martedì 10 aprile 2012

Tour Toise


frammento II
Tour Toise
Le luci del cruscotto come la brace che brilla nel camino o durante il cammino, sotto i piedi a ricordarci che razza di santoni siamo stati ed ora, tediati, pigri e violenti o nolenti dov'è facile violare, siamo colti da questa illuminazione, anzi, per essere precisi, retro-illuminazione, quella degli strumenti sul cruscotto; il sonno effimero dei deportati - il torpore ansioso a cui cediamo e dal quale di colpo veniamo sottratti, quando un camion davanti a noi procede a ying -yang - nell'incedere l'incertezza, gigantesco responso dell'i-ching con rimorchio e milleruote che s'arrampica sulla corteccia del tronco autostradale sfiorando il New jersey, cementando così l'amicizia che stormiva nella siepe di oleandri velenosi e rosa - "Adesso è buio anche sull'autostrada del Sole" - pensava Coccoino - l'autostrage del Sole arriva fino al new jersey e la sua colonna vertebrale di verdi siepi smarrite, lì cede il passo a quegli inquietanti blocchi di cemento - l'autostrage del Sole è per i deportati che la notte corrono volontariamente ai loro campi di concentramento preferiti dove, danzando, si beve a piccole dosi la morte del tempo libero, quel tempo che non sappiamo impiegare nè spiegare.
Figuriamoci a Coccoino - che salta di palo in frasca, inizia cento discorsi senza finirne uno e, normalmente smette di ascoltarti quando ciò che dici supera i 160 caratteri standard di un SMS - era diventato così farfallone da quando lavorava alla Volaphone, o l'avevano assunto alla Colaphone per quel suo carattere così effervescente? Certo a vederlo adesso così sgassato, le sue parole avevano un retrogusto metallico come la ferrarille che c'assurpassava da destra a qualche miliardo di chilometri l'ora - macchia rossa impressa nella retina di Giove, un pianeta di gas di scarico, il più grande, verissimo, ma solo gas - che pallone gonfiato! Comprala più piccina, imbecille! Ma ti dico io! da destra... a quella velocità!... Generalmente lo si suggerisce a chi ha una macchina troppo grossa e non sa trarne nulla nè in termini prestazionali, nè di privilegio sociale (facile acchiappo di femmine umane, simpatia nel proprio entourage, credibiltà, rispetto, autorevolezza) - ma anche nel caso opposto (l'atteggiamento sborrone, lo sfoggio superfluo di mandrie di cavalli vapore, le generose spalmate di gomma in partenza che gli valsero il titolo di takaia) si poteva adoperare tali epiteti denunciando forse più che l'invidia, un certo senso d'impotenza e d'inadeguatezza da mascherare con la pseudosaggezza che trasuda da quel dire - come se tu, avendo già guidato una ferrari ormai sapessi e potessi permetterti di salire in cattedra dall'alto dei tuoi 80 chilometri amari di velocità di crociera - e non vi parlo di piroscafi festaioli sguinzagliati in un qualsiasi Caraibo o di panfili titanici con la stiva stipata di puttane...no...crociera di crociati è questa - di armate brancaleone, di soldati di Cristo, non tanto per professione di fede quanto per analogia nei trasporti - falegnami intenti a piallare la propria croce di abeto che ancor prima di indossarla già ci regala schegge sotto le unghie.
Vero è che si parte per viaggiare e così ce la cantiamo, perchè irrequieti ovunque si vada, la nostra faccia rimane simile al culo e mal si adatta se non alla precarietà. Vero è che da una certa distanza ci possono anche amare, finchè avvicinandosi non sentono quel nostro odore di sudore malsudato - sudore di paralitici, sudore d'ammalati, sudore di fannulloni; imbonitori che non ti fanno vincere un prosciutto a tappini, nè improvvisano lotterie o tiri al bersaglio con la carabina a piumini, anche se con quello abbiamo in comune il destino di paperi in cartone che scorrono sul nastro, anch'essi irrequieti nell'attesa di un pio cacciatore - anche noi si scorre per tornare al solito punto.
E a capo. E solo dopo, una volta ripartiti si rinasce, nello scorrere, nella suspence del colpo imprevisto, in qualche maniera atteso - le aspettative ci fregano, ci accendono, consumando il nostro ultimo cerino, Tirava vento.
A casa troveremo molti accendini certo, ma solo lì...non adesso. Non ora che ne ho bisogno! - non so se è una bizza o una giusta rivendicazione alla propria jella - una jella artigianale intagliata a mano sulla carne nutrita agli autogrill, educata alla scuola dei sogni e delle chiacchiere...e portata a spasso ogni notte come una fidanzata, quelle forme d'amore sintetico, cristallizzato, la completa sostituzione d'organi vitali con organi artificiali operata meticolosamente giorno per giorno - carica in macchina la tua metà oscura, il tuo profilo peggiore, la tua debolezza e scorri con lei, nel guscio di metallo, le numerose diapositive del parabrezza, così tante che l'immagine da fissa inizia ad animarsi, 25 al secondo, l'illusione del movimento. Accendi la radio adesso, metti la cassetta giusta ed il film di questa sera abbia inizio -sembra di viaggiare, sembra...
L'acuto androide che ti siede accanto ti da ragione, ti asseconda, ha imparato la tua lingua, ti conosce e tu ti fidi - cos'altro puoi fare? Puoi solo fidarti di chi ti legge nel pensiero; sindrome di Stoccolma - esiste ancora nella tua vita la comoda ambiguità dell'amicizia? Quell'amicizia virile e grossolana, un po' falsa e sfigata ma ariosa, pericolosa e sincera finchè non varchi certi limiti, finchè non esci dalla società e ti avventuri nel tuo privatissimo inferno - inspiegabile perchè viola le indiscutibili leggi di causa ed effetto che regolano la convivenza civile. Ma ora che l'incubo di una controparte malata da scarrozzarsi dietro è finito, perchè cercarne un'altra? Per sesso? Per amore? Il primo può funzionare sul breve termine, il secondo è già stato provato - collaudato - vissuto; rifarlo adesso verrebbe meccanico, eppure io provo qualcosa, ma è qualcosa di così corrotto e lacerato che non lo si può far passare per nuovo ed in ogni caso la Sorellanza se ne accorge subito - esse hanno qualche canale di comunicazione privilegiato e occulto, così come i maschi umani hanno i loro infantili trastulli intestinali, calcio, scoregge, alcool, cazzo - il ruolo triste del fecondatore, un essere senza basi biologiche per il proprio affetto, uno sradicato, un seme nel vento che può cadere sulla terra fertile come perdersi ed in ogni caso, nulla resterebbe di lui.
è indifferente l'abbraccio, indifferente in questo guscio di metallo fermo al lato della strada, perchè questa bellezza, perchè queste parole, questo amore nervoso, questi sguardi, non sono necessari - nulla più c'importa - i bambini fanno i capricci all'autogrill, lottano per un giocattolo che fra due giorni verrà loro a noia - li ascoltiamo infastiditi, inutilmente abbracciati: quell'abbraccio non farà cessare le bizze, non farà tenerezza alla cassiera che con ostinata gentilezza ci chiederà cosa vogliamo - un caffè d'orzo e un cappuccino, per ammorbidire la gola secca esausta di chiacchiere e sigarette, così da poterne fumare subito un'altra, chiacchierando oziosamente sulla via del ritorno, ed è quasi l'alba. Non ci baceremo, non ci stenderemo nello stesso letto, non ci toccheremo, non avremo nulla di preciso da fare domani se non fotocopiare oggi e correggere a penna la data a margine. Abbiamo attraversato momenti di gloria gratuiti e siamo stati investiti dalla Marta, perdendo momentaneamente alcune facoltà motorie e, definitivamente, l'amor fanciullo. Abbandonato all'autogrill a fare le bizze per un gioco nuovo - poi abbiamo coscienziosamente allungato il brodino della convalescenza, ma siamo fuggiti zoppicando verso un nuovo miraggio ancor più vano e insipido del precedente...ed ora questo inutile abbraccio sulla via di casa. Finalmente il cuore si placa e la mano, abbandonati i corpi inaccessibili, agguanta e stringe il mio cazzo, appoggiati alla macchina, al lato della strada. Improvvisamente, come una sorpresa calcolata e prevista, come un fulmine a ciel se Nero - un fulmine a cielo aperto, mentre tu, compassionevole, mi mostri il tuo bel corpo, oppure mi stupri e ce ne andiamo senza salutarci...la mano morta: pizzicava culetti americani ai concerti della Giovanna Intossicata, favorita dalla ressa e la notte strizzava il tubo di maionese...anche il mio...perchè la mia mano era morta e non mi apparteneva più. Coccoino era invecchiato al telefono e riappendendo era morto. Trovammo rifugio in un locale, risposi al telefono: "...che sta succedendo? Ma lo vedi? lo vedi? Fuori ci sarà un milione di gradi! La strada è rossa e sta fondendo! Senti le grida? Le GRIDA! Gli URLI! Chi stanno ammazzando?"
Quando uscii era tutto tranquillo però - non come quando vedo decomporsi la gente, vedo la pelle ingiallire sotto i neon al circolino...no! è quella serena compostezza funebre dei palazzi del centro addormentati, il rumore in lontananza di un auto, soli, io e l'architettura, sicuramente più longeva dei miei simili. E divagherei a lungo su questo, mentre lavandomi le mani osservo i Gentili  giocare per la strada di un'epoca lontana - sperando di non sognare più quella terribile bambina; la voce proveniva da lei, dal suo volto pallido, innocente ma le sue labbra erano chiuse...i suoi occhi inverosimilmente chiari mi fissavano, ma quella voce era come quella di un ventriloquo che nel mio corpo cavo rimbombava; qualcuno si era perduto in quell'idolo vuoto e reclamava l'Odio - chiamava l'odio a soccorrerlo perchè evidentemente l'amore l'aveva abbandonato - arrivò il parroco invece, a cavallo, insieme ad alcuni cavalieri e trovandomi seduto per la strada non volle benedirmi. Quando mi svegliai ero sopraffatto e per il nervoso finii una scatola di wafer - volevo la realtà per quanto sbiadita, volevo allontanare la paura di quella faccia di fanciulla che immancabilmente tornò a visitarmi nella sua forma più crudele durante il torpore pomeridiano - e lì, essa era calda, avvolgente e donna e mi dava le gioie dell'umanità e mi stringeva perchè non la perdessi, perchè non mi perdessi...la sua pelle non si decomponeva, non la consumava la morte - era assoluta, incorruttibile eppure vivida e mutevole - la sua pelle era la pelle di una statua, ma animata, soffice, piena di emozioni e di queste lo specchio fedele. E parlava, parlava solo lei, di cose semplici, banali, quotidiane e rideva e mi riempiva di gioia; apriva le finestre per vedere il sole e godeva di ogni segno di vita per me, rigenerato, totalmente, perennemente suo - e continua a farlo in fondo al mio stomaco, come se avessi ingoiato una lucciola che nelle tenebre dell'organismo rischiara e crea paesaggi che non conoscevo...come una donna, sono rimasta invasata da questo luminoso embrione e vago come un uomo alla ricerca di quella terra che mi mostra, trascritta in me - la mappa del tesoro non è falsa ma ingannevole è la sua interpretazione...dove sei, tesoro?
e io? dov'ero? dove sono?
Sono sospeso - sono la farfalla che cade nel vino - sono l'astronauta che galleggia nella sua navicella - sono qui, sono tornato ed ho dimenticato tutti. Loro mi riconoscono, mi chiedono cosa faccio, mi chiedono com'è Milano. E domani m'inventerò qualcosa perchè le risposte evasive ed infastidite che fornisco non servono a nessuno. Berrò con voi, ascolterò le stupidaggini che si dice per non dire, per nascondere il giro di clessidra, saremo confusi, incapaci di abbracciarci, un po' freddi; chiamerò timidezza il calcolo astuto - chiamerò felicità il sorriso da sarcofago etrusco - chiamerò qualcuno per non avere la sensazione che quello che penso è vero...che quello che è perso è vero...
La verità alla fine del viaggio quando i motori si spengono e le donne e gli uomini si addormentano, quel vuoto tranquillo di chi cerca le chiavi, il loro tintinnio, per rientrare nelle case...e composti sul letto, come una salma sorridente, poter finalmente ricordare.

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