venerdì 11 ottobre 2013

BMW




“I have a BMW. But only because BMW stands for Bob Marley and The Wailers, and not because I need an expensive car.”  

Bob Marley

State guidando tranquilli, rispettosi del codice, alla giusta velocità di crociera, non siete particolarmente in ritardo, nessun pensiero vi affligge, ve la state godendo; non siete di intralcio a chicchessia; trovate un furgoncino e vi apprestate a sorpassarlo, senza per questo sentirvi Niki Lauda. Mettete la freccia e…
Chi è che compare a questo punto? Quello con la BMW

Ben lungi dal polleggio rastafariano del celebre possessore di superar bavaresi sopracitato, costui d'abitudine, "quello con la bmw", si manifesta all'improvviso, come teletrasportato, e rombando esagitato ti si piazza dietro, a 2 centimetri dal paraurti; padrone indiscusso della strada esige e reclama il suo lebensraum, e quando siete costretti a sterzare bruscamente per farlo passare ed evitare un incidente, vi omaggia pure di un bel vaffa. Colpa vostra, eravate sulla sua strada!

Questo è "quello con la BMW". E per mia esperienza sono solo loro, i dannati della BMW, a comportarsi così. 
Avanzo alcune ipotesi: la BMW essendo la più "wannabe" delle supercar, incarna lo spirito di eterna rivalsa tipico di chi si trova in un limbo: non sei una opel, ma non sei nemmeno una porsche, perciò sei costretta tutta la vita a dimostrare quello che vali, così che qualcuno possa sempre dire "caspita! questa BMW è meglio di una porsche!" 
Ipotesi 2, o ipotesi aeronautica: la BMW nasce come fabbrica d'aerei (il logo è un'elica stilizzata) ed evidentemente la deriva terragna è mal sopportata da questi veicoli che in cuor loro vorrebbero volteggiare liberi nel cielo, e perciò tentano sempre il decollo.
Ipotesi 3: il demone nazi. L'apparentemente mite proprietario middle-class dell'auto in questione, appena sale a bordo, viene posseduto dal poltergeist di un pilota di Stuka della seconda guerra mondiale e non potendo precipitarsi in picchiata mitragliando donne e bambini in fuga, si accontenta di zigzagare per le strade, gettando nel panico e nel marasma pedoni e automobilisti (non potendo più farli fuori). 

Una cosa è certa: la BMW è fra tutte le auto quella preferita dagli arroganti. 
La spiegazione è semplice: chi possiede una ferrari o una lamborghini non ha nulla da dimostrare: sale in auto ed ha già dimostrato. Lo stesso dicasi d'altro canto per la mercedes, il più abbordabile degli status symbol che chiunque abbia almeno un lavoro abbastanza sicuro e onestamente retribuito può permettersi, dal geometra del comune al tassista di Marrakech. Costoro in buona sostanza sono appagati. La loro auto li rappresenta, non devono sembrare più veloci, più efficenti, più… più… più…

Ma "quello con la BMW" no. Egli è tormentato; è un ambizioso irrisolto, un prepotente, il classico forte coi deboli e debole coi forti. Avrebbe voluto una porsche ma costava troppo. Sa in cuor suo di essere poco più d'un rappresentante; le auto giuste per lui, se avesse il coraggio di guardarsi in faccia sarebbero una opel astra o tutt'al più un audi. Ma no, non demorde, ed in piena crisi d'autorità, compra la BMW. 

Aldilà di questa mia riflessione che sicuramente alcuni potranno condividere ed altri no, c'è un altro dato da considerare: l'italianità. Scusate il brutto neologismo. L'italiano al volante è di per sé animato da foghe falliche, di dimostrazione di potenza e sulla BMW questo fenomeno si acuisce e diventa inquietante. 
Anche il tedesco è arrogante, ma l'arroganza tedesca non è dimostrativa, in quanto il tedesco in cuor suo si sente migliore di tutti, senza ombra di dubbio. Per sfogare le vampe testosteroniche lui ha l'autobahn, dove poter circolare senza limiti di velocità. 
Finchè n'hai, mettine! O come avrebbe detto il compianto Sandrino "tutto no, ma pigia".
Poi però guai se in città sgarri di 5 km orari il limite! 
In questa chiarezza di regole e con tanta consapevolezza di se stessi, la prepotenza non trova terreno facile. 

L'italiano invece si perde, al solito, in una nube di regole ed eccezioni, di limiti elastici, dove alla fine vale su tutto l'inossidabile "se non ti vede nessuno, fallo!" 
Come ci ha già insegnato la storia a nostre spese, certe alleanze coi tedeschi sarebbero da evitare. Sicuramente fornire di un bolide così tormentato ma allo stesso tempo potente e preciso, uno work addicted italiano in perenne crisi edonistico emulativa è pericoloso.  

Consiglio a queste persone agitate e sofferenti, dal piede pesante, di cambiare l'oggetto delle loro fantasie emulative e passare da Briatore, al compianto Bob e come lui, anche se è una pratica invisa al codice penale, fumarsi un cannone ogni tanto per allentare la tensione ed abbattere di una trentina di km orari la velocità.  

Enjoy!

giovedì 10 ottobre 2013

700 Canali







Da circa 3 anni non ho più la TV. Guardo molti film in streaming, talvolta li noleggio, talvolta li trovo in rete "a gratis", un po' come tutti. La TV la guardo dopo pranzo a casa dei miei, nella pausa di lavoro: e ogni volta la sensazione che ho è quella di chi l'ha scampata, come se miracolosamente avessi evitato il proverbiale pianoforte che casca dal palazzo sullo sventurato passante. Come in un cartoon.

Dall'avvento del digitale terrestre la TV ha ultimato il suo processo di decomposizione: abbiamo moltiplicato l'offerta, ci dicevano i soliti entusiasti, e si sa come moltiplicare lo zero sia matematicamente poco efficace. Anzi sbagliato. 

700 canali (a braccio) dove si alternano repliche, programmi di cucina, televendite. Nelle repliche si prediligerà il mediocre e il narcotico, con le varie fiction di sbirri e preti, o la combine dei due. Dei grandi sceneggiati, dei telefilm o dei cartoni animati belli non vi è quasi mai traccia. Se non vogliamo annoiarci con le repliche, possiamo scegliere i programmi di cucina, dove cuochi arroganti sottopongono a test umilianti dei tizi pervasi dal sacro fuoco dei fornelli, anch'essi eminentemente boriosi e ottusi. L'arroganza la fa da padrona: ovunque troverete giudici odiosi, "amici" insidiosi e competitivi che popolano queste fantomatiche scuole dove vengono ammaestrate le nuove scimmie del circo mediatico. 

Cui prodest? L'effetto collaterale è sicuramente quello di rendere il nostro mondo più noioso e l'Italia in particolare, come ho letto in un interessante articolo di Houllebecq, all'avanguardia nel peggio. A chi giova? A chi evidentemente dopo aver esasperato la gente con mentecatti che girano il mondo mangiando insetti, o prodigandosi in improbabili gare fra uomo e cibo e ingozzandosi di merda, oltre ai soliti sbirri, preti, manga brutti, e compagnia cacante, venderà finalmente l'ennesimo pacchetto pay-tv a l'ennesimo disperato (sia esso famiglia o individuo singolo) che nella concitata mestizia del suo tempo libero desidera solo allungar le gambe sul divano e guardare un programma che non sia patetico, disgustoso o entrambe le cose.

La cosa buffa è che in realtà la TV a pagamento propone più o meno la stessa minestra: vedremo solo versioni più aggiornate di programmi che insegnano a fare i pasticcieri, ad arredare casa, a truccarsi, serie di sbirri e preti in prime-time, film che per la maggior parte sono i soliti blockbuster americani, e poco altro. Tanto chi compra la TV a pago lo fa per il calcio e per vedere film commerciali. Ma Ghezzi sarà ancora vivo? Forse è rimasto sepolto alle teche Rai sotto cumuli di nastri che nessuno guarderà mai più? 

Comunque l'aspetto più interessante è pagare per qualcosa di scadente che puoi avere gratis; che sia l'atto stesso del pagare che ormai di per sé soddisfa il desiderio, visto che l'oggetto del desiderio pur sempre fittizio è diventato ormai così scadente e così facilmente reperibile da non esser più desiderabile?  


Il mio ideale non è una TV di soli film d'essai e sperimentali, ma è innegabile il disprezzo per la cultura che trasudano i nostri mass-media. La cultura oggi non è più quel bosco fatato dove chiunque con propri mezzi, gratuitamente poteva avventurarsi, quando nell'Italia semianalfabeta degli anni 50 agli "ignoranti" non ci si vergognava di proporre il grande teatro o gli sceneggiati tratti dai classici; questo intento istruttivo è del tutto scomparso, ma non per un'inattesa democratizzazione dei vertici, che abbandonata ogni presunzione educativa hanno deciso di limitarsi al puro intrattenimento, ma per una forma subdola di disinteresse per l'umanità. 

Che ce frega a noi di farvi conoscere Anna Karenina o il Conte di Montecristo? Questo è del resto inevitabile in una società che ha fatto tabula rasa d'ogni suo valore fondante in nome del solo profitto. A questa indifferenza però adesso va aggiunto il disprezzo, l'irrisione, l'altra faccia del cinismo sfigato che strazia tutti quegli ex-intellettuali disincantati a forza, che sono diventati gli autori della paccottiglia odierna. A loro fa male ricordare la qualità, la bellezza, la possibilità almeno di essere di queste categorie nell'universo massmediatico. 

Et voilà, 700 canali di merda, signore e signori. Fate un piacere a questi autori angosciati, a questi entusiasti del marketing, a questi cuochi arroganti, a questi attori travestiti da sbirri e parroci. Spengete la TV, buttatela e mandateli tutti a stendere. 


Enjoy!

martedì 8 ottobre 2013

Dead Snow




Neve morta: non so se si tratti di una grottesca metafora della condizione d'inesorabile sterilità in cui versa il cinema norvegese dalla scomparsa di Munch ad oggi, e badate bene, che Munch non era un regista. 

Certo è inspiegabile visto che la Scandinavia nel suo complesso è sempre stata una terra cinematograficamente generosa ed originale e che il maggior regista vivente è danese. 
Insomma, mentre il vicinato, in Danimarca, Svezia e Finlandia, si dà un gran da fare (e con risultati di indubbia eccellenza) in ogni campo della creatività umana, dal design alla musica, dall'arte al cinema, la Norvegia del "dopo Munch" sembra condannata a intrecciare maglioni costosi ed essere invisa per la caccia alle balene.

"Dead Snow" comincia bene: l'idea se non proprio originale (vedi il cult "L'occhio nel Triangolo" - Shock Waves, 1977 ) è morbosa, fascinosa, bizzarra, gli scenari sono mozzafiato; i fiordi norvegesi innevati sono spettacolari anche senza trama e vi assicuro che non c'è stato un gran sforzo in tal senso. All'inizio vi è pure un omaggio a Shining che lascia prospettare la visione di un film conturbante. 
Del resto l'unica cosa apprezzabile del film è il suo aspetto visivo: le panoramiche emozionanti, la fotografia curatissima, gli effetti "gore" ben fatti con una certa ironia da B movie, alcune soluzione registiche intriganti, ironiche (come la falce e martello impugnata a mò di croce per scacciare gli zombi nazisti per dirne una)… poi però, a dispetto del cliché che vuole lo scandinavo silenzioso, saggio, sornione, i personaggi aprono bocca. 

Personaggi: ritagliare omini nella carta creerebbe individui di maggior spessore di questa sequela di "ggiovani" sfacciatamente stereotipati, come il ciccione dalla risata crassa che fa i rutti e beve birra, oppure il tizio riflessivo con gli occhiali, il secco furbo e cinico e per finire il belloccio in salsa vichinga, eroe biondo senza macchia e senza paura, ma con motoslitta-destriero, che guida chiaramente in modo acrobatico, con gran sferragliare di chitarre elettriche di sottofondo. 
Più ovviamente le 3 fighe, di cui solo una apparentemente dotata di funzioni evolute nella corteccia esterna; chiaramente quella con i dread. E qui crolla anche il mito di quella Scandinavia felix, terra di tolleranza e progresso, di raggiunta e conclamata parità fra i sessi. 
L'unica cosa buona di questo film (spoiler) è che muoiono tutti. Ed è ciò che uno desidera fin dall'inizio, vista l'ostentata superficialità ed antipatia dei personaggi. Così smaccata che verrebbe da pensare, da maligno qual sono, che si tratti di un tristo escamotage per ravvivare la morbosità del pubblico. Ma no dai, non si può essere così…stronzi? 

Il film arranca oltre che fra i dialoghi penosi, anche in un'incertezza disturbante fra il serio ed il faceto. Non si capisce mai se stiamo guardando un film comico che non fa ridere, o un film drammatico involontariamente comico (ovviamente l'effetto comico si manifesta puntualmente proprio in quelle scene che non lo vorrebbero essere).
Il culmine di ogni paradosso lo si raggiunge con la scena di sesso imbarazzante fra il ciccione che fa i rutti e la bonazza bionda. 
Scena che avviene, per soprannumero di sgradevoli assurdità, nella latrina (!) appena dopo che il ciccione ha cagato (!!!) con tanto di rotolo di carta igienica in mano (!!!!). 
Devo dire, si: davvero disturbante.
Improvvisamente saltano tutti gli stereotipi, perché non credo che nemmeno in un universo parallelo con leggi di gravitazione e attrazione inverse, una tipa così deliberatamente gnocca main-stream si farebbe un tizio così manifestamente grezzo, antipatico, viziato e brutto. Magari se è ricco sì, ma mai in ogni caso dopo o durante una cagata! Succhiandogli le dita della mano appena usata per nettarsi. 
Decisamente improbabile e improponibile. 
Forse è una fantasia di compensazione del regista? Magari da adolescente era cicciobombo e ruttatore e sognava di farsi le tipe gnocche nel cesso con il culo ancor fumante de' suoi estrusi? Nemmeno in Salò di Pasolini si arriva a tanto…
Oppure è sempre il regista che, in un impeto di onestà intellettuale, attraverso la totale assurdità ed insipienza di questa scena ci dichiara la totale assurdità ed insipienza della sua opera? 

Una nota alla colonna sonora: a parte la graziosa scena iniziale (ma non poteva far schifo fin dall'inizio dico io? così mi perdevo meglio 2 ore di vita)  sulle note del Peer Gynt di Grieg, il resto è ovviamente un immenso, noioso, inutile, ennesimo banale videoclip di metal (scandinavo).

Forse questo film potrebbe piacere a un metallaro cieco di Oslo? 
Non è detto, sarebbe in ogni caso costretto a subire la sconfortante piattezza dei dialoghi.

Faccio un'umile richiesta: cari giovani registi hipster snowbordisti cool e cult emo-metal scandinavi e non solo, utilizzate almeno, dico almeno, l'un per cento dei vostri ricchi budget per farvi scrivere dei dialoghi appena appena decenti. 
Non dico dei dialoghi formidabili, ma  credibili. Essere giovani ed essere stupidi è forse il più triste e vieto degli stereotipi che impestano questa pellicola e questo pianeta. 
Si può fare un film indipendente, di genere, leggero, grandguignolesco, divertente ed originale con personaggi anche stereotipati, ma almeno possiamo farli parlare come esseri umani e non come scherzi della natura? Perché io sinceramente all'ennesimo "yeah", "yu-hu", "figo!", "beeerp!" (rutto) e battuta agghiacciante, sinceramente e per quanto rutilante possa essere il film e ben montato, m'addormento, m'addormento triste.

Mi offro volontario: ve li scrivo io i dialoghi, anche per 500 euro, anche gratis. 
Sicuramente posso far di meglio; e lo dico senza presunzione. Sicuramente poteva far di meglio un qualsiasi impiegato della produzione.  
Una nota al doppiaggio: raccapricciante. 
Con tutta la stima e l'amore che ho per i doppiatori italiani. Qui invece sembra che l'abbiano chiesto a quattro tossici per strada per svoltare. Ma temo che anche in lingua originale, l'ostico e gutturale norvegese che confesso di non masticare, ci sia ben poco di interessante. 
Una volta il cinema scandinavo era noto per i grandi silenzi, gravidi di sensazioni inespresse ma intensamente vissute; c'era un pudore della parola che sublimava nel silenzio. Questa deriva ciarliera e ruttona non sembra conferire maggior esuberanza alla neve morta.

Enjoy!