giovedì 14 febbraio 2013

Stilo & Stile






Modelli di stile: la bestemmia, il telegramma e l'epitaffio.
Emil Cioran, Sillogismi dell'amarezza, 1952 


stilo e stile fr. style; sp. e port. e stilo: == lat. stilus e stylus, che il Georges confronta con il gr. STYLOS colonna, da STYO mi ergo, dandogli il senso generale di corpo acuminato che sta ritto (cfr. Stelo, Peristilio e Stoa); ma che sembra meglio attenendosi alla forma stilus, reputarlo detto per STIG-LUS e annodarlo alla radice STIG- che ha il senso di pungere, ond'anche la voce Stigma (v.q. voce).
Verghetta cilindrica acuminata, di metallo, osso o avorio, di cui gli antichi si servivano per scrivere sulle tavolette cerate; d'onde trapassò a significare Modo di scrivere di un autore, che comprende i pensieri, la lingua, la frase, la dizione, il ritmo; quindi il complesso delle qualità particolari a un artista o all'epoca di un'arte, che li distingue dagli altri artisti e dalle altre epoche.  [ L'uso dello stile per scrivere è antichissimo e nell'India meridionale si adopera tutt'ora per segnare caratteri su lunghe foglie di palma, che poi si uniscono insieme a forma di libro, come se ne hanno esemplari in Europa e in Italia, specie nel Museo Indiano da non molto istituito in Firenze dal dotto indianologo De Gubernatis ].
Significa pure lancetta di una meridiana o Gnomone; ed anche il ferro trasversale della stadera dove sono segnate le once o i grammi. 
[ Nella seconda forma vale anche Pugnale].

Deriv. Stilare termine curiale per Praticare, Procedere, Costumare.

(liberamente copiato da etimo.it) http://www.etimo.it/?term=stilo


Anche quando più tardi, nel 1947, si mette a realizzare una serie di ritratti e autoritratti che dimostrano una grande padronanza dei mezzi del disegno, Artaud ci tiene a rigettare ogni possibile sospetto di accademismo. Egli infatti intende opporsi alla pittura figurativa tradizionale (così come, del resto, a quella astratta) e in ultima istanza all’artisticità: «D’altronde io ho definitivamente rotto con l’arte, lo stile o il talento […]. Occorre accettare questi disegni nella barbarie e nel disordine del loro grafismo “che non si è mai preoccupato dell’arte” ma della sincerità e spontaneità del tratto»(46).



Cosa facevano tutti la intorno al bel fuoco dell'Europa? facevano combriccola, surrealisti, nazisti, alleati… a ciascuno la sua parrocchietta. Artaud invece continuò imperterrito a fare quello che si doveva fare, fino all'estreme conseguenze, dimenticando così il dovere di appartenenza, il compiacimento dei propri pari, il far banda pro o contro qualcuno \ qualcosa. Questa la si ritiene follia. 

Vi è da secoli un immenso apparato sociale volto al contenimento \ annientamento dei non-allineati. 
Come quelle grandi macchine che confezionano cibi e oggetti, che automaticamente scartano i malfatti, gli imperfetti, gli eccedenti o i carenti con la stessa ferrea e indiscutibile regola. Vi è gran rispetto delle regole, quando una moltitudine rigetta qualcuno, utilizzando come alibi la patologia mentale. 
La patologia mentale esiste: la si può facilmente attribuire a chiunque.
Mentre tutto il mondo dunque adora e persegue lo stile, anche a ragione voglio dire, Artaud è l'unico che rompe con lo stile e tutta la sovrastruttura che sta sopra (ma anche dietro) al baraccone così nomato: arte, talento, etc… 
Ci risiamo? 
Un nuovo alibi per stramboidi senza arte né parte che hanno come unico tratto distintivo una mente disturbata, febbricitante, inservibile, non utilizzabile da alcuna industria, da nessuno star system, da nessuna nicchia, estranei a ogni conventicola, incapaci, improduttivi, invendibili, destinati a languire in case famiglia, a crepare nelle strade, animati da quel risentimento sordo e continuo di chi non è mai stato capito.
Si è tentato di curarli: anche con il teatro. Molto buffa questa. 
Tutto deve essere utile, tutti devono sentirsi utili, produttivi, importanti per qualcuno, qualcosa. Lo spettacolo è lo stesso tenero e avvilente delle recite dei bimbi. Impacciati e per primi increduli di fare quel che stanno facendo.
Tagliato fuori lo stile, cosa resta?
Resta un'emorragia, un flusso incessante di "grafismi" (per chi disegna) di parole (per chi scrive, ma son grafismi anche quelli) che non hanno alcuna valenza comunicativa contingente, non incontrano (se non per caso o furberia) mercati dell'arte, annoiano e al contempo disturbano quasi tutti. Roba che andrà al macero. Paccottiglia, aborti, percolato: il terrificante, ridicolo e vergognoso dramma dell'espressione.
Eccoli qua i "liberati" che urlano e gesticolano per le strade, durante le loro performance dell'oppresso. La valenza rivoluzionaria di queste attività è esattamente la stessa di quei ragazzetti che vanno a suonare i campanelli e scappano.
Imporre la propria espressione non richiesta, non voluta, ruttare in faccia ad un innocente, ad un povero ragioniere, e magari becchi come spesso accade, l'unico cuor gentile, l'unico funzionario simpatico e onesto del mucchio sfaccendato e supponente.
Questa faccenda dello stile è lì ancora a dividere il mondo: da una parte i ganzi, dall'altra gli sfigati. In entrambi gli schieramenti esistono sopra e sotto valutati, veri ganzi e falsi ganzi, veri sfigati e sciagurati veri:  discernere è come al solito materia delicata, l'unica credo buona regola è diffidare dello stile: l'appartenenza a un gruppo o a una modalità espressiva ritenute valide a priori non sono parametri di giudizio efficaci. Non sei ganzo se sei alla moda, ma puoi esserlo anche se sei alla moda.  Un pazzo furioso non è necessariamente un grande artista, ma un grande artista può anche essere un pazzo furioso. Una performance tipo living theatre fa generalmente accapponare la pelle dal fastidio che deriva dal suo essere una messinscena artificiosa, ma una performance può anche essere una bellissima rivelazione (basta che non diventi un flash mob! - la versione edulcorata-ripulita della performance di strada, una specie di attività da villaggio\lager vacanze ) - mi ricordo certi pazzi meravigliosi che d'improvviso nella mia piccola città, cantavano o recitavano le loro sconcertanti poesie: ed erano della stessa materia dei bimbi che giocano, e potevano permettersi anche il lusso di essere fastidiosi, noiosi, petulanti e di vilipendere in pubblico l'autorità. E d'intorno, nei volti dei passanti, sorpresi e irretiti per un attimo, si aprivano i sorrisi, come fessure compiaciute, e anche in chi gli sbeffeggiava c'era quel senso supremo di liberazione che si prova assistendo ad un atto di genuino eroismo.
Non amo l'eroismo, è una retorica che lascio ai casapaundi: era per fare un parallelo. L'eroe è colui che senza pensare, senza cercare gloria o vantaggi personali, compie un'azione eclatante che salva molti anche suo malgrado, anche fino alla morte.
In questo c'è un grande stile: ma non è ricercato. Chi se ne frega dello stile?
Forse chi fa questi film di oggi molto ben confezionati ma esanimi, flosci - begli abiti su un manichino, che della vita e della sua prepotente esuberanza ha la forma, ma mai la sostanza. 




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