martedì 23 aprile 2013

Siate satolli, siate savi




Steve Jobs resterà nella storia, almeno quella recente, per aver radicalmente rinnovato il nostro modo di comunicare. Gli apparecchi da lui congegnati infatti integrano funzioni complesse e molteplici ad un'interfaccia utente intuitiva ed un design elegante. Diciamo la verità: senza di lui, il touchscreen sarebbe rimasta una tecnologia da biglietteria automatica. Chapeau. 

Ma Steve Jobs verrà anche ricordato per la sua controversa affermazione "siate affamati, siate folli" il suo testamento spirituale, che spiega altresì per quale motivo non sono riuscito a sfondare: infatti credo di non aver mai patito la fame un solo giorno della mia esistenza (che sia tutta colpa di queste rimpinzanti mamme italiane se non siamo dei geniacci?) e per tale ragione mi consolo pensando che perlomeno non sono diventato un abitué dei centri d'igiene mentale. 

Steve ha ragione: senza un pungolo, un bisogno reale e stringente che ti affligga, non si può essere geniali. La parte del cervello dedicata a questo alto scopo si atrofizza: anche senza scomodare il compianto Steve, i nostri contadini e la nostra spesso snobbata e schernita  saggezza popolare ci ammoniscono circa la necessità che va ad aguzzar l'ingegno. Mater artium necessitas. 

Benissimo, ce l'abbiam fatta a trovare l'imprimatur culturale e l'alibi al Pescecanesimo imperante! Ci sono sia nella tradizione, che nella contemporaneità, mille e mille buone ragioni per demolire lo stato sociale residuo, l'assistenzialismo, per giustificare la povertà che è (lei si) in continua crescita come una sorta di bacino stimolante, di arena spietata, da cui solo i migliori emergono, temprati dalle asprezze della vita e prevaricando gli altri. Possiamo eleggere tutto ciò a sistema di valori e siamo perciò in pace con la nostra coscienza, spinti a far di più e meglio. Ma la cosa bizzarra è che questa frase è diventata un motto da ricchi. E non parlo solo dei neo-yuppie, dei giovani broker e squaletti assortiti tratteggiati nelle varie pellicole americane dagli anni '80 ad oggi (non ultimo lo straniante  "1km da Wall street")

Steve Jobs, di umili origini, si sentiva sicuramente con le carte in regola per poter fare certe affermazioni. Ma questi ricchi, figli, nipoti e pronipoti di ricchi, di generazioni di quattrinai che non conoscono la fame nemmeno come memoria ancestrale, perché mi devono fare i sacrificati? 

Sembra sempre che loro lavorino di più. Eroici, nonostante lo stress e i tormenti, sorridono stoicamente. I privilegi di cui godono sono la giusta contropartita di tanti gravami e responsabilità che affrontano sempre con ottimismo e senza perdersi d'animo. La ragione di tanto ottimismo, non potrebbe risiedere nel fatto che sono costantemente assecondati, vezzeggiati, coccolati, serviti e riveriti? Quando ogni loro pensiero, anche il più loffio e disarticolato, incontra esegeti, correttori di bozze, segretari, tirapiedi e saltimbanchi che lo eleggono a illuminante paradigma? Di sicuro la mia analisi è semplicistica.

Perché poi, quando interrogati sulle loro ricchezze, si schermiscono, quasi ne avessero vergogna? Perché non è elegante ostentare mi si dice: però è evidentemente molto chic gettarsi a corpo morto nella retorica della modestia non meno insidiosa e fasulla della vanagloria.

Perché loro lavorano 25 ore su 24? Perché loro, solo loro, sembrano avere responsabilità, oneri, fatiche titaniche e gli altri stan lì a ruotarsi i pollici e eseguito il loro compitino, ad aspettare l'immeritato salario che solo a prezzo di tanti sacrifici del capitano coraggioso viene elargito? 


Temo che questi ricchi borghesi, democratici all'apparenza, dinamici e giovanilisti usino questa nuova maschera del "sacrificato" per riaffermare antichi ed intatti privilegi. Non ultimo quello più elementare e (solo) apparentemente superato della disuguaglianza: il mio tempo è più importante del tuo. La mia vita vale più della tua.  


Ma lo si fa con falsa modestia, col sorriso d'ordinanza, con sempre pronta in canna una qualche iniziativa filantropica per fugare il demone degli affari che per il profitto delocalizza, demolisce, depaupera e taglia: personale, vite, competenze, professionalità, mestieri. Su questo terreno la borghesia non è andata molto più in là dell'aristocrazia dell' Ancien Régime. Sarebbe opportuno rileggere alcuni illuminanti passi de "Il Gattopardo" a tal proposito e mai dimenticare che "se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi" Tancredi docet.

Vi dirò, a me piacevano di più gli aristocratici come il marchese del Grillo: intelligente, fannullone, scialacquatore, sicuramente non pazzo, né affamato, che usava i suoi soldi ed i suoi privilegi per mettere alla berlina istituzioni e parrucconi vari, fondamentalmente per divertirsi e far la bella vita senza tanti (falsi) rimorsi. E anche se inquietante e feroce, a suo modo, genuino. Arrestato insieme a dei bari in una osteria per gioco d'azzardo e subito riconosciuto dal capo della polizia e quindi rilasciato, ebbe così a rivolgersi ai suoi compagni di sventure: "Mi dispiace, ma io so' io e voi non siete un cazzo!" 

giovedì 4 aprile 2013

Bipolarismo





Albrecht Dürer, Four Horsemen of the Apocalypse, 1498

Continuo sul filone del precedente post a "bispensierare"…

Il bipolarismo è, diciamocelo francamente, un disturbo della personalità: riconosciuto dalla comunità medico-scientifica come uno dei più debilitanti per la vita di coloro che ne soffrono e dei loro familiari e amici. 
Questa stessa parola in ambito politico acquista valore opposto, rappresentando quel regime ideale di alternanza fra 2 (apparentemente) opposti schieramenti che garantirebbe la governabilità, la stabilità e la crescita di una nazione, il perseguimento delle sue politiche, la ricchezza delle lobby di potere, l'agiatezza di una piccolo \ media borghesia specializzata a esse legata, una calcolata povertà delle classi inferiori, mantenute in equilibrio instabile sulla corda esile del precariato.

Ogni 5 anni si cambia, e chi governa va all'opposizione a recitar la parte dell'antagonista. Facendo anche la voce grossa, sfogandosi e denunciando nell'opposta fazione le stesse malefatte di cui si è macchiata quando era al governo. Molto liberatorio. Come quei rutti salvifici al termine di ogni abbuffata. Il tutto con l'avallo del voto, che fornisce la formale investitura al balletto di poteri cui assistiamo.

Faccio un rutto anch'io: in un certo senso apprezzo la maggior onestà intellettuale dei cinesi, che non si vergognano di essere regime totalitario comunista e paese capitalista, apertamente "bipolari", schizoidi quasi, o la brutale "democrazia autoritaria" russa. Costoro sono esenti dalle ipocrisie americane per le quali è saggio vestire l'autoritarismo con costumi di scena idealistici, per cui è facile giungere alle formule delirati e "bipolari" (in senso patologico) di "peacekeeping" per operazioni militari che sono guerre tout-court e la solita vecchia solfa del portare la libertà, che dai tempi del colonialismo è stato l'alibi più abusato per atrocità d'ogni sorta.

Stamani alla radio ho sentito per un attimo parlare della "impossibilità dell'Italia di diventar bipolare" e ho pensato "meno male! forse fra furberie e sgangheramenti vari, almeno siamo ancora lucidi" dove reputo segno di lucidità una sana insofferenza allo status quo; dove per "bipolarismo" intendo una patologia dannosa ancorché inutile.
L'italia truffaldina e arrangiona, è anche inguaribilmente molteplice, adusa al negoziato, al trovare un accordo, incline alla democrazia diretta, alla ricerca del consenso attraverso il dialogo: non parlo della politica dei palazzi, dove queste parole acquistano tinte fosche e puzzano di mafia; parlo degli italiani, del loro millenario modo di rapportarsi l'uno all'altro. 

Parlo di un'Italia più povera, ma dignitosa e creativa, la stessa che descriveva il celebre direttore d'orchestra,  Riccardo Muti in una bellissima intervista apparsa sul Corriere della Sera, credo di sabato o domenica scorsa.  Un'Italia dove tutto si aggiustava (nel senso buono), dove non si litigava ad oltranza per far clamore in televisione.

Non sono un nostalgico dei tempi passati, ma ho nostalgia di queste persone oneste, pacifiche, ragionevoli, come poteva essere mio nonno, che hanno saputo attraversare due guerre e l'infamia fascista tirando avanti con famiglie numerose, abili in molteplici campi, dall'agricoltura, all'artigianato, alla musica. Persone, alle quali rivolgendo la parola, potevi pensare che fossero tutti dei laureati, e magari erano arrivati alla terza elementare. 

Questa tipologia umana, mi si concederà, è al giorno d'oggi merce rara, almeno da queste parti. Anzi è ritenuta "obsoleta", inefficace, perdente, disprezzata proprio per  quella loro pulizia e sobrietà, spesso accostate beffardamente al puritanesimo: ovunque da destra a sinistra si celebra lo squalo, predatore rapido, ingordo e stolido, che azzanna e ingoia tutto ciò che si muove in superficie, costretto al perenne muoversi perché incapace di galleggiare.
A me gli squali veri, quelli del mare, piacciono molto, quelli di "terra" decisamente no; hanno un'attitudine antisociale inutile e soprattutto antipatica. La loro solitudine non è quella dello stilita o dell'asociale scontroso e tormentato; non è quella del sofferente, del maledetto, dell'incompreso; è solo essere "single" per non aver beghe e legami che rallenterebbero nella quotidiana caccia al profitto. E in questo si sentono vincenti. 

A me paiono il prodotto più triste di millenni di civiltà: forse è vero, come dice Gordon Gekko uno dei protagonisti del film "Wall Street", che l'ambizione è il motore della civiltà, ma ogni ambizione richiede un team, un gruppo, dei sostenitori, degli amici, una famiglia, una qualche società per esprimersi. I consumatori solitari e compulsivi non giustificano, né implicano uno sviluppo, ne sono anzi lo stadio terminale. 
Un uomo da solo muore, nel deserto, come nella giungla, come in una metropoli. Le sue idee non sono mai completamente sue, la sua ambizione è spesso solo l'espressione esacebata del suo istinto di sopravvivenza, una naturale aggressività che condivide con tutti i suoi simili, retaggio di ere selvagge, curiosità, voglia di conoscere. Io tutto questo lo chiamerei Vitalità. 

Più che l'ambizione è la necessità che muove gli uomini e tutte le altre creature. La necessità di sopravvivere, nutrirsi, procreare, esplorare, costruire e amare. 
Se nella nostra follia, o bipolarismo che dir si voglia, abbiamo creato un mondo spietato e fasullo che trasforma queste necessità in ottusa ingordigia da realizzarsi a scapito d'altri, se la collaborazione per il benessere comune è diventata sfruttamento, schiavitù, precariato, questo non significa che bisogna acclamare questo sistema perché erroneamente lo riteniamo il più "naturale".
Nella natura umana Aggressività e Convivialità sono compresenti: l'esaltazione del bipolarismo impedisce di cogliere i passaggi intermedi, le fluttuazioni dall'uno all'altro stato. Il bipolarismo inneggia ad una opposizione puramente formale, di maniera, che sotto gli schiamazzi di un falso dibattito, propende alla piattezza e all'immobilismo, disprezzando sia l'aggressività, canalizzata nei battibecchi televisivi o in quella più "fisica" degli stadi, che la convivialità, additata come obsolescente fricchettonismo e imperdonabile ingenuità. 

Quello che conta è mantenere tutti in un perenne stato d'ansia; e oggi come in passato la Paura è l'instrumentum regni: il diavolo, l'inferno, il peccato, la bomba atomica, il terrorismo… una volta almeno c'erano la dignità e la comunità (c'erano, noi siamo nati in un mondo socialmente smantellato) a darci conforto, a farci scudo dalle angherie dei (pre)potenti. Adesso dovrebbero bastare un acquisto discreto e continuativo di nuovi modelli di iphone, o l'abbonamento alla pay-tv e la scelta (sofferta) fra il decisionista Renzi, l'incazzato Grillo, il plastificato (chirurgicamente) Berlusconi o l'asfissiante Bersani. 

I 4 cavalieri dell'apocalisse oggi? Tutti col disturbo bipolare della personalità.