giovedì 28 febbraio 2013

Miseria e Nobiltà






Il lavoro nobilita l'uomo e, come recita la nostra costituzione, l'Italia è una repubblica basata sul lavoro. Questo però non è sempre vero: ci sono lavori che infangano l'uomo e di conseguenza anche l'Italia.

Senza andare a scomodare professioni indegne come lo spacciatore, la prostituta, l'assassino prezzolato, il giornalista leccaculo o l'immobiliarista, forse uno dei lavori più inutili, umilianti, avvilenti e latori di abbrutimento è l'operatore di Call-Center.
Già sei precario, sottopagato e disperato, e in più, per campare, devi profittare della buona fede di chi perde tempo ad ascoltarti, essere giustamente odiato dalla povera gente che immancabilmente disturbi all'ora di pranzo per coinvolgerla in contratti capestro da cui, per uscire, si dovrà spendere tempo, denaro, fatica e fastidi a non finire. Ma la questione è ancora più sottile: c'è qualcosa di più triste dell'essere costretti a diventare dei disonesti?
Magari dopo anni di studi, sacrifici, ideali, spazzati via dalla necessità incombente?

Anch'io come molti altri, tentai questa carta, in un periodo buio di "scarsa liquidità": ci fu un training della durata di una settimana dedicato alla furberia, alla comunicazione ingannevole, oltre che all'uso del software necessario al telemarketing. In più eri motivato a persuadere oltre il limite della "decenza", perché lo stipendio base era talmente ridicolo, a fronte di un impegno pressante, quotidiano (6 giorni su 7, più di cento telefonate al giorno)  e l'unico modo per guadagnare qualcosa era attraverso le percentuali sulle vendite portate a termine. Per "motivarci" ci raccontavano che l'azienda perdeva la commissione (e noi il lavoro) se non realizzava le preventivate quote di vendita o se calava il ritmo; una situazione da cottimista tipo Lulù Massa. Responsabilità? Io lo chiamerei ricatto. Ma era vero? Non ho mai appurato: il titolare del call center sventolava davanti ai nostri occhi contratti con clausole allucinanti di questo tipo sostenendo che questo meccanismo è  alimentato dalle stesse aziende committenti (e si parla anche di molte aziende "statali" o a partecipazione pubblica) che chiudono i contratti ai call center che non rispettano i parametri di vendita. 

Questo spauracchio della "risoluzione del contratto per mancati obiettivi" è più che altro un grimaldello psicologico usato per tenere in tensione i lavoratori, trattati come cani di Pavlov da allenare attraverso la somministrazione di stimoli positivi e negativi: la realtà è un po' diversa. Come dimostra il caso famoso di "Answer" avvenuto nella mia città (Pistoia), assurto ai tristi onori della cronaca nazionale, i call center chiudono anche quando vanno bene, perché magari rientrano in qualche pacchetto di vendita di gruppi di speculatori e gente di merda così, che per realizzare un loro profitto non ci pensano un nanosecondo a sbattere in strada 200 persone.


Aldilà delle ingiustizie e delle inadempienze contrattuali che sono materia di tribunali e di azioni di civile protesta, la cosa ripugnante è considerare l'essere umano alla  stregua di un animale da soma (e sottolineo che trovo ripugnante l'idea di sfruttare anche gli animali oltre agli uomini) da sollecitare o punire a seconda dei suoi risultati: il bastone e la carota, il piccolo elettrodomestico e la pubblica umiliazione (come si vede nel tremendo film di Virzì). Una "soglia zero" dell'essere umano, dove la persona è il risultato che raggiunge attraverso una stimolazione adeguata, dove l'unico parametro in un ambiente che educa scientemente alla disonestà, è la sfiducia, e quindi l'unico modo per controllare la lealtà del dipendente è utilizzare con sapienza premi e punizioni. S'indovina dietro questa struttura una radicale mancanza di fiducia nell'umanità, un sentire primordiale e pauroso che porta a ritenere l'essere umano solo una creatura maliziosa e pronta a farti le scarpe.  

Allora non potendo cambiare le cose, che facciamo? Ci adattiamo e li lodiamo: tutto nella nostra epoca è un inno all'ipocrisia, alla furbizia, una lode sperticata a chi truffa e inganna, e un lavoro per essere "serio" deve essere ansiogeno, triste, annichilante e noioso. Si sostituisce l'assenza di soddisfazione che deriva dal praticare un mestiere puramente meccanico, con motivazioni artificiali: saltabeccare e urlare invasati come fanatici appartenenti ad una setta a quelle squallide riunioni di motivazione dove ti fanno correre sui carboni ardenti e gridare slogan come "Io ci credo. Io sono una persona di successo. Posso farcela" Parole che diventano vuote salmodie con quei programmatori neurolinguistici che organizzano queste pericolose farse, e altri zozzi che dovrebbero (davvero loro) cercarsi un lavoro serio, dopo aver scontato qualche anno di galera (seria anche quella - no ai domiciliari nel residence con mignotta).

Non so cosa ci sia di così figo nell'ingannare la buona fede di una persona che crede alle tue parole: una persona che dà ancora alla parola il valore che dovrebbe avere. Mi manca proprio quella parte di cervello lì, adibita a trarre piacere dal truffare una persona.
Esiste nel nostro immaginario un "truffatore romantico" come "il Mattatore" del famoso film di Dino Risi, con Vittorio Gassman: un istrione che crea delle elaborate messinscena per fregare individui ingordi, che pensano di fare soldi facili o di fregare impunemente a loro volta qualcuno. Questi personaggi da dopoguerra, sono scomparsi. Il nuovo truffatore è un gelido e astratto figlio di puttana, che si avvale della legge , delle sue fumosità e lacune, per fregare su scala industriale, piccoli risparmiatori, profittare delle necessità di una massa di disoccupati e precari a cui oltretutto fa il lavaggio del cervello. Non è un "povero diavolo" che si ingegna e s'arrabatta: è solo un pezzo di merda fatto e finito.
Ha ragione Massimo Fini, la nostra società deve recuperare i suoi valori di decenza, dignità ed onestà: valori interclasse, che in un tempo non lontano venivano condivisi da tutti: dai contadini, dai borghesi come dalla classe operaia. 

Non potremo però (sempre citando Fini) "ripristinare per diktat la dignità e l'onestà" nel nostro paese, sarà un lavoro lungo, che richiederà più generazioni ed un ripensamento del concetto di lavoro inteso come servizio, come trasparente scambio di prestazioni, come espressione delle potenzialità di una persona non a discapito degli altri. E soprattutto come una parte importante della nostra vita, non come tutta la nostra vita.

enjoy!




1 commento:

  1. assolutamente d'accordo con te! dalla prima all'ultima parola..piccole parolacce comprese! :)
    ciao, Caterina ;)

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