mercoledì 13 novembre 2013

Il Cacciatore





Ci provò Celentano negli anni '80, in piena stagione di disimpegno e bisboccia a sensibilizzare l'opinione pubblica italiana contro la caccia: non si sa bene se furbamente o ingenuamente il molleggiato scrisse la celebre frase "la caccia e contro l'amore" scrivendo la "e" senza accento. Questo bastò per far finire tutta la questione in barzelletta.  Di fatto fu la prima e unica volta che un personaggio famoso in prime time sul primo canale RAI di sabato sera dichiarò senza mezze misure di essere contro la caccia. 
Opinione considerata all'epoca a dir poco blasfema. 
Infatti come immaginare un' Umbria o una Toscana senza le sue prelibatezze a base di cinghiale? Come immaginare la cucina italiana senza cacciagione? Perché usare il pubblico servizio per aggredire interessi di onesti allevatori, cacciatori, ristoratori ed operatori del turismo? E allora la pesca? Perché i pescatori si e i cacciatori no? bla bla bla…

Sgomberiamo il campo allora: la caccia è contro l'amore. Con tutti gli accenti al posto giusto. Senza cadere in barzelletta. E soprattutto la caccia è finita: alla bisogna uno sport, una necessità, una tradizione. In questo marasma nebuloso ci sta tutto e il contrario di tutto. Si fa così con le cose inutili, ci si inventano motivi fasulli per tenerle in vita e la caccia è sicuramente inutile. Quando lo sport e la sussistenza cessano di essere valide motivazioni, scoperto magari che il tuo interlocutore è vegetariano, si parte con la solfa ecologistico-venatoria. I cacciatori sono i difensori degli equilibri della natura, ve lo diranno i cacciatori stessi: qualsiasi venditore di aspirapolvere vi dirà che il suo aspirapolvere è il migliore. Vi spiegheranno con la faccia seria, che le campagne di abbattimento selettivo servono a contenere l'esubero di specie invasive, come i cinghiali ad esempio.
La cosa avrebbe un senso se questo fosse, in un universo fantascientifico, un qualche perverso meccanismo della natura fuori controllo, ma negli habitat naturali dove l'interferenza dell'uomo è minima vi è un autoregolazione che difficilmente lascia prevalere una specie a scapito di altre: laddove i predatori non riescano, sarà una malattia a regolare gli equilibri, o la sovrappopolazione in sé, venendo a mancare le fonti di sostentamento. Insomma la faccenda oltre che tragica è un po' folle e ridicola: praticamente si fanno campagne di abbattimento di animali allevati a questo scopo, introdotti in gran numero in natura dagli uomini per cacciarli, animali di cui si perde il controllo, creando grave danno all'agricoltura e alle altre specie. Un po' come appiccare un fuoco per spegnerlo: i cacciatori, pompieri piromani, le Sonye Caleffi del mondo animale, che fanno il danno per poterlo rimediare e venire a tal proposito lodati.

Se queste pratiche potevano avere un senso in epoche remote dove piccole comunità traevano sostentamento dalla raccolta e dalla caccia, oggi sono totalmente prive di ragione, se non lo sfogo del proprio personale sadismo su creature inermi, uccise a distanza con fucili di precisione da individui mimetizzati che con i loro eserciti invadono i nostri boschi in questa stagione. Gli animali vengono attirati vigliaccamente con esche di sale, stanati da cani addestrati e costretti al passaggio in vere e proprie trappole dove avviene la mattanza. I nostri "intrepida venántium" ostenteranno poi i cadaveri sanguinanti stesi sui cofani o nei rimorchi, con orgoglio al passaggio per i paesini, guardati con innocente simpatia dagli anziani per i quali, nella loro giovinezza fra guerre e miseria, la cacciagione rappresentava una rara e preziosa parentesi proteica in diete povere, fatte di polenta, castagne e patate.

Ma i cacciatori di oggi non sono eroi: sono vigliacchi. Con cui è anche pericoloso venire a parole, perché non nuovi a atti (impuniti) di intimidazione, avvelenamento di cani, spregi e rappresaglie varie. Sono vigliacchi e lo sono tecnicamente, non perché loro come persone siano dei vigliacchi, chi può dirlo? non credo siano mai dovuti sottostare a crude prove di coraggio come in guerra (anche se si vestono come soldataglia) , ma perché in molti, organizzati, con armi da fuoco in grado di uccidere un animale a centinaia di metri di distanza, si accaniscono per puro piacere su vittime inermi. 

Mio nonno era cacciatore: all'epoca non era uno sport, aveva sei figli e pochi soldi in tasca per quanto lavorasse duramente. Con il tempo, venendo meno la necessità di cacciare, smise ed iniziò piuttosto ad allevare gli uccelli che evidentemente cacciando, aveva imparato a conoscere approfonditamente prima e ad amare poi. Da piccolo il terrazzo di casa mia era pieno di queste gabbiette, con uccellini canterini. Con il tempo anche le gabbie si svuotarono, ne restò solo uno che ormai totalmente addomesticato, stava sulla sua spalla, beccuzzando le briciole di pane che ogni tanto gli elargiva, direttamente dalla mano o dalla bocca.  Mio padre a parte la parentesi venatoria della giovinezza con mio nonno, non è più andato a caccia. Io non ci sono mai andato e nel corso degli anni ho sviluppato un mio pensiero diametralmente opposto su questa materia. 

Pensando a mio nonno, nutro perciò rispetto per quei cacciatori che lo fanno per sussistenza ancora oggi nelle foreste del Borneo, che come mio nonno "amano" la loro preda, anzi la venerano perché dal suo sacrificio dipende il benessere di un'interà comunità; questi che scalzi e intrepidi davvero si avventurano in boscaglie pericolose, armati di lance e frecce. Oppure di fucile, come Dersu Uzala, il saggio nomade siberiano del film di Kurosawa. Non amo ciò che fanno, ma di certo non lo fanno per sport. Non lo fanno per sentirsi vivi, non per sfogare o per abbattere selettivamente, per tradizione o per blaterare e vantarsi al bar.

Ma non amo nemmeno criticare e basta; amo chiudere le mie riflessioni con dei suggerimenti e lo farò anche questa volta: uno dei miei film preferiti è "Il Cacciatore" di Michael Cimino. Robert de Niro in una celebre scena del film sta per uccidere un bellissimo cervo, con il suo fucile di precisione. Ma si ferma e lo lascia fuggire.
A me basterebbe che questo piccolo miracolo si compisse ogni volta che un cacciatore è lì per premere il grilletto. Fermarsi e lasciar correre. Potrebbe essere un tipo nuovo di "caccia", molto "zen" e totalmente incruento, dove il piacere è attendere e scoprire l'animale, indicarlo, osservarlo, magari fotografarlo. La scoperta e l'immersione nella natura, unici veri piaceri della caccia, resterebbero intatti, senza morti sulla coscienza.  E al bar  si potranno sempre far vedere delle belle foto, magari organizzando una mostra per far conoscere a tutti il mondo meraviglioso dei boschi.


Enjoy!

venerdì 11 ottobre 2013

BMW




“I have a BMW. But only because BMW stands for Bob Marley and The Wailers, and not because I need an expensive car.”  

Bob Marley

State guidando tranquilli, rispettosi del codice, alla giusta velocità di crociera, non siete particolarmente in ritardo, nessun pensiero vi affligge, ve la state godendo; non siete di intralcio a chicchessia; trovate un furgoncino e vi apprestate a sorpassarlo, senza per questo sentirvi Niki Lauda. Mettete la freccia e…
Chi è che compare a questo punto? Quello con la BMW

Ben lungi dal polleggio rastafariano del celebre possessore di superar bavaresi sopracitato, costui d'abitudine, "quello con la bmw", si manifesta all'improvviso, come teletrasportato, e rombando esagitato ti si piazza dietro, a 2 centimetri dal paraurti; padrone indiscusso della strada esige e reclama il suo lebensraum, e quando siete costretti a sterzare bruscamente per farlo passare ed evitare un incidente, vi omaggia pure di un bel vaffa. Colpa vostra, eravate sulla sua strada!

Questo è "quello con la BMW". E per mia esperienza sono solo loro, i dannati della BMW, a comportarsi così. 
Avanzo alcune ipotesi: la BMW essendo la più "wannabe" delle supercar, incarna lo spirito di eterna rivalsa tipico di chi si trova in un limbo: non sei una opel, ma non sei nemmeno una porsche, perciò sei costretta tutta la vita a dimostrare quello che vali, così che qualcuno possa sempre dire "caspita! questa BMW è meglio di una porsche!" 
Ipotesi 2, o ipotesi aeronautica: la BMW nasce come fabbrica d'aerei (il logo è un'elica stilizzata) ed evidentemente la deriva terragna è mal sopportata da questi veicoli che in cuor loro vorrebbero volteggiare liberi nel cielo, e perciò tentano sempre il decollo.
Ipotesi 3: il demone nazi. L'apparentemente mite proprietario middle-class dell'auto in questione, appena sale a bordo, viene posseduto dal poltergeist di un pilota di Stuka della seconda guerra mondiale e non potendo precipitarsi in picchiata mitragliando donne e bambini in fuga, si accontenta di zigzagare per le strade, gettando nel panico e nel marasma pedoni e automobilisti (non potendo più farli fuori). 

Una cosa è certa: la BMW è fra tutte le auto quella preferita dagli arroganti. 
La spiegazione è semplice: chi possiede una ferrari o una lamborghini non ha nulla da dimostrare: sale in auto ed ha già dimostrato. Lo stesso dicasi d'altro canto per la mercedes, il più abbordabile degli status symbol che chiunque abbia almeno un lavoro abbastanza sicuro e onestamente retribuito può permettersi, dal geometra del comune al tassista di Marrakech. Costoro in buona sostanza sono appagati. La loro auto li rappresenta, non devono sembrare più veloci, più efficenti, più… più… più…

Ma "quello con la BMW" no. Egli è tormentato; è un ambizioso irrisolto, un prepotente, il classico forte coi deboli e debole coi forti. Avrebbe voluto una porsche ma costava troppo. Sa in cuor suo di essere poco più d'un rappresentante; le auto giuste per lui, se avesse il coraggio di guardarsi in faccia sarebbero una opel astra o tutt'al più un audi. Ma no, non demorde, ed in piena crisi d'autorità, compra la BMW. 

Aldilà di questa mia riflessione che sicuramente alcuni potranno condividere ed altri no, c'è un altro dato da considerare: l'italianità. Scusate il brutto neologismo. L'italiano al volante è di per sé animato da foghe falliche, di dimostrazione di potenza e sulla BMW questo fenomeno si acuisce e diventa inquietante. 
Anche il tedesco è arrogante, ma l'arroganza tedesca non è dimostrativa, in quanto il tedesco in cuor suo si sente migliore di tutti, senza ombra di dubbio. Per sfogare le vampe testosteroniche lui ha l'autobahn, dove poter circolare senza limiti di velocità. 
Finchè n'hai, mettine! O come avrebbe detto il compianto Sandrino "tutto no, ma pigia".
Poi però guai se in città sgarri di 5 km orari il limite! 
In questa chiarezza di regole e con tanta consapevolezza di se stessi, la prepotenza non trova terreno facile. 

L'italiano invece si perde, al solito, in una nube di regole ed eccezioni, di limiti elastici, dove alla fine vale su tutto l'inossidabile "se non ti vede nessuno, fallo!" 
Come ci ha già insegnato la storia a nostre spese, certe alleanze coi tedeschi sarebbero da evitare. Sicuramente fornire di un bolide così tormentato ma allo stesso tempo potente e preciso, uno work addicted italiano in perenne crisi edonistico emulativa è pericoloso.  

Consiglio a queste persone agitate e sofferenti, dal piede pesante, di cambiare l'oggetto delle loro fantasie emulative e passare da Briatore, al compianto Bob e come lui, anche se è una pratica invisa al codice penale, fumarsi un cannone ogni tanto per allentare la tensione ed abbattere di una trentina di km orari la velocità.  

Enjoy!

giovedì 10 ottobre 2013

700 Canali







Da circa 3 anni non ho più la TV. Guardo molti film in streaming, talvolta li noleggio, talvolta li trovo in rete "a gratis", un po' come tutti. La TV la guardo dopo pranzo a casa dei miei, nella pausa di lavoro: e ogni volta la sensazione che ho è quella di chi l'ha scampata, come se miracolosamente avessi evitato il proverbiale pianoforte che casca dal palazzo sullo sventurato passante. Come in un cartoon.

Dall'avvento del digitale terrestre la TV ha ultimato il suo processo di decomposizione: abbiamo moltiplicato l'offerta, ci dicevano i soliti entusiasti, e si sa come moltiplicare lo zero sia matematicamente poco efficace. Anzi sbagliato. 

700 canali (a braccio) dove si alternano repliche, programmi di cucina, televendite. Nelle repliche si prediligerà il mediocre e il narcotico, con le varie fiction di sbirri e preti, o la combine dei due. Dei grandi sceneggiati, dei telefilm o dei cartoni animati belli non vi è quasi mai traccia. Se non vogliamo annoiarci con le repliche, possiamo scegliere i programmi di cucina, dove cuochi arroganti sottopongono a test umilianti dei tizi pervasi dal sacro fuoco dei fornelli, anch'essi eminentemente boriosi e ottusi. L'arroganza la fa da padrona: ovunque troverete giudici odiosi, "amici" insidiosi e competitivi che popolano queste fantomatiche scuole dove vengono ammaestrate le nuove scimmie del circo mediatico. 

Cui prodest? L'effetto collaterale è sicuramente quello di rendere il nostro mondo più noioso e l'Italia in particolare, come ho letto in un interessante articolo di Houllebecq, all'avanguardia nel peggio. A chi giova? A chi evidentemente dopo aver esasperato la gente con mentecatti che girano il mondo mangiando insetti, o prodigandosi in improbabili gare fra uomo e cibo e ingozzandosi di merda, oltre ai soliti sbirri, preti, manga brutti, e compagnia cacante, venderà finalmente l'ennesimo pacchetto pay-tv a l'ennesimo disperato (sia esso famiglia o individuo singolo) che nella concitata mestizia del suo tempo libero desidera solo allungar le gambe sul divano e guardare un programma che non sia patetico, disgustoso o entrambe le cose.

La cosa buffa è che in realtà la TV a pagamento propone più o meno la stessa minestra: vedremo solo versioni più aggiornate di programmi che insegnano a fare i pasticcieri, ad arredare casa, a truccarsi, serie di sbirri e preti in prime-time, film che per la maggior parte sono i soliti blockbuster americani, e poco altro. Tanto chi compra la TV a pago lo fa per il calcio e per vedere film commerciali. Ma Ghezzi sarà ancora vivo? Forse è rimasto sepolto alle teche Rai sotto cumuli di nastri che nessuno guarderà mai più? 

Comunque l'aspetto più interessante è pagare per qualcosa di scadente che puoi avere gratis; che sia l'atto stesso del pagare che ormai di per sé soddisfa il desiderio, visto che l'oggetto del desiderio pur sempre fittizio è diventato ormai così scadente e così facilmente reperibile da non esser più desiderabile?  


Il mio ideale non è una TV di soli film d'essai e sperimentali, ma è innegabile il disprezzo per la cultura che trasudano i nostri mass-media. La cultura oggi non è più quel bosco fatato dove chiunque con propri mezzi, gratuitamente poteva avventurarsi, quando nell'Italia semianalfabeta degli anni 50 agli "ignoranti" non ci si vergognava di proporre il grande teatro o gli sceneggiati tratti dai classici; questo intento istruttivo è del tutto scomparso, ma non per un'inattesa democratizzazione dei vertici, che abbandonata ogni presunzione educativa hanno deciso di limitarsi al puro intrattenimento, ma per una forma subdola di disinteresse per l'umanità. 

Che ce frega a noi di farvi conoscere Anna Karenina o il Conte di Montecristo? Questo è del resto inevitabile in una società che ha fatto tabula rasa d'ogni suo valore fondante in nome del solo profitto. A questa indifferenza però adesso va aggiunto il disprezzo, l'irrisione, l'altra faccia del cinismo sfigato che strazia tutti quegli ex-intellettuali disincantati a forza, che sono diventati gli autori della paccottiglia odierna. A loro fa male ricordare la qualità, la bellezza, la possibilità almeno di essere di queste categorie nell'universo massmediatico. 

Et voilà, 700 canali di merda, signore e signori. Fate un piacere a questi autori angosciati, a questi entusiasti del marketing, a questi cuochi arroganti, a questi attori travestiti da sbirri e parroci. Spengete la TV, buttatela e mandateli tutti a stendere. 


Enjoy!

martedì 8 ottobre 2013

Dead Snow




Neve morta: non so se si tratti di una grottesca metafora della condizione d'inesorabile sterilità in cui versa il cinema norvegese dalla scomparsa di Munch ad oggi, e badate bene, che Munch non era un regista. 

Certo è inspiegabile visto che la Scandinavia nel suo complesso è sempre stata una terra cinematograficamente generosa ed originale e che il maggior regista vivente è danese. 
Insomma, mentre il vicinato, in Danimarca, Svezia e Finlandia, si dà un gran da fare (e con risultati di indubbia eccellenza) in ogni campo della creatività umana, dal design alla musica, dall'arte al cinema, la Norvegia del "dopo Munch" sembra condannata a intrecciare maglioni costosi ed essere invisa per la caccia alle balene.

"Dead Snow" comincia bene: l'idea se non proprio originale (vedi il cult "L'occhio nel Triangolo" - Shock Waves, 1977 ) è morbosa, fascinosa, bizzarra, gli scenari sono mozzafiato; i fiordi norvegesi innevati sono spettacolari anche senza trama e vi assicuro che non c'è stato un gran sforzo in tal senso. All'inizio vi è pure un omaggio a Shining che lascia prospettare la visione di un film conturbante. 
Del resto l'unica cosa apprezzabile del film è il suo aspetto visivo: le panoramiche emozionanti, la fotografia curatissima, gli effetti "gore" ben fatti con una certa ironia da B movie, alcune soluzione registiche intriganti, ironiche (come la falce e martello impugnata a mò di croce per scacciare gli zombi nazisti per dirne una)… poi però, a dispetto del cliché che vuole lo scandinavo silenzioso, saggio, sornione, i personaggi aprono bocca. 

Personaggi: ritagliare omini nella carta creerebbe individui di maggior spessore di questa sequela di "ggiovani" sfacciatamente stereotipati, come il ciccione dalla risata crassa che fa i rutti e beve birra, oppure il tizio riflessivo con gli occhiali, il secco furbo e cinico e per finire il belloccio in salsa vichinga, eroe biondo senza macchia e senza paura, ma con motoslitta-destriero, che guida chiaramente in modo acrobatico, con gran sferragliare di chitarre elettriche di sottofondo. 
Più ovviamente le 3 fighe, di cui solo una apparentemente dotata di funzioni evolute nella corteccia esterna; chiaramente quella con i dread. E qui crolla anche il mito di quella Scandinavia felix, terra di tolleranza e progresso, di raggiunta e conclamata parità fra i sessi. 
L'unica cosa buona di questo film (spoiler) è che muoiono tutti. Ed è ciò che uno desidera fin dall'inizio, vista l'ostentata superficialità ed antipatia dei personaggi. Così smaccata che verrebbe da pensare, da maligno qual sono, che si tratti di un tristo escamotage per ravvivare la morbosità del pubblico. Ma no dai, non si può essere così…stronzi? 

Il film arranca oltre che fra i dialoghi penosi, anche in un'incertezza disturbante fra il serio ed il faceto. Non si capisce mai se stiamo guardando un film comico che non fa ridere, o un film drammatico involontariamente comico (ovviamente l'effetto comico si manifesta puntualmente proprio in quelle scene che non lo vorrebbero essere).
Il culmine di ogni paradosso lo si raggiunge con la scena di sesso imbarazzante fra il ciccione che fa i rutti e la bonazza bionda. 
Scena che avviene, per soprannumero di sgradevoli assurdità, nella latrina (!) appena dopo che il ciccione ha cagato (!!!) con tanto di rotolo di carta igienica in mano (!!!!). 
Devo dire, si: davvero disturbante.
Improvvisamente saltano tutti gli stereotipi, perché non credo che nemmeno in un universo parallelo con leggi di gravitazione e attrazione inverse, una tipa così deliberatamente gnocca main-stream si farebbe un tizio così manifestamente grezzo, antipatico, viziato e brutto. Magari se è ricco sì, ma mai in ogni caso dopo o durante una cagata! Succhiandogli le dita della mano appena usata per nettarsi. 
Decisamente improbabile e improponibile. 
Forse è una fantasia di compensazione del regista? Magari da adolescente era cicciobombo e ruttatore e sognava di farsi le tipe gnocche nel cesso con il culo ancor fumante de' suoi estrusi? Nemmeno in Salò di Pasolini si arriva a tanto…
Oppure è sempre il regista che, in un impeto di onestà intellettuale, attraverso la totale assurdità ed insipienza di questa scena ci dichiara la totale assurdità ed insipienza della sua opera? 

Una nota alla colonna sonora: a parte la graziosa scena iniziale (ma non poteva far schifo fin dall'inizio dico io? così mi perdevo meglio 2 ore di vita)  sulle note del Peer Gynt di Grieg, il resto è ovviamente un immenso, noioso, inutile, ennesimo banale videoclip di metal (scandinavo).

Forse questo film potrebbe piacere a un metallaro cieco di Oslo? 
Non è detto, sarebbe in ogni caso costretto a subire la sconfortante piattezza dei dialoghi.

Faccio un'umile richiesta: cari giovani registi hipster snowbordisti cool e cult emo-metal scandinavi e non solo, utilizzate almeno, dico almeno, l'un per cento dei vostri ricchi budget per farvi scrivere dei dialoghi appena appena decenti. 
Non dico dei dialoghi formidabili, ma  credibili. Essere giovani ed essere stupidi è forse il più triste e vieto degli stereotipi che impestano questa pellicola e questo pianeta. 
Si può fare un film indipendente, di genere, leggero, grandguignolesco, divertente ed originale con personaggi anche stereotipati, ma almeno possiamo farli parlare come esseri umani e non come scherzi della natura? Perché io sinceramente all'ennesimo "yeah", "yu-hu", "figo!", "beeerp!" (rutto) e battuta agghiacciante, sinceramente e per quanto rutilante possa essere il film e ben montato, m'addormento, m'addormento triste.

Mi offro volontario: ve li scrivo io i dialoghi, anche per 500 euro, anche gratis. 
Sicuramente posso far di meglio; e lo dico senza presunzione. Sicuramente poteva far di meglio un qualsiasi impiegato della produzione.  
Una nota al doppiaggio: raccapricciante. 
Con tutta la stima e l'amore che ho per i doppiatori italiani. Qui invece sembra che l'abbiano chiesto a quattro tossici per strada per svoltare. Ma temo che anche in lingua originale, l'ostico e gutturale norvegese che confesso di non masticare, ci sia ben poco di interessante. 
Una volta il cinema scandinavo era noto per i grandi silenzi, gravidi di sensazioni inespresse ma intensamente vissute; c'era un pudore della parola che sublimava nel silenzio. Questa deriva ciarliera e ruttona non sembra conferire maggior esuberanza alla neve morta.

Enjoy!

venerdì 27 settembre 2013

Crisi di antidentità









Impossibilitato a esistere
gravito in una serie di
connotati, a me coerenti
incanti, giorni di
sole contati 
col contagocce
dei giorni di pioggia.

Vacillano le nostre vette
inaccessibili, i nostri
mesti dirigibili 
s'afflosciano in fiamme, 
di ritorno
dal polo magnetico, 
e chi si salvò 
attese pazientemente
di morire di freddo.

Galleggiano le caravelle
dirette ai nuovi mondi
senza saperlo
e i timorosi affondano,
risucchiati dalle cascate alla
fine del mondo - 

Un Ade scivoloso, un paradiso
odoroso di lisoformi,
la beatitudine ammoniacale
dei giorni sudati d'ansia
improduttiva, di pensieri
come righe nere
tirate frettolosamente
sprecise e sbaffate
quelle ditate 
e quella cialtroneria
che causarono il nostro
biasimo.

Un'adolescenza molle,
stravaccata sul divano
come una 
prematura vecchiezza
dalla cucina al salotto
con una sigaretta spenta
e una birra già aperta,
obsolo, soletto
senza mamma, né papà

impossibilitato a migrare l'anima, seccato
per questa mancanza
di un app apposita
per fare il back-up,
si fece 
geronto contento
e rugò zigomi e mascelle,
cascò le gote e i denti, 
ingrossò le froge
incavò l'occhi e si
rese occhialuto
e sordo a ogni
geremiade,
s'aggobbì, macchiò la
pelle come di minuti
schizzi rotondi di
fango,
e sedette silenzioso
e impermalito
sul 
bordo
del letto sfatto, poi
prese una scarpa in mano
e morì.

Nel gennaio 1948 Artaud morì da solo nel suo pavillon, seduto di fronte al letto, con la sua scarpa in mano, forse per una dose letale del farmaco chloral. (fonte wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Antonin_Artaud)

***

Celebrai la scelta vegana
vestendomi da clown:
il grosso naso con l'elastico
l'abito largo, su di me attillato.

Scelsi un semaforo di buona marca
e lo disegnai sul foglio bianco
accanto alla mia figura.

Si trattava di architettura o
quantomeno di carpenteria:
è questa che attiene
all' Edificante
come categoria.

Travestito da pagliaccio,
ho costruito perché restasse
a lungo, perché reggesse
la grandine inattesa
sebbene presagita,
il temporale
che solidifica 
le nubi nel blu scuro
con cui il finanziere
veste e stritola,
il temporale che ionizza
e raffresca e libera
con cui l'anarchico
danza ebbro e infantile
in un coriandolo
la sua lieve e vibrante 
parabola - 

il semaforo zwerk
pareva una buona scelta 
e la marca si cancellava:
nei sogni le scritte sono
poco leggibili -

un nome tedesco
garanzia di affidabilità
mazel tov!

è la cerniera come concetto che rende mobili i piani ribaltabili, atti ad aprire e dividere
con lo stesso modo e mezzo con cui si apre e si chiude. Restando al di qua e al di là, la stessa materia, come acqua in un rubinetto anche se da un lato preme ed attende e dall'altro fluisce e langue - 

Aprire e celebrare e
irrigare la vita
senza fare economia
senza remore
non è semplice,
essere smodatamente
generosi, non è
facile essere incoscienti nel
darsi, quanto lo si è nel bere -
si rischia il ridicolo, di
sembrare pagliacci - 
si rischia di essere 
bambini
fuori tempo massimo,
di suscitare risolini
di scherno e compassione,
ma è una confidenza
necessaria l'esserci figli
per poter amare
i figli che
verranno.

***

Giganteggio
imperterrito astragalo
mentecatto stregatto.

Gustavo malevolo
melancólico venefico
al grand otello
del Lido
dirk
nelle mani
di un efebico putto
polacco,
di indecisa e
saccente bellezza

Giganteggio
incombusto
e rosolato
sul centro convenuto
dell'estate,
cicaleccio e
civettar di
tortore e 
grandi cacche e
aghi di pino 
e maghi divano
e veloce
rincorri
le ombre, e
siedi col seno
nudo
sulla soglia del
camper - 

Metilazione - Mutilazione
Prometeico - Proteico

Economie monumentali
sbornia di numeri
cifre abbacinanti
zeri in lunghe file
e percentuali, per
quella loro aria seria,
credibile:
inserite una percentuale 
in un discorso
e tutti si
volteranno a guardarvi
con rispetto e 
la faccia interessata di chi
affronta importanti quistioni.

perché la percentuale
implica un calcolo,
una statistica, una valutazione
accurata
e
con essa si ha
accesso alle cifre
poliedriche, ai gran
numeri,
il prezzo di una stella
cadente,
l'amministrazione di una
supernova,
il variegato portafoglio
azionario
dell'universo
calcolabile,
il celebrale
celebrare
che chiama celesti e meccanici
i cosmici caroselli, 
una zuffa
di tacche
sul bastone pastorale
a contar pecore innumeri
d'un gregge infinito,
granelli di sabbia
nel deserto di clessidra
al cui centro boccheggia
un buco nero, 
zero minuscolo, vorace
mai sazio
di gravità
incalcolabile,
come tutti
i numeri
obesi e inutili.

***

Quicky Squeez
The Squirting Squirrels

***

Noi siamo qui per questo
Doverasera.
Noi siamo qui per questo
Scontentiscostanti
a inscenare lo sdegno
a rimarcare la giovinezza
sulle pieghe che prese
la pelle nel crescerci dentro
come involucro e sepolcro
in un sol colpo.

Noi siamo qui dentro
che moviamo il burattino baracca
spingendo tubi d'osso
e gonfiando membrane
e pizzicando ghironde
e pompando sangue
maldestramente 
alla bocca
per sconcertare, 
offendere, 
titubare
- perché ne esca
a malapena un senso
per chi riceve il 
messaggio, 
e non capisce
che per pochi
imprecisati
secondi,
decifra 
e scrolla le spalle.

Noi siamo qui per questo
dicono quelli che si
presentano all'opera,
per la riscossione
d'un emolumento rimandato,
d'un premio di consolazione
o una variegata ametista
per un bicchiere di vino
forse, una croce
così sfitta e smontata
da sembrar quello che è:
assi schiodati
appoggiati all'impalcatura
ove incorrono incessanti  
lavori smessi
cantiere fermo di passioni
e morti post-datate
da resurrezioni
annullate.

Noi siamo qui ora
esattamente in questo
istante e null'altro
ci è chiesto.

Ma mettiamo le mani avanti
progettiamo, promettiamo
prometeici, proteici
mutilando e 
metilando
il codice surgivo 
a che le future
proli s'affranchino
o s'abituino.

Ma mettiamo le mani avanti
per non cascare di faccia
e sfigurati
elemosinare
un'indentità 
di pugile
terminale.

Noi siamo qui, ora
e non ci esce la
cosa carina,
non siamo gentili
non siamo disperati
non siamo rispettati,
siamo solo arrivati
e ci spalmiamo nello
spaziotempo che
ci ospita come
capita o meglio
si crede; 
talvolta
è un insonne rigirìo 
fra lenzuola grinzose e
pensieri sfatti,
lampi di sgomento e
poi un buio uterino
cui è bene arrendersi - 

altrovealtrevolte
è la gomitata
lo scatto irascibile 
di cui è vano pentirsi.

solodirado
è la luminoteca 
da cui è saggio trarre
calore
da iniettare
direttamente
al centro del petto
come la freccia di cupido
nelle vignette
un'adrenalina carezzevole
in una dose non letale
di melassa capezzale

una medicina, una scossa
una lucina
una stella, un fotogramma di un abbraccio - 

La Pace in tutta
la sua poliedrica
uniformità
d'amore, 
in tutta la sua generosa
ronzante estate,
con i suoi scrosci e cori di cicale
i suoi arcobaleni e le
fontane larghe,
dove
accaldato 
trovò refrigerio
chi smise la guerra.

Noi siamo stati
anche questo, e
muovendo carni, gambe e concetti
ci siamo 
travestiti di tutto
mimando in playback
altrui canzoni
come priscille
non sempre per gioco
spesso per tragedia
e quietovivere,
abbiamo inghiottito
e rigurgitato slogan,
ed eravamo anche lì,
per questo.

Ora qui, davanti a te
siamo noi
e ci comprendiamo
indistinti
nella lettura e ci
piace chiamare questo
prodigio di
segni che divengono
pensieri,
comunicazione.
E sono solo i
primi vagiti,
delizie mandibolari
e linguacciute
gargarismi,
gorgheggi,
vocalizzi,
versi.

***

mercoledì 24 luglio 2013

grazie a tutti!


20-07-2013 Macchia Antonini, Piteglio (PT)

Uno dei primi scatti del nostro matrimonio. Ringraziamo tutti i nostri cari amici e parenti, che sono intervenuti e nonostante grandine, pioggia, tempeste ci hanno sempre rivolto un sorriso, fiduciosi. Infatti è stata una bellissima festa per tutti.

un abbraccio grande 

martedì 18 giugno 2013

La felicità è arrivata!



Terribile come si addice a questa stagione improvvisamente torrida, dopo un inverno che sembrava senza fine, con la sua inedita appendice di zucchero spinato e la preziosa postfazione ottamana che la conclude. Ringrazio tutti i sostenitori finanziatori, Simone Molinaroli e Lorenzo Giuggioli che hanno fortemente voluto questa pubblicazione, i postfattori Caterina Tritto, Rocco Traisci e nuovamente Simone e Lorenzo. 
Al prossimo post per conoscere la data della presentazione. Intanto chi ha preferito la spedizione a casa riceverà a breve i suoi volumi!

enjoy!


venerdì 7 giugno 2013

Ham or Veg - Parte I




"La mia coscienza vuole la vittoria dei vegetariani nel mondo ed il mio subconscio langue per una fetta di carne saporita. Ed io cosa voglio, io?" 

Stalker, Andrej Tarkovskij


Sicuramente chi si dice vegano, risponderebbe con sicurezza (quasi con noncuranza): io voglio solo la vittoria dei vegetariani. Il mio subconscio non langue. 
Assolutamente legittimo che una persona, perseguendo le proprie scelte con coerenza, riesca a modificare anche l'apparato complesso delle pulsioni più sotterranee, primitive, apparentemente incontrollabili. Sicuramente negli esseri viventi esiste quella flessibilità che permette loro di adattarsi in meglio, oltre che in peggio. Si possono correggere comportamenti oggettivamente dannosi, senza cadere nelle magagne dell'edonismo: essere tacciati di quel salutismo odioso, pratica egoistica che spesso coincide più con la vanità ed il rifiuto ostinato d'invecchiare che con l'autentico rispetto di sé stessi; o riconsiderare lo spirito di adattamento oltre la sua dimensione crudele del sapersi adeguare sempre e solo al peggio: giustificazione questa per l'attuale e unanime coro di lode al farabutto di turno, non di rado tratteggiato  come un eroe romantico e turbolento. Ma non è Gatsby; non è nemmeno Kane; questo eroe di turno è più simile a Ricucci e, perdonate la mia scarsa sensibilità, ma in Ricucci non riesco proprio a scorgere nulla di affascinante. 

Veniamo al nocciolo duro della faccenda: l'etica vegan una volta abbracciata è stringente. A rigor di logica inattaccabile. I suoi argomenti e le sue dimostrazioni sono di una coerenza e di un così evidente orrore le prove a carico contro le industrie implicate nella fornitura di carne, latte, uova e altri "prodotti" di derivazione animale, che non si può in nessun modo controbattere. Chi ci ha provato, ha sempre fatto la figura di un arrampicatore di specchi, impegnato a dare alla propria imbarazzante fame di carne una pietosa giustificazione. 

Allora cosa c'è che non va? 
Si pongono dei dilemmi veramente interessanti e spinosi sulla libertà di scelta individuale. 
Io credo che l'unico errore che compiono taluni vegani, sia quello, non tanto di negare le proprie di pulsioni (questo come dicevo prima è legittimo) ma quelle di chiunque; di negare l'evidenza che molte persone a questo mondo per le più svariate motivazioni si nutrono di carne e che per farlo esercitano con noncuranza la crudeltà, facendosi necessariamente carico di tutte le conseguenze del caso (da quelle sulle loro salute fisica e mentale, a quelle del "cattivo karma", se si crede in qualche forma di spiritualità, che deriva dall'esercizio prolungato della violenza e del sadismo, anche se delegato). I vegani rifiutano di comprendere le "ragioni del sangue" (che non hanno molto a che fare con la ragione, ma più con l'istinto, con le paure, che di ragionevole hanno ben poco). Puntualizzo: comprendere non per giustificare, ma per capire.

L'uomo non uccide altri animali solo per cultura, religione, necessità: dal sacrificio rituale fino ad arrivare alla moderna zootecnia ed i suoi misfatti, lo spunto originale è la pulsione sanguinaria che è nell'uomo. Canalizzata anticamente nel sacrificio da tutte le religioni in ogni angolo del globo; rediretta e manipolata ad arte dall'industria alimentare per trasformare questa pulsione scomoda ma vitale, in un insaziabile bisogno di carne, ingenerato spesso a parziale compensa di condotte di vita frustranti, sedentarie, umilianti che non danno adeguato spazio alla nostra anima animale. Si danno in pasto alle persone in batteria negli uffici, nelle aziende, nei villaggi vacanza, gli animali allevati in batteria, altrettanto infarciti di medicinali e forzatamente immobilizzati (nel corpo e nello spirito) fatto salvo l'epilogo truculento della macellazione, che a noi viene al momento risparmiato.

Signore e signori, siamo delle zombe pittate e degli zombi incravattati : lo siamo mentre mangiamo quell'astratto dado di carne sottoposto agli stranianti virtuosismi cosmetici degli chef nei nostri ristoranti di lusso; mentre c'inventiamo di tutto di più, da secoli, per mascherare questa brutalità e per farlo c'inventiamo la gastronomia, la nouvelle cuisine, e tutta la congerie di rituali laici per consumare quanto più ci fa orrore, cioè la carne. Ovvero noi stessi. Stiamo parlando di cannibalismo infatti: nelle società tribali si uccideva ritualmente un eletto, generalmente un giovane di schiatta reale, o lo stesso principe, per ingraziarsi gli dei, e per canalizzare la violenza sociale in un rito liberatorio. Questo sacrificio si è via via spostato verso gli animali (capro espiatorio). Pare contraddittorio ma la stessa pratica del vegetarianismo da parte dei bramini indù, nasce dal sacrificio, e dai periodi di astinenza dal consumo di carne che si osservavano fra un sacrificio e l'altro. E l'animale sacrificale era il bovino. C'è chi l'ha detto un pochino meglio di me per chi volesse approfondire (La violenza e il Sacro - René Girard

A me la filosofia Vegan piace sicuramente di più quando abbandona il suo terreno di certezze monolitiche e proprio in virtù del suo rigore si avventura nei territori impervi delle vacche sacre della civiltà occidentale: per esempio quando va a toccare l'intoccabile aborto. E così via. Fa riflettere che la filosofia di vita più non-violenta prodotta nella nostra civiltà, induca a dilemmi così stridenti e ponga in sostanza sui due piatti della bilancia, la nostra libertà da un lato (anche quella di sbagliare e di seguire una condotta malsana) e il valore della vita dall'altro. Di tutte le creature senzienti. Probabilmente perché la nostra concezione di libertà è ancora troppo antropocentrica e dovrebbe invece cominciare ad includere nel suo alveo la libertà ed il diritto alla vita degli altri esseri senzienti che con noi, a parità di diritti popolano la Terra. 

Cosa pensare alla fine? Che nel mantener fede alle proprie scelte, bisogna avere anche l'onestà intellettuale e la "crudeltà" di riconoscere che esiste un lato oscuro, sanguinario e scomodo nella natura umana, che è quello che però ancora ci affratella e ci rende simili ai nostri compagni di vita animali, perché è in questo coacervo che evidentemente risiedono anche la sessualità, la passione, la paura, l'entusiasmo e la vitalità. Proprio lì accanto al sadico. Bisogna imparare ad accettare queste incoerenze, senza lasciarsi troppo sgomentare o irrigidirsi in posizioni di ottuso rifiuto. 

Ogni argomento deve cessare di essere tabù e se ne deve parlare apertamente, con rispetto oltre che dell'intelligenza, dell'istinto. Del resto l'alternativa sarebbe imporre per legge la dieta vegana; e credo che ai vegani per primi questo tipo di imposizione risulterebbe indigesta: come tutti i proibizionismi creerebbe un mercato clandestino, e otterrebbe l'effetto contrario. Certo qua non si sta parlando di prodotti (anche se siamo stati abituati a considerarli tali) ma di vite, e rispetto alla salvaguardia di tali vite, siamo presi da un'urgenza e da un'indignazione incontenibili.

Il vegano è molto spesso nella triste posizione di Cassandra, che vede attuarsi la tragedia ma viene ignorato, anzi ritenuto lui stesso un menagramo, un guastafeste. In realtà le mostruosità che addita sono drammaticamente reali, come le pulsioni omicide che ci rifiutiamo di ammettere e che ne sono alla base. Ci vuole un grande esercizio di gelassenheit (come insegnano i Mennoniti tratteggiati in "Meglio Senza" di Eric Brende) ovvero "abbandono di sé", abbandono del falso mito dell'identità (cioè della sua mitizzazione), accettazione della fallibilità, della speranza laicamente intesa, nell'impegno quotidiano a far sempre del nostro meglio, rifiutando di essere complici di questa mattanza, invitando quanti e più possibile ad abbandonare la carne, avendo rispetto della loro dignità e di quello che noi giudichiamo sbagliato se non orribile.


Cerchiamo di fornire a chi si sentisse defraudato o limitato nell'abbandonare la carne, un'alternativa semplice: infatti la nostra pulsione primitiva, spogliata del sangue e delle manipolazioni culturali a questa connesse, può diventare pulsione creativa, ed il nostro subconscio che langue per la fettina di carne saporita, potrà trovare esaltanti soddisfazioni nello sviluppo di abilità inedite e di una ritrovata empatia con le altre creature viventi.