venerdì 7 giugno 2013

Ham or Veg - Parte I




"La mia coscienza vuole la vittoria dei vegetariani nel mondo ed il mio subconscio langue per una fetta di carne saporita. Ed io cosa voglio, io?" 

Stalker, Andrej Tarkovskij


Sicuramente chi si dice vegano, risponderebbe con sicurezza (quasi con noncuranza): io voglio solo la vittoria dei vegetariani. Il mio subconscio non langue. 
Assolutamente legittimo che una persona, perseguendo le proprie scelte con coerenza, riesca a modificare anche l'apparato complesso delle pulsioni più sotterranee, primitive, apparentemente incontrollabili. Sicuramente negli esseri viventi esiste quella flessibilità che permette loro di adattarsi in meglio, oltre che in peggio. Si possono correggere comportamenti oggettivamente dannosi, senza cadere nelle magagne dell'edonismo: essere tacciati di quel salutismo odioso, pratica egoistica che spesso coincide più con la vanità ed il rifiuto ostinato d'invecchiare che con l'autentico rispetto di sé stessi; o riconsiderare lo spirito di adattamento oltre la sua dimensione crudele del sapersi adeguare sempre e solo al peggio: giustificazione questa per l'attuale e unanime coro di lode al farabutto di turno, non di rado tratteggiato  come un eroe romantico e turbolento. Ma non è Gatsby; non è nemmeno Kane; questo eroe di turno è più simile a Ricucci e, perdonate la mia scarsa sensibilità, ma in Ricucci non riesco proprio a scorgere nulla di affascinante. 

Veniamo al nocciolo duro della faccenda: l'etica vegan una volta abbracciata è stringente. A rigor di logica inattaccabile. I suoi argomenti e le sue dimostrazioni sono di una coerenza e di un così evidente orrore le prove a carico contro le industrie implicate nella fornitura di carne, latte, uova e altri "prodotti" di derivazione animale, che non si può in nessun modo controbattere. Chi ci ha provato, ha sempre fatto la figura di un arrampicatore di specchi, impegnato a dare alla propria imbarazzante fame di carne una pietosa giustificazione. 

Allora cosa c'è che non va? 
Si pongono dei dilemmi veramente interessanti e spinosi sulla libertà di scelta individuale. 
Io credo che l'unico errore che compiono taluni vegani, sia quello, non tanto di negare le proprie di pulsioni (questo come dicevo prima è legittimo) ma quelle di chiunque; di negare l'evidenza che molte persone a questo mondo per le più svariate motivazioni si nutrono di carne e che per farlo esercitano con noncuranza la crudeltà, facendosi necessariamente carico di tutte le conseguenze del caso (da quelle sulle loro salute fisica e mentale, a quelle del "cattivo karma", se si crede in qualche forma di spiritualità, che deriva dall'esercizio prolungato della violenza e del sadismo, anche se delegato). I vegani rifiutano di comprendere le "ragioni del sangue" (che non hanno molto a che fare con la ragione, ma più con l'istinto, con le paure, che di ragionevole hanno ben poco). Puntualizzo: comprendere non per giustificare, ma per capire.

L'uomo non uccide altri animali solo per cultura, religione, necessità: dal sacrificio rituale fino ad arrivare alla moderna zootecnia ed i suoi misfatti, lo spunto originale è la pulsione sanguinaria che è nell'uomo. Canalizzata anticamente nel sacrificio da tutte le religioni in ogni angolo del globo; rediretta e manipolata ad arte dall'industria alimentare per trasformare questa pulsione scomoda ma vitale, in un insaziabile bisogno di carne, ingenerato spesso a parziale compensa di condotte di vita frustranti, sedentarie, umilianti che non danno adeguato spazio alla nostra anima animale. Si danno in pasto alle persone in batteria negli uffici, nelle aziende, nei villaggi vacanza, gli animali allevati in batteria, altrettanto infarciti di medicinali e forzatamente immobilizzati (nel corpo e nello spirito) fatto salvo l'epilogo truculento della macellazione, che a noi viene al momento risparmiato.

Signore e signori, siamo delle zombe pittate e degli zombi incravattati : lo siamo mentre mangiamo quell'astratto dado di carne sottoposto agli stranianti virtuosismi cosmetici degli chef nei nostri ristoranti di lusso; mentre c'inventiamo di tutto di più, da secoli, per mascherare questa brutalità e per farlo c'inventiamo la gastronomia, la nouvelle cuisine, e tutta la congerie di rituali laici per consumare quanto più ci fa orrore, cioè la carne. Ovvero noi stessi. Stiamo parlando di cannibalismo infatti: nelle società tribali si uccideva ritualmente un eletto, generalmente un giovane di schiatta reale, o lo stesso principe, per ingraziarsi gli dei, e per canalizzare la violenza sociale in un rito liberatorio. Questo sacrificio si è via via spostato verso gli animali (capro espiatorio). Pare contraddittorio ma la stessa pratica del vegetarianismo da parte dei bramini indù, nasce dal sacrificio, e dai periodi di astinenza dal consumo di carne che si osservavano fra un sacrificio e l'altro. E l'animale sacrificale era il bovino. C'è chi l'ha detto un pochino meglio di me per chi volesse approfondire (La violenza e il Sacro - René Girard

A me la filosofia Vegan piace sicuramente di più quando abbandona il suo terreno di certezze monolitiche e proprio in virtù del suo rigore si avventura nei territori impervi delle vacche sacre della civiltà occidentale: per esempio quando va a toccare l'intoccabile aborto. E così via. Fa riflettere che la filosofia di vita più non-violenta prodotta nella nostra civiltà, induca a dilemmi così stridenti e ponga in sostanza sui due piatti della bilancia, la nostra libertà da un lato (anche quella di sbagliare e di seguire una condotta malsana) e il valore della vita dall'altro. Di tutte le creature senzienti. Probabilmente perché la nostra concezione di libertà è ancora troppo antropocentrica e dovrebbe invece cominciare ad includere nel suo alveo la libertà ed il diritto alla vita degli altri esseri senzienti che con noi, a parità di diritti popolano la Terra. 

Cosa pensare alla fine? Che nel mantener fede alle proprie scelte, bisogna avere anche l'onestà intellettuale e la "crudeltà" di riconoscere che esiste un lato oscuro, sanguinario e scomodo nella natura umana, che è quello che però ancora ci affratella e ci rende simili ai nostri compagni di vita animali, perché è in questo coacervo che evidentemente risiedono anche la sessualità, la passione, la paura, l'entusiasmo e la vitalità. Proprio lì accanto al sadico. Bisogna imparare ad accettare queste incoerenze, senza lasciarsi troppo sgomentare o irrigidirsi in posizioni di ottuso rifiuto. 

Ogni argomento deve cessare di essere tabù e se ne deve parlare apertamente, con rispetto oltre che dell'intelligenza, dell'istinto. Del resto l'alternativa sarebbe imporre per legge la dieta vegana; e credo che ai vegani per primi questo tipo di imposizione risulterebbe indigesta: come tutti i proibizionismi creerebbe un mercato clandestino, e otterrebbe l'effetto contrario. Certo qua non si sta parlando di prodotti (anche se siamo stati abituati a considerarli tali) ma di vite, e rispetto alla salvaguardia di tali vite, siamo presi da un'urgenza e da un'indignazione incontenibili.

Il vegano è molto spesso nella triste posizione di Cassandra, che vede attuarsi la tragedia ma viene ignorato, anzi ritenuto lui stesso un menagramo, un guastafeste. In realtà le mostruosità che addita sono drammaticamente reali, come le pulsioni omicide che ci rifiutiamo di ammettere e che ne sono alla base. Ci vuole un grande esercizio di gelassenheit (come insegnano i Mennoniti tratteggiati in "Meglio Senza" di Eric Brende) ovvero "abbandono di sé", abbandono del falso mito dell'identità (cioè della sua mitizzazione), accettazione della fallibilità, della speranza laicamente intesa, nell'impegno quotidiano a far sempre del nostro meglio, rifiutando di essere complici di questa mattanza, invitando quanti e più possibile ad abbandonare la carne, avendo rispetto della loro dignità e di quello che noi giudichiamo sbagliato se non orribile.


Cerchiamo di fornire a chi si sentisse defraudato o limitato nell'abbandonare la carne, un'alternativa semplice: infatti la nostra pulsione primitiva, spogliata del sangue e delle manipolazioni culturali a questa connesse, può diventare pulsione creativa, ed il nostro subconscio che langue per la fettina di carne saporita, potrà trovare esaltanti soddisfazioni nello sviluppo di abilità inedite e di una ritrovata empatia con le altre creature viventi.

1 commento:

  1. Condivido molte delle riflessioni che hai esposto in questo articolo: dopotutto, per parafrasare Sylvia Plath, «la perfezione è terribile e non può avere figli».

    :)

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