mercoledì 17 dicembre 2014

La nuova replica del Sindaco

 

Caro Tibet, Caro Andrea,

nonostante le difficoltà che puoi comprendere nel fornire tempestiva risposta ai molti che scrivono, cerco – per quanto mi è possibile – di farlo sempre, perché credo che per il sindaco sia un dovere. Non ti nascondo che rispondo più volentieri quando, grazie ad un interlocutore attento ed evidentemente affezionato alla città, mi viene data la possibilità di dialogare in profondità e di contribuire, dunque, alla promozione di un serio e qualificato dibattito pubblico cittadino.

Sono davvero persuaso, infatti, che il principale antidoto contro il furore innovatore (eloquente sintomo, tra l’altro, di una ipertrofica personalizzazione della politica che porta ad enfatizzare – per restare in ambito locale – il ruolo dei sindaci) sia il diffondersi di una cittadinanza attiva capace di discutere, anche appassionatamente, ma laicamente, senza tifare – irrazionalmente e, talora, violentemente – i colori di una maglia sposata in modo acritico.

Per quanto è nelle mie responsabilità, non condivido né assecondo questa deriva quasi podestarile della figura del sindaco, che peraltro tende anche, come sottolinei giustamente, a trasformare il sindaco stesso in un correlativo, perfetto capro espiatorio. Tra i molti casi che si potrebbero citare, mi ha colpito quanto accaduto a Massa, dove cittadini giustamente adirati per i danni da loro patiti hanno occupato il municipio, nonostante nessuna competenza avesse il Comune – e dunque nessuna specifica responsabilità portasse il sindaco – nella costruzione e nella manutenzione degli argini che si sono rotti. Il punto è che per una parte importante e sempre crescente di cittadini sembra non esistere più alcun altro referente istituzionale che il sindaco ed il Comune. Proprio per l’impoverimento democratico che produce l’estrema personalizzazione alla quale assistiamo, che nei territori spesse volte giunge fino ad una vera e propria ipostatizzazione nel sindaco tanto della Politica quanto del Comune, ho scelto, fin dall’inizio del mandato, di tenere un profilo sobrio, convinto – come ancora sono – che debbano essere anzitutto i fatti a parlare. Per questa ragione, sono, probabilmente, tra tutti i sindaci di comuni capoluogo quello che meno ha concesso alle dichiarazioni pubbliche e alle interviste nel corso del suo mandato. È stata una scelta dettata dalla intima convinzione che la città non abbia bisogno di demiurghiinnovatori, bensì della prosecuzione di un operoso e quotidiano lavoro collettivo, come è accaduto per secoli, di un’intera comunità. Così come la civiltà è stata trasmessa, per secoli, grazie al lavoro anonimo svolto sotto la disciplina di rigorose regole monastiche, la città si è formata ed è mutata nel continuo ed invisibile allacciarsi, dandosi tra loro la mano, delle generazioni che si sono susseguite. 

Ho compreso, tuttavia, che questa condotta, per eterogenesi dei fini, ha prodotto, in alcuni casi, come anche quello di cui stiamo discutendo, un effetto contrario alle intenzioni, non avendo evidentemente favorito fin qui quel dibattito pubblico serio e strutturato, che – come accennavo – giudico indispensabile, e avendo anzi dato adito a ricostruzioni dei fatti che nulla hanno a che vedere con le scelte compiute dall’amministrazione comunale, e dunque con la realtà per come effettivamente è. D’altronde, per parafrasare Nietzsche, sono consapevole che i fatti in sé sono stupidi come buoi, tanto più se letti nella prospettiva del titolo giornalistico o senza essere contestualizzati. Proprio per questo, stiamo riflettendo su come meglio informare tutti i cittadini, senza fare alcuna propaganda, documentando ciò che abbiamo fatto e stiamo facendo. Ciò vale, evidentemente, anche per questo caso. 

Che, poi, la memoria popolare possa agire rimuovendo i nomi non mi sconforta, visto il vasto privilegio che abbiamo cercato di accordare ai fatti: ciò che deve restare, almeno nella storia millenaria di una città, sono proprio i fatti, ossia le trasformazioni importanti per la comunità. Se è così, spero che si tramandi il ricordo di un sindaco che, tra l’altro, ha reso più grande, più bello e sicuro il principale parco della città storica, come sta accadendo, e non che l’ha distrutto, come non è.

Per il caso di cui stiamo discutendo, mi rendo conto di un dato di fatto che Ti è evidentemente sfuggito, ossia la circostanza che gli interventi in corso sono la realizzazione di un progetto che c’è e che sarà realizzato in più fasi, ma con continuità. Quelle che ho cercato di spiegarTi non sono buone intenzioni, ma scelte già assunte, precipitate in un progetto del Comune.

Le motivazioni dell’intervento che Ti ho illustrato non sono prove a discarico dell’imputazione di aver agito d’impulso o senza un progetto, perché il fatto non sussiste: stiamo realizzando, non per ragioni emergenziali, un progetto del quale ho cercato di tratteggiarti tutti gli elementi costitutivi. Ciascuno di essi (dall’impianto di illuminazione, al rifacimento dei percorsi pedonali), infatti, è parte di un intervento organico, che, proprio per questo, per la sua natura di equilibrata valutazione su un disegno complessivo, è maggiormente rispettoso dei valori paesaggistici, culturali e affettivi del parco. Un intervento selettivo di mera messa in sicurezza – sicuramente più economico e, forse, popolare nell’immediato, avrebbe – quello sì – ferito il parco.

Ti confermo che la larghissima maggioranza degli alberi sono stati abbattuti per ragioni di sicurezza ed alcuni altri non perché fonti di immediato pericolo, ma perché, per un verso, suscettibili di divenirlo per le caratteristiche del suolo, per la loro scarsa qualità o per la loro reciproca eccessiva vicinanza (alberi troppo vicini l’uno all’altro – proprio come accade nei boschi – rischiano di soffocarsi); e perché, per altro verso, incompatibili con la nuova architettura del parco contenuta nel progetto approvato, che a fronte dei necessari abbattimenti ha dovuto organicamente ripensare il parco per conferire armonia alla disposizione delle piante ancora presenti in rapporto con le nuove che stanno per essere messe a dimora.

Le criticità del patrimonio arboreo di piazza della Resistenza erano peraltro già note dal 2007, quando due perizie di diversi liberi professionisti, allegate alla proposta di progetto per un parcheggio interrato in Piazza della Resistenza (che non ho mai considerato praticabile neanche in ipotesi), evidenziarono la scarsa qualità e la breve prospettiva di vita di gran parte delle alberature. Anche considerando doverosamente questo dato, ho voluto che fosse colmata una lacuna, rispetto alla qualità e alla sicurezza dell’intero patrimonio di alberature del comune, chiedendo che gli uffici facessero su questo una ricognizione sistematica, ed in forma scritta, prefigurando dunque, agli atti, impegni da ottemperare, non volendomi accontentare, come spesso accade in questo Paese, di risolvere sulla carta, anziché nella realtà, i problemi.

Non posso escludere che, in qualche caso, gli uffici possano aver agito con un eccesso di zelo, ma posso assicurarTi che l’indirizzo dato è sempre stato quello di accertarsi scrupolosamente della salute degli alberi presenti in città e di svolgere un confronto – che è stato avviato – anzitutto con gli esperti del settore, coinvolgendo, in particolare, l’ordine dei dottori agronomi e forestali, con il quale la discussione è in corso. I primi tagli sono intervenuti dunque, prima di qualunque “emergenza” (e contro ogni “logica emergenziale”) proprio sulla base della relazione organica, di cui ti ho detto, che io stesso ho chiesto quasi due anni fa agli uffici sugli alberi pericolosi presenti non solo in piazza della Resistenza, ma in tutta la città.

Condivido con Te la necessità di non cedere a quell’ossessione per la sicurezza di cui parli: siamo in un tempo nel quale l’onnipotente pretesa di controllo sulla propria vita induce ciascuno a ritenere che gli episodi non programmati, che sono poi la vita stessa, debbano sempre trovare una responsabilità in altri, immaginando di esorcizzare così l’imprevedibilità della sorte. Si tratta, però di distinguere piani diversi: il primo è quello culturale e politico, che è oggetto delle Tue considerazioni, rispetto al quale, evitando derive lato sensu securitarie, abbiamo sempre cercato – come amministrazione -  di affermare un punto di vista diverso, fondato su una collettiva assunzione di responsabilità da parte della comunità nei confronti dei nostri figli, dei più deboli, della città stessa, quale primo bene comune. Vi è poi un secondo, diverso, piano che è quello della responsabilità diretta di chi amministra e di chi nelle amministrazioni porta specifiche responsabilità tecniche: un amministratore che, magari per non incorrere nella impopolarità di talune decisioni, temporeggi e lasci irrisolti i problemi (magari sciogliendoli solo sulla carta) fa un cattivo servizio alla città, aggravando la posizione di chi lo seguirà e della città tutta. 

L’intervento in piazza della Resistenza non è pertanto, come i fatti dimostrano, il frutto di una reazione irrazionale sull’onda dell’emozione per le cadute rovinose avvenute in agosto e settembre (in assenza – lo ricordo – di episodi atmosferici particolari). Quelle cadute, come già Ti ho scritto, hanno solo accelerato la realizzazione di un progetto che già esisteva e che – in questo, in effetti, abbiamo probabilmente mancato – avrebbe potuto e dovuto essere prima presentato pubblicamente: l’accelerazione dell’avvio della realizzazione del progetto ha agito, indubbiamente, sugli aspetti della comunicazione. In ogni modo, tutti potranno vederlo perché sarà affisso nel parco insieme a una tavola che ripercorre la storia della piazza.

Il progetto non è stato oggetto di un concorso di idee, ma è stato redatto internamente e la sua realizzazione avverrà in tempi rapidi: al termine degli abbattimenti, che si concluderanno, tempo permettendo, entro Natale, seguiranno subito le nuove piantumazioni e nel corso dei mesi successivi si procederà – con costanza – agli ulteriori miglioramenti. In questo modo, i pistoiesi, di ogni età, potranno riappropriarsi del parco quanto prima.

È indubbio – e qui principalmente sta la diversità dei nostri punti di vista – che il progetto che è stato elaborato non ha un obiettivo conservativo e manutentivo del parco così come è, ma si è posto l’obiettivo di correggerne – se così posso esprimermi – l’originaria disorganica realizzazione, che l’aveva reso, nel corso dei decenni passati, involontariamente, simile più a un bosco che a un giardino romantico, del quale mancava la costitutiva alternanza tra parti raccolte ed intime e più aperte e solatie per favorire il succedersi armonioso – in una artificiosissima replica della natura riletta romanticamente – del selvaggio e dell’ordinato, del malinconico e del gioioso, del magniloquente e del sobrio. Un giardino del genere esiste, in effetti, a Pistoia e stiamo cercando di curarlo e migliorarlo: è quello della Villa Puccini di Scornio o – come tutti noi abbiamo imparato a chiamarlo sin da piccoli – del Villone. Ed è proprio in quel giardino, infatti, che stiamo non casualmente realizzando interventi mirati di abbattimenti e di nuove piantumazioni esattamente in un’ottica conservativa e manutentiva.

In piazza della Resistenza, con il progetto di risistemazione in corso di realizzazione abbiamo voluto creare un giardino in grado di essere meglio goduto dai cittadini perché più adatto allo spazio urbano nel quale è inserito, perché più capace di relazionarsi con il tessuto residenziale e con la presenza monumentale della Fortezza Santa Barbara che tornerà a guardare la città, senza più essere espressione di un potere esterno ad essa, inteso a controllarla, ma anzi parte definitivamente integrata con essa. Vogliamo realizzare un giardino che, per le sue caratteristiche, potrà essere meglio manutenuto e – guarda bene – non intendo con minori costi, ma con più attenzione – anche scientifica – nella sua cura, con un giardiniere dedicato, perché attentamente progettato, oggi , grazie alla maggiore consapevolezza e conoscenza che abbiamo rispetto a sessant’anni fa, per durare nel tempo.

Il rapporto sentimentale che ognuno intrattiene con il paesaggio, ogni paesaggio, l’intima immagine che ognuno se ne fa, ha una rilevanza vitale, che deve essere sempre attentamente considerata. Tuttavia, porsi l’obiettivo di preservare l’immagine mentale che si ha di una parte della città può esporre a un duplice pericolo: da un lato, il rischio di incamminarsi su una china scivolosa, perché ciascuno ha una propria immagine mentale della città che può essere molto diversa da quella di altri e, se è così, rischieremmo di trovarci a conservare la città secondo l’immagine mentale che ha il decisore pubblico di quel momento; dall’altro, la cristallizzazione di un paesaggio in un immagine – quand’anche fosse universalmente condivisa – rischia di rendere tutti prigionieri del passato, e di condannare conseguentemente la comunità intera alla paralisi e alla inazione. Il paesaggio, lo avevano ben inteso i padri costituenti, è bene fondamentale della comunità, da proteggere, ma è anche un organismo vivo e, dunque, naturalmente destinato a mutare per continuare a vivere. Pressoché tutto lo straordinario paesaggio italiano è il frutto di un rapporto plurimillenario tra l’uomo e la natura e questo nesso inscindibile è, ovviamente, ancor più stretto in luoghi, quali il nostro parco, dove è stato l’uomo a creare questo grande polmone di verde, sostanzialmente all’interno di uno spazio urbano. È, allora, inevitabile, necessario per la sua stessa preservazione, che questo spazio muti e si trasformi nel tempo.

Per queste ragioni, cerco volentieri di raccogliere ogni giorno, da uomo convintamente di sinistra, come Tu dichiari di non essere, la provocazione morettiana a fare  qualcosa di sinistra. In effetti è solo la ricerca febbrile del nuovo  e della novità, che si esprime in tanta parte dell’immaginario collettivo odierno, accompagnata dalla esaltazione della velocità – invero storicamente, nel nostro Paese, bagaglio retorico e culturale della destra – che può provocare questo paradossale, improbabile rovesciamento delle parti in nome del quale una sinistra autentica dovrebbe trincerarsi nei confini della conservazione di ciò che esiste. Al contrario, la sinistra è intelligente curiosità del mondo, tensione costante verso un futuro di emancipazione degli individui dal bisogno perché possano essere veramente liberi. La sinistra, scriveva Ludovico Geymonat, è, anzitutto, popolo e ragione: si radica cioè – deve radicarsi - nel senso comune, che è sempre tendenzialmente conservatore, cercando di orientarlo, su basi razionali, verso il cambiamento inteso come progresso in direzione di un mondo più decente e giusto (o – se vuoi – meno indecente e ingiusto di quanto non sia). 

Qui sta anche una delle ragioni per la quale mi sono diffuso volentieri in questo dialogo con Te, perché riconosco le Tue argomentazioni come espressione rappresentativa, colta ed intelligente, di un più diffuso senso comune. Credo in definitiva che la comunità, tutta insieme, dovrebbe - nel dialogo tra diversi punti di vista, e rifuggendo iconoclastici furori innovatori -  cercare di più e meglio discernere ciò che, della città, deve essere orgogliosamente conservato e ciò che invece deve essere coraggiosamente mutato. 

Nel ringraziarTi sinceramente per l’occasione che mi hai offerto, Ti formulo i più cordiali saluti e – visto il calendario – anche i migliori auguri.

Samuele Bertinelli

 

 

 

 

domenica 14 dicembre 2014

La mia risposta al sindaco di Pistoia Samuele Bertinelli

Caro Samuele,

vorrei per prima cosa ringraziarti per la risposta che, nel tuo stile, è stata articolata e ricca di dettagli.
Alla domanda centrale però non hai risposto, spostando sapientemente il focus della discussione sulla progettualità inerente le aree verdi di Pistoia; la domanda centrale era questa: tutti gli alberi che sono stati tagliati dovevano NECESSARIAMENTE essere abbattuti? O come sostiene ad esempio l'ingegner Matteoni (fino al punto di presentare un esposto al Corpo Forestale dello Stato) molti di questi richiedevano solo una manutenzione più attenta e la somministrazione di un trattamento preventivo perché non si ammalassero in futuro?

So che il Comune ha, prima di agire, consultato degli agronomi che hanno redatto una relazione indicando quali alberi abbattere. Nessuno mette in dubbio la professionalità e la serietà di costoro, ma si può legittimamente nutrire dubbi sull'attitudine che è fatto umano e non professionale. La responsabilità in un'epoca come la nostra, ossessionata dal concetto di sicurezza, viene spesso percepita in maniera soverchiante, e probabilmente chi ha messo la firma su tale relazione ha preferito far tagliare qualche (si fa per dire) albero sano in più per mettersi al riparo da critiche e accuse nell'eventualità di un futuro incidente che tentare di preservare il più possibile il patrimonio paesaggistico. Questi sono dati umanissimi che non è il caso di indagare. 

Anche se tu sei indenne allo zeitgeist "rottamatore" (apparentemente rottamatore, più "gattopardianamente" teso al "tutto cambi perché tutto resti com'è") questa brama ansiosa di cambiare, svecchiare, rifare da zero, ci circonda, è l'aria stessa che respiriamo. Un bisogno di NUOVO che sembra più incapacità di valorizzare il "vecchio", di saperlo conservare, tramandare.
Nel caso di un parco poi, si parla di un paesaggio vivente, un ecosistema la cui trasfigurazione radicale richiede ben più di buone intenzioni, progetti ambiziosi (per ora dichiarazioni di progetto…) e relazioni di professionisti che avranno il compito di mettere a tacere la coscienza di chi deve agire e le lamentele di chi, come me, pensa si sia operato uno scempio. 
Anche se, e mi scuso con te e i follower di questo blog per l'inesattezza, gli alberi non sono secolari, ma hanno al massimo 65 anni… mi sembra un distinguo che lascia il tempo che trova, per un habitat, importante non solo per aironi ed altri animali, ma anche per gli umani, che avevano imparato ad amarlo nella sua configurazione originaria, creando al suo interno, angoli, prospettive, punti di riferimento. 

Lasciami ribadire, Samuele, che resta fermissima la mia idea che tu abbia agito assolutamente in buona fede, e che i professionisti a cui ti sei rivolto altrettanto. Se c'è stato un eccesso di zelo con esiti a mio avviso drammatici per quanto riguarda il patrimonio verde della nostra città, c'è stato con le migliori intenzioni. Un vecchio adagio recita che le vie dell'inferno sono lastricate di buone intenzioni. 

Non ho comunque dubbi sulla tua serietà ed il tuo entusiasmo e la tua lodevole capacità di metterti a confronto con i tuoi concittadini (e la tua circostanziata replica ne è la riprova): però come ben sai, e la storia, la letteratura, le leggende ed il cinema spesso ne narrano le vicissitudini, esiste questo mito del giovane buon principe che nonostante le idee illuminate e la volontà di far del bene, viene a un certo punto manipolato e subdolamente oppure anche solo per scarsa lungimiranza dei suoi collaboratori, mal consigliato per poi far ricadere su di lui tutte le colpe, di cui dovrà inevitabilmente farsi carico.

Se gli esiti del "progetto" che m'illustri non perverranno a risultati tangibili di miglioria come auspichi con animo sincero, sarà piuttosto prevedibile che tu, mettendoci la faccia (istituzionalmente parlando) diventi il capro espiatorio e l'oggetto di critiche ben più aspre della mia indignazione di comune cittadino per la perdità di un paesaggio a me caro. 

Aldilà degli attacchi politico\elettorali a cui tu sicuramente avrai fatto il callo nella tua lunga carriera di politico, rischi di venir ricordato come quel sindaco che "tagliò tutti gli alberi di piazza d'armi": è un'antipatica semplificazione, ma la memoria popolare, genuina e un po' spietata, che dimentica facilmente i nomi, non dimentica altrettanto facilmente i fatti. Ed il fatto, se eclatante può diventare il nome.

Anche queste son elucubrazioni che poco interessano alla fine: quello che importa e che parzialmente mi rincuora è che sono stati risparmiati i cedri dove nidificano annualmente gli aironi cinerini. Ma anche qui mi chiedo: se si sono potuti risparmiare loro a rischio credo, come gli altri, di ammalarsi, non si poteva salvare più alberi? 

Operando un necessario sfoltimento, abbattendo alberi già malati e pericolanti, certo, restituendo più luce ai prati della "piazza d'armi"… ma senza snaturarla in quella sua concezione un po' selvatica, tipica del "giardino romantico", quella concezione che tu mi dici priva di progetto, realizzata piantando un po' a caso pini e cedri in un terreno inadatto, e nel quale hanno (avevano…) tuttavia prosperato con le loro chiome maestose, e l'intrico degli esili fusti da cui si leggeva la volumetria della Fortezza. 

La Fortezza, certo, merita più d'un cinema all'aperto in estate. Concordo con te che si tratti di una architettura preziosa per la città, e che si debba valorizzarla, e di estendere il parco fino al suo ingresso: valorizzare la Fortezza e dotare il parco di un'illuminazione più adeguata non possono essere usati come argomenti, come prove a discarico per un'operazione di sfoltimento a mio avviso sbrigativa, senza che al momento esista un progetto di riconfigurazione. 

Non ho visto, né ho trovato disegni tecnici di riassetto paesaggistico. Non esiste, o perlomeno, non ho trovato un bando di concorso per la progettazione del "nuovo parco".  Quindi? Cosa faremo? Ripianteremo a casaccio piante diverse? Persevereremo nell'errore iniziale? 

Esiste solo, cercando in rete, un laconico comunicato sul sito del comune circa la "Riqualificazione di piazza della Resistenza: entro la fine di novembre sarà accessibile l'intero parco"… dove sono i progetti, Samuele? O dobbiamo riprogettare un parco della città "capitale europea del verde" sulla base delle suggestioni che Porcinai partorì nel '35? Questo potrebbe essere un buon spunto per un progetto. Ma il progetto (anzi i progetti) fatto di relazioni, disegni tecnici esecutivi nelle varie viste, in pianta, in prospetto, nei dettagli etc… di fatto ancora non c'è e se questi non vengono prodotti, selezionati e alla fine approvato il vincitore, c'è il rischio di trovarsi per anni un'area desolata nel cuore della città, una "fanga" di sterpi e pochi arbusti superstiti che sicuramente renderanno più visibile nella loro desolazione la Fortezza, ma di sicuro non la valorizzeranno.

Non mi è chiaro come il Comune si stia muovendo, voglio sperare che si tratti di un problema di comunicazione, di tempi di azione e progetto mal concertati, che l'urgenza impressa dalla caduta dei rami ha accavallato. Comprendo la premura, l'urgenza, sensibilizzati dai tragici fatti di Firenze, ma dopo una prima necessaria e tempestiva messa in sicurezza, sarebbe stata opportuna una attenta fase progettuale a mio avviso, prima di procedere a nuovi tagli. Fra questi progetti io avrei preferito un progetto scarsamente invasivo, di salvaguardia, sfoltimento mirato, riqualificazione degli arredi e dell'illuminazione, mantenendo il paesaggio il più possibile aderente a quell'immagine mentale della Piazza "d'Armi" cara a noi tutti. Con i pini e i cedri. 

Con questo credo di averti espresso tutte le mie perplessità ed amarezze. Caro "compagno Pippone" come disse una volta Nanni Moretti, che non è certo fra i più simpatici ma come tutti gli antipatici spesso ha grande sense of humour, "fai una cosa di sinistra". Te lo dico da uomo non di sinistra. Prendilo come un invito simpatico a riflettere su quanto si possa diventare, anche involontariamente, renziani.

Al momento, visto che la frittata è fatta come si suol dire, aspetto con ansia i progetti e mi auguro, così come accadde per ex-Breda, che siano esposti alle Sale Affrescate in Comune e che i cittadini possano esprimere il loro gradimento, anche su internet, e che questo venga tenuto in debita considerazione dalla commissione che giudicherà e sottoporrà il progetto vincitore all'approvazione del Consiglio Comunale.

Un cordiale saluto


Andrea

sabato 13 dicembre 2014

La Replica del Sindaco di Pistoia Samuele Bertinelli

Ricevo or ora e pubblico volentieri la dettagliata replica al mio precedente post e lettera inviate al sindaco di Pistoia, Samuele Bertinelli, a cui risponderò in seguito e che lascio al giudizio dei lettori intanto. Ringrazio intanto il sindaco di Pistoia per aver voluto prendere in considerazione la mia denuncia e per aver cortesemente e dettagliatamente risposto.



Caro Tibet,
credo che Tu mi conosca  a sufficienza - almeno in quel modo particolare, al quale accenni, che consente la nostra città – per sapere quanto sia distante il mio modo di essere dallo spirito del tempo, se inteso come il tempo del marketing, dell’annuncio pubblicitario, del prendi due paghi uno  e dello happy-hour. Samuerto Sbertoli aveva colto questa mia caratteristica attribuendomi, non casualmente, il novecentesco nomignolo di compagno Pippone.
Posso assicurarTi che l’intenzione dell’Amministrazione non è mai stata quella di trasformare il parco della Resistenza in un giardinetto per risparmiare costi manutentivi, né di fare un’opera di imbellettamento; al contrario, stiamo cercando di restituire alla cittadinanza – certo, trasformandolo – un polmone verde più godibile e più bello, ed anche più sicuro. Questo intervento passa anche, purtroppo, attraverso l’abbattimento di alcuni alberi (tra i quali non ve n’è alcuno secolare: il parco è nato negli anni ’50) e la piantumazione di altre piante, più adatte alle caratteristiche della piazza.
Ben prima delle cadute dei due grossi rami di pino della scorsa estate, l’ufficio Verde del Comune aveva predisposto un progetto – inserito nel piano degli investimenti del bilancio comunale, e votato dal consiglio comunale – che prevede gli interventi di sostituzione in corso di realizzazione, oltre alla sistemazione di un impianto illuminotecnico, lungo il perimetro a sud del parco. È la prima parte, permettimi di precisarTelo, di un investimento pluriennale che abbiamo deciso di realizzare per la principale area a verde della città storica: proseguiremo con l’estensione del giardino sino all’ingresso della Fortezza Santa Barbara, liberandolo dalle auto, per far divenire la stessa Fortezza – che ha al suo interno grandi spazi verdi – parte integrante del parco; tra l’altro, poi, risistemeremo progressivamente i camminamenti pedonali e rinnoveremo l’illuminazione; sostituiremo e ricollocheremo i giuochi per i bambini; realizzeremo un nuovo sistema di irrigazione e riordineremo, con una siepe di leccio, il confine tra il parco e il fossato difensivo della fortezza. Porremo, inoltre, a carico del nuovo concessionario del chiosco (il nuovo bando sarà pubblicato il prossimo anno) interventi di manutenzione straordinaria dello stesso.
Con la caduta dei due rami, che solo la sorte ha impedito producesse una tragedia come quella accaduta a Firenze, l’Amministrazione ha doverosamente deciso di accelerare la realizzazione del progetto, che adesso, per quanto riguarda la fase di abbattimento delle piante, è sostanzialmente a conclusione e che vedrà a breve iniziare l’opera di piantumazione di 77 piante ad alto fusto e 352 tra cespugli e arbusti.
Non mi diffondo nel descriverTi le tipologie di nuove piante che saranno messe a dimora nel parco, perché avrai potuto leggerle sulla stampa quotidiana, ma voglio provare ad illustrarTi le ragioni che mi hanno indotto ad approvare il progetto, sul quale ho riflettuto con tutta l’attenzione che credo sinceramente debba essere dedicata ad ogni organismo vivente, anche vegetale.
Per un verso, abbiamo accertato che molte piante, ed in particolare i pini sistemati lungo il viale alberato, non erano più sicure: si tratta, difatti, di piante che furono scelte, al momento della creazione del giardino, senza particolare attenzione alla loro qualità e senza considerare debitamente le caratteristiche del terreno. Abbiamo verificato che il terreno della piazza, dopo un primo strato superficiale di terra (che oscilla tra i 10 e i 20 centimetri), è composto di detriti e materiali di riporto, risultando, dunque, inadatto ad assicurare un radicamento saldo degli alberi e, in particolare, dei pini, che – come ho dovuto imparare – prediligono terreni non compatti e pesanti quali quelli del parco della Resistenza. A questo elemento si è aggiunta, nel corso di alcuni decenni, una manutenzione non sempre oculata che ha favorito una crescita in altezza e in larghezza delle chiome rendendole più soggette – come abbiamo potuto vedere – a pericolose e importanti rotture. Per altro verso, il parco è stato lasciato crescere, nel tempo, senza preoccuparsi degli effetti che la prossimità delle piante avrebbe prodotto sulle piante stesse: le une hanno indebolito e soffocato le altre e tutte insieme hanno creato un’area d’ombra senza soluzione di continuità che impediva, addirittura, la crescita dell’erba in alcuni punti, lasciando ampi tratti di terra polverosa d’estate e fangosa in inverno. La crescita mai controllata degli alberi, insieme alla loro piantumazione non sufficientemente riflettuta e ad una loro distribuzione sostanzialmente casuale, hanno inoltre determinato nel tempo uno schermo che nascondeva pressoché totalmente la Fortezza Santa Barbara, nonostante le giuste indicazioni della Soprintendenza che sollecitavano il recupero di una prospettiva visuale verso il monumento mediceo da quella che fu – e nel parlare di molti ancora è – la piazza d’armi della città. Non a caso, se hai potuto vedere alcuni dei disegni di Pietro Porcinai esposti al Fabroni nel corso della mostra Oltre il giardino, nel 1935 il grande paesaggistica toscano aveva immaginato una sistemazione a verde estremamente semplice, con un uso assai parco di alberature, destinata a non interrompere la relazione tra la città e la Fortezza, ma anzi a rafforzarla.
Il progetto che stiamo realizzando è volto dunque non solo a mettere in sicurezza il parco, ma anche a migliorarne la qualità attraverso nuovi alberi, che meglio si adattino alle caratteristiche del suolo e del clima rispetto a quelli che vi erano, e attraverso un disegno che alterni spazi ombreggiati, dove trovare riparo dalla canicola estiva, e spazi aperti dove invece poter  giacere e giuocare, in un prato rigoglioso, per godere del tepore del sole quando il clima lo consente. Un parco dal quale sia possibile ammirare anche la Fortezza Santa Barbara e, anzi, che si protenda sino al suo ingresso, abbracciando uno dei più importanti monumenti cittadini, non ancora pienamente fruito e valorizzato (anche se è notizia di ieri che – in controtendenza con il resto della Toscana, al netto di Firenze – proprio la Fortezza ha conosciuto una crescita, seppur modesta, di visitatori).
La riqualificazione di piazza della Resistenza è solo una parte del lavoro che stiamo svolgendo e che interessa tutto il verde pubblico cittadino (ricordo tra i molti, a titolo di esempio, gli interventi sul giardino di Villa Capecchi, sul parco del Villone e sul giardino di viale Arcadia, la previsione – che realizzeremo – di un altro grande parco urbano nell’area del Ceppo). Abbiamo intenzione, infatti, di promuovere una sistematica opera di cura e manutenzione di tutti gli spazi a verde della città, perché se Pistoia vuol essere davvero – come spesso abbiamo detto e come scriviamo nelle presentazioni turistiche – città d’arte e capitale europea del verde, deve avere parchi e giardini all’altezza: realizzati dai migliori paesaggisti e curati e manutenuti secondo criteri scientifici, in collaborazione stretta tra gli uffici comunali e gli ordini professionali, affinché le piante e gli alberi possano crescere sani e forti ed avere una vita più lunga. Per ottenere questo risultato abbiamo avviato un dialogo positivo con l’ordine provinciale dei dottori agronomi e dei dottori forestali, anche al fine di stendere – seguendo gli esempi migliori tra le città italiane, e su tutte Torino – un disciplinare per la realizzazione e la cura di spazi verdi. È in corso di affidamento uno specifico incarico per il censimento e la definizione di una apposita carta delle vulnerabilità di tutte le alberature dell’intero territorio comunale. Sin dall’inizio del mandato il mio intendimento è stato quello di rafforzare gli uffici dedicati alla cura del verde, seppur nei limiti delle disponibilità dell’Ente e in coerenza con la politica delle assunzioni che stiamo facendo, attraverso l’individuazione di alcune, mirate e qualificate professionalità. In questa direzione, dopo averne assunti due fino ad oggi, entro il 2015 assumeremo almeno un altro giardiniere e, dopo aver esperito nel 2012 e nel 2013 – come prescritto dalla legge – ben due procedimenti di mobilità, purtroppo senza esito, per l’assunzione di un dottore agronomo, attiveremo quanto prima un concorso pubblico per tale figura.
Quest’impegno, sicuramente di lunga lena, a mio modo di vedere, non dovrà dimenticare anche l’enorme patrimonio boschivo delle nostre montagne, dal quale – ho capito – hai la fortuna di vivere circondato, non foss’altro per la rilevanza che assume la sua manutenzione sotto il profilo della sicurezza idrogeologica del territorio. Abbiamo iniziato, intanto, a pretendere, con alcune ordinanze, che i privati proprietari dei terreni facciano la loro parte nella manutenzione tanto dei boschi quanto del reticolo idraulico minore di loro competenza, nel mentre il Comune da molti mesi è impegnato in un’opera, anche minuta, di manutenzione costante del territorio.
Potrei proseguire a lungo (come si conviene, appunto, al compagno Pippone). Penso, però, sia sufficiente quel che ho scritto, per rappresentare l’impegno serio che stiamo mettendo per fare dell’investimento sul verde cittadino il cuore di un’impegnativa strategia per il futuro dell’intera città. È un tema così decisivo per Pistoia, infatti, che sinceramente auspico possa essere oggetto di un dibattito pubblico sempre più vasto, che - certamente considerando, ma non fermandosi alla dimensione più emotiva - sappia anche articolarsi razionalmente e in maniera documentata, per offrire – davvero – elementi utili per un investimento sul futuro.
Quello che stiamo vedendo in piazza della Resistenza, dunque, è solo una parte di un lavoro più grande ed impegnativo, che confido Tu e tutti i cittadini pistoiesi potrete apprezzare nelle prossime settimane, mesi ed anni.
In quella piazza ci sarà indubbiamente un parco diverso da quello nel quale abbiamo giuocato e passeggiato da bimbi, ragazzi e adulti, ma non per questo sarà meno bello e godibile: sono certo che continueremo a passeggiarci, altri bimbi continueranno a giuocarci, altri ragazzi, magari, ad amoreggiarci.
In ultimo, per quanto riguarda la nidificazione degli aironi cenerini, i tecnici del Comune hanno eseguito un sopralluogo con il personale responsabile del Padule di Fucecchio, convenendo con loro sull’opportunità di non abbattere quattro alberi di cedro vicini alla Fortezza, sui quali sarà dunque ancora possibile che gli aironi costruiscano i loro nidi.
Non pretendo di averTi persuaso della bontà delle nostre scelte, ma spero che almeno Tu creda alla serietà delle nostre motivazioni.
Con stima e cordialità

Samuele Bertinelli

martedì 9 dicembre 2014

Lettera al Sindaco di Pistoia Samuele Bertinelli





Buongiorno Sindaco,

ci conosciamo come si conoscono un po' tutti a Pistoia, anche quando non si sono mai frequentati. 
Mi chiamo Andrea Betti, omonimo del consigliere comunale che conosci, ma a Pistoia molti mi conoscono come Tibet.
Da alcuni anni vivo con mia moglie Cecilia in montagna, a Femminamorta. 
Questo e gli impegni quotidiani mi hanno fatto perdere un po' di "episodi" della vita pistoiese che prima frequentavo con maggior assiduità.
Sapevo della polemica in corso riguardo al taglio degli alberi in Piazza della Resistenza: da persona sensibile a queste tematiche, mi sono preoccupato, ma anche rassicurato leggendo che si trattava di un taglio selettivo volto a eliminare quelle piante ormai malate ed ingestibili che avrebbero potuto recar danno alla cittadinanza che del parco usufruisce oltre che alle altre piante.
Vivo in montagna: gli alberi vengono tagliati spesso quassù, non ne facciamo un dramma. 
Sappiamo che questa pratica fa parte della buona manutenzione dei boschi. 

Poi però 2 sere fa siamo scesi a Pistoia per una passeggiata in centro ed abbiamo parcheggiato vicino a Piazza della Resistenza: l'ORRORE.

Sono rimasto sbigottito dallo scempio che avete portato a termine, altro che poche piante malate! Una tabula rasa. 
Ho osservato (da profano lo premetto) i tronchi recisi, e molte delle piante mi sembravano sane, robuste… oltre che grandi, vecchie, assolutamente preziose. 
Sono le piante che hanno visto i nostri primi baci, la piante delle innocenti trasgressioni e della disperazione, gli alberi che hanno vegliato con equanimità sul tossico, il pensionato, il bambino, l'innamorato, il podista, il perdigiorno… 

Sono argomentazioni romantiche queste che la politica fatta di pragmatismo non deve troppo prendere in considerazione, ma mi chiedo che cosa significhi "per ogni albero tagliato ne pianteremo 2" - questa logica, Samuele, da supermarket, del 2x1 mi sgomenta. Arriveremo davvero per un eccesso di prudenza patologica e impossibilità economica a fornire una corretta manutenzione a tagliare tutti gli alberi, e magari mettere l'erba sintetica che resta sempre verde (come adottato dal tuo collega di Viareggio per le aiuole cittadine)?

Ormai la frittata è fatta: i cedri, i pini, e tutti gli altri grandi alberi  sotto le cui fronde tutti noi abbiamo passeggiato, sono IRRIMEDIABILMENTE tagliati. Son di legno ma non si rincollano. Al posto loro, denaro permettendo, i soliti arbusti da aperitivo, gli oleandri, magnolie anche leggo, molto belle e colorate, per carità, ma lascia stare caro sindaco, il 2 per 1 con un cedro secolare (dove ho letto nidificavano anche degli aironi ogni anno) non conta, nemmeno il 10 per uno, nemmeno il cento per uno… 

Il futuro "Giardinetto" della Resistenza (non potrà più essere considerato parco, con tutta una serie, presumo, di vantaggi circa gli obblighi di manutenzione) sarà come tale, una delle tante tangibili testimonianze del vuoto innovare, dei belletti, delle operazioni di sola immagine, che spinge i politici piccoli e grandi oggi più che mai: meglio buttar (tanti) soldi pubblici in operazioni cosmetiche, per trasformare piazza della Sala in un giardino per 3 giorni l'anno, per compiacere i mescitori del Centro e rimpinguare le loro già pingui casse, che tenere in ordine un parco secolare della comunità. 


un saluto


Andrea Betti

giovedì 6 novembre 2014

2OOI





Avviso per chi non avesse visto i film di Kubrick (penso che siano una manciata di autoctoni della Papuasia e forse nemmen quelli…) super spoiler! 
Se per qualche maligno ed inspiegabile fenomeno o per grave autolesionismo non avete visto 2001, Lolita, Dottor Stranamore o Barry Lyndon, non andate avanti con la lettura: guardateveli ed espiate in primis, e poi leggete…


Vedo le cose diversamente da un po’ di tempo: non so se sia segno di saggezza o cinismo, ma molte cose che prima mi inquietavano o suscitavano in me sentimenti di sacro timore, adesso mi fanno sorridere.

Penso a "2001: Odissea nello Spazio", o molte delle opere di Kubrick, di cui finalmente colgo l’ironia, che prima mi sfuggiva. Non è certo l’ironia amara ma dichiarata di “Dottor Stranamore” o di “Lolita”; un’ironia comunque attigua alla tragedia, perchè la vera tragedia è quando questa non viene percepita come tale, o derisa. Non è quello. 

Forse finalmente in questa maturità a lungo rimandata, scorgo il divertimento che al pari della pignoleria anima il lavoro di questo grande regista. La gioia infantile e punk di pigliarci un po’ tutti per il culo. In un gioco che può essere devastante e anche mortale, ma resta un gioco. 

Vedo finalmente il lato comico che prima non coglievo, per colpevole entusiasmo giovanile e conformismo anticonformista; vedo finalmente come ha saputo rendere ridicoli gli scienziati che si fanno la foto ricordo accanto al monolito nero, l’ingenua crudeltà di HAL che incapace di mentire preferisce uccidere, per altro maldestramente, il proprio equipaggio. La danza delle astronavi sulle note del Bel Danubio Blu, i passi stentati delle hostess con le scarpette di velcro, la faccia ridicola del dottor Floyd intento a leggere le complesse istruzioni della zero gravity toilet. Ed è tutto molto buffo.

Tutta la nostra illusione di modernità e la nostra boria messe alla berlina da un parallelepipedo nero che appare sul nostro cammino e di cui inseguiamo le tracce fino a Giove, dove, alla fine di un viaggio lisergico nel cosmo e nella coscienza, ritrovarsi in una specie di suite elegante, surreale, nella quale scorgere se stessi a spiarsi fra le varie età della vita, fino ad una resurrezione che, Arthur C. Clark (autore del romanzo e della sceneggiatura con Kubrick) lascia nei suoi esiti, intelligentemente in sospeso.

Anche l’ultima e devastante scena del viaggio lisergico nel wormhole, della camera d'hotel in stile impero con il pavimento luminescente, le visioni da datura stramonio, etc… mi fa sorridere; mi fa sorridere lo spaesamento animalesco di Bowman che si ritrova in quel luogo familiare ed alieno a un tempo, dove non si sarebbe mai aspettato di finire dopo un tale viaggio ai confini della follia, totalmente allucinato da luci e percezioni inspiegabili; probabilmente osservato, ma incapace di vedere chi lo osserva. 

Nel romanzo è una sorta di zoo, dove queste entità arcaiche e superne osservano le creature che il monolito attira a sè, per studiarle forse, o per divertirsi, come in uno zoo vero e proprio, prendendosene cura, torturandole e coccolandole, modificandole per scopi che non conosciamo. 

Tutto questo Kubrick lo fa in maniera giocosa, prendendoci tutti per il naso, spaventandoci, scioccandoci, ma dopo ripetute visioni, ecco il lato sornione, lo stesso della collaborazione fortunata con Peter Sellers, l’ironia cool e un po’ cattiva, che ci insegna a stare al mondo senza prendere troppo sul serio scienziati, monoliti, intelligenze artificiali, istituzioni, eserciti, nobiltà, potentati e persino oscure forze soprannaturali (Shining) 


Nulla di tutto questo deve schiacciarci, demolire la nostra autostima, ed anche se periremo come il povero Barry Lyndon, in miseria, mutilati e dimenticati per lo meno avremo vissuto degnamente infischiandosene di chi vuole imporci una morale, delle regole che non abbiamo scelto e soprattutto farci paura.

lunedì 3 novembre 2014

Elogio dell'Amarezza

Quando si pensa male, si pensa giusto.
Quelle fole di rancore 
che tieni pigiate in fondo al petto
e che possono esplodere
da un momento all’altro
dagli solo l’occasione
dagli solo un pretesto

Eccone uno:
Ci hanno spogliati come alberi in autunno
ma non lentamente, una foglia per volta…
…da una secchezza improvvisa
inariditi, cadute tutte di colpo
come irraggiate da un miasma mortale
da un isoTopo maligno
che ci Erode
il primo mai nato

Piccolo pesce, d’una vita breve
dentro la pancia al calduccio
nella tenebra benevola e accogliente
scivolasti in quella gelida e inerte
il posto dove non si è più
bizzarro ritrovo, per chi non è mai stato
se non piccoli guizzi di una coda
e poi gli immobili arti appena abbozzati
nel sonno che è senza risveglio

Tutte le cose sopportabili si sono fatte gravi
tutte le azioni ed i gesti ed i lavori, 
sono stati mangiati da dentro 
svuotati, risucchiati e gettati 
nei rifiuti speciali.

Ogni ora che passa è lenta
ogni raggio di sole, una sferza di frusta
ogni giorno di pioggia, un insopportabile martello
che segna il tempo che passa 
un granello alla volta in questa clessidra guasta

Quando pensi male, pensi giusto
i funesti presagi, le paranoie, le paure che ci pervadono
tenuti là sotto, con disprezzo
oscurati dalla tirannia del sorriso
ci ricordano sempre che siamo fragili
e bisognosi d’amore, altroché macchiette
nevrotiche e scattanti
altroché aperitivi e lavori sgargianti
altroché vestiti e facce di merda…
siamo la pulsante carne
che implora
ancora un giorno
ancora una possibilità
al Regno Incontrastato 
dell’Entropia
e del Silenzio.



*****


le automobili sull’autostrada
viste in lontananza
un pellegrinaggio senza sosta e senz’anima
un uomo che telefona e gira in tondo
come una bestia in gabbia
animali che dalla Natura
hanno preso le distanze
in lontananza…
E perché non c’è nulla di più?
Mi chiedevo
Perché le nostre preghiere cadono nel silenzio?
Perché tutto è compreso nella Natura 
e assolutamente oltre la nostra comprensione?
perché non ci basta il tutto?
Il Tutto come il Nulla
è compatto
liscio e impenetrabile
privo di fessure
sigillato e senza 
che ce ne accorgiamo
c’include


***

disegnare indelebili stronzate sulla pelle della gente
gran consolazione per chi
disegna spazzatura

***

il carnet di insulsaggini saturo
prenotarsi con largo anticipo
chiedere udienza ad amici e parenti
come fossero Papi o tiranni
nella evanescente onnipresenza
assicurataci
dai dispositivi sociali;
son da evitarsi ripicche e rappresaglie
accettando di buon grado le alterne fortune
i periodi che si è di moda
e quelli che si viene a noia
con un sorriso 
il cui impero si sa, è incontrastato;

Un sorriso, sfuggente
un carpe diem e uno spritz
trovarsi nei ritrovi
e solo a camere stagne
questo con quello, 
quest’altro con quell’altro
a fare pendant
come calzini e cravatte
a mettere insieme 
quel che si crede 
vada bene
e che soprattutto
non ci crei problemi
e non ci ammazzi
l’unico fine settimana settimanale 
che ci tocca;

Ce ne vorrebbero due o tre
di finesettimana
e i reticolati lasciarli 
attorno ai giardini
dove vigilano cani 
impetuosi

Ma dato che ciò è impossibile
deformerò le labbra a sfoderare 
il sorriso migliore che mi viene
e attenderò l’inverno
stagione in cui i miei colori
sono più appropriati
e nella quale
anche questi cari amici
forzati della socialità sgargiante
hanno momenti di magra
da riempire


***

Portiamo avanti una sfacciataggine nuova
sfoggiamo i nostri disagi senza pudore
come nudità infantili
fuori tempo massimo
a innocenza perduta
a consapevolezze acquisite;
consapevolezze piccine, scoperte di piselli
quella vergogna che è anche coscienza di sé
in piccolo,
e fai anche borghese,
Il pudore che è schermo, 
corazza velina
sottile,
impenetrabile ma traslucido
teatro d’ombre 
erotismo imbarazzato di corpi
colti di sorpresa da
un fascio di luce,
e quindi proiettati 
e percepiti
e concupiti
e affamati 
chimicamente, 
e comicamente,
destati dal sonno dell’innocenza 
alla veglia irritata 
di chi poco ha dormito
poco ha vissuto
e molto si compiace
come se avesse molto vissuto
e dormito a lungo
il sonno ristoratore
del Giusto.

Portiamo avanti una sfacciataggine nuova
di personaggi inediti che avrebbero 
tutto il diritto e la forza di esser autentici, 
ma nel diventar “personaggi”
s’atteggiano a 
maschere conosciute
si piegano al marketing
rafforzano lo stereotipo
che solo minimamente li riguarda
perchè in loro sarebbe l’universo
ma si accontentano di un “mi piace”
Come l’egocentrismo sminuisca lo stesso ego
e la sua infinitezza
che sfuma nell’altro e nel tutto…

la sfacciataggine nuova ci ha proposto 
quel vecchio meccanismo da situation comedy
di storie a puntate
risate preregistrate
di colonne sonore
e ci siamo illusi che il mondo fosse 
una situation comedy 
e lo abbiamo attraversato 
con le cuffie piantate nelle orecchie
atteggiandoci, vestendo e parlando 
a suscitare scalpore e simpatia
attendendo ansiosamente
il feedback sui
dispositivi 
di socializzazione coatta

la sfacciataggine nuova, è il caso di dirlo,
senza faccia
un anonimo egocentrismo
di personaggi 
cui piace 
assomigliarsi
e scomparire nella massa 

degli originali.

venerdì 24 ottobre 2014

Italiani





Cosa sono gli italiani? 
Degli spagnoli ansiosi? Dei portoghesi stanziali, senza colonie né saudade? Dei francesi low-profile? A grandi linee sono dei latini anomali, con tratti di indolenza e brutalità slava, che parlano un idioma artificioso, dalla musicalità indecifrabile, che è impossibile parodiare in altre lingue. L’italiano può essere solo storpiato in originale. 

Del resto l’italiano è lingua operistica e letteraria, che nessuno parla fuor dei telegiornali o dalle conferenze: e persino nelle sedi istituzionali, l’oratoria è pesantemente succube degli influssi dialettali. Bastano pochi chilometri per sentir mutare profondamente la musicalità, gli accenti, i modi di dire. 

Strapaese e terra di campanili; e siccome gli italiani hanno questa avversione giustificatissima verso lor stessi, paese di merda. Mettiamo le mani avanti e diciamocelo da noi. Dallo speaker radiofonico al tamarro, dal body builder all’intellettuale, tutti gli italiani a un certo punto se ne verranno fuori con questa affermazione “L’Italia è un paese di merda”. 

Ora, Il paese, seppur abbondantemente cementificato, sovrappopolato e caotico è sicuramente bello, da lì il Bel Paese; come associare dunque tanta magnificenza alla merda? Una latente coprofilia? No. La merda è da ricercarsi più che nel paesaggio, nel malcostume della popolazione: ma nessuno dirà mai “gli italiani sono gente di merda” che è il vero pensiero che si cela dietro a “paese di merda” e che scaturirebbe nelle più variegate reazioni di sdegno.

Anche questa affermazione, del resto, è generica e non spiega granché: gli italiani come la loro lingua non esistono che per approssimazioni successive. L’italiano si forma nei pressi delle istituzioni, delle scuole, delle banche, degli uffici per poi disgregarsi e ritornare alla sua forma regionale, vernacolare, campanilistica appena se ne allontana. 

Allora dove starebbe la merda? Diciamo che all’italiano vengono riconosciute alcune caratteristiche sgradevoli: la pigrizia, la furberia da simpatico trafficone, la cialtroneria. Queste caratteristiche, come quelle nobili di genialità, acume, senso estetico, si formano e si dissolvono nei pressi di qualche luogo atto a esprimerle. L’italiano è transitorio tout-court.

Perché non esistono gli italiani: ci sono i lombardi, i veneti, i toscani, i liguri, i laziali etc… ed all’interno delle singole regioni troverete i cremonesi, i pistoiesi, i pratesi, i livornesi, i modenesi etc… e persino nelle singole province germoglieranno rivalità fra castella, rioni, località… genti fra di loro diversissime e tutte a loro modo toccate dal fuoco della meschinità, il cui unanime concorso al malaffare, direttamente proporzionale a questa mania di distinguo localistici, genera la compatta e uniforme merda nazionale. 

Notate che anch’io in quanto italiano mi tiro merda addosso scrivendo questo pamphet indecoroso: ma sedotto dall’odierna propensione all’esser sgarbati e tranchant, mi accingo a descrivere, ad uso del foresto o del compatriota smemorato, chi siamo, per generalizzazioni grossolane, caricature, maschere deformi e qualche formidabile tratto su cui amaramente sorridere e riflettere.

Rifacciamoci dal Nord, dai cari “polendoni” e partiamo dalla esile Liguria, questo piccolo Portogallo stretto fra le Alpi ed il mare, e consideriamo i liguri, per esempio i genovesi, gente di un’antipatia raggelante, il che non sarebbe un male; a render grottesca la faccenda è il fatto che si sentano simpatici, con quella parlata cantilenante da piemontese salmastro e intoscanito male. A conforto delle loro illusioni circa l’esser simpatici, è sicuramente il fatto che numerosi comici di talento provengano da quelle terre, personaggi questi, tutti invariabilmente caustici ed antipatici, a dimostrazione di quella strana perversione umana per cui si prova simpatia per chi è sarcastico, odioso e scostante; in ogni caso si parla di una simpatia tecnica, teatrale, non di quella simpatia spontanea che incorre fra i sodali. La leggenda lì vuole oltremodo tirchi ed inospitali e su questo c’è da capirli visto che vivono su uno sgrimolo di terra franosa strappata alle capre e ai pesci. 

Appena sopra, il Piemonte, anchilosato reperto sabaudo di cacio, malghe ed osterie e contemporaneamente patria dell’industrialismo italiano ottonovecentesco, della FIAT e della Olivetti: una schizofrenia gallica, che rispecchia l’anima franzosa di questa regione. I piemontesi come i lor dirimpettai transalpini, sono intrisi di una presunzione cortese, tratto comune di tutti i settentrionali italici che, sentendosi ragionevolmente stranieri in casa loro, ammirano con cupidigia tedeschi, francesi, austriaci, ovvero tutti quei popoli che li ebbero a dominare in passato e da cui hanno appreso la sottile arte dell’esser disagevoli anche a se stessi, e come questi popoli boriosi pensano di far meglio di altri e di essere esenti dalla furberia nazionale. Italianissimi nel dileggiare lo straniero che invidiano e imitano, ostenteranno sempre vezzi mitteleuropei nel porsi su un piano di superiorità rispetto  ai loro connazionali, e questo lì rende patetici. Alle glorie nazionali hanno dato i Savoia (boni, sì) e Macario. Poi hanno stretto le mele e son tornati a pestare barbera e stagionar caciotte, visto che ormai la FIAT ha sede in Olanda e l’Olivetti ha chiuso i battenti. Cerea!

Accanto a loro i Lombardi: in costoro la presunzione piemontese perde ogni parvenza di cortesia; si manifesteranno come gli individui più supponenti che popolano non solo la penisola ma forse l’intero pianeta. Fateci caso: il milanese farà sempre qualcosa meglio e più di voi, lavorerà di più, scoperà di più, mangerà di più, se berrete un bicchier di vino lui ne berrà quattro, se conoscete una bella canzone lui ne conoscerà 10 più belle e inizierà sempre i suoi discorsi con “ Ma va’…” - che è tipo l’ “ O io…” toscano, ma assai più spocchioso. 

La leggenda li vuole work-addicted e la leggenda è vera, poveri loro. Sono i classici che ti stanno simpatici mentre lì vedi e poi appena se ne vanno tiri un respiro di sollievo. Certo la Lombardia, non sono solo i milanesi, ci sono anche i comaschi, i bresciani, i bergamaschi, le risaie, la seducente permeabilità con la Svizzera e i suoi formidabili servizi bancari. C’è l’alacre brianzolo, l’instancabile varesotto, gente operosa: l’immaginarli dediti ai loro mestieri nei caliginosi scenari delle loro terre, insinua sempre anche nell’animo più solare e ben disposto, una nota di inossidabile  tristezza. Volete alimentare in voi il magone? Muovere al pianto in qualche occasione ove sia richiesto ma non ci riuscite? Ebbene, pensate ai palazzoni della periferia meneghina in inverno, o alle campagne avvolte nella foschia dei dintorni, al senso di freddo ed umido che vi si avvinghia alle gambe quando alle 6 del mattino una sveglia sguaiata vi costringe ad abbandonare il lettuccio caldo per recarvi al lavoro; 12 ore di fabbrica o ufficio, esposti alla luce verdognola dei neon, mentre fuori tutto è costantemente grigio. Beh… son cose che stringono il cuore, e rendono anche i più tosti, accigliati e miserabili.

Veniamo ai veneti, che lo dico senza pudore, sono quelli che più mi stanno sul cazzo: i veneti erano un popolo di povera e brava gente, falcidiato dall’epidemie di malaria e dalle esondazioni del Po. Come spesso accade ai popoli perseguitati dalla malasorte, si rifugiarono in una fede bigotta e assoluta, ai limiti dell’integralismo e dopo aver passato secoli ad emigrare per il resto dell’Italia, generalmente dediti a umilissimi mestieri come il muratore o la servetta, sono diventati ricchi durante il boom degli anni ’60 e, come tutti i poveracci che d’improvviso si ritrovino milionari, sono diventati odiosi, avidi e paranoici. 

Nei loro deliri, sostengono di essere un antico popolo, i Padani, e reclamano l’indipendenza. Come il contadino che tiene soldi nel materasso han sempre paura di esser derubati; del resto ad un accrescimento di risorse economiche non necessariamente attiene un cambio o un’evoluzione della mentalità. 
Del resto l’unica traccia di cosmopolitismo rilevabile nella regione, riguardava la sola Venezia, repubblica marinara, mercantile, intraprendente e necessariamente aperta. 

Un tempo: ora, come Firenze e Roma, è ridotta ad essere scenografia per foto ricordo di turisti rincoglioniti, un ambiente proibitivo pervaso regolarmente da maree insidiose, biennali insignificanti, popolato da innumerevoli piccioni, gli unici che riescono evidentemente ad alloggiarvi senza spendere meno di 100 euro a notte; una città dove è impossibile trovare financo una bettola nella quale ingerire qualcosa di vagamente commestibile ad un prezzo che non sia più che esoso. 
Si auspica l’affondamento terapeutico; poiché anche i veneti, tanto onesti e perbenino, non son riusciti a negarsi allo sport nazionale della corruttela, e sul MOSE hanno al par dei tanto disprezzati ladroni-tèroni-romani, rubato e profittato a man bassa. 

Una nota sulla loro lingua: è risaputo che i veneti amano molto bere e le frequenti briscole, che raccattano a suon di prosecchi, hanno modificato qualcosa nei loro geni; così quando parlano il loro dialetto, già di per sé inascoltabile con quelle erre arrotolate e l’anda cantilenante, sembrano sempre ubriachi anche se perfettamente sobri. 

A margine e corollario di queste genti abbiamo i Trentini, i Friulani e i Valdostani: popoli neutrali di montagna e di confine, effettivamente gli unici che si possano dire parzialmente esenti dal malaffare italico. Raccolgono legna, tengon puliti i boschi, fanno edilizia antisismica ed a basso impatto energetico fin dagli anni 70. Certo, definirli italiani è piuttosto complicato se non riduttivo: sono frontalieri e questa è una condizione di ardua decifrabilità.

Infatti, se il cuore altoatesino batte inequivocabilmente nel Tirolo austriaco, o quello Valdostano in Francia, le cose si fanno più complicate con i Friulani, che ereditano dai vicini balcanici l’irrequietezza e la natura tormentata e sfuggente, oltre a un dialetto musicalmente ancora veneto, ma di rara durezza consonantica. 

Trieste, lo sbocco al mare dell’impero austroungarico, è al contempo una città italiana, austriaca e slava. Assistendo a questi prodigi frontalieri ben si comprende la totale aleatorietà delle questioni identitarie; come diceva un mio amico un paio di sere fa, i confini sono quelli che alcuni popoli hanno la forza di imporre. I confini del Friuli sono quanto di più campato per aria ci possa essere, e la gente che vive là? 
Vive, parla un dialetto, tre lingue, e in qualche modo arriva in fondo alla giornata. 

La maggior parte della pianura padana è invece occupata poi dagli Emiliani e dai Romagnoli: gente simpatica, che però non si capisce un cazzo quando parla. La loro lingua è un guazzabuglio di esse sibilanti, erre mosce, e poi parlano alla svelta e ridono tanto. 

A Pupi Avati il discutibile merito di averli resi malinconici in questa loro brama di eterna giovinezza. Fra di loro vi è, come fra tutti gli italiani, campanilismo e rivalità, guai a dire a un romagnolo che è emiliano o viceversa, guai a dire a un modenese che i tortellini son bolognesi e viceversa! Altre attività rimarchevoli: costruiscono Ferrari, mangiano colesterolo puro, friggono tutto nello strutto e non sarebbero malaccio nel complesso, il problema è che arrestano il loro sviluppo mentale all’adolescenza e passano la vita a correre in macchina o in moto, a ballare, mangiare, bere e scopare. Hanno inventato il Parmigiano, creano ceramiche pregevoli, sono particolarmente abili e lesti nel preparare i tortellini e producono vino gassato (se non è preadolescenziale questo…) Ma parliamoci chiaro: il loro unico obiettivo nella vita è la “balotta”.

Varcato l’Appenino incontriamo i Toscani, cui mi fregio di appartenere: potrei lasciare la parola a Curzio Malaparte che ne ha tratteggiato le caratteristiche con puntualità, e basterebbe il titolo del suo libro a spiegare in due parole l’animo di questa gente: “Maledetti Toscani”. 
Formalmente comunisti, come i vicini emiliani, o sporadicamente fascisti come i romagnoli, comunque ottusi e fanatici di fondo, i Toscani sono inospitali, sgarbati, cinici, indisponenti e come gli altri vicini liguri, pensano di essere simpatici. Accomunano tratti di poltroneria laziale a supponenza nordica e ridono di tutto. Sul loro volto spesso si accende un risolino insolente, infingardo, di compassione e malignità. Il loro accento è intollerabile: simile all’arabo, pieno di aspirate, "c" scivolanti e "t" che diventano "th" aspirate come in inglese. Una parlata strascicata e sbrigativa come i loro modi; vi esorteranno sempre in modo spiccio “ Giùe!  ‘gnamo! (andiamo!) Vien via! ”
Vi guarderanno sempre come scemi qualsiasi cosa diciate loro: le vostre barzellette non gli faranno ridere, le vostre angosce non gli strapperanno mai una lacrima, però non avranno mai la sfacciataggine milanese di sentirsi inspiegabilmente superiori a chicchessia. Non si sentono superiori a nessuno, pensano solo che non esista nulla di serio: per questo non dicono “ ma va’ ” ma “ O io… ” - perchè nell’illusione d’importanza e nel ridicolo siamo tutti accomunati e livellati. Mal comune, mezzo gaudio. 

Accanto a loro gli Umbri che inutile girarci intorno, sono toscani in chiave minore; di loro si ricordano San Francesco d’Assisi e il lupo di Gubbio. L’Umbria è una propaggine aspra della Toscana intrappolata in un eterno medioevo.
A differenza dei vicini toscani, che hanno conosciuto i fasti del Rinascimento, la ribalta internazionale nell’epoca delle Signorie e la conseguente perdita dell’innocenza ed incanaglimento, gli umbri hanno un loro fosco candore preraffaelita: avete presente quelle uggiose commedie francesi nelle quali un signorotto medievale viene proiettato per magia nel ventunesimo secolo? Ecco. L’umbro è questo. Ma non lasciatevi trarre in inganno dalla senese gentilezza di costoro: sono semplici ma svegli e alla bisogna sapranno come bonariamente raggirarvi. Con lo stesso sorriso sornione dei toscani, di complicità nell’umano malaffare. Concordo con Malaparte: gli umbri sono gli unici che “capiscono” i Toscani. 

Poco più in là i Marchigiani: gente ruspante che parla un simpatico dialetto cantilenante, che sembra sempre usino la forma interrogativa e che smaschera la loro furbizia contadina, rendendola inefficace. In Italia centrale esiste questo bizzarro fenomeno di incremento del campestre movendo verso oriente. 
I marchigiani hanno gustose aderenze con i burini laziali come ampiamente dimostrato dalla sublime pellicola di Dino Risi, “Straziami, ma di baci saziami”.  I marchigiani poi se ulteriormente inselvatichiti si trasformano in abruzzesi e molisani: vivono in terre aspre, sismiche, lussureggianti, dediti alla pastorizia e al bracconaggio. A loro dobbiamo l’invenzione degli spaghetti alla chitarra. Ironia della sorte, proprio fra queste genti sanguigne, si annoverano due fra i maggiori poeti italiani, ovvero Leopardi che era marchigiano e D’Annunzio, abruzzese: ovvero di come la natura, nel suo sottinteso taoismo, per riequilibrare tanto terragno Yang, generi dei prepotenti e rari Yin di lirismo ed aulica rarefazione. 

Ma lasciamo perdere, ed entriamo nel cuore dell’Italia : entriamo nel Lazio. 
A parte i sopracitati burini, alacri coltivatori di carciofi, di bovina ritmica e mitezza, discendenti di Sabini, Volsci, Equi, e poco altro, quello che maggiormente connota il Lazio sono i Romani. 
I Romani parlano a voce altissima, sempre. 

Li sentirete distintamente nel brusio di una spiaggia affollata enumerare le loro faccende private, richiamare pargoli invariabilmente sovraeccitati e invadenti, belli a papà. E non parlo tanto dei popolani che ci hanno fatto sorridere in tante pellicole dell’epoca d’oro del cinema italiano e che naturalmente sono avvezzi a vociare: mi riferisco ai romani istruiti e pariolini, che parleranno al telefono ore e ore di robe insignificanti, come i loro gran cazzi su facebook, e interminabili negoziati su orari e appuntamenti da disattendere con puntualità. Il loro romanesco suona odioso, addomesticato, uggioso e nasale; sa di megera imbellettata, di vecchia maîtresse travestita da lolita. Fastidioso, ridicolo e anche ingiusto: perchè il romanesco è una parlata che esige ferocia, ampiezza di manovra, e compiacimento per l’arcaico ed il triviale e non minuetti. Con i milanesi hanno in comune l’arroganza: animati da un immotivato ma comprensibile orgoglio d’appartenenza alle loro rispettive città, sono del resto fra i pochi metropolitani di un’Italia di paesi e paesoni, e la loro urbanità seppur maldestra, vestigia di antiche glorie defunte di un impero decaduto, o caparbio scimmiottamento di teutoniche efficienze, è l’unica che possiamo annoverare in Italia. 

I Romani hanno familiarità con il potere, e lo considerano con prudente sufficienza, perchè da secoli vedono in carne e ossa, imperatori, re, duci, papi, e ne considerano la comune e caduca materia umana; non possono prender sul serio tante trombonerie, ma a differenza dei toscani non ostenteranno un sorrisetto maligno davanti al potente, si faranno anzi, protocollari, non lesineranno in titoli il primo forestiero arrivato che sarà sempre un “dottore”, e in questa formalità puramente strumentale, affogheranno l’amarezza per le storture cui sono conniventi. 

A Roma poi, è risaputo, c’è il Papa, che è come gettare ad un uomo che affoga una base d’ombrellone: ha quasi del miracoloso come l’Italia non sia scivolata nell’oscurantismo teocratico assoluto tipo Iran, e seppur con cosmico ritardo ed aspre battaglie, si sia riusciti ad ottenere leggi da paese laico e civile, come la legge sull’aborto o il divorzio. Avere nel cuore della propria capitale una monarchia assoluta teocratica non è uno scherzo. Altro che cattolica Spagna! Ce l’avessero loro il Papa, farebbero meno i ganzi: fallo il matrimonio gay in Italia con questi ex inquisitori che ti ammorbano con i loro incensi e le loro reprimende…e soprattutto con il loro braccio politico e finanziario, con il quale affossano o promuovono chi e cosa vogliono.

Scendiamo a sud ed entriamo in Campania: 
When the going gets tough, the tough get going

La protocollarità romana troverà in queste terre il più ampio e sordido sviluppo. Introduciamo a queste meraviglie l’ospite straniero per cui l’Italia è fantozzianamente solo un’indistinto “paffi neri, mancia spaketti, suona mantolino” e diamogli una piccola soddisfazione: è tutto vero. 

Se qualche avvisaglia l’avevamo avuta già a Roma, in certa trasandatezza, in qualche negozio bruciato da malavitosi cui non è stato corrisposto il balzello, in Campania tutto questo è conclamato e dispiegato con larghezza. 

Verremo accolti da frotte di cani randagi, da montagne di spazzatura, capannelli di disperati proveranno a farci il pacco, il gioco delle tre carte, a infinocchiarci; incontreremo questuanti in gran numero, venditori di sigarette di contrabbando alla luce del sole in pieno centro cittadino. Proveranno sicuramente a rubarci la macchina, le valigie, il telefonino lasciato inavvertitamente senza ossessiva vigilanza. 
Questo è il sud: Cristo si è fermato a Eboli… forse perchè gli avevano cuccato il somaro? L’elenco di magagne è lunghissimo: persistenza del latifondismo, abusivismo edilizio, i rifiuti stipati nei parchi nazionali, criminalità organizzata, disoccupazione a livelli stratosferici, totale assenza di senso civico. 
Il meridionale, negherà sempre, e addurrà come da prassi le motivazioni d’ufficio: l’assenza dello stato in primis, come se lo stato fosse una “persona”, un altro che viene arriva e risolve, una specie di idraulico che stura millenni di tirannia, degrado, corruzione. 
Al meridionale sfugge la banale, ma lapalissiana considerazione che lo Stato sono i Cittadini, che la “Cosa Pubblica” attiene alle cure della comunità, che lo Stato amministra se c’è un rispetto ed una volontà di emanciparsi dalla lamentazione e dall’assistenzialismo. Il Sud è un drogato a cui non si vende la droga perchè è illegale, ma a cui si danno i soldi per comprarla dalla Malavita organizzata.

Nel Sud, troverete anche un’ospitalità che travalica l’immaginazione, forse in tutta Italia i meridionali sono gli unici che hanno un autentico senso di ospitalità, ma non ve la godrete. Qualche scenario di degrado e violenza potrà sempre apparire quando meno te l’aspetti, e cancellarvi il sorriso dalla faccia. Quello che sconcerta non è un’uniforme incuria, come la si può vedere in alcuni paesi del Terzo Mondo, ma come tutto questo scempio, magicamente si arresti a Positano: Cristo si è fermato a Positano. 

Li comincia l’area vip, si varca una soglia e ci ritroviamo improvvisamente in una Svizzera mediterranea, non un capello fuori posto. I prezzi improvvisamente scandinavi, neanche una cicca in terra, il mare che prima era nero degli scarichi del Sarno, adesso cristallino. E potete dimenticare la macchina aperta… Inquietante. Lo stereotipo del pulcinella mandolino spaghetto pino baia chiaro di luna, qui viene virato da stereotipo in archetipo, anzi logotipo, di una delle più consolidate industrie turistiche italiane. Il tedesco, l’americano, lo scandinavo, il cinese troveranno confermata la loro Italia oleografica di allegri schiamazzi, di belle canzoni e cibo succulento, di chiari di luna e sole e mare chiare…nel più assoluto comfort e tranquillità. A due passi da un abisso nascosto, da questa quinta in trompe-l'œil con Pullecenè, Totò, Mimì e cagam’u cazz…

Dopo la Campania abbiamo la Calabria, terra selvaggia sostanzialmente in mano alla ‘ndrangheta.  I calabresi sono noti, oltre che per questo, anche per i Bronzi di Riace che trattano con ricercata noncuranza e per la formidabile capacità di sopportare livelli tossici di peperoncino, con cui condiscono generosamente ogni pietanza. 
La Calabria è una specie di Liguria in grande, con montagne aspre a picco sul mare. I calabresi che conosco, oltre a riferirmi sempre episodi agghiaccianti che sembrano partoriti dalla mente di Clive Barker, accadutigli nei lor paesi, con quell’ incredibile accento stentoreo, sempre di petto, sono generalmente persone distinte ma insondabili. 

La totalmente infondata allegria dei meridionali, di cui forse si ravvisano alcune tracce a puro scopo d’intrattenimento turistico ancora in Campania, scompare del  tutto nel profondo sud e lascia il posto ad una sorniona riservatezza, non dissimile a quella di altri popoli isolati e montani. I calabresi, come moltissimi meridionali, nel corso dell’ultimo secolo, sono sfuggiti a questa sitiuazione opprimente e sono migrati a nord per fornire manodopera a basso costo alla rinascente industria italiana ed europea. I giovani fuorisede calabresi negli anni ’80 rappresentavano anche una ventata di creatività negli ambiti della moda, dell’arte e della musica.

Poi sono arrivati i pugliesi ed hanno invaso o pervaso tutto, prendendo le redini dell’immigrazione creativa, soppiantando i loro cugini calabri. La Puglia, in particolar modo il Salento, sono luoghi tristemente noti per la capillare diffusione su scala nazionale della pizzica e la taranta, una delle mode più perniciose degli ultimi 30 anni, forse anche più del reggae, che ormai dagli anni 70 ce lo sta facendo a striscette. Non se ne può più: basta, time-out. Pietà! Kill me!

In Puglia possiamo assistere inoltre a disturbanti mutazioni genetico musicali: un gruppo  pizzica-taranta può essere, contemporaneamente anche una posse e un gruppo reggae, per la gioia delle Sottanone e dei lor accompagnatori sinistronzi, rigorosamente non-trombanti. 

La bandabarzotto gli fa un baffo a questi; fanno rimpiangere persino le più meste derive folk-alternative come modenacitirumba e ruffianate simili. 

La ruffianeria è in effetti la cifra di questo asfissiante fenomeno musicale: compiace il sinistronzo populista che trova cosa buona e giusta la qualunque roba etnica, indifferentemente; compiace la Sottanona, anch’essa sinistrata, che fra i suoi vari schemi mentali annovera sicuramente la danza popolare come forma d’incomprensibile divertimento, e costringe così al compiacimento l’accompagnatore non-trombante, il quale paludato in camicioni di iuta e pantaloni multicolori che fanno prurito al solo vederli, in sandali di sapore francescano made in Palestina e occhialino tondo, si fingerà compiaciuto e soddisfatto per queste belle serate equosolidali trascorse a saltabeccare su nenie monotone e incalzanti, un po’ bevuti, coltivando la vana speranza di un congresso carnale che non avrà luogo. 

La tipa Sottanona chiaramente aspira al più aitante percussionista africano, o al musicante salentino che spruzza inautenticità noglobal da ogni poro, mentre il povero accompagnatore che è di solito un raccattato travestito da alternativo, dovrà stiracchiare un sorriso emancipato ed offrire colazione al mattino per ostentare disinvoltura. 
Son cose che succedono… 

A costoro è venuto meno il visibilio, la Vibhūti, il giulebbe iridescente del Goa Tronci o del teknoamico. Un annetto di robusta psichedelia sarebbe tonificante anche per fibre così ampiamente decotte: non di più. Questo, per non incorrere nell’impagliaccimento mentale che corrobora qualsiasi assuefazione.

Le strade di Otranto hanno smesso di echeggiare la voce di Carmelo.  Però si può avere l’incomparabile fortuna d’incrociare un blindato della Sacra Corona Unita che trasporta merci di contrabbando, ed esserne travolti, per quelle tipiche strade pugliesi che terminano con una fila di new jersey orizzontale (non segnalata) in mezzo al nulla. Strade su cui sembra abbiano testato bazooka, ma che i pugliesi, persone precise, non mancheranno di fornire di dissuasori e dossi artificiali come previsto dal codice stradale. 

La sorniona riservatezza, si fa granitica nel cuore montano del Sud, il cuore di pietra anzi di sassi (di Matera). L’Irpinia, la Basilicata, immutabili come le sue rocce; ovvero della gente che vive sempre nei container dal terremoto dell’80. 
In questi luoghi Carlo Levi fa fermare il suo Cristo, e incontra popoli “fuori della Storia e della Ragione progressiva, antichissima sapienza e paziente dolore”. 

Qui ha sede l’Università della Rassegnazione presso la quale moltissimi meridionali attendono al loro titolo di “terroni” con cui verranno poi identificati per il resto della loro vita dai connazionali del centro e nord Italia; ci troviamo di nuovo a un paradosso, come quello dell’Italia BelPaese di Merda: perchè i meridionali che in generale sono più disponibili e  ospitali dei settentrionali vengono disprezzati? 

Sicuramente è il facile disprezzo che si ha per il povero, perchè la sua disponibilità è quella del disperato, per cui il tempo non vale nulla; è acquiescenza ad un potere millenario, alla sopraffazione, all’omertà; in taluni casi prende derive disgustose e si evolve in quell’untuoso ossequio che permea il funzionario pubblico meridionale, emigrato e consolidato al nord, sempre attento a non dispiacere il superiore, a trattarlo come una divinità, sulla quale indulge nello sciorinarne titoli ed onorificenze “il dottor…professor…commendator…l’onorevole…” con la faccia seria d’ordinanza, salvo poi privatamente, silenziosamente maledirlo. 

La stessa faccia da carabiniere, con i “paffi neri”, e gli occhi neri che ti inchiodano a qualche colpa inesistente che solo lui vede. La faccia da sbirro dalla quale, se scrosti la severa maschera di servizio, vedi ricomparire lo scugnizzo col capello ingelatinato che fa le pinne sul booster pei vicoli.

Inspiegabili declinazioni della leggerezza epicurea della Magna Grecia in torvo e borbonico servilismo: la matrice è insospettabilmente la stessa, quella del tirare a campare consapevoli della nostra impermanenza, in una vita che viene trainata attraverso i giorni come una soma a cui è bene non dar peso.

Il nostro viaggio nel “Bel Paese di Merda” non sarebbe ultimato senza una capatina nelle Isole.
I siciliani amano manifestare un’ottusità aristocratica: hanno rifornito l’italia dei maggiori letterati di sempre, eppure sono ammorbati dalla stessa identica ignoranza endemica del resto del sud; le loro città sono apparentemente più ordinate, ma loro sembrano arrivati lì per caso e ops…m’è scappato un condominio abusivo accanto a un tempio greco.

La leggenda li vuole fra i più gelosi degli italiani gelosi, donnaioli, sex addicted, avvezzi al delitto d’onore; ma sempre low-profile. Non ostenteranno pacchianamente come i Campani; non si daranno alla pazza gioia con i proventi dei loro traffici illeciti: come i vicini calabresi staranno ben attenti a mantenere alta la rispettabilità e dediti ad umili attività di copertura, come edicolanti, ristoratori, agricoltori, pianificheranno qualche spettacolare esecuzione, senza lesinare in tritolo o acido solforico. 

Particolarmente ossequiosi, all’usanza araba non vi diranno mai direttamente quel che pensano, ma lo faranno tramite complesse figure retoriche, metafore a scatola cinese, metafore di metafore, a cui farà seguito un’occhiata complice come a dire “ci siamo capiti, no?” - E non avrete capito mai assolutamente un cazzo nulla. 

La loro dieta è caratterizzata da una ossessiva presenza dello zucchero: è un mistero come i sicilani possano conservare ancora qualche dente sano in bocca, o non contrarre il diabete fin dalla più tenera età considerando le quantità di cannoli, cassate, granite con la brioscia e così via, che riescono ad ingurgitare in un solo giorno. 

Concludo questa mia disamina con i sardi. 
I sardi sono tutti pazzi: e lo sono nei modi e nelle maniere più originali e variegate. Alcuni saranno ridanciani, altri silenziosi, taluni tetri ed inquietanti, altri schizzati. Tutti invariabilmente mossi da fanatismo e cocciutaggine; tutti invariabilmente estremi, diretti fino ad essere offensivi, ma allo stesso tempo permalosissimi e ombrosi. 

Pressochè selvaggi, squartano a metà cuccioli di maiale, giustiziati sommariamente per arrostirli in gran numero nelle loro scioccanti Sagre, in cui cuociono anche anguille ancora vive sulla brace. Ti offriranno “filu e ferro” distillato illegalmente di primo mattino e sarai costretto ad ingurgitarlo, pena offenderli mortalmente. Con gli altri meridionali hanno in comune il senso dell’ospitalità ma prima devi meritartela e guai a sgarrare. 

I sardi però, attenzione, non sono propriamente “meridionali” nemmeno il veneto più ottuso e inacidito li definirà “terroni”; i sardi sono sardi e basta: parlano un’altra lingua, un idioma arcaico gutturale, fitto, intricato e pieno di schegge, ed hanno insospettabili aderenze con i piemontesi, con i quali condividevano la dominazione savoiarda. Penso con lo stesso malumore con cui i Corsi si relazionano ai Francesi. 

Per i sardi noi siamo, i “Continentali”, ovvero una mandria indistinta di persone che non hanno il privilegio e la pena ad un tempo di vivere su un’isola lontana da tutto.
Per comprendere a fondo l’anima di questo popolo misterioso rimando alla lettura di Salvatore Satta. La leggenda li vuole oltre che permalosi, vendicativi, ostinati e particolarmente ottusi. La leggenda ha sempre un fondo di verità.

Il giro d’Italia è finito: questo campionario di meschinità e bizzarie, di riflessioni amare e semiserie mescolate a trivialità e truci luoghi comuni, tuttavia non è sufficiente a dimostrare la merdosità italiana, il cui totale supera sempre la somma delle parti. 

Sicuramente ogni autentico ”italiano di merda” trova alibi e giustificazioni alla propria condotta nel proprio folklore, ma il marcio autentico evidentemente non risiede in nessuno degli aspetti grotteschi che ho qui snocciolato. 

Dirò una doverosa ovvietà per evitare gli strali di chi è votato alla correttezza politica: ad ogni latitudine esistono persone spregiudicate e mosse dall’egoismo, che indipendentemente dal costume che indossano, perseguono con tenacia il malaffare. È talmente ovvio che non l’avrei specificato. Questi individui sono sempre difficili da smascherare, perchè non sono certo le buffonesche caricature che ho qui esposto, anzi spesso si fanno scudo del civismo di facciata, della rispettabilità borghese. Oppure ostentano una semplicità monacale, ma son pezzi di merda.

Ho cercato di essere unanimente sgarbato con tutti, mi auguro che nessuno sia rimasto deluso; ovviamente conosco meglio alcune regioni rispetto ad altre, e perciò spero che nessuno di quelle che ho trattato meno approfonditamente si senta messo da parte. Del resto, nel trattare questa materia scottante s’incorre sempre nel rischio di stuzzicare l’ipocrita che accoglie di buon grado le frecciatine contro i settentrionali e storce il naso quando si toccano i meridionali, quando si dovrebbe unanimente considerate la merda nazionale che tanto s’invoca, un bene comune a cui tutti i popoli italici concorrono in egual misura. Anche quelli che stanno o si pongono a margine e che se fossero meno isolazionisti \ autonomisti potrebbero dare un contributo formidabile a tutto il paese. Si, mi riferisco a isolani e frontalieri, che comunque la pensino sono tecnicamente italiani.

C’è poi anche una questione di eleganza da considerare: mentre si rende simpatico e fin quasi lenitivo fare dell’ironia anche feroce sul ricco settentrione, d’altro canto si imporrebbe di non sbeffeggiare troppo le magagne del tormentato sud d’italia. Trovo questa eleganza pertinente al dominio dell’ipocrisia, e trovo altresì giusto essere con tutti egualmente antipatico e sarcastico da buon toscano. Con un sorriso (non come Renzi) …un sorriso di complice, pietoso, umanissimo spregio. Sarebbe bello da parte di voi che seguite i miei vaneggiamenti, un contributo per tratteggiare meglio le nevrosi delle genti di cui ho necessariamente, per mia ignoranza, trattato con colpevole approssimazione, così da dipingere un’affresco più completo del Bel Paese di Merda. Così potremo finalmente imprimerci a fuoco sulle natiche un bel “made in italy”  (altro che tatuaggetto…) e concorrere agevolmente all’Euromacello che ci aspetta. 

In anticipo ringrazio e cordialmente saluto.


Engioi!