgia produttiva non è rivoluzionario. non serve a un
cazzo.
sarebbe meglio abbracciare chi ci sequestra l'intraprendenza e la vita, e
accettare di essere affetti da un inguaribile sindrome di stoccolma. così
almeno ci si spiegherebbe i pellegrinaggi all'ikea senza ricorrere alla
formula d'ufficio "costa poco ed è bellino". ma chi se ne fotte?
le vite hanno un'aria casuale, i dadi vengono gettati senza troppa
convinzione perchè sono dadi truccati...esce una delle possibili 36
combinazioni a tutto vantaggio del banco. il culo interagisce con solerzia
in alcuni frangenti non rimarcabili. e sicuramente l'happy end è una droga
letale. mettiamo il cartellino "nuoce gravemente alla salute" o "può
produrre cancro al cervello" alla fine di doson cric o delle altre
commediole amarognole americagnole. stagnole da eroina, merda! bruciatori di
ossigeno! camere a gas di ogni sogno illegittimo!

avremo tra breve la schiusa delle uova e ne usciranno vipere piumate.
pulcini di quetzalcoatl impareranno presto le arti del volo e inietteranno
veleni misericordiosi nel collo delle belle statuine. culo e potenza amici!
avrò fede nel momento dell'esecuzione. fede di reincarnarmi in un essere
migliore. anche vivendo ci sono piccole morti preparatorie che indubbiamente
rinnovano il guardaroba e l'arredamento. che sfondano finestre in muri
reputati portanti ma in realtà paraventi per panorami che dovevano essere
nascosti. vele di carta che si flettevano col vento. prenderemo una casa e
l'arrederemo senza ricorrere a svedesi in odore di nazismo. e non sarà così
difficile schivare la morte che impregna tutte le produzioni contemporanee
poichè saremo già morti!

Autunnara


gettate le reti a largo compari! gettatele dallo scoglio del diavolo alle
bocche di cristo, e aspettate l'arrivo dei nuotatori.
poi tiratele facendo cerchio intorno alle spente bracciate di chi si
dibatte...raccogliete le carni ansimanti e trascinatele sul barco. fiocinate
i recalcitranti e i finti morti! azzoppate i saltimbanchi e tagliate loro le
bretelle della circolazione arteriosa...li voglio con le braghe ai talloni
incespicare sul ponte e cadere sugli altri...li voglio ne vivi ne morti. li
voglio vegeti. ma non vigili. li voglio ansiosi, tremanti, spauriti. ma
deboli, esangui...devono implorare i pochi attimi che li separano dalla
requie eterna, devono anelarli perdio! deve sembrar loro una cortesia...

che risveglio di foglie cadute. che rossore di febbri nel tramonto e nel
turbinio giallo degli alberi. un vento caldo ripassa i contorni delle cose
fredde e nell'aria gelida il sole stende gli artigli di pochi raggi tiepidi.
che passeggiate stanche a resperare, a darsi un tono nella sfaccendaggine, a
semplificare il male che decolora gli abbracci e gli scioglie in meschine
sciarade e giochi di prestigio della lingua impastata.
sono vicino a te, ma la nostra cocciutaggine è così grave e le menzogne così
sfacciate che par d'essere su Giove..le mie braccia pesano tonnellate in
questo contatto impacciato, le mie carezze sono lavoro di cantiere per gru
gigantesche destinate all'edificazione di grattacieli di carta. ti lasci
toccare poichè nulla ora può toccarti.
ed anch'io comincio a credere che non ne valga la pena. una luce diversa è
scesa su di noi, erodendo la magnifica ombra degli istinti e la passione che
mi ero inventato si è volatilizzata al contatto con l'aria. era nel chiuso
della mente e nelle foreste, era nelle stanze dove il piacere risaliva in
superficie legato ad una fune di parole, ad una narrazione fantastica di
vacanze a berlino con italo svevo. era nei giochi e nelle loro crudeltà che
ci siamo specchiati e ti ho baciato la schiena e ti ci ho scritto sex
pistols...era lì che siamo stati generati e che scompariremo, creature di
fantasia. nothing is real.
nell'incompiutezza e nel rifiuto riprendo il cammino e tutto questo
scompare...un ricordo danneggiato, un ricordo a cui avevo riservato
incautamente l'aureola dell'estasi vitale, un ricordo che io volevo
rivivere. ma non ci sei più, ed anch'io sono un altra persona adesso.
sono quello che cancella le poche righe su un diario di passioni consumate,
sono quello che cancella dieci anni d'amore e che vive con le impronte di
scritte troppo pigiate sulle residue pagine bianche, sono quello che
cancella...

confusion in her eyes


disossato da lunghe attese sotto la pioggia di dati percepibili.
disossato da plaid stesi sulle gambe mentre ronzano i videoregistratori che
tumulano le serate asessuate.
e quel plaid lo stesero in faccia al mio gemello più piccolo, una faccia
sana senza segni evidenti d'abuso.
un faccia di bimbo, la dolcezza che solo poche volte trapela...una bolla
d'aria che sale da una fossa oceanica, una risata.
in fondo al canyon del tempo i giocattoli rotti. gli scarabocchi di un
abbraccio a mia madre.
sembra una casa di zigani ora la mia casa, molte cose si accumulano e
nessuno le sposta. le valige delle vacanze estive restano nella vecchia
camera in attesa della prossima deportazione alla marinara. e questa è
l'unica vera gioia di mia madre. la capisco. io la capisco meglio di ogni
altro. io le donne le capisco e le intorto, diceva un mio amico di ivrea.

le donne sono l'unica forza produttiva del genere umano. adesso che si
avvicinano epoche nere si apprestano a lottare mentre stanchi fuchi
giacciono nell'alveare pervasi dai loro pensieri ronzanti e mielosi. dalle
loro nostalgie improponibili, ricordano la principessa che sedeva sulla
pietra in mezzo al fiume con uno smeraldo in mano.
e intanto le donne hanno cucito per il fiacco consorte un abito di tuoni che
contiene le pelli flaccide e disegna la superficie dell'uomo così come
meglio se lo ricordano. elettrico pagliaccio on off. batti batti i piccoli
piatti.
disossato dal blackout della morale, e poco più avanti inciampato in
trasgressioni microfiltrate e clorose. e caduto di faccia nella pozzanghera
del libero arbitrio rimasta dopo il diluvio universale.
sodoma, gomorra, bologna, istanbul, milano, venezia, trieste.
ora vedo nella luce arancione della notte elettrificata.
e sento il tuo corpo, accogliente, spontaneo e risoluto.
ma il sonno che vede aldilà delle montagne la soluzione, si propaga nelle
braccia.
e vorrei stringerti ma le mani colano lungo il corpo disossate, gocce di
condensa.

Marte A\R


sono tornato ora. ero andato ad uccidere il mio gemello più piccolo.
forse è morto per davvero questa volta. non mi mancheranno i suoi crudeli
capricci.
mi mancherà la sua gioia per il robot trivella
mi mancheranno i suoi interminabili monologhi, le sue invenzioni.
piccolo clone bastardo. il deserto lo ricopre di sabbia rossa.

durante il viaggio di ritorno l'amarezza del fratricidio si stempera nelle
piccole porzioni di salmone offerte dalla compagnia aerea prima del letargo
artificiale. quattro anni di ibernazione e ritrovarsi scongelati in una
piccola città del centritalia da cui ero partito pieno di livore.

scongelato assonnato ancora...qualche brivido sulla schiena. facce che mi
sono familiari mi vengono incontro.

sono i miei amici.

end



i funerali del Sole



la morte è un giorno tiepido che non sapresti dire se primaverile o
autunnale. è un giorno luminoso: le facce stancate dalla ginnastica del
pianto e i suoi versi lontani dalla civiltà si sciacquano nell'aria limpida.
si cammina lentamente per i vialetti con la ghiaia, quasi trascinando i
piedi come ferri di prigionieri e sotto sotto s'invidia il neoevaso che oggi
celebriamo. è stato graziato da un male imperdonabile, dall'anzianità di
servizio, dall'abuso di giovinezza....non importa come...
la morte è un giorno tiepido una festività riconosciuta dell'esistenza,
esauritasi ogni funzione meccanica di trasformazione della materia in
energia, si liberano le idee e i tormenti dalla gravità delle carni e si
consacrano alla memoria altrui.
e viviamo allora le mille vite di chi abbiamo conosciuto. e nella
processione silenziosa siamo ognuno di loro. vediamo e sentiamo dai loro
corpi in attesa di pace ancora e irrequieti e scossi, la presenza di chi
manca inesorabilmente. e finalmente sveliamo il segreto.
ora è tutto chiaro. un mattino tiepido.

microlacrime


microlacrime colarono lungo le gote la condensa sul finestrino di improvvisi
boudoir a quattro ruote motrici. talmente piccole che non te ne saresti
accorto. sembrava il diorama di un giorno felice, l'inquadratura di un film
francese. ridere come pupazzi! ci siamo sdraiati sull'orizzonte, e poco più
in là era notte marcia. ho gridato come un ossesso e non mi hanno arrestato.
mi sono tagliato la testa e l'ho lasciata al deposito bagagli della
stazione. ho aspettato l'alba su un treno fermo. e la luce scalando
faticosamente ma con successo il cartello delle tenebre e rilevandone tutte
le azioni, ha puntato la sua raygun su di me. filtrava dalle persiane
chiuse, dalle labbra dilatate dalla sete, dalla sbornia via satellite che
trasmetteva il mio sogno.
mi aspettavo la mia porzione di gioia con patate anche questa settimana.
invece ecco una ricca scodella di riso in bianco, crudo, da tirare a sposi
novelli.
venerdì 17 bel giorno per sposarsi. andare al banchetto nuziale con una
skoda e farsi attraversare la strada da un plotone di gatti neri, entrare
nel ristorante passando sotto la scala dimeticata all'ingresso dal tizio che
ripara l'insegna a neon fulminata, e giunti vivi al desco, inciampare a
effetto domino su una interminabile fila di saliere.

microlacrime.
salate appestate di qualche oceano di tristezza evaporazione e pioggia, di
qualche camposanto rugiada, di qualche pianura padana nebbia e inefficace
frenata sul fondo sdrucciolevole dell'aurora gonfia e livida. sono rimaste
nel cielo le cose che non sono più in terra,  e questi tizi alati che ci
consigliavano e ci accompagnavano quando eravamo smarriti ora ci aspettano
al cancello del paradiso con un bel giubbottino alato della nostra taglia.
camminiamo soli nella notte, ma anche di giorno incontri solo gente che
sfava.
una banda di sordomuti egocentrici che dilania il silenzio segue la mercedes
station wagon cui è saggio non fare autostop.
non c'è rimasto nulla.
il moto a luogo verso case d'abbandono.
il presepio di una vergine che abortisce.
la cometa che cade nel deserto.

è piuttosto triste.

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