lunedì 23 luglio 2012

A Ritroso




Huysmans nel suo celebre "A Ritroso" descrive un meccanismo implacabile che oggi vediamo applicato su scala industriale e con finalità tutt'altro che eversive: il protagonista, l'esteta Des Esseintes a un certo punto conduce in un elegantissimo bordello parigino un ragazzo di strada per fargli provare tutti i piacere più raffinati:

“Allora non sei tu che consumi, stasera” disse a Des Esseintes Madama Laura. E vedendo il minorenne sparire rapito dalla bella Ebrea:
“Dov'hai pescato quel marmocchio?”
“Per via, mia cara.”
La vecchia lo guardò: “Pure non hai l'aria d'aver bevuto” mormorò. Ci ripensò sopra e aggiunse con un sorriso materno: “Ci sono. Ah, porco! Ti ci vuole l'erba tenera per te!”
Des Esseintes alzò le spalle:
“Non ci sei; oh, non ci sei proprio! Il vero è semplicemente che m'industrio a fare di questo ragazzo un assassino. Segui il filo del mio ragionamento. Il marmocchio non ha ancora visto donne ed è nell'età che il sangue bolle. Potrebbe come ogni altro correr dietro alle ragazzine del suo rione, restare onesto pur divertendosi; avere insomma come ogni altro la porzioncina di monotona felicità riservata ai poveri. Conducendolo qui in mezzo a un lusso di cui non aveva neppure il sospetto e che gli si imprimerà per forza nella mente; offrendogli ogni quindicina una bazza come questa, prenderà l'abitudine a questi svaghi senza avere il modo di pagarseli. Mettiamo a farla lunga ci vogliano tre mesi perché non possa più farne a meno - che si sazi non c'è rischio, a stecchetto come lo tengo. - Ebbene: in capo ai tre mesi, io serro i cordoni della borsa; ed allora lui ruberà pur di mettere casa qui; non ci sarà mala azione da cui arretri, pur di sdraiarsi su questo divano, sotto la luce di questo gaz!
E se tutto va bene, chi sa che non faccia la pelle, a chi capitasse a sproposito mentre è dietro a scassinargli il tiretto. Allora il mio scopo sarà raggiunto: avrò fatto del mio meglio per mettere in circolazione un mariolo in più, per dare un nemico di più a questa società che ci scoccia.”

Dicevo, con finalità contrarie a quelle dell'esteta Des Essentes, che aspira a creare nemici di una società che lo annoia, è la società stessa ( o la parte che in essa è votata al profitto ad ogni costo) che abitua noi come quel marmocchio di strada a svaghi e piaceri artificiosi, con un inganno abilissimo: ovvero mostrando la dipendenza come libertà, identificando con una faccia tosta senza limiti le sigarette, l'alcool e infine le droghe con la ribellione, quando invece queste sono esattamente l'opposto, strumenti di dipendenza, scientemente usati nel corso della storia umana per indottrinare, inquisire, fiaccare rivoluzioni culturali (si pensi al ruolo dell'eroina nella devastazione di movimenti hippies e rivoluzionari fra gli anni 60 e 70), distruggere popoli (si pensi all'introduzione dell'alcool presso aborigeni australiani e nativi americani).

Impressionante la lucidità con cui Huysmans più di un secolo fa descrive i meccanismi che ancora oggi sono applicati sui giovani per indurli prima ad una identificazione \ fascinazione per un determinato gruppo \ tribù fittizi legati ad un certo marketing musica \ moda - fashion is fascism, you know… - (hip hop, techno, goa, house, rock, punk, emo, metal etc…) per poi consolidare l'immagine fittizia associandola al consumo di determinate sostanze che danno l'imprimatur di appartenenza (il "vero" fricchettone e il "vero" rasta si fumano le canne, il "vero" technuso si bomba di metamfetamina, il "vero" goano si mangia i cartoni etc… quelli che hanno quello "stile" ma non fanno uso delle prescritte medicine, sono quantomeno dei wannabe da guardare con compassione quando non con sospetto - quello deve essere uno sbirro in borghese - ) fino ad arrivare ad una tale dipendenza da sostanze che così sono inscindibilmente legate alla convivialità, al gruppo di amici, agli affetti e persino all'amore, da rendere ardua quando non totalmente impossibile una via di uscita. O meglio si, se ne esce, ma a prezzo di perdere tutto: amici, credibilità, reputazione. E comunque con costi sociali altissimi.

Senza arrivare a scomodare san patrignano e i vari business di recupero giovani, questo meccanismo è lo stesso che opera per le sigarette o per l'alcool. Esistono oltre all'affettività tutta una serie di meccanismi accessori per far apparire le più ottuse dipendenze, sofisticati piaceri della vita: il più subdolo fra questi è quello dell'intenditore. L'alcolizzato che vorrà mantenere una qualche rispettabilità sociale troverà alibi nel dichiararsi un moderato consumatore perchè intenditore di vini e altre bevande alcoliche, delle quali saprà decantare, dopo aver seguito l'opportuno e costoso corso per sommelier magari con rilascio di attestato, le proprietà organolettiche, gli aromi, e tutto il repertorio di minchiate che industrialmente sono aggiunte alla brodaglia d'uva fermentata e imbottigliata figa.

Generalmente questi poveri fessi resteranno totalmente disorientati all'assaggio di un vino del contadino, o "biologico"  che sa solo e semplicemente di vino. Spesso lo troveranno disgustoso o insignificante o poco alcolico, perché mancherà loro tutta la serie di aromi studiati dagli enologi del marketing. 

Lo stesso meccanismo si applica anche alla droga, ed ecco comparire gli intenditori di fumo, che sanno valutare da profumo, consistenza, umidità etc… la provenienza, la freschezza, la qualità del prodotto e persino, in maniera del tutto aleatoria, i quantitativi di principio attivo da dati sensoriali sicuramente ingannevoli ma accettati convenzionalmente per buoni. Ecco gli intenditori di cocaina che all'assaggio sanno valutarne la purezza, la qualità, il taglio, che sanno quanto e come scaldare il piatto per la sua lavorazione prima dell'assunzione. Tutti rituali assolutamente vuoti e artificiosi come quando negli anni '80 era quasi un reato accendere un chillom con l'accendino a gas e uno doveva aver sempre dietro gli svedesi o meglio ancora cercare un legnetto per l'appizzo. Tutte cazzate che cambiano con la moda ed i gusti e le necessità del momento. 

Detto questo non starei nemmeno a scomodare questioni d'ordine morale che per altro sono parimenti responsabili della devastazione della vita di molti, perché attraverso l'imposizione e la paura hanno trasformato la salute e la cura di sé in atti di privazione e penitenze, togliendogli ogni attrattiva e depistandone le potenzialità psichedeliche (psichedelia intesa nel suo senso originale di espansione della coscienza): questo almeno nella nostra bella teocrazia cattolica dove la cura di se stessi è diventata il rifugio dai peccati, la fuga dalle tentazioni del "maligno", perdendo ogni connotazione vitale, infantile, creativa (e quindi potenzialmente sovversiva) - diventando invece distanza, irrigidimento, ottusità, chiusura. 

E a parte la morale cattolica, io trovo assolutamente IMMORALE finanziare per mio piacere o per colmare un deficit di serotonina, prodotti che comportano l'esercizio della violenza e della crudeltà su altri esseri viventi, umani ed animali. Come si fa a dirsi alternativi e a sentirsi tali se fumando o assumendo sostanze illegali si vanno a finanziare la MAFIA e le organizzazioni criminali che vivono e prosperano nella prepotenza, sfruttando in modo violento persone e territori, per le quali la droga è il CORE BUSINESS?  (tutta la droga anche quella "leggera") Cosa mi ci rappresentano questi alternativi da ballo e cannone alle manifestazioni contro la Mafia? Alle commemorazioni di Impastatato, o di Falcone e Borsellino? O sono tutti coltivatori diretti? Forse se non vivessimo in una teocrazia cattolica burocratizzata, borbonica e corrotta avremmo da tempo liberalizzato e quindi tolto dalle mani della criminalità organizzata, le sostanze. Vero è che siamo del tutto incapaci di trovargli una collocazione nelle nostra società al di fuori dell'uso mirato alla distruzione (di sovversivi, emarginati, eccessivi, diversi, devianti etc..) così come siamo incapaci di collocare qualsiasi comportamento non conforme. Cose queste che riescono bene solo a quelli che fino a pochi anni fa venivano definiti "primitivi" - è universalmente noto che fra gli indiani d'America i "matti" avevano ruolo di "persone sacre" di cui tutta la comunità si faceva carico, ma non come un peso, bensì come un dono! - e sempre fra gli stessi i riti del peyote a cadenza regolare, canalizzavano nella comunità tutta un'esperienza altrimenti devastante, trasformandola in un occasione di contatto con gli antenati, di visione del futuro, in un'esperienza di reinterpretazione e rivelazione della realtà. Altro che sballo e fuga della realtà! Perché fuggire da qualcosa di bello? Per questa gente la vita era forse dura, scomoda, rischiosa ma non certo qualcosa da cui sfuggire!  


E allora? Scomoderei solo l'economia spicciola della vita quotidiana e valuterei molto alla buona se il gioco valga la candela, quando la libertà da ogni dipendenza, è libertà dalla schiavitù da abitudini deleterie, costose, artificiose, inutili che alla lunga perdono la loro aura magica e misteriosa per diventare il leit motiv di una quotidianità penosa, fatta di risvegli drammatici in preda all'astinenza, di sogni più simili all'anestesia totale che ai voli pindarici dell'immaginazione, dal momento che la prima a morire è proprio l'immaginazione, che illudendoci di foraggiare abbiamo invece avvelenato e reso sterile. 

L'unico modo concepibile di consumare stupefacenti è coltivarseli, oppure se si conoscono le proprietà di talune erbe, bacche, radici o funghi, raccoglierli e prepararli a proprio uso e consumo, e soprattutto NON LUCRARCI!  Perché in molti, nonostante si travestano da colorati fricchettoni o si riempiano di piercing e tatuaggi minacciosi, sono solamente dei business-men, come quelli col cravattone, altrettanto avidi e nocivi per la società. Individui gretti che alimentano il meccanismo dei falsi bisogni, quelli indotti che vengono fatti credere indispensabili come bere, mangiare, dormire e sognare e rinnovano Il falso mito del Ribelle, un mito astuto costruito a tavolino agli albori del Cinema, quando si gettavano le basi del condizionamento di massa e del culto della personalità. Un mito volto proprio a coinvolgere quei "bastian contrari" da sempre riottosi all'uniformarsi, creando contemporaneamente una dipendenza e una carenza da colmare. La malavita organizzata ha prosperato su questo da sempre, pilotando ad arte abbondanze e carestie. Il divieto inoltre imposto dalle leggi borghesi di colmare quella carenza, viene vissuto come mancanza di libertà. Perciò se tu fai di tutto per soddisfarla, diventi automaticamente un ribelle e un paladino della libertà. Un BIG JIM Morrison. Anche se non scrivi liriche fulminanti… 

Mentre l'unica libertà è semplicemente non avere dipendenze. 

Nel frattempo è morto un altro amico mio, e siamo a cinque nell'arco di pochi anni: altri ancora se la sono vista brutta fra galera, incidenti, malattie fisiche e mentali. E chi si è salvato? Solo pochissimi si sono, come si suol dire, "rifatti una vita": sono fortunati, volenterosi, persone brillanti, illuminati, spesso la combinazione di tutte queste cose. Gli altri sono nella "risacca". Fantasmi, tossicodipendenti, alcolizzati che non sanno di esserlo, cocainomani che pensano di essere molto ganzi, dinamici e creativi: a loro pensava Romero quando creò lo "zombi" - estremo esempio di un esistenza ad orologeria spesa in code in macchina e centri commerciali, o qualsiasi altro luogo d'intruppamento, rincorrendo un benessere artificiale, dominati dalla compulsività a consumare e consumarsi. Scampati, non-vivi più che non-morti, mantenuti in vita fra ricadute, SERT, metadone e comunità di recupero. Vi sembra una vita sgargiante? Il mito di trainspotting? Un colossale inganno e la posta in palio è la Morte oppure una routine parimenti angosciante di quella della schiavitù del lavoro (del "travaglio") - un oceano di dolore sulla cui battigia rotolano gli scarti di un sogno oppiaceo chiedendo macchinalmente con voce monocorde "ce l'hai un euro per la miscela?". Gli scarti dei paradisi artificiali, gli esoscheletri abbandonati di cicale spente dall'inverno nucleare. Che grandissima presa di culo.

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