martedì 18 dicembre 2012

Baristi astemi




Sapete chi mi sta proprio sul cazzo? I baristi astemi. Et similia: spacciatori che non si drogano, rock-star salutiste e dj pro-life. A parte il ridicolo intrinseco al non praticare ciò che si predica, fanno rabbia perché non condividono i tormenti che loro stessi alimentano nei loro fan. E rinnegano ciò di cui vivono: lo sballo.

Un Jim Morrison in fondo era onesto; l'industria discografica ci ha lavorato, è ovvio, ha gonfiato, alimentato il mauditismo, ma lui, come uomo intendo, non solo come prodotto discografico, condivideva le ansie, i vizi e le trasgressioni di chi lo ascoltava. Non creava un set atto al consumo di sostanze per poi tirarsi indietro e ridere degli smostramenti sotto palco: non era il barista astemio che campa dell'alcolismo che lui stesso alimenta, restando sobrio. 
Non era Bob Sinclair dei miei coglioni che mette i dischi a Ibiza per gente strafatta mentre lui vive fra personal trainers, pasta in bianco e tisane, non bevendo, non fumando, ma incassando quello si, tanto. 
A me questi qua stanno proprio sul cazzo. La  nostra epoca ne è satura. Sono gli ipocriti definitivi, sono inattaccabili sul piano formale, perché un mammalucco come Bob Sinclair può sempre tirar fuori la sua faccia di bronzo (trovate voi la rima), e dire: "Ma cosa dite? la mia musica trasmette un messaggio positivo, non incito nessuno a drogarsi, anzi ad ogni intervista io promuovo un messaggio salutista e lo sballo naturale dato dal semplice divertirsi" 

Come no? Le discoteche di Ibiza sono piene di ragazzi e ragazze perfettamente sobri che danzano solo perché presi bene. E che dire poi dei proprietari e direttori dei vari locali, gente come è noto, di specchiata onestà, che non traggono profitto dallo smercio di stupefacenti, ma che anzi contrastano con durezza ed espellono dai loro locali malavitosi e spacciatori. 

Questi "baristi astemi" sono animati da un egoismo profondo e ottuso; pensano per sé, sono dei cinici senza senso dell'umorismo, non perché mossi dal disincanto ma dal calcolo, dalla ricerca di margini di profitto sempre più alti;  da sempre si trae profitto nel far andar fuori di testa gli altri restando lucidi e manovrando dall'esterno. 
Si accampano scuse tecniche: una rockstar non può esser sempre fuori, sennò non reggerebbe i ritmi forsennati dei tour, gli spostamenti continui da un continente all'altro etc. La risposta è "e 'sti cazzi?" Ma chi te lo fa fare? Ci sono artisti degnissimi come David Sylvian che ad un certo punto hanno rifiutato lo status di "star", ed il conseguente devastante stress, per fare musica di qualità: per vero amore della ricerca artistica e musicale si sono dati ad una vita più low-profile, rinunciando alle scene. In Italia abbiamo l'esempio di Mina e Battisti che hanno mollato il baraccone senza che la qualità musicale ne risentisse. Nel caso di Mina nemmeno la qualità "commerciale", visto che continua a vendere come e più di prima.

Ci restano ancora, invece, questi dinosauri che continuano ad atteggiarsi a maledetti come ragazzini dandy sciroccati dalla prima lettura di Oscar Wilde (chi di noi non lo è stato? ma s'era piccini) - mummie come Vasco o i Rolling Stones o Ozzy, mantenuti in vita artificialmente grazie a ricambi di sangue in Svizzera, ringiovaniti da misteriose punture rivitalizzanti, animati come marionette dai loro personal trainer, che tengono le cariatidi a stecchetto e le fanno correre lignee sui tapis roulant. 

Alla faccia del Club dei 27 e di chi maledetto lo è stato, e lo è davvero, senza magari essere mai diventato famoso: solo maledetto, e disperato e sciroccato, e nel marasma insano della sua topaia, fra portacenere stracolmi, insuline abbandonate sul tavolinetto del salotto, pezzi di stagnola anneriti, piattini e boccette e roba che marcisce da tempo indeterminato nel lavello di cucina, sacri e perfettamente ordinati, tutti i dischi in vinile del signor Rossi che almeno ha avuto l'intelligenza di non cercarsi pseudonimi che ne mascherassero la sostanziale e inquietante ordinarietà.

Nota finale: il signor Rossi, così come certi sassi rotolanti (bloccati prima di rovinare in fondo al canyon da un robusto argine di dollari), ha condiviso per un po' di tempo gli sballi dei suoi fan; anzi, è stato forse il  rappresentante più credibile di quel mondo tossico, un po' provinciale o di periferia, che altrimenti non avrebbe mai avuto voce. Un mondo di disoccupati, tossici, studenti fuoricorso, cannati e fannulloni vagamente romantico ma senza fronzoli, dove l'assenza di orizzonti, che non fossero quelli della droga, livellava e rendeva i rapporti umani momentaneamente autentici (salvo poi rifalsificarsi nella cupidigia delle sostanze). 
Ma anche lì ci sono stati altri maledetti "veri", che rendono la faccenda poco seria e tremendamente marketing: Andrea Pazienza non è morto per finta, e non se l'è nemmeno cercata. Il cantore della vita spericolata, invece, ad un certo punto si deve essere stancato di tutti questi "spericoli", ed il fegato che dicevasi spappolato non lo ha lasciato giallognolo e epatitico a languire in qualche anfratto misero, o in coda al Sert per la dose quotidiana di metadone. Anche il signor Rossi, alla fine, verrà ricordato principalmente perché è un artista e lo sarebbe stato con o senza additivi, drogato o meno, avrebbe scritto e cantato in quel modo di quelle storie.  Giustamente ha provato; giustamente ha avuto la decenza di smettere di sballarsi prima, e di fare la caricatura di se stesso poi, e si è ritirato.
Non lo si può negare: è un mito, come si ama dire oggi di chi riempie gli stadi. 
Alcune delle sue canzoni resteranno per certo parte del nostro patrimonio musicale popolare, e magari fra 100 anni verrano alla mente come oscure litanie, come a noi viene a mente "maramao perché sei morto" o "parlami d'amore mariù" … Ma non mi venite a raccontare che è un maledetto.

I maledetti, mi sia concessa questa generalizzazione, hanno scarsa attitudine ad invecchiare.

mercoledì 5 dicembre 2012

L'incapacità d'intendere e di volare




"Perché sono finiti i viaggi sulla Luna?" 
"Forse perché si è persa un po' d'immaginazione."

intervista agli AIR apparsa su Vanity Fair del 22-02-2012 pg.231

La nostra civiltà scivola verso l'autismo, un'idiota stanca del suo passato, stufa del suo futuro che ha perduto ogni orizzonte e, con esso, la tensione a progettare. Contempla maniacalmente le sue immaginarie doppie punte, cammina (poco e in tondo) guardandosi i piedi, talmente in paranoia di apparire goffa da diventarlo; ipocondriaca trascorre i brevi momenti di veglia e relativo buon umore in villaggi vacanza di concentramento, dove sottoporsi a penosi lavacri del colon, massaggi sadomaso, insopportabili balletti di gruppo; ingoia pillole per dimagrire, per non farsi travolgere dall'ansia, vive nel terrore di improbabili malattie; è ottenebrata dalle sue metastasi, il suo stesso corpo le si rivolta contro, salvo coccolarlo con merendine, cioccolatini, droghe, sonniferi; è narcisista, isolazionista, si guarda la faccia (solo quella) allo specchio, perché il corpo è sempre troppo grasso o troppo magro. L'osservazione maniacale della pelle rivela imperfezioni, pori dilatati, bollicine, brufoli, cicatrici, peli che sfuggono al photoshop che ci vorrebbe levigati come da una calza di nylon davanti all'obiettivo. Allo stesso tempo è sguaiata (quando al sicuro dietro uno schermo) volgare, litigiosa, provocatoria: eccoli lì pronti a saltare tutti i leoni della rete, tanto aggressivi in internet quanto vigliacchi nella vita reale. 
Il solipsismo e la micragna sono la cifra stilistica d'oggidì: house music, rap, esaltazione per tutto quanto è sboccato da un lato e assolutamente incapace di proferir parola dall'altra: in entrambi i casi, sia il silenzio che il turpiloquio, rivelano paura, vuoto, mancanza di orizzonti. Se non sei un hipster o un nerd, sei un hipopparo, o un invasato della newage, o un neofascista. Per te è già pronta una piccola scatola, un packaging, un'etichetta, una piccola bara dove riporre quanto di vitale ancora ti sopravvive. 
Esistono miriadi di strumenti per annullare la voglia di progettare, migliaia di ostacoli, di macchinette, di devices perditempo, di socialnetwork fasulli, dove tutto viene analizzato, incasellato, compreso e infine annientato dalla febbre dell'instantaneo e dal viral marketing.
Quando hai da sincronizzare troppe macchinette, dar conto ai tuoi 5000 contatti su svariati social, dire la tua, rispondere, far contenti tutti, e questo oltre a lavorare o cercare un lavoro, rubare o tirar la carretta, depilarti, deodorarti, nutrirti, mantenerti in forma per poi sformarti in aperitivi, cenini, festini, after, chillout, riprenderti, ripartire, rigovernartela, dormire... e tutto questo in solo 24ore, dove trovare un tempo incantato per sognare Mondi Lontanissimi, progettare imprese marziane, sognare come da piccolo di essere un astronauta?

Esiste, non nel mondo della fantasia e della narrativa, ma nella realtà, chi cerca di fare questo: persone come il professor Robert Zubrin, fondatore di Mars Society, ideatore del nuovo rivoluzionario progetto di missione umana su Marte "Mars Direct ", che (solo per dirne una) ha abbattuto i costi da i previsti 500 miliardi di dollari a 55, rendendo l'impresa accessibile economicamente e realizzabile con tecnologie esistenti. Mi sembra interessante sottolineare un passaggio del loro statuto:

"È passato (si spera) il tempo in cui le società umane utilizzavano le guerre per incrementare con la forza il progresso tecnologico. Dal momento che il mondo si muove verso l'unità, è necessario procedere insieme non in una reciproca passività ma in una comune attività, operando per affrontare una grande sfida, come quella da noi proposta. La colonizzazione di Marte costituirà tale sfida. Inoltre, un'esplorazione di Marte condotta unitariamente da equipaggi internazionali costituirà un esempio di come la stessa azione comune sulla Terra potrà operare positivamente in altre avventure. Dobbiamo andare per le nuove generazioni. Lo spirito dei giovani richiede avventura. Un programma di conquista di Marte invoglierebbe i giovani a partecipare alla colonizzazione di un nuovo mondo. Se il programma di Marte spingesse solo qualche percentuale in più dei giovani ad avvicinarsi all'educazione scientifica, il risultato sarebbe di decine di milioni in più di scienziati, ingegneri, inventori, ricercatori nel campo della medicina. Queste persone apporterebbero innovazioni che creerebbero nuove industrie, nuove cure mediche, aumento del reddito, ed altri molteplici benefici per il mondo. Questi benefici fornirebbero complessivamente un ritorno economico enormemente superiore alle spese iniziali del programma per Marte."


L'alternativa è la stagnazione culturale che rende credibile il grottesco scenario descritto nel film Idiocracy, dove un'umanità instupidita, incapace di parlare se non per luoghi comuni, battute volgari e scemenze, trascorre le sue giornate sommersa nei suoi stessi rifiuti di cui non sa come disfarsi, vessata da una tecnologia sofisticata ma decadente perché priva di manutenzione (sono tutti talmente stupidi che nessuno è in grado di riparare nulla), mangiando schifezze, dominata da multinazionali i cui marchi sgargianti e chiassosi invadono persino gli scranni del Congresso degli Stati Uniti,  in una Terra inaridita perché alle piante si danno bevande energetiche tipo gatorade anziché acqua, convinti che sia giusto far così perché si pensa per slogan "ma la bevanda energetica ha gli elettroliti!" e "cosa gli vuoi dare? l'acqua? quella del cesso?"
Certo, una commedia grottesca, ma un brivido mi è corso sulla schiena quando l'ho vista perchè mi è sembrato, fra le tante proiezioni più o meno sballate e fantasiose della science fiction, una di quelle più credibili e in parte avveratasi.

Mi si potrà obiettare che anziché esplorare spazi esterni si può e si deve esplorare spazi interni, attraverso la meditazione, il raccoglimento, la ricerca interiore, la riscoperta della concentrazione dedicandosi a discipline artistiche e artigianali, attraverso la lettura, la scrittura, il disegno. Ma io credo che sia in agguato quel solipsismo che rende sterili queste ricerche se nella realtà fattuale non ci diamo (come civiltà ma anche come singoli individui) uno scopo. Un agire verso l'esterno, che dia sostanza a quelle scatole vuote che sono diventate le parole "condivisione" e "piacere".

La ricerca interiore richiede come diceva la dottoressa Arroway in Contact, spirito d'avventura. Consiglio vivamente la visione di questo film. Enjoy!

martedì 4 dicembre 2012

Il Diritto e lo Storto





Lo storturamento si aggiorna quotidianamente di misfatti, di canzonature della semplicità: s'addobba, come un funesto albero di natali oscuri, di artifici, che dei sogni e delle belle galoppate del pensiero son tagliole, e mai trampolini. 
Riguardavo con commozione incombente Sacco e Vanzetti, con i bellissimi Cucciolla e Volonté, per caso riproposto su un rai qualcosa del digitale terragno, riascoltavo le parole di Vanzetti \ Volonté, la sua primordiale e limpida richiesta di giustizia, che è nel senso (di giustizia, come parte integrante della natura umana), che è sentire e significato, il giusto significato che si deve dare ai gesti, alle parole, alle richieste. Il governatore lo irride con quel garbo raggelante, quella coolness che tutti amano un po' storditi ancora (e soprattutto oggi) - come tu, Vanzetti, anarchico, chiedi un atto di clemenza a quelle stesse istituzioni borghesi che vuoi annientare? - è la risposta asciutta di Vanzetti \ Volontè che svela il sofismo: io non chiedevo un atto di clemenza ma di giustizia (Sacco e Vanzetti non erano colpevoli del reato che gli fu imputato) e con questo non fa altro che dimostrare nuovamente come le vostre istituzioni siano basate sulla violenza e la prevaricazione.

Nel pomeriggio tornando dal lavoro, ascolto alla radio la voce sepolcrale del bancario che ci governa, affermare la volontà assoluta e incontrovertibile di realizzare la Torino Lione, indifferente a qualsiasi mozione "dal basso" degli abitanti della Val di Susa che non la vogliono, indifferente al buon senso di tecnici e analisti "non allineati" che sconsigliano la realizzazione di tale "opera" perché mostruosamente costosa e di scarsa utilità. 
La nostra tv di stato abominevole ibrido fra una TV di quartiere (nello squallore di grafiche, scenografie, luci e "mood" ) e un'agenzia stampa di regime addetta alla propaganda, tace il dibattito non solo nostrano, ma anche quello d'oltralpe dove si è tutt'altro che convinti, foss'anche per la cifra smodata dell'opera, se realizzarla o meno. Si preferisce mostrare i facinorosi, mostrare gli scontri, proiettare l'infamante stigma della violenza, su chi la violenza la subisce. Come insegnano gli Zerozeroalfa e la nuova destra ( o "alto centro" come da un po' questi citrulloni si autodefiniscono) "nel dubbio mena" e così di qua e di là dall'alpi si menano a tutto spiano i manifestanti.
Tanto c'è sempre qualche bleccoblocco, qualche figuro imbacuccato col passamontagna di dubbia provenienza, che tira il sasso e nasconde la mano, che attizza gli animi più esasperati, che fomenta le teste calde, i giovani, gli stupidotti e i fanatici, per poi sparire dietro le quinte, o semplicemente a rimettersi la divisa. Non è complottismo, ma un plot e basta, neanche tanto originale, che nei secoli fedele si ripete, uguale a se stesso. Per finire, si spruzzano con gas urticanti, si ammorbano di lacrimogeni, e poi giù manganellate. I mastini si tengono in buon allenamento tutto l'anno allo stadio, con quelle parodie di sommossa che son divenute le partite di calcio.
Il nonno della mia ragazza ci raccontava una cosa incredibile a pensarci oggi: una volta il calcio era solo uno sport, i calciatori lavoravano, solo nel fine-settimana giocavano e quando vincevano, vincevano un mazzo di fiori. 

In serata abbiamo visto un film francese di qualche tempo fa, piuttosto recente credo, Home: un film estremamente francese per quel gusto per le piccole bizzarrie e i mutamenti repentini d'umore che tanto piacciono ai cuginetti. Una famiglia allegra e sgangherata vive sul margine d'una autostrada mai resa operativa e l'hanno colonizzata con una poltrona, una piscinetta per bambini, palloni, pattini, la usano come pista da hockey e per correre in bici. La maledizione incombente sembra scongiurata ed esorcizzata dall'uso fantasioso che fanno della riga nera che attraversa la vasta campagna. Ma un giorno l'autostrada viene aperta al traffico, e la famiglia si rinchiude letteralmente in casa, murandocisi dentro, per sfuggire al rumore, ai gas mefitici, e soprattutto si mura in se stessa, ognuno s'isola nelle proprie paranoie. Sembra impossibile lottare o anche solo fuggire. Non vi racconto il finale che magari ve lo volete vedere e vi rovino la sorpresa (oddio, proprio sorprendente non è...a me ha ricordato un po' "Il fascino discreto della Borghesia")

Il film ha procurato una serie di sogni ansiogeni sia a me che alla mia ragazza, anche per le note incestuose francamente disturbanti e l'eccesso di bizzarrie e "francesate" che costellano un'opera che richiedeva tutt'altro rigore e sobrietà per essere davvero efficace. Parlavamo di storture e artifici, anche in presenza di un'idea semplice e adamantina, i nostri autori contemporanei più bravi (come sicuramente è in questo caso la Meier) si cacano sotto, e intorbidano, depistano, si autocensurano, spostano l'attenzione su particolari insulsi. L'abitudine alla nebulosità sconfigge il desiderio di verità, di ricerca della verità che muove le "grandi opere" (quelle vere, cioè l'opere d'arte e di ingegno).
Strani vezzi in questa epoca che mi accoglie: la spiritualità anziché affrancarsi dall'idolatria e saziarsi delle meraviglie del naturale,  sprofonda nella new age e nella ciarlataneria, che crea artifizi e astrusità attraverso un'opera furba di travisamento delle mitologie e delle tradizioni antiche dei popoli della Terra. Quando l'avvento di una "spiritualità atea", sfrondata di mitologie e santoni? Coestesa alla natura e che nella natura trovi nutrimento, rispettandola anziché venerandola in vuote salmodie e orazioni ?
Temo che la mia vita non vedrà mai l'avvento di questa maturità nell'uomo. 

Siamo scossi da rabbie e paure indomabili, inspiegate: ci rifugiamo volentieri in ideologie totalitarie e culti ottundenti, ed iniziamo ad amare i nostri sequestratori; è così difficile essere semplicemente se stessi, è così difficile dire a qualcuno che non si è né atei né  credenti, semplicemente il problema non si pone, perché siamo parte di un grande organismo che ci concede la libertà persino di mancargli di rispetto senza grosse conseguenze (almeno nell'immediato) 
Lo storturamento va avanti di buon passo e utilizza a proprio vantaggio le proteste organizzate ad arte da e contro l'ordine mondiale, per autorizzare nuove e più severe restrizioni, austerity, privazioni e devastazioni del diritto civile così come del nostro ambiente, da cui non abbiamo evidentemente imparato nulla pur avendo copiato ed analizzato e forse, almeno meccanicamente, compreso. 
Eppure è da lì, dalla natura che nascono i concetti di adattabilità, di selezione (scelta e quindi diritto di) di riciclo e riuso, di rigenerazione, di spiritualità, di meraviglia. Le arti e le tecniche nascono dall'osservazione della natura, dal disegno dei suoi elementi per capirne la morfologia, la funzione, lo scopo. 
La stortura subentra a questo strumentalizzandolo, finalizzando la meraviglia per la bellezza che ovunque ci si manifesta, all'ottundimento delle coscienze, alla coercizione, distorcendo il concetto di selezione naturale nell'ignominia eugenetica, nel culto di fantomatiche "razze di eletti". 
Per questa ragione essere lucidi e vigili, e abbandonare sempre di più ciò che è sovrastrutturale ci è necessario come l'aria.
La vera sfida è far questo restando "umani" (nel senso più nobile del termine) restando tolleranti verso il prossimo, e consapevoli del fatto, come diceva Gandhi che "ogni persona che incontri è migliore di te in qualcosa. Da questo impara"  per evitare l'insidia più odiosa, quella della presunzione di chi si sente "eticamente superiore". 
Non basta aver scelto giusto per essere giusti. 

lunedì 12 novembre 2012

Oggi musica classica





Oggi musica classica.

Quando ero piccolo, in quel periodo in odor d'iperuranio a cavallo fra anni '70 e '80, succedeva una cosa assai buffa in Unione Sovietica; quando schiattava il leader del PCUS o accadeva qualche fatto increscioso e imbarazzante, per temporeggiare e preparare l'adeguato comunicato stampa, si trasmetteva musica classica. 

Ho pensato che a differenza di uno stato dove la si ritiene giustamente una pratica oscurantista e censoria, può essere invece una cosa assai simpatica da mettere in pratica nella vita quotidiana del singolo individuo Me: quando accade qualcosa che sfugge alla mia comprensione, trasmetterò come Radio Mosca, musica classica. 


Ma mi limiterò alla parte iniziale del programma. Non ci sarà nessun "comunicato stampa", nessun commento. Solo una buona selezione per queste prime serate invernali, sempre più brevi, uggiose, umide, che riscaldi il cuore, che consoli i bimbi annoiati perché non possono più uscire e giocare fino all'ora di cena, che lenisca il malumore e le inquietudini.

Allora, musica! 

Inizierei la programmazione con Romanza Op.50 in Fa per violino ed orchestra del sempre caro Ludovico Van; per capirsi è la musica che accompagnava lo spot del "Vecchia Romagna" negli anni '80; i miei coetanei ricorderanno sicuramente le atmosfere calde che ruotavano attorno al bicchiere colmo di liquore, "il brandy che crea un'atmosfera". Uno slogan meraviglioso, felicissimo parto della mente del geniale Marcello Marchesi. Quando ancora la pubblicità era un'arte, non un tentativo di scienza esatta.

Gary Oldman in Léon diceva "Adoro questi brevi momenti di quiete prima della tempesta. Mi riportano sempre a Beethoven. Riesci a sentirlo ?! È come... quando poggi l'orecchio sull'erba." 
Questo ci rimanda al secondo pezzo in programma che è la Sonata in re minore op.31 n.2 meglio nota appunto "La Tempesta". Dopo l'abbraccio caloroso della romanza ci vuole qualcosa che scionni, che con i suoi arpeggi ansiosi ci renda vigili, attenti, altrimenti si rischia di assopirsi, di abbandonarsi ai sogni dolci che al risveglio possono lasciare l'amaro in bocca (non il brandy). Ed il sonno della ragione come si sa genera i mostri!

Tuttavia, lo scopo di questa breve selezione, è quello paradossalmente di conciliare il sonno, un sonno ristoratore, che non generi mostri, ma che ritempri e tolga ogni amarezza e malinconia autunnali. 
E perciò come in ogni buon pasto devono essere presenti tutti i colori, i gusti, e i profumi, a questo punto io metterei sul giradischi virtuale il secondo movimento della controversa sonata per piano n.32 op.111 sempre del buon Ludovico Van, che è considerata da molti un pezzo jazz ante-litteram. 
Beethoven la compose che era già sordo ed in avanzatissima età;  i suoi contemporanei non comprendendola considerarono questa composizione la bizzarria di un geniale musicista ormai in disarmo. Si trattava invece di una visione: Beethoven per un attimo nella sua mente piena di musica, deve aver intercettato una trasmissione dal  futuro ed in quel fuggevole momento egli udì distintamente come da una radio, seppur sordo,  la musica che si sarebbe suonata 200 anni dopo.

Del resto è un fatto risaputo che le sordità più gravi e dalle conseguenze più dolorose non sono quelle dovute ai danni dell'orecchio interno,  ma quelle di chi, dotato d'un udito perfetto e perfettamente sano, non vuol sentire. Persino in questa nostra epoca così generosa di mezzi di comunicazione e tecnologie evolute diventa impresa ardua comunicare con questo tipo di "sordi", figuriamoci allora.

Per non farsi travolgere da quest'ondata mortificante di riflessioni amarognole che hanno l'unico discutibile merito di farci sospirare frasi inutili tipo "eh! cosa ci vuoi fare, è così che va il mondo" chiudiamo la programmazione dedicata al grande compositore tedesco con la Sinfonia n°6 "La Pastorale" e idealmente chiudiamo il cerchio aperto con la Romanza op. 50; infatti spesso le due composizioni nei loro temi più famosi e orecchiabili vengono confuse e, come è noto, è facilissimo confondersi, prendere fischi per fiaschi, buttare via bambini con l'acqua sporca etc... (ci sono molti proverbi sul tema evidentemente e sempre di attualità) bisognerebbe perciò sempre essere cauti quando la rabbia ci spingerebbe ad essere inutilmente e tristemente risoluti. 
Potremmo aver sbagliato. Enjoy! 

sabato 6 ottobre 2012






Il mago Gufo con la faccia di David Bowie, sgargiante nel cielo notturno, con un'alabarda scintillante fra gli artigli, scambiata spesso per una Luna sgargiante nel cielo notturno, quelle svenevoli rimpatriate sul ciglio di una strada percorsa da rombanti motociclette, congresso di amanti anziani; tutta di paillette è l'insonnia - brilla, di ogni estraneità si fa manto, ogni singola incomprensione è un diamante.

L'invisibilità che mi avvolge è come un plaid steso sulle gambe ai riccastri sul ponte lido - trans atlantici che con la serietà dei balenieri si radono il mento ispido, la pelle di carta vetrata, gli occhi come secchi di acqua sporca; l'invisibilità è l'ingratitudine di chi ha smesso di viverci e dura fatica a riconoscere d'averci vissuto; gli è di peso, un'uggia la memoria per chi è uso all'oblio - l'invisibilità è l'invidia, è la cattiva coscienza di chi è invisibile, va detto, perché è un picco di lucidità fastidioso come il fischio di un microfono e l'urlo della sirena quando ti passa accanto, un cristallo che esplode al do di petto; un eccesso di nitore che sgrana l'immagine, la secca, la brucia sul fondo del tegame. 

L'invisibilità è la scelta sbagliata del sant'uomo, la ripicca disgustosa del marmocchio cresciuto e malavvezzo, l'unicità del figlio senza fratelli né sorelle, un gatto che si nasconde nell'iperspazio e l'iperspazio era sotto il letto, fra valigie di fotografie e quaderni polverosi - come inganni e miraggi si depositano queste prove a carico del vivente, s'accatastano per lo più inosservate, in disuso nell'urgenza del presente; come animali non dovremmo forse che portarci dietro il nostro corpo? Solo quello, il sacco che ci contiene vivi in ogni istante, che reca i segni di cadute e baci, graffi ed epoche, i peli bianchi, ed il sospetto che scionna dai torpori senili - odiare la giovinezza come si dovrebbe odiare ogni passato e schiattare beffardi, con un ghigno da antibudda inciso sotto al naso spento d'ogni sospir…

Invisibile alla vita adesso, il carcasso s'avvia verso qualche destino di carcassa e relitto, allo smantellamento, decomponendosi non senza grazia, mummificandosi, piano piano, un pezzo alla volta, sparirà - sparirà nel pertuso prima, per allontanarlo dai cuori dei viventi che l'ebbero a cuore; sparirà poi davvero, risucchiato da ogni parte, tirato da mille aghi, bevuto da mille cannucce, morsicato dal mille piccole bocche, assorbito dalle radici, dalla terra grassa, da dubitare che sia mai esistito - ma quest'occultamento interesserà poco all'ecumene - ancor più infame e vana sarà la sorte dei relitti di chi fu pienamente visibile. Diventerà prima leggenda, poi favola e poi favola storta, quindi frammento, atlantide platonica, scaglia di marmo su cui si scorge un tipo sbreccato, sassoscritto consumato dai misteri della fede e dalle mani dei fedeli, ritrattazione, dubbio, infine lapsus, impressione fugace, tic e nulla.

martedì 2 ottobre 2012

La Cura




Volete disintossicarvi definitivamente da Facebook? Vi consiglio la visione di "The Social Network": la deprimente epopea del più giovane miliardario dei giorni nostri si srotola con tutte le icone della sfiga nerd che portano ad un successo planetario, fra intrighi, birrini, stato d'ipnosi davanti al monitor, monologhi interiori in linguaggio macchina, revanscismo nei confronti della donna amata che non ti ha riamato (anche perché oltre che bruttarello eri pure un bello stronzo fatto e finito che dopo un appuntamento la sputtani via blog con una serie di tristi acidate da nerd sulla coppa del reggiseno di costei... almeno nel film) Il film è ambientato quasi sempre in stanze con le finestre chiuse, che sono l'habitat ideale di chi si fa anche 72 ore di fila a scrivere codici con l'immancabile birretta o beverone da litro con cannuccia e merendina velenosa, pizzaccia spugnosa o altre schifezze della cucina povera statunitense. 
Sapere che i nostri dati personali più intimi, la nostre confessioni, i nostri dialoghi, i nostri gusti e i nostri punti deboli sono tutti nelle mani di questo tizio deprimente, oltre che inquietare mi rattrista. Anche per costui vale quello che avevo scritto tempo fa sui geni della nostra epoca: sono quasi tutti dei mentecatti alle soglie dell'autismo, macchine funzionali ed efficienti prive di ogni forma residua di coscienza, di etica (sarebbe chiedere troppo) - la loro componente "umana" è saziata da una provvigione inesauribile di "nerd stuff" come fumetti, giochi di ruolo, videogames e tutto il repertorio di stronzate ideate per chi non ha accesso ad una vita sessuale e affettiva soddisfacente, ma deve mantenere sempre sveglia ed efficiente la megamacchina di cui è il cervello. 
Prima di cancellare definitivamente il mio profilo facebook mi sono fatto mandare indietro tutto quello che avevo scritto, postato, pubblicato... ti arriva tutto, anche se è ovvio che una cancellazione effettiva di ogni traccia è di fatto impossibile, poiché non puoi cancellare le interazioni che hai avuto con altri, e i tuoi dialoghi restano lì nel profilo di quelli con cui hai dialogato.
Ti arrivano anche i file di log dove sono riportati con sconfortante precisione, IP, ora di accesso e di uscita da ogni sessione di Facebook. Questo è il meno: siamo tristemente avvezzi ad essere rintracciabili sempre e ovunque, quasi che nella nostra epoca balzana, si avverasse quella paura infantile per la quale se non si è presenti, forse si è morti o non si è mai esistiti. 
Il multimiliardario nerd, poi ti chiedi, cosa se ne fa dei multimiliardi? La sua vita è la stessa. I barbecue, le birrette, e le ore e ore passate in stanze dalle tapparelle abbassate  a scrivere codici, con qualche bravo squalo in più al proprio fianco che ne spolpa i tranci di cui è incapace di nutrirsi. 
Se avete ancora un profilo facebook vi consiglio di visitare la bacheca del suo fondatore, il signor  Zuckerberg: un'elogio alla piattezza, un canto monocorde di eventi che si accatastano senza gioia né dolore, all'americana "things happen", con quel pragmatismo che non legge e non vuol leggere fra le righe, per cui le cose sono puramente oggettive, senza alcuna valenza ulteriore. Si possono usare come simboli, come esempi, come altro da quel che sono, ma sempre per un fine pratico. 
Tutta la cultura americana di questi ultimi decenni pare impregnata di questa "coolness" - da Bret Easton Ellis a David Foster Wallace - descrizioni desolanti, sardoniche, iperreali di persone, luoghi, azioni che hanno come unico orizzonte una loro monetizzazione o la morte. Un mondo manicheo suddiviso fra chi ce la fa e i losers; un mondo che per come è strutturato si regge proprio sulla gran massa dei losers che vengono ogni giorni illusi di essere dei vincenti, perché non conta essere una stella di prima grandezza, uno può essere un grande anche a fare il rappresentante di viti del sei. 
E così siamo tutti vincenti anche se abbiamo perso tutti. Perché a tutti tocca una pallina di benessere fittizio, tutti diventiamo intenditori di vini industriali, tutti andiamo in ristoranti e locali che devono darci quella sensazione di lusso e privilegio che come la fama warholiana, concessa a piccole porzioni di quarti d'ora, spetta a tutti. E non potendo stare tutti in TV, ed essendo internet sicuramente più "figo" della TV, è stata inventata la droga definitiva. Facebook.
Una droga (apparentemente) innocua: una droga che dà dipendenza come le droghe "fisiche" (quelle che si poggiano sull'assunzione di una sostanza) e come quelle  ogni giorno è necessaria l'assunzione di una dose. Una dose di socialità "forzata": come nel mondo della tossicodipendenza, ognuno si crea il proprio personaggio. Ci sono i cinici e caustici che sferzano e incalzano, i saggi che moderano e concionano, i buffoni, i simpatici per forza, gli ottimisti, gli ipocriti, i ganzi e gli sfigati. Il tutto con quel senso d'impunità che ci da il parlare da dietro una tastiera. In fondo è molto simile al mondo reale, e del mondo reale è una espressione autentica, fedele, quasi un calco. Un' impronta. Perché, oltre che una droga (in quanto crea dipendenza) è uno strumento di marketing anzi LO STRUMENTO di marketing più perfetto che sia mai stato creato, in quanto nessuno ti forza a fornire informazioni su chi sei e cosa ti piace, ma sei tu che glielo dici e dettagliatamente, ogni giorno, ad ogni "mi piace" che dai. Siamo oltre la "privacy" che è un concetto che forse andrà a morire, anche perché un po' ridicolo oggigiorno, e i confini del nostro orticello in un'epoca di così massiva "connessione" sono sempre più labili. 
Dicono che l'unico computer sicuro è un computer spento: in effetti APRIRE LE PORTE  come in un dilemma orientale, comporta delle conseguenze in cui si equivalgono vantaggi e svantaggi, e l'unica componente che garantisce il successo o l'insuccesso della propria azione è il tempo, la scelta del momento giusto. Lo sa bene chi dopo aver preso un virus si arrocca fra proxy e firewall, salvo poi scocciarsi dopo un po' e allentare la guardia perché la navigazione non è più "fluida".
La nostra propensione naturale alla fluidità e all'armonia ci fanno commettere tante sciocchezze. 
Non demonizzo Facebook, ma lo vedo così per quel che è: uno strumento che si fa droga e viceversa, una droga che si fa strumento. La sua natura ambigua lo rende indolore: non creerà forse mai lo sfascio sociale che creano l'eroina, la coca, e le droghe sintetiche. Nessuno vorrà mai prendere troppo sul serio questa tesi anche se c'è chi già in ambiente scientifico lo ritiene una droga: come la TV a suo tempo non fu mai considerata una droga anche se la teledipendenza esiste, così come esistono la dipendenza dal gioco d'azzardo e lo shopping compulsivo. Allora diciamo che ci sono strumenti di per sé innocui che possono scatenare comportamenti potenzialmente dannosi per noi e per chi ci ama. 
Arroccarsi è inutile: dobbiamo però sempre trovare cinque minuti per chiedersi come le cose funzionano, come le usiamo e se le usiamo in modo costruttivo, creativo e soddisfacente. Quando uno strumento ci fa trascurare gli affetti, ci tiene sulla corda in attesa di un responso, ci rende inutilmente aggressivi e ci comincia a mangiare il tempo e la libertà allora forse è il caso di rivedere il nostro rapporto con questo strumento. 
Io da facebook mi sono cancellato: anche perché sinceramente mi stava annoiando. Mi annoiavano i santini (la gente non scrive più, condivide queste figurine con frasi, citazioni etc... è più comodo e non rischi del tuo scrivendo i tuoi sfondoni sgrammaticati) mi annoiava l'esternazione continua di meschinità quotidiane tipo "mi scappa da cagare", "oggi sono incazzato", "vado a comprare il pane", "ora sono a Belgrado"... ma chissene? Forse a Zucchemburgo gliene qualcosa, così se sei al cesso può piazzarti la pubblicità di una carta igienica, se sei incazzato può suggerirti un calmante, se hai fame un fast fuddo, se sei a Belgrado suggerirti un "mi piace" sulla fan page di Kusturica? Ma a me? A noi? A te stesso?
In questo io non vedo apertura e libertà, vedo un'ossessione di esserci per non sentirsi soli. La libertà di un blog è quella di esserci anche quando non c'è e non lo si vuol leggere, la libertà di chi vuole andare a leggerselo. La libertà dal feedback obbligatorio. Poi ti puoi sentire una voce nel deserto, ma non credo che di questo male, facebook sia la cura.

La cura è praticare una lievità nuova che è quella del sapere assentarsi, del non esserci sempre, anche perchè sempre ci siamo, anche oltre la nostra dipartita qualcuno ci ricorderà volentieri se non stiamo sempre lì ad assillarlo con il nostro "profilo". Un'assenza che medichi la memoria nostra e di chi ci è vicino, che ci riabitui a ricordare e desiderare gli altri, anche perchè ci mancano e non perchè c'è un loro feticcio sempre lì a ricordarceli. Un nuovo esercizio di autonomia, di indipendenza e di libertà. 

Nota finale: facebook evidentemente è alla stanca e sta per esaurire la funzione per cui fu progettato. Infatti le sue azioni crollano. Non temete: c'è sempre twitter. E poi c'è Google che sta tirando fuori dal cilindro tanti bei conigli. Non temete, non siamo mai soli e fra una merendina e una birretta i Geni della nostra epoca sfornano sempre nuovi ed inutili passatempi.

sabato 22 settembre 2012

Non avrai altro Zio all'infuori di me




Licheni e muffe che allignano su rocce e sassi ostili, in prossimità di colate laviche o facendo capolino fra i ghiacciai in località avvolte da vapori sulfurei, in islande gravate da crepuscoli semestrali e gelo, in arcipelaghi sperduti nel Pacifico dove ferite mai rimarginate della crosta terrestre ancora gocciolano il loro sangue rovente… 

Tanta caparbia e silente e ostinata vita, di funghi audaci e batteri combattivi, di muschi stoici a chiazze purpuree su taglienti ed appena raffreddate schegge d'abisso, ha mai reclamato un PADRE?

Più un patrigno sarebbe costui, un distratto tutore che abbandona i suoi figli in mezzo a così tanti pericoli, [spoiler] un arzillo e noncurante puttaniere che in giro sparpaglia il suo seme.
Se ci pensiamo bene la biosfera non è così dissimile da que' sassi inospiti; innanzitutto nelle sue proporzioni fra materia "bruta" ed organica: la nostra Terra è infatti un sasso massiccio su cui si stende come una lieve condensa o una bruma destinata a svanire nel pieno sole, un velo impercettibile di gas nel quale si sono sviluppate le più varie forme di vita, senza star a reclamare paternità o sentirsi orfane.

L'unico insoddisfatto guastafeste arriva sul finire della festa che chiamiamo "evoluzione" ed è lui (cioè siamo noi): l'essere umano. Come tutti gli imbucati ai party che arrivano alticci e sguaiati egli genera imbarazzo nelle altre creature, che cercano d'ignorarlo; costui farnetica, come ogni ubbriacone si lagna, piagnucola, rivendica un genitore, un essere perfettissimo di cui lui, in pieno delirio di megalomania, sarebbe il figlio eletto e prodigo - Vedi? - fa agli altri invitati perplessi - in me sono chiari i segni d'una superiore schiatta; la nobiltà del PADRE è in me ravvisabile con certezza, ancorché imperfetto e fallace, poiché, come si sa, fui creato a sua immagine e somiglianza - Ma davvero? - nessuno gli da retta; chi si sofferma per un po' (qualche cane o gatto) lo ascolta con comprensibile disagio ed incredulità. 
La sbornia triste, è noto, fa di questi scherzi; il pazzoide vien lasciato ai suoi vaneggiamenti. Un buon sonno e qualche aspirina faranno il miracolo, si spera…

In questa brama d'affetto e di risposte a domande che, ovunque, in condizioni normali sarebbero prese per quel che sono, ovvero segni inequivocabili d'ossessione, di disturbo mentale, di marasma e disorientamento (chi sono? dove sono? dove andiamo?)  potevamo rivolgere i nostri angosciosi interrogativi ad una figura un tantinello meno impegnativa del PADRE?

In altre parole: dovendo inventarci un DIO per rigovernarcela in qualche modo, potevamo attribuirgli almeno (Disney insegna) un grado di parentela un po' meno invasivo? Se dio fosse stato ZIO anziché padre, le cose sarebbero state, seppur deliranti, un po' più sopportabili.

In primis saremmo stati nipoti e non figli; questo già avrebbe comportato un sensibile alleggerimento di responsabilità e dei vantaggi non di poco conto: lo zio è  generalmente quello che fa i regali, che vien solo per le feste e quando viene è gioviale e generoso, non viene certo per rimproverare e additare; questo avrebbe dato tutto un altro taglio alla storia: avremmo imparato, in un mese piovoso e lugubre, ad apprezzare l'unico giorno di sole come un dono anziché pensare " che sfiga! solo oggi è bel tempo, ed è pure lunedì!" 
Lo zio, donando e basta e facendosi i fatti suoi per il resto del tempo, oppure intervenendo solo di tanto in tanto per dare una mano, non sarebbe stato mai oggetto di contumelie e moccoli; vista la collateralità della sua parentela sicuramente non lo si sarebbe potuto imputare di averci dato i natali sotto una stella malevola. 

Uno zio, si presume materno, poiché fratello di questa "Madre Terra" da cui germinammo; uno zio che di tale germinazione fu testimonio e sostegno morale, che ne gioì, portando regali alla sorella, generi di conforto e calore, ma che in tale processo non ebbe mai a partecipare ( a meno che non s'adombri il sospetto sconcertante d'un cosmico incesto…)

Secundis: anche il rapporto fra noi esseri umani sarebbe stato diverso. Non più fratelli e sorelle, ma cugini e cugine, avremmo sofferto assai meno i tradimenti e gli intrighi che la pesante consanguineità della fratellanza rende odiosi. 
Forti d'una solida ma lieta CUGINANZA, avremmo giudicato con maggior clemenza gli scivoloni e le cantonate, ed anche noi stessi, in tale ordine di cose, saremmo stati tollerati con benevolenza dall'ecumene.

Questa tesi Disneyana della Creazione, fatta di zii, nipoti, cugini (o anche fratelli, a patto che essi si configurino in rigide strutture omozigote e trigemini, al limite della clonazione e come in Qui Quo Qua condividano un'unica "anima") lascia scoperte alcune questioni, che (è vero) poco fa abbiamo indicato come segni di malattia mentale; ma mi si permetta una breve ritrattazione in corsa. Stabilito che ci sono una Madre ed uno Zio, possiamo adesso affrontare dette questioni a cuor leggero e chiederci serenamente: questo padre, questo ente fuggevole che feconda e scompare, chi potrebbe mai essere dunque? 
Un vagabondo belloccio che seduce ed abbandona una pianeta femmina azzurra e rotonda come la Terra; due o tre miliardi di anni fa doveva proprio essere un bel bocconcino (è ancora una signora molto sexy…) come rimproverarlo?
La seduce e la ingravida e poi scompare, un po' come certi padri sudamericani. In ogni caso costui, come noi, è un "semino nel vento"; non puoi nemmeno avercela con lui; è fatto così. Persino la Terra che dovrebbe essere quella più incollerita, in fondo prova ancora tenerezza per questo amante formidabile e un po' egoista ma bonaccione; e lo ricorda con la dolcezza che le donne riservano spesso ai mascalzoni un po' imbranati, che sembrano tanto dei bambini.

Come potrebbe uno così, anche volendo, assumersi quel ruolo di PADRE - PADRONE dell'universo che i monoteisti* gli vogliono affibbiare? Cosa volete che gli importi a questo vagabondo del dharma! Cosa gli può fregare a questo hippie fascinoso che scappa nel cuore della notte in cerca d'altre avventure, a uno così, di educare, infliggere, condannare, perdonare… lui se ne impippa. 

È più sul tipo "vivi e lascia vivere".
Accontentiamoci di questa mamma verde e azzurra che ci ha "tenuti" come una coraggiosa ragazza madre e ci ha accolto con tanto amore e senza farsi troppe domande; e se ogni tanto la vita ci riserva un dono, potrebbe essere il caro zio che si fa vivo.
E il babbo?
Beh… chi può saperlo dov'è ora a far danno. I Re Magi seguirono la scia di una cometa e c'è chi sostiene che il primo mattoncino di vita organica provenga proprio da lì, da quei vagabondi cosmici che si chiamano comete.




*fra i più ubriachi al party, il problema è che poi gli prende molesta e scatenano le loro guerre di religione. 

venerdì 7 settembre 2012

Tuenti-Tuelv





Nella tormentata pausa pranzo dopo l'unica cosa guardabile rimasta in TV (futurama) mi sono avventurato per quella selva oscura di canali che è comparsa dopo l'avvento del digitale terrestre, e che rappresenta, a detta di chi ci ha speculato, il nuovo traguardo raggiunto della nostra libertà di scelta.

A parte i soliti due o trecento canali di televendite di prodotti dimagranti, Abbì rocchet,  la spaventosa bigiotteria gabellata per preziosi e l'immancabile mola per calli e duroni (la gioia di ogni podologo) devo ammettere che oltre a qualche apprezzabile canaluccio su cui passano qualche buon vecchio film, irreperibile in DVD e impossibile da trovare dopo la morte di megavideo, ci sono alcune epifanie gustose.

(A proposito, grazie iTunes Store per la tua videoteca sguarnita e squallida tipo blockbuster fallimentare, dove poter guardare solo rutti americani a cifre esorbitanti). 

Ecco oggi mi sono sorbito come un brodino di dado, il formidabile Class TV, che a dispetto del nome, che lo vorrebbe canale snobboso dedito ad incensare la vita e l'opere dei grandi menagerz, capitani d'industria e tagliagole simili, propone invece un ricco ventaglio di documentari statunitensi di grande attualità; non per nulla oggi trasmettevano un'opera di indiscusso interesse scientifico: "2012 - startling new secrets" ovvero i nuovi sorprendenti segreti sul 2012. Ah! Dimenticatevi gli intorcinamenti del povero voyager Giacobbo (il geometra del mistero) per potersi fare i viaggi in paesi dove la prostituzione è legale a spese degli abbonati Rai; qui stiamo parlando del top dei top con una trattazione esaustiva ai limiti della pedanteria di ogni (posso dirlo?) CAZZATA congegnata oltreoceano per estorcere denaro ai beoti della Nuova Era. 

Teorie davvero sorprendenti come: l'iperdimensione, ovvero il campo tetraedrico di energia che svilupperebbero i corpi celesti di grandi dimensioni dotati di nucleo ferroso e che alla lunga creerebbe una torsione controbilanciabile solo con un cataclisma di proporzioni bibliche. Ah! Fantastico! E la cosa bella è che non ci sarebbe nulla da fare: gli oceani verrebbero spazzati da tsunami con onde di 9000 metri, le terre emerse squassate dai terremoti, le montagne si sgretolerebbero come di sabbia. Il sostenitore di questa tesi entusiasmante (di cui ho rimosso il nome così da evitargli indicizzazione) è un bovaro del texas con tanto di cravattino d'argento e cappellone che sgambetta sulle piramidi messicane e guatemalteche con un portatile a cui ha collegato un marchingegno che proverebbe sicuramente la sua teoria. Ci chiediamo tutti ansiosamente: quale mirabile, prodigioso ritrovato della tecnologia moderna è capace di ciò? Non sbellicatevi: un orologio Bulova degli anni '80. Si. Il suo sensibile diapason interno registrerebbe le variazioni energetiche che chiaramente si possono rilevare solo nei vertici del grande tetraedro, ovviamente corrispondenti ai soliti luoghi su cui i Pionieri della Nuova Era hanno eretto i loro castelli di minchiate cosmiche: in Guatemala* sulla sommità delle piramidi di Tikal, in Messico a Teotihuacán, a Giza in Egitto etc…

 La zuppa di pseudoscienze per l'abbiocco postprandiale non finisce qui: un altro squinternato, chiaramente americano, trotterella invece per l'Egitto scassando i cosiddetti alle autorità archeologiche di quel paese (che già devono sorbirsi Giacobbo) per scavare in un sabbione, sotto il quale, egli sostiene, sarebbe conservato nel Labirinto di Meride, il Tempio della Rivelazione con (ahahha!!!!) le istruzioni lasciateci dagli antichi per salvarci dalla fine del mondo. Si, è così! Cosa ridete? Sta per finire il mondo? No problem, vai nel deserto a cercare le istruzioni, così come cerchi nel ripostiglio le istruzioni del robot da cucina o del tosaerba. Al suo fianco un sedicente ingegnere egiziano che con una specie di radar che sembra più una lucidatrice industriale (tipo rotowash) scansiona il sabbione alla ricerca di tracce di mura e vani del tempio. Per pepare un po' la trama (nel frattempo mi sarò addormentato almeno 10 volte dall'inizio di questa sbobba) ogni tanto fanno: "ehi! ma qui c'è qualcosa! sicuramente! è un muro...ma potrebbe anche essere un'interferenza dell'acqua" (di cui come sappiamo il deserto egiziano abbonda). 

Poi c'è un altro sciroccato che teorizza invece un'eruzione solare che avrà 2 pregi, ovvero disintegrare il campo elettromagnetico della Terra, cuocendoci tutti come in un microonde, e al contempo invertire il senso della rotazione del nostro povero mondo. Ma questa la sapevamo: così come quella dell'inversione dei poli (la meno bislacca se vogliamo di tutte queste teorie fantasiose) e le altre favole scientifiche che hanno il raro pregio di risollevare le sorti economiche di tante case editrici mal in arnese, e rimpinguare i portafogli di scienziati e ricercatori allontanati  (saggiamente direi) dalle università e dai laboratori "seri". 

Chiediamoci adesso: questi poveri pazzi che credono così disperatamente nella fine del mondo, dove andranno a nascondersi il 22 dicembre 2012 quando l'unica cosa devastata da un cataclisma sarà loro credibilità e con i loro volumi potrete tranquillamente puntellarci un mobile?
Forse si andranno a nascondere sottoterra con questi altri di cui vengo a esporvi le mortificanti gesta: il "documentario" si conclude con gli utenti finali delle minchiate finora qui esposte; più che utenti finali parlerei di vittime di un bombardamento mediatico senza precedenti; lobotomizzati da shock post-traumatico da overdose televisiva. Altroché la tremenda burla di Orson Welles! Qui siamo davvero nel regno della demenza assoluta.
Questi poveri infelici hanno formato un gruppo con tanto di loro forum in internet, che si è riunito per comprare un vecchio silos abbandonato per missili atomici in Kansas e li costruire il loro rifugio per quando la Terra verrà devastata dalle eruzioni solari (loro credono in questa teoria, ma convinti...non che temono questa eventualità, no. La danno per certa!).

Vi lascio immaginare le facce di questi derelitti: sapete quegli americanotti di provincia con le guance rubizze, sempre un po' paonazzi, col camicione di flanella a quadri o la tuta di jeans, piazzati ma tutti sovrappeso, con gli occhi iniettati di autentica e inguaribile ottusità? Quelli che mandano orgogliosi i loro figli altrettanto grossi e stupidi a crepare in Iraq; che si mettono i cappucci bianchi e incendiano le croci vicino ai quartieri degli afroamericani (e non solo quelle); che tengono in casa un'arsenale di armi spropositato e s'ingozzano di mais transgenico e costolette OGM?  
…e questi dovrebbero essere i sopravvissuti? - Mamma mia! Non credo che il caro Rob Zombie quando s'inventò il truce capitan Spaulding, il clown sanguinario e la sua famiglia di squilibrati, abbia dovuto fare gran sforzo d'immaginazione tenendo conto di tali "risorse umane" così a portata di mano. 

Un ultima parola sulla struttura di questa gemma di raro fulgore dell'infotainment contemporaneo: montato come un frattale, in ogni sua parte si deve immediatamente riscontrare il tutto, come anticipazione di ciò che vedremo e riassunto di ciò che è stato mostrato, così che nella sua studiata frammentarietà, per accogliere infiniti spot pubblicitari, chiunque possa restare intrappolato e iniziare a vederselo come appena iniziato anche a cinque minuti dalla fine. Il risultato è un'immane pappardella ripetitiva, dove i contenuti miseri che avrebbero occupato una mezz'oretta al massimo, vengono dilatati e allungati allo spasimo: infatti questa sbobba credo duri 2 o 3 ore. Per riempire il pomeriggio di ogni obeso americano (e non) abbandonato in un cubicolo, abbandonato dalla moglie, dai figli e infine infilato in un retirement castle. Ecco il sogno americano dispiegarsi in tutta la sua sterminata miseria: creare un pianeta di individui soli, malati e obesi, di schiavi tristi a cui riempire le giornate con questa merda. Costoro hanno in mano il mondo, credo che questa sia già un'apocalisse più che sufficiente.
Tuenti-tuelv (lo chiamano venti-dodici, loro...) 


* grazie a Clelita Namastè per la precisazione. Io avevo fatto tutto un cionco e collocato in Messico. 

Nota: ho aggiunto alcuni riferimenti alle teorie qui esposte. Ma se avete da spendere due lire in un libro compratevi un romanzo del buon Fëdor Dostoevskji che fate meglio e ne avrete più soddisfazione.








lunedì 23 luglio 2012

A Ritroso




Huysmans nel suo celebre "A Ritroso" descrive un meccanismo implacabile che oggi vediamo applicato su scala industriale e con finalità tutt'altro che eversive: il protagonista, l'esteta Des Esseintes a un certo punto conduce in un elegantissimo bordello parigino un ragazzo di strada per fargli provare tutti i piacere più raffinati:

“Allora non sei tu che consumi, stasera” disse a Des Esseintes Madama Laura. E vedendo il minorenne sparire rapito dalla bella Ebrea:
“Dov'hai pescato quel marmocchio?”
“Per via, mia cara.”
La vecchia lo guardò: “Pure non hai l'aria d'aver bevuto” mormorò. Ci ripensò sopra e aggiunse con un sorriso materno: “Ci sono. Ah, porco! Ti ci vuole l'erba tenera per te!”
Des Esseintes alzò le spalle:
“Non ci sei; oh, non ci sei proprio! Il vero è semplicemente che m'industrio a fare di questo ragazzo un assassino. Segui il filo del mio ragionamento. Il marmocchio non ha ancora visto donne ed è nell'età che il sangue bolle. Potrebbe come ogni altro correr dietro alle ragazzine del suo rione, restare onesto pur divertendosi; avere insomma come ogni altro la porzioncina di monotona felicità riservata ai poveri. Conducendolo qui in mezzo a un lusso di cui non aveva neppure il sospetto e che gli si imprimerà per forza nella mente; offrendogli ogni quindicina una bazza come questa, prenderà l'abitudine a questi svaghi senza avere il modo di pagarseli. Mettiamo a farla lunga ci vogliano tre mesi perché non possa più farne a meno - che si sazi non c'è rischio, a stecchetto come lo tengo. - Ebbene: in capo ai tre mesi, io serro i cordoni della borsa; ed allora lui ruberà pur di mettere casa qui; non ci sarà mala azione da cui arretri, pur di sdraiarsi su questo divano, sotto la luce di questo gaz!
E se tutto va bene, chi sa che non faccia la pelle, a chi capitasse a sproposito mentre è dietro a scassinargli il tiretto. Allora il mio scopo sarà raggiunto: avrò fatto del mio meglio per mettere in circolazione un mariolo in più, per dare un nemico di più a questa società che ci scoccia.”

Dicevo, con finalità contrarie a quelle dell'esteta Des Essentes, che aspira a creare nemici di una società che lo annoia, è la società stessa ( o la parte che in essa è votata al profitto ad ogni costo) che abitua noi come quel marmocchio di strada a svaghi e piaceri artificiosi, con un inganno abilissimo: ovvero mostrando la dipendenza come libertà, identificando con una faccia tosta senza limiti le sigarette, l'alcool e infine le droghe con la ribellione, quando invece queste sono esattamente l'opposto, strumenti di dipendenza, scientemente usati nel corso della storia umana per indottrinare, inquisire, fiaccare rivoluzioni culturali (si pensi al ruolo dell'eroina nella devastazione di movimenti hippies e rivoluzionari fra gli anni 60 e 70), distruggere popoli (si pensi all'introduzione dell'alcool presso aborigeni australiani e nativi americani).

Impressionante la lucidità con cui Huysmans più di un secolo fa descrive i meccanismi che ancora oggi sono applicati sui giovani per indurli prima ad una identificazione \ fascinazione per un determinato gruppo \ tribù fittizi legati ad un certo marketing musica \ moda - fashion is fascism, you know… - (hip hop, techno, goa, house, rock, punk, emo, metal etc…) per poi consolidare l'immagine fittizia associandola al consumo di determinate sostanze che danno l'imprimatur di appartenenza (il "vero" fricchettone e il "vero" rasta si fumano le canne, il "vero" technuso si bomba di metamfetamina, il "vero" goano si mangia i cartoni etc… quelli che hanno quello "stile" ma non fanno uso delle prescritte medicine, sono quantomeno dei wannabe da guardare con compassione quando non con sospetto - quello deve essere uno sbirro in borghese - ) fino ad arrivare ad una tale dipendenza da sostanze che così sono inscindibilmente legate alla convivialità, al gruppo di amici, agli affetti e persino all'amore, da rendere ardua quando non totalmente impossibile una via di uscita. O meglio si, se ne esce, ma a prezzo di perdere tutto: amici, credibilità, reputazione. E comunque con costi sociali altissimi.

Senza arrivare a scomodare san patrignano e i vari business di recupero giovani, questo meccanismo è lo stesso che opera per le sigarette o per l'alcool. Esistono oltre all'affettività tutta una serie di meccanismi accessori per far apparire le più ottuse dipendenze, sofisticati piaceri della vita: il più subdolo fra questi è quello dell'intenditore. L'alcolizzato che vorrà mantenere una qualche rispettabilità sociale troverà alibi nel dichiararsi un moderato consumatore perchè intenditore di vini e altre bevande alcoliche, delle quali saprà decantare, dopo aver seguito l'opportuno e costoso corso per sommelier magari con rilascio di attestato, le proprietà organolettiche, gli aromi, e tutto il repertorio di minchiate che industrialmente sono aggiunte alla brodaglia d'uva fermentata e imbottigliata figa.

Generalmente questi poveri fessi resteranno totalmente disorientati all'assaggio di un vino del contadino, o "biologico"  che sa solo e semplicemente di vino. Spesso lo troveranno disgustoso o insignificante o poco alcolico, perché mancherà loro tutta la serie di aromi studiati dagli enologi del marketing. 

Lo stesso meccanismo si applica anche alla droga, ed ecco comparire gli intenditori di fumo, che sanno valutare da profumo, consistenza, umidità etc… la provenienza, la freschezza, la qualità del prodotto e persino, in maniera del tutto aleatoria, i quantitativi di principio attivo da dati sensoriali sicuramente ingannevoli ma accettati convenzionalmente per buoni. Ecco gli intenditori di cocaina che all'assaggio sanno valutarne la purezza, la qualità, il taglio, che sanno quanto e come scaldare il piatto per la sua lavorazione prima dell'assunzione. Tutti rituali assolutamente vuoti e artificiosi come quando negli anni '80 era quasi un reato accendere un chillom con l'accendino a gas e uno doveva aver sempre dietro gli svedesi o meglio ancora cercare un legnetto per l'appizzo. Tutte cazzate che cambiano con la moda ed i gusti e le necessità del momento. 

Detto questo non starei nemmeno a scomodare questioni d'ordine morale che per altro sono parimenti responsabili della devastazione della vita di molti, perché attraverso l'imposizione e la paura hanno trasformato la salute e la cura di sé in atti di privazione e penitenze, togliendogli ogni attrattiva e depistandone le potenzialità psichedeliche (psichedelia intesa nel suo senso originale di espansione della coscienza): questo almeno nella nostra bella teocrazia cattolica dove la cura di se stessi è diventata il rifugio dai peccati, la fuga dalle tentazioni del "maligno", perdendo ogni connotazione vitale, infantile, creativa (e quindi potenzialmente sovversiva) - diventando invece distanza, irrigidimento, ottusità, chiusura. 

E a parte la morale cattolica, io trovo assolutamente IMMORALE finanziare per mio piacere o per colmare un deficit di serotonina, prodotti che comportano l'esercizio della violenza e della crudeltà su altri esseri viventi, umani ed animali. Come si fa a dirsi alternativi e a sentirsi tali se fumando o assumendo sostanze illegali si vanno a finanziare la MAFIA e le organizzazioni criminali che vivono e prosperano nella prepotenza, sfruttando in modo violento persone e territori, per le quali la droga è il CORE BUSINESS?  (tutta la droga anche quella "leggera") Cosa mi ci rappresentano questi alternativi da ballo e cannone alle manifestazioni contro la Mafia? Alle commemorazioni di Impastatato, o di Falcone e Borsellino? O sono tutti coltivatori diretti? Forse se non vivessimo in una teocrazia cattolica burocratizzata, borbonica e corrotta avremmo da tempo liberalizzato e quindi tolto dalle mani della criminalità organizzata, le sostanze. Vero è che siamo del tutto incapaci di trovargli una collocazione nelle nostra società al di fuori dell'uso mirato alla distruzione (di sovversivi, emarginati, eccessivi, diversi, devianti etc..) così come siamo incapaci di collocare qualsiasi comportamento non conforme. Cose queste che riescono bene solo a quelli che fino a pochi anni fa venivano definiti "primitivi" - è universalmente noto che fra gli indiani d'America i "matti" avevano ruolo di "persone sacre" di cui tutta la comunità si faceva carico, ma non come un peso, bensì come un dono! - e sempre fra gli stessi i riti del peyote a cadenza regolare, canalizzavano nella comunità tutta un'esperienza altrimenti devastante, trasformandola in un occasione di contatto con gli antenati, di visione del futuro, in un'esperienza di reinterpretazione e rivelazione della realtà. Altro che sballo e fuga della realtà! Perché fuggire da qualcosa di bello? Per questa gente la vita era forse dura, scomoda, rischiosa ma non certo qualcosa da cui sfuggire!  


E allora? Scomoderei solo l'economia spicciola della vita quotidiana e valuterei molto alla buona se il gioco valga la candela, quando la libertà da ogni dipendenza, è libertà dalla schiavitù da abitudini deleterie, costose, artificiose, inutili che alla lunga perdono la loro aura magica e misteriosa per diventare il leit motiv di una quotidianità penosa, fatta di risvegli drammatici in preda all'astinenza, di sogni più simili all'anestesia totale che ai voli pindarici dell'immaginazione, dal momento che la prima a morire è proprio l'immaginazione, che illudendoci di foraggiare abbiamo invece avvelenato e reso sterile. 

L'unico modo concepibile di consumare stupefacenti è coltivarseli, oppure se si conoscono le proprietà di talune erbe, bacche, radici o funghi, raccoglierli e prepararli a proprio uso e consumo, e soprattutto NON LUCRARCI!  Perché in molti, nonostante si travestano da colorati fricchettoni o si riempiano di piercing e tatuaggi minacciosi, sono solamente dei business-men, come quelli col cravattone, altrettanto avidi e nocivi per la società. Individui gretti che alimentano il meccanismo dei falsi bisogni, quelli indotti che vengono fatti credere indispensabili come bere, mangiare, dormire e sognare e rinnovano Il falso mito del Ribelle, un mito astuto costruito a tavolino agli albori del Cinema, quando si gettavano le basi del condizionamento di massa e del culto della personalità. Un mito volto proprio a coinvolgere quei "bastian contrari" da sempre riottosi all'uniformarsi, creando contemporaneamente una dipendenza e una carenza da colmare. La malavita organizzata ha prosperato su questo da sempre, pilotando ad arte abbondanze e carestie. Il divieto inoltre imposto dalle leggi borghesi di colmare quella carenza, viene vissuto come mancanza di libertà. Perciò se tu fai di tutto per soddisfarla, diventi automaticamente un ribelle e un paladino della libertà. Un BIG JIM Morrison. Anche se non scrivi liriche fulminanti… 

Mentre l'unica libertà è semplicemente non avere dipendenze. 

Nel frattempo è morto un altro amico mio, e siamo a cinque nell'arco di pochi anni: altri ancora se la sono vista brutta fra galera, incidenti, malattie fisiche e mentali. E chi si è salvato? Solo pochissimi si sono, come si suol dire, "rifatti una vita": sono fortunati, volenterosi, persone brillanti, illuminati, spesso la combinazione di tutte queste cose. Gli altri sono nella "risacca". Fantasmi, tossicodipendenti, alcolizzati che non sanno di esserlo, cocainomani che pensano di essere molto ganzi, dinamici e creativi: a loro pensava Romero quando creò lo "zombi" - estremo esempio di un esistenza ad orologeria spesa in code in macchina e centri commerciali, o qualsiasi altro luogo d'intruppamento, rincorrendo un benessere artificiale, dominati dalla compulsività a consumare e consumarsi. Scampati, non-vivi più che non-morti, mantenuti in vita fra ricadute, SERT, metadone e comunità di recupero. Vi sembra una vita sgargiante? Il mito di trainspotting? Un colossale inganno e la posta in palio è la Morte oppure una routine parimenti angosciante di quella della schiavitù del lavoro (del "travaglio") - un oceano di dolore sulla cui battigia rotolano gli scarti di un sogno oppiaceo chiedendo macchinalmente con voce monocorde "ce l'hai un euro per la miscela?". Gli scarti dei paradisi artificiali, gli esoscheletri abbandonati di cicale spente dall'inverno nucleare. Che grandissima presa di culo.

giovedì 19 luglio 2012

Alla guerra, alla storia, alla gloria.


Cruda 
e insapore
macellazione
di marionette
quiete metallica
di reti stese
e pietre 
perplesse
nell'unica espressione
concessa loro
come Clint senza il cappello
da quando restaron
di sasso, calma
e gesso, futuro con scasso
agile incerto,
manomesso e mai aperto
regalo scondito di
agitatori d'ali
di pipistrello,
di forconi, di cannucce
e manganello, di gladi 
e gladioli, di ricami
ridicoli, di sponde
e saliscendi,
di anse e trasalimenti,
di nuovo dotato
di antenne cromate
e telescopiche come
la radio del nonno - 
di nuovo attraversato e 
a tratti sorpreso
dalle inquietudini 
zuccherine
che gonfiano le formiche balia.
Voglio essere stato.
Qualcosa, non tutto.
Non come ripara 
lo sventurato
sorpreso da 
un nubifragio, non
specchio né domanda
letta a rovescio -
Non permanere dell'aria
né grottesca incisione
sulla corteccia
cerebrale dell'albero 
della vita interdetta
e sgraziata moltitudine
di io inevasi,
proroghe d'esistenza
sulla superficie spiegazzata
dei cieli
al numero inesatto
al nume decaduto
alle pietre che
piangono, alla 
Luna invasata
che frettolosa attraversa
la notte di burro
come una lama calda e bianca
alle sorgenti di ogni 
tramonto su cui
stendi lamine d'oro
alle bende e i balsami
che conservano faraoni
eviscerati, ai gatti
che vigilano i sepolcri
ed ai gufi che ti
guardano negli occhi
quando la disperazione si
impasta all'estasi
e scopando nei tempi
e modi del calore
restano attaccate
ai getti di seme
che disegnano ideogrammi
indecifrabili sul tuo
ventre - alle ore ed i
minuti ed i secondi
fino alle frazioni
impercettibili che
fanno sembrare il tempo
immobile - al 
calore ed all'estrazione del dolore, come
diamanti da una terra rossa di
schiavi e derelitti
una terra grassa e
spietata su cui nessuna
bandiera sventola
dove nessuno è capace di carezze
dove la pace è una
faccia inespressiva e
il silenzio che gonfia
le sue labbra 
serrate. 

"Alla guerra, alla storia, alla gloria"