martedì 18 dicembre 2012

Baristi astemi




Sapete chi mi sta proprio sul cazzo? I baristi astemi. Et similia: spacciatori che non si drogano, rock-star salutiste e dj pro-life. A parte il ridicolo intrinseco al non praticare ciò che si predica, fanno rabbia perché non condividono i tormenti che loro stessi alimentano nei loro fan. E rinnegano ciò di cui vivono: lo sballo.

Un Jim Morrison in fondo era onesto; l'industria discografica ci ha lavorato, è ovvio, ha gonfiato, alimentato il mauditismo, ma lui, come uomo intendo, non solo come prodotto discografico, condivideva le ansie, i vizi e le trasgressioni di chi lo ascoltava. Non creava un set atto al consumo di sostanze per poi tirarsi indietro e ridere degli smostramenti sotto palco: non era il barista astemio che campa dell'alcolismo che lui stesso alimenta, restando sobrio. 
Non era Bob Sinclair dei miei coglioni che mette i dischi a Ibiza per gente strafatta mentre lui vive fra personal trainers, pasta in bianco e tisane, non bevendo, non fumando, ma incassando quello si, tanto. 
A me questi qua stanno proprio sul cazzo. La  nostra epoca ne è satura. Sono gli ipocriti definitivi, sono inattaccabili sul piano formale, perché un mammalucco come Bob Sinclair può sempre tirar fuori la sua faccia di bronzo (trovate voi la rima), e dire: "Ma cosa dite? la mia musica trasmette un messaggio positivo, non incito nessuno a drogarsi, anzi ad ogni intervista io promuovo un messaggio salutista e lo sballo naturale dato dal semplice divertirsi" 

Come no? Le discoteche di Ibiza sono piene di ragazzi e ragazze perfettamente sobri che danzano solo perché presi bene. E che dire poi dei proprietari e direttori dei vari locali, gente come è noto, di specchiata onestà, che non traggono profitto dallo smercio di stupefacenti, ma che anzi contrastano con durezza ed espellono dai loro locali malavitosi e spacciatori. 

Questi "baristi astemi" sono animati da un egoismo profondo e ottuso; pensano per sé, sono dei cinici senza senso dell'umorismo, non perché mossi dal disincanto ma dal calcolo, dalla ricerca di margini di profitto sempre più alti;  da sempre si trae profitto nel far andar fuori di testa gli altri restando lucidi e manovrando dall'esterno. 
Si accampano scuse tecniche: una rockstar non può esser sempre fuori, sennò non reggerebbe i ritmi forsennati dei tour, gli spostamenti continui da un continente all'altro etc. La risposta è "e 'sti cazzi?" Ma chi te lo fa fare? Ci sono artisti degnissimi come David Sylvian che ad un certo punto hanno rifiutato lo status di "star", ed il conseguente devastante stress, per fare musica di qualità: per vero amore della ricerca artistica e musicale si sono dati ad una vita più low-profile, rinunciando alle scene. In Italia abbiamo l'esempio di Mina e Battisti che hanno mollato il baraccone senza che la qualità musicale ne risentisse. Nel caso di Mina nemmeno la qualità "commerciale", visto che continua a vendere come e più di prima.

Ci restano ancora, invece, questi dinosauri che continuano ad atteggiarsi a maledetti come ragazzini dandy sciroccati dalla prima lettura di Oscar Wilde (chi di noi non lo è stato? ma s'era piccini) - mummie come Vasco o i Rolling Stones o Ozzy, mantenuti in vita artificialmente grazie a ricambi di sangue in Svizzera, ringiovaniti da misteriose punture rivitalizzanti, animati come marionette dai loro personal trainer, che tengono le cariatidi a stecchetto e le fanno correre lignee sui tapis roulant. 

Alla faccia del Club dei 27 e di chi maledetto lo è stato, e lo è davvero, senza magari essere mai diventato famoso: solo maledetto, e disperato e sciroccato, e nel marasma insano della sua topaia, fra portacenere stracolmi, insuline abbandonate sul tavolinetto del salotto, pezzi di stagnola anneriti, piattini e boccette e roba che marcisce da tempo indeterminato nel lavello di cucina, sacri e perfettamente ordinati, tutti i dischi in vinile del signor Rossi che almeno ha avuto l'intelligenza di non cercarsi pseudonimi che ne mascherassero la sostanziale e inquietante ordinarietà.

Nota finale: il signor Rossi, così come certi sassi rotolanti (bloccati prima di rovinare in fondo al canyon da un robusto argine di dollari), ha condiviso per un po' di tempo gli sballi dei suoi fan; anzi, è stato forse il  rappresentante più credibile di quel mondo tossico, un po' provinciale o di periferia, che altrimenti non avrebbe mai avuto voce. Un mondo di disoccupati, tossici, studenti fuoricorso, cannati e fannulloni vagamente romantico ma senza fronzoli, dove l'assenza di orizzonti, che non fossero quelli della droga, livellava e rendeva i rapporti umani momentaneamente autentici (salvo poi rifalsificarsi nella cupidigia delle sostanze). 
Ma anche lì ci sono stati altri maledetti "veri", che rendono la faccenda poco seria e tremendamente marketing: Andrea Pazienza non è morto per finta, e non se l'è nemmeno cercata. Il cantore della vita spericolata, invece, ad un certo punto si deve essere stancato di tutti questi "spericoli", ed il fegato che dicevasi spappolato non lo ha lasciato giallognolo e epatitico a languire in qualche anfratto misero, o in coda al Sert per la dose quotidiana di metadone. Anche il signor Rossi, alla fine, verrà ricordato principalmente perché è un artista e lo sarebbe stato con o senza additivi, drogato o meno, avrebbe scritto e cantato in quel modo di quelle storie.  Giustamente ha provato; giustamente ha avuto la decenza di smettere di sballarsi prima, e di fare la caricatura di se stesso poi, e si è ritirato.
Non lo si può negare: è un mito, come si ama dire oggi di chi riempie gli stadi. 
Alcune delle sue canzoni resteranno per certo parte del nostro patrimonio musicale popolare, e magari fra 100 anni verrano alla mente come oscure litanie, come a noi viene a mente "maramao perché sei morto" o "parlami d'amore mariù" … Ma non mi venite a raccontare che è un maledetto.

I maledetti, mi sia concessa questa generalizzazione, hanno scarsa attitudine ad invecchiare.

mercoledì 5 dicembre 2012

L'incapacità d'intendere e di volare




"Perché sono finiti i viaggi sulla Luna?" 
"Forse perché si è persa un po' d'immaginazione."

intervista agli AIR apparsa su Vanity Fair del 22-02-2012 pg.231

La nostra civiltà scivola verso l'autismo, un'idiota stanca del suo passato, stufa del suo futuro che ha perduto ogni orizzonte e, con esso, la tensione a progettare. Contempla maniacalmente le sue immaginarie doppie punte, cammina (poco e in tondo) guardandosi i piedi, talmente in paranoia di apparire goffa da diventarlo; ipocondriaca trascorre i brevi momenti di veglia e relativo buon umore in villaggi vacanza di concentramento, dove sottoporsi a penosi lavacri del colon, massaggi sadomaso, insopportabili balletti di gruppo; ingoia pillole per dimagrire, per non farsi travolgere dall'ansia, vive nel terrore di improbabili malattie; è ottenebrata dalle sue metastasi, il suo stesso corpo le si rivolta contro, salvo coccolarlo con merendine, cioccolatini, droghe, sonniferi; è narcisista, isolazionista, si guarda la faccia (solo quella) allo specchio, perché il corpo è sempre troppo grasso o troppo magro. L'osservazione maniacale della pelle rivela imperfezioni, pori dilatati, bollicine, brufoli, cicatrici, peli che sfuggono al photoshop che ci vorrebbe levigati come da una calza di nylon davanti all'obiettivo. Allo stesso tempo è sguaiata (quando al sicuro dietro uno schermo) volgare, litigiosa, provocatoria: eccoli lì pronti a saltare tutti i leoni della rete, tanto aggressivi in internet quanto vigliacchi nella vita reale. 
Il solipsismo e la micragna sono la cifra stilistica d'oggidì: house music, rap, esaltazione per tutto quanto è sboccato da un lato e assolutamente incapace di proferir parola dall'altra: in entrambi i casi, sia il silenzio che il turpiloquio, rivelano paura, vuoto, mancanza di orizzonti. Se non sei un hipster o un nerd, sei un hipopparo, o un invasato della newage, o un neofascista. Per te è già pronta una piccola scatola, un packaging, un'etichetta, una piccola bara dove riporre quanto di vitale ancora ti sopravvive. 
Esistono miriadi di strumenti per annullare la voglia di progettare, migliaia di ostacoli, di macchinette, di devices perditempo, di socialnetwork fasulli, dove tutto viene analizzato, incasellato, compreso e infine annientato dalla febbre dell'instantaneo e dal viral marketing.
Quando hai da sincronizzare troppe macchinette, dar conto ai tuoi 5000 contatti su svariati social, dire la tua, rispondere, far contenti tutti, e questo oltre a lavorare o cercare un lavoro, rubare o tirar la carretta, depilarti, deodorarti, nutrirti, mantenerti in forma per poi sformarti in aperitivi, cenini, festini, after, chillout, riprenderti, ripartire, rigovernartela, dormire... e tutto questo in solo 24ore, dove trovare un tempo incantato per sognare Mondi Lontanissimi, progettare imprese marziane, sognare come da piccolo di essere un astronauta?

Esiste, non nel mondo della fantasia e della narrativa, ma nella realtà, chi cerca di fare questo: persone come il professor Robert Zubrin, fondatore di Mars Society, ideatore del nuovo rivoluzionario progetto di missione umana su Marte "Mars Direct ", che (solo per dirne una) ha abbattuto i costi da i previsti 500 miliardi di dollari a 55, rendendo l'impresa accessibile economicamente e realizzabile con tecnologie esistenti. Mi sembra interessante sottolineare un passaggio del loro statuto:

"È passato (si spera) il tempo in cui le società umane utilizzavano le guerre per incrementare con la forza il progresso tecnologico. Dal momento che il mondo si muove verso l'unità, è necessario procedere insieme non in una reciproca passività ma in una comune attività, operando per affrontare una grande sfida, come quella da noi proposta. La colonizzazione di Marte costituirà tale sfida. Inoltre, un'esplorazione di Marte condotta unitariamente da equipaggi internazionali costituirà un esempio di come la stessa azione comune sulla Terra potrà operare positivamente in altre avventure. Dobbiamo andare per le nuove generazioni. Lo spirito dei giovani richiede avventura. Un programma di conquista di Marte invoglierebbe i giovani a partecipare alla colonizzazione di un nuovo mondo. Se il programma di Marte spingesse solo qualche percentuale in più dei giovani ad avvicinarsi all'educazione scientifica, il risultato sarebbe di decine di milioni in più di scienziati, ingegneri, inventori, ricercatori nel campo della medicina. Queste persone apporterebbero innovazioni che creerebbero nuove industrie, nuove cure mediche, aumento del reddito, ed altri molteplici benefici per il mondo. Questi benefici fornirebbero complessivamente un ritorno economico enormemente superiore alle spese iniziali del programma per Marte."


L'alternativa è la stagnazione culturale che rende credibile il grottesco scenario descritto nel film Idiocracy, dove un'umanità instupidita, incapace di parlare se non per luoghi comuni, battute volgari e scemenze, trascorre le sue giornate sommersa nei suoi stessi rifiuti di cui non sa come disfarsi, vessata da una tecnologia sofisticata ma decadente perché priva di manutenzione (sono tutti talmente stupidi che nessuno è in grado di riparare nulla), mangiando schifezze, dominata da multinazionali i cui marchi sgargianti e chiassosi invadono persino gli scranni del Congresso degli Stati Uniti,  in una Terra inaridita perché alle piante si danno bevande energetiche tipo gatorade anziché acqua, convinti che sia giusto far così perché si pensa per slogan "ma la bevanda energetica ha gli elettroliti!" e "cosa gli vuoi dare? l'acqua? quella del cesso?"
Certo, una commedia grottesca, ma un brivido mi è corso sulla schiena quando l'ho vista perchè mi è sembrato, fra le tante proiezioni più o meno sballate e fantasiose della science fiction, una di quelle più credibili e in parte avveratasi.

Mi si potrà obiettare che anziché esplorare spazi esterni si può e si deve esplorare spazi interni, attraverso la meditazione, il raccoglimento, la ricerca interiore, la riscoperta della concentrazione dedicandosi a discipline artistiche e artigianali, attraverso la lettura, la scrittura, il disegno. Ma io credo che sia in agguato quel solipsismo che rende sterili queste ricerche se nella realtà fattuale non ci diamo (come civiltà ma anche come singoli individui) uno scopo. Un agire verso l'esterno, che dia sostanza a quelle scatole vuote che sono diventate le parole "condivisione" e "piacere".

La ricerca interiore richiede come diceva la dottoressa Arroway in Contact, spirito d'avventura. Consiglio vivamente la visione di questo film. Enjoy!

martedì 4 dicembre 2012

Il Diritto e lo Storto





Lo storturamento si aggiorna quotidianamente di misfatti, di canzonature della semplicità: s'addobba, come un funesto albero di natali oscuri, di artifici, che dei sogni e delle belle galoppate del pensiero son tagliole, e mai trampolini. 
Riguardavo con commozione incombente Sacco e Vanzetti, con i bellissimi Cucciolla e Volonté, per caso riproposto su un rai qualcosa del digitale terragno, riascoltavo le parole di Vanzetti \ Volonté, la sua primordiale e limpida richiesta di giustizia, che è nel senso (di giustizia, come parte integrante della natura umana), che è sentire e significato, il giusto significato che si deve dare ai gesti, alle parole, alle richieste. Il governatore lo irride con quel garbo raggelante, quella coolness che tutti amano un po' storditi ancora (e soprattutto oggi) - come tu, Vanzetti, anarchico, chiedi un atto di clemenza a quelle stesse istituzioni borghesi che vuoi annientare? - è la risposta asciutta di Vanzetti \ Volontè che svela il sofismo: io non chiedevo un atto di clemenza ma di giustizia (Sacco e Vanzetti non erano colpevoli del reato che gli fu imputato) e con questo non fa altro che dimostrare nuovamente come le vostre istituzioni siano basate sulla violenza e la prevaricazione.

Nel pomeriggio tornando dal lavoro, ascolto alla radio la voce sepolcrale del bancario che ci governa, affermare la volontà assoluta e incontrovertibile di realizzare la Torino Lione, indifferente a qualsiasi mozione "dal basso" degli abitanti della Val di Susa che non la vogliono, indifferente al buon senso di tecnici e analisti "non allineati" che sconsigliano la realizzazione di tale "opera" perché mostruosamente costosa e di scarsa utilità. 
La nostra tv di stato abominevole ibrido fra una TV di quartiere (nello squallore di grafiche, scenografie, luci e "mood" ) e un'agenzia stampa di regime addetta alla propaganda, tace il dibattito non solo nostrano, ma anche quello d'oltralpe dove si è tutt'altro che convinti, foss'anche per la cifra smodata dell'opera, se realizzarla o meno. Si preferisce mostrare i facinorosi, mostrare gli scontri, proiettare l'infamante stigma della violenza, su chi la violenza la subisce. Come insegnano gli Zerozeroalfa e la nuova destra ( o "alto centro" come da un po' questi citrulloni si autodefiniscono) "nel dubbio mena" e così di qua e di là dall'alpi si menano a tutto spiano i manifestanti.
Tanto c'è sempre qualche bleccoblocco, qualche figuro imbacuccato col passamontagna di dubbia provenienza, che tira il sasso e nasconde la mano, che attizza gli animi più esasperati, che fomenta le teste calde, i giovani, gli stupidotti e i fanatici, per poi sparire dietro le quinte, o semplicemente a rimettersi la divisa. Non è complottismo, ma un plot e basta, neanche tanto originale, che nei secoli fedele si ripete, uguale a se stesso. Per finire, si spruzzano con gas urticanti, si ammorbano di lacrimogeni, e poi giù manganellate. I mastini si tengono in buon allenamento tutto l'anno allo stadio, con quelle parodie di sommossa che son divenute le partite di calcio.
Il nonno della mia ragazza ci raccontava una cosa incredibile a pensarci oggi: una volta il calcio era solo uno sport, i calciatori lavoravano, solo nel fine-settimana giocavano e quando vincevano, vincevano un mazzo di fiori. 

In serata abbiamo visto un film francese di qualche tempo fa, piuttosto recente credo, Home: un film estremamente francese per quel gusto per le piccole bizzarrie e i mutamenti repentini d'umore che tanto piacciono ai cuginetti. Una famiglia allegra e sgangherata vive sul margine d'una autostrada mai resa operativa e l'hanno colonizzata con una poltrona, una piscinetta per bambini, palloni, pattini, la usano come pista da hockey e per correre in bici. La maledizione incombente sembra scongiurata ed esorcizzata dall'uso fantasioso che fanno della riga nera che attraversa la vasta campagna. Ma un giorno l'autostrada viene aperta al traffico, e la famiglia si rinchiude letteralmente in casa, murandocisi dentro, per sfuggire al rumore, ai gas mefitici, e soprattutto si mura in se stessa, ognuno s'isola nelle proprie paranoie. Sembra impossibile lottare o anche solo fuggire. Non vi racconto il finale che magari ve lo volete vedere e vi rovino la sorpresa (oddio, proprio sorprendente non è...a me ha ricordato un po' "Il fascino discreto della Borghesia")

Il film ha procurato una serie di sogni ansiogeni sia a me che alla mia ragazza, anche per le note incestuose francamente disturbanti e l'eccesso di bizzarrie e "francesate" che costellano un'opera che richiedeva tutt'altro rigore e sobrietà per essere davvero efficace. Parlavamo di storture e artifici, anche in presenza di un'idea semplice e adamantina, i nostri autori contemporanei più bravi (come sicuramente è in questo caso la Meier) si cacano sotto, e intorbidano, depistano, si autocensurano, spostano l'attenzione su particolari insulsi. L'abitudine alla nebulosità sconfigge il desiderio di verità, di ricerca della verità che muove le "grandi opere" (quelle vere, cioè l'opere d'arte e di ingegno).
Strani vezzi in questa epoca che mi accoglie: la spiritualità anziché affrancarsi dall'idolatria e saziarsi delle meraviglie del naturale,  sprofonda nella new age e nella ciarlataneria, che crea artifizi e astrusità attraverso un'opera furba di travisamento delle mitologie e delle tradizioni antiche dei popoli della Terra. Quando l'avvento di una "spiritualità atea", sfrondata di mitologie e santoni? Coestesa alla natura e che nella natura trovi nutrimento, rispettandola anziché venerandola in vuote salmodie e orazioni ?
Temo che la mia vita non vedrà mai l'avvento di questa maturità nell'uomo. 

Siamo scossi da rabbie e paure indomabili, inspiegate: ci rifugiamo volentieri in ideologie totalitarie e culti ottundenti, ed iniziamo ad amare i nostri sequestratori; è così difficile essere semplicemente se stessi, è così difficile dire a qualcuno che non si è né atei né  credenti, semplicemente il problema non si pone, perché siamo parte di un grande organismo che ci concede la libertà persino di mancargli di rispetto senza grosse conseguenze (almeno nell'immediato) 
Lo storturamento va avanti di buon passo e utilizza a proprio vantaggio le proteste organizzate ad arte da e contro l'ordine mondiale, per autorizzare nuove e più severe restrizioni, austerity, privazioni e devastazioni del diritto civile così come del nostro ambiente, da cui non abbiamo evidentemente imparato nulla pur avendo copiato ed analizzato e forse, almeno meccanicamente, compreso. 
Eppure è da lì, dalla natura che nascono i concetti di adattabilità, di selezione (scelta e quindi diritto di) di riciclo e riuso, di rigenerazione, di spiritualità, di meraviglia. Le arti e le tecniche nascono dall'osservazione della natura, dal disegno dei suoi elementi per capirne la morfologia, la funzione, lo scopo. 
La stortura subentra a questo strumentalizzandolo, finalizzando la meraviglia per la bellezza che ovunque ci si manifesta, all'ottundimento delle coscienze, alla coercizione, distorcendo il concetto di selezione naturale nell'ignominia eugenetica, nel culto di fantomatiche "razze di eletti". 
Per questa ragione essere lucidi e vigili, e abbandonare sempre di più ciò che è sovrastrutturale ci è necessario come l'aria.
La vera sfida è far questo restando "umani" (nel senso più nobile del termine) restando tolleranti verso il prossimo, e consapevoli del fatto, come diceva Gandhi che "ogni persona che incontri è migliore di te in qualcosa. Da questo impara"  per evitare l'insidia più odiosa, quella della presunzione di chi si sente "eticamente superiore". 
Non basta aver scelto giusto per essere giusti.