martedì 18 febbraio 2014

Vacanze Intelligenti





L’inautentico e l’indicibile spesso vanno a braccetto: corruttela e cialtroneria suscitano il medesimo moto di riprovazione in animi afflitti da un perfezionismo ansioso e inesatto. Dove la ricerca della perfezione è la mancata accettazione dell’imperfezione. Dove la ricerca della perfezione è delirio eugenetico d’idee appena abbozzate e subito tranciate, via la testa, le gambe, le braccia. Solo il cuore, embrione, acerbo che escluso dalla conclusività del corpo, gocciolante dai vasi suoi recisi, lentamente si ferma e tace. 
“ssst… è un tacet! è in partitura” - “che ha detto la signora?” - “boh?! ha detto che è un ‘tacci” (Le Vacanze Intelligenti, episodio con Alberto Sordi - la scena è quella del concerto di musica contemporanea)
Nella incorruttibilità delle arti contemporanee, nel loro rivolgersi a se stesse, nell’essere sempre metalinguistiche, autoreferenti, perché si sappia, l’autoreferenza è una forma di schizofrenia sottile e gravissima, è marcata la distanza fra l’uomo e le sue potenzialità, ed in questa terra di nessuno abbiamo installato il mercato, suadente con tutti, che deride con i popolani gli intellettualismi, e con gli intellettuali i populismi. Che intesse di opere d’arte sovralimentate il portafoglio finanziario del magnate, che smercia paccottiglia nelle piazze, che lotta contro la droga, che vende droga, che è filantropo, che è misantropo. Non è un problema di regie occulte. Non sono scelte. Ma dipende da quanto spazio diamo all’inautentico e all’indicibile. Ciò che differenzia il mercante dall’uomo, è la capacità o meno di mentire. 

Se abbandonati perfezionismo, timori e nebulosità finalmente la voce ne sortisse chiara e forte, come dopo un colpo di tosse che stacchi catarri, e seppur claudicante affermasse il vero! Il proprio vero, quello inconfessabile. Allora il terreno su cui è eretto il mercato perderebbe appezzamenti. Il mercato lentamente ma inesorabilmente ritornerebbe ad essere quella membrana permeabile e primitiva fra gli uomini, quel primo step di confronto, di scambio, di condivisione. Lasciamo che il mercato riacquisisca la propria dignità. 

giovedì 13 febbraio 2014

Il Principio d'Indeterminazione dell'Intelligenza




è assai difficile essere intelligenti tutti i giorni, anche esserlo minimamente, performativamente, professionalmente. occasionalmente la mente s'accende a dispetto d'ogni altro dispositivo perennemente acceso in macchinale almanaccarsi di macchina, inesausto, propositivo, stolidamente proiettato in avanti. l'unica pausa che conosce la macchina è il guasto, ed è forse per tale motivo che in molti salutano con gioia l'accadere della malattia, l'avverarsi d'un'anelata influenza, l'epifania di febbri e disagi intestinali, l'invito a tacere d'una tonsillite acuta. L'intelligenza a me difetta e sono in buona compagnia; leggo sulla settimana enigmistica che samuel beckett salutò con un'opera degnissima la presa di coscienza della propria idiozia. Ora per essere così continuamente intelligenti come auspicano i fautori della crescita indefinita, dovremmo essere sicuramente macchine. Ma delle macchine (che sono infinitamente intelligenti perchè continuamente dedite alla ripetizione d'una o più azioni e quindi in odore di illuminazione zen, spiritualmente assurte all'elettrificata mansione d'uno o più esercizi compiuti con caparbio e insistente disinteresse) non abbiamo nè il disinteresse nè lo charme. La macchina compie senza fatica l'immane compito, non teme l'incarico ripetitivo dove l'umano si ingorga e si sgomenta ancor prima d'iniziare, la macchina ha senso del ritmo, poco groove obietteranno alcuni, ma precisione ed esecuzione impeccabile suscitano un fascino astratto, uno charme asettico, un'attrazione per il gelido e l'imperscrutabile, come la morbosa curiosità che si prova per l'autismo. E poi non dimentichiamoci di Roy Batty, quando all'ambiguo Deckard (la cui natura se di macchina o uomo non ci viene svelata) dice "Non eri tu, quello bravo?". Ora è assai buffo questo rincorrersi fra uomini e macchine, l'une che vogliono essere gli altri e viceversa. Ed una volta che l'uomo sarà macchina, forse gli tornerà voglia di esser uomo... scusatemi, mi fermo ho un calo di intelligenza. 

mercoledì 12 febbraio 2014

Il Principio d'Indeterminazione Poetica






Passeggiavamo, Robert, Stefano ed io, su per i crinali e raggiunta l’Alpe delle Tre Potenze, scendevamo verso il lago Piatto. La giornata assolata, di festa, le vette appenniniche popolose di escursionisti d’ogni età, belle facce arrossate dal vento e dalle salite, famiglie, bambini, giovani e anziani, dalla Toscana e dall’Emilia. Ma anche stranieri, inglesi, francesi e via così. Ci riposavamo dunque in uno spiazzo di rocce sparse nell’erba crespa, disegnata dai venti, prendendo il sole, bevendo acqua di sorgente, silenziosi. Accanto e intorno a noi altri, sconosciuti, le gambe e i visi distesi. Mi torna in mente la più abusata delle poesie italiane, la più famosa, ostica, grave, oscura e lieve a un tempo. L’infinito, che tutti noi abbiamo mandato a memoria fin dalle elementari spesso ignari degli abissi che disvlela, ancora oggi enigmatica e struggente. Così un po’ per ischerzo inizio a declamarla agli amici miei, alle rocce ed agli sconosciuti astanti, saltandone credo anche brani e pezzi importanti, un po’ remixata alla buona, ogni tanto “ah! ecco qui faceva così…” come con una canzone dell’adolescenza che ben si conosce, ma alla rinfusa. 
Una donna, mi guarda e mi dice: “ non la sentivo più da quando ero bambina!” e mi sorride. E torniamo a riposarci. 

Oggi nella pausa pranzo, guardo sonnecchiando Rai Storia: davano un documentario su Leopardi, un documentario particolare perché quasi tutto incentrato sui versi del poeta, mirabilmente interpretati da Franco Graziosi. Ogni tanto la recitazione dei versi veniva interrotta da puntuali commenti che contestualizzavano l’opera di Leopardi. Voce narrante di Giorgio Piazza, che per capirsi, è stato il doppiatore di James Stewart in molti film di Hitchcock, o per chi fu bambino a cavallo fra anni settanta e ottanta, la voce narrante di Heidi e di Sandokan. Quando le cose venivano fatte bene.
Questo genere di documentari erano programmazione comune nella Rai del secolo scorso; la gente di qualsiasi età ed estrazione sociale, a qualsiasi livello d’istruzione fosse pervenuta, se li guardava. Sicuro, c’eran solo 2 canali. 
Però il discorso è che questi programmi erano belli, ben fatti, affascinanti.
La voce calda ma pacata di Graziosi restituisce per immagini vivide i versi di Leopardi: a distanza di quasi duecento anni, io, nel 2014 rivedo la celeberrima donzelletta attraversare la piazza di Recanati, con il suo mazzolino di fiori in mano, e la vecchietta sulle scale che fila e che guardandola, prova nostalgia della sua giovinezza. 
Direi che sì, il messaggio poetico, mi è arrivato. 
Fresco, intatto come appena uscito dalla penna di Giacomo Leopardi. 
Questi due eventi hanno in comune due cose: la poesia e Leopardi, e forse chi lo sa, una certa serie di fattori imprecisabili, irriproducibili e aleatori, che favoriscono la dimensione leggermente onirica di cui la poesia ha bisogno per allignare; magari una certa spossatezza postprandiale, sicuramente la qualità delle poesie in oggetto e la loro vibrante vitalità, come di flaconi incantati che abbiano strappato alla vita inestimabili fotogrammi e congelati in un’animata eternità, vibrante e luminosa. 
Per il resto, uno è il raffazzonato ricordo infantile di un escursionista e l’altro un film d’archivio che vai a sapere te, se un giorno o l’altro lo rivedremo giù per l’ex-tubo catodico, adesso piatta e sconcertante superficie.
In entrambi i casi la poesia ha esercitato tutte le funzioni che le sono proprie, e senza essere edulcorata o trasformata artatamente in disciplina sportiva. La poesia non è noiosa. Chi lo pensa farebbe bene a non occuparsene. Cito dal blog di Simone Molinaroli cosa Amiri Baraka rispose a chi gli chiese se avesse voluto un commento musicale alla sua lettura: “I play my own music” 
Il resto dell’aneddoto sul blog di Simone.
La poesia non necessita che di se stessa. Troverà sempre una voce che le si presti, un orecchio che l’accolga, fosse in cima ad una montagna o nel palinsesto svogliato del digitale terrestre. Anche in un poetry slam, non ne dubito. Non per meretricio ma per sua intima e incorruttibile natura. Apparizione imprevedibile, indeterminazione, miracolo insperato. Mai caduta in trappola. 


Enjoy!



PS. oggi è morto Roberto Freak Antoni, geniale e demenziale leader degli Skiantos, poeta, performer, attore, provocatore. Chissà come l'avrebbe presa se un veggente gli avesse predetto: "morirai un giorno dopo shirley temple" 

- non c'è gusto in Italia ad essere intelligenti -  



ERRATA CORRIGE



Con riferimento al mio post "il Grande Slem" di lunedì 10 Febbraio 2014 preciso quanto segue:
Il poeta ed MC Dome Bulfaro nella serata di sabato 8 Febbraio durante il poetry slam di Pisa tenutosi presso il cinema Lumière, non era alticcio. Faccio pubblica ammenda di questa mia grossolana svista. Era vestito giallo senape, ma pur avendo (per sua stessa ammissione) bevuto 3 calici di rosso, le sue funzionalità psicofisiche non erano in alcun modo compromesse, neppur lievemente: perfettamente lucido e padrone di sé e della situazione come tutti noi abbiamo potuto osservare. L’uso del termine “alticcio” nella mia descrizione di alcuni momenti della kermesse pisana è da ritenersi una “licenza poetica”; avvezzo all’iperbole ho fornito una mia esagerata interpretazione dell’entusiasmo un po’ sopra le righe ma del tutto naturale, del signor Bulfaro e delle sue ripetute richieste di vino ai suoi ospiti, nel sicuramente apprezzabile clima d’informalità dell’evento. 

Per chi comunque, aldilà delle incomprensioni, francamente uggiose, fra me ed il signor Bulfaro circa il suo tasso alcolemico, volesse invece farsi una propria opinione sul poetry slam, rimando al sito ufficiale della LIPS (lega italiana poetry slam) dove riceverete tutte le informazioni necessarie per iscriversi, partecipare alle sfide, alle riunioni etc… 

http://legaitalianapoetryslam.blogspot.it/

martedì 11 febbraio 2014

riflessioni amarognole



Anche questo mio blog sta prendendo quella via, che gli è naturale del resto, di testimone d’un sovraesposto egotismo, di “pubblico diario” (un ossimoro) sul quale sciorinare opinioni e tranciar giudizi. 
Vabbè, a casa mia faccio quel che mi pare, ma faccio quello che fan tutti gli altri. 
Mi sovraespongo, in un risibile nudo d’anima che per ironia della sorte e spietati meccanismi dello spettacolo, ben pochi spiano. 
Dovrei forse essere più beffardo? malizioso? insinuante? un po’ più troll? Dovrei dir male di più e con più accurata veemenza? Oppure, trattare con acume temi di rilevanza storica, scriver da critico preparato, di poesia, ecologia, politica, arte. 
Invece mi arrabatto alla bell’e meglio nel raccontarvi impressioni, nel fare liste sragionate di quel che mi piace e non mi piace, e di tutto quel che a nessuno chiaramente interessa, perchè inerente una sfera privata assurta a pubblica e indebitamente sovraesposta.
Questo blog nacque con un unico scopo: raccogliere in rete tutti i miei scritti volanti, deliri, prose, poesie, romanzi e racconti abortiti e incompleti, in un’unica, accessibile a tutti, fonte digitale. 
Eseguito questo compito di mera archiviazione, avevo veramente uno sparuto gruppo di followers, davvero tre gatti: i blogger esperti mi dissero che dovevo scrivere di più per alimentare la curiosità, l’interesse e l’indicizzazione del blog. 
Perciò ho cominciato a scrivere come tutti di fatti e questioni della quotidianità, afflitto dalla più totale incapacità di tenere un diario fin da quando ho imparato a tenere una penna in mano. 
Non mi riesce nemmeno ammorbar me stesso dei miei accadimenti. 
Ho parlato di questioni che mi appassionavano (il fascismo, l’ecologia, le 99 tesi, l’animalismo, il cinema solo per dirne alcuni) e l’ho fatto meglio che potevo. 
Ma considerando quanto si possa essere facilmente strumentalizzati, anche perché ci si rende pubblici, mi chiedo a chi gioveranno questi corsivi stentati. 
Colpa di Manganelli, dalla cui opera mi sono sentito incoraggiato a farlo, specialmente con i suoi corsivi funambolici su temi della quotidianità. 
Opinioni che sono il pretesto per un esercizio di stile. Una palestra sintattica e lessicale. 
Questo però, come tutto quanto si limiti allo stile e all’espressione ricercata di concetti dati o gusti personali insindacabili, alla lunga mi stufa e mi espone anche in maniera distorta; seppur solo pochi mi leggano questi si faranno un’idea sbagliata di me. E questo non mi piace.
Per esempio: le mie recenti osservazioni sui poetry slam sono state l’incentivo per una diatriba che poco m’appassiona, accaduta altrove, su quel Facebook che io ho ben poco in simpatia e dal quale mi sono cancellato in maniera totale, agorà virtuale dove è facile dirsi cose esagerate e terribili. 
Ribadisco: a me il poetry slam non piace. Quello che ho visto non mi è piaciuto: non per l’evento in sé, che era comunque una bizzarra esperienza umana come tante me ne sono capitate, e nel quale mi sono immerso con la più totale curiosità ed interesse, ma proprio per il metodo e per come questo viene confezionato e proposto. 
Non mi piace sentire affermazioni irritanti e ad effetto come “la poesia è una gran puttana”. Non significa nulla. Non mi piace mettere a cronometro le letture per suscitare un interesse pilotato, indorare la pillola poetica con effetti di suspence precotti, in un “format” di sapore televisivo. Questo è un modo della nostra epoca che non mi piace e che non riceverà mai il mio sostegno, né la mia simpatia. 
Detto questo non ho alcun disprezzo in chi, scrivente anch’esso e con tutto quel che comporta, trovi giusto farlo. 
Io stesso ho trovato divertente lo slam, ma non penso che sia quella la via. Non stiamo vendendo un prodotto. La poesia non è una puttana, né il materasso su cui giace sfatta. 
Per esperienza personale ho battuto altre strade: quelle dei reading (e vi assicuro che i nostri reading, erano un’esperienza tutt’altro che noiosa) accompagnati da musicisti spesso, rumorosi e rutilanti; la buttavamo in caciara per alcuni, ma in ogni caso ci stavano a sentire, a un certo momento erano come stregati. Altri se la davano a gambe. Abbiamo spesso sfiorato la rissa. 
Anche grazie a queste attività forse adesso si tentano strade nuove come lo slam, che io però non condivido: tecniche da animatori del villaggio vacanze globale. 
Ma perché non fare un festival? (come a Castel Porziano nel 1979) 

Sapete qual è il problema? che mancherebbe tutta quella gente, sicuramente zeppa di ideologia, ammaestrata anch’essa, ma di diverso segno: ammaestrata non ad accettare tutto quel che passa il convento ma a demolirlo il cazzo di convento. 
Gente ipercritica, imboccata di slogan, satura di politica, ma che riempiva le sale dei cinema d’essai e non le sale slot. 
Gente odiosa, a suo modo perbenista o quantomeno moralista, che però tentava continui esperimenti di convivenza, di socialità, di creazione. 
Gli stessi che in America creavano la nuova letteratura, la fantascienza di Dick, i computer Apple e internet. E che da noi invece sprofondarono nell’eroina e nel terrorismo. Un’analisi semplicistica la mia, ma era per capirsi… i fondamentali.
Che senso ha far piacere la poesia trasformandola come tutto in un gioco a premi? La gente si divertirà per il giochetto finché non verrà a noia, ma non capirà mai né apprezzerà mai la poesia. Non comprerà le pubblicazioni spesso autoprodotte, né quelle ufficiali col codice ISBN: se le comprerà non le leggerà. Ci zepperà alla bisogna un mobiletto sbilenco.

La poesia come il teatro sono sacri: non vuol dire che debbano essere cerimoniali, cerimoniosi o necessariamente austeri. Sono sacri come un sabba, come danze di fuoco, sono ipnosi collettive, mantra, esperienze di trance, sedute spiritiche (anche spiritose però) sono riti voodoo, sono balli di san vito, fascinazioni, non sono né puttane, né puttanate per compiacere avventori alticci il cui unico interesse è deridere qualche anima santa un po’ toccata ed originale, il cui unico interesse è “vedere chi vince”.
Indifferente la materia del contendere: sopravvivenza nudi in mezzo alla savana, cucina, danza, canto, musica, fare un bel cazzo nulla in un appartamento isolato dal mondo, poesia… l’importante è che ci sia un vincitore e molti sconfitti. 
Tutto falso. Volete vincitori e sconfitti? Guardatevi in giro.
La poesia e il teatro sono sacri: chiedetelo (è morto ma lo potete fare interrogando i suoi molti scritti) ad Antonin Artaud, morto pazzo e abbandonato, devastato tuttavia incorrotto, tutt’uno con ciò che scriveva (altro che puttane!) fino all’estreme conseguenze, morto seduto sul suo letto di manicomio, con una scarpa in mano. Chiedetelo ad Alda Merini.
La poesia è anche un gioco, ma un gioco mortale. 
Non è entertainment.

Respect!

lunedì 10 febbraio 2014

Il Grande Slem



Sabato sono andato a vedere un “poetry slam”
Per carità: non come partecipante. 
La mia natura ed il mio stato di salute, mi sconsigliano d’avventurarmi in queste epopee clownesche di sapore televisivo. Tendo da sempre alla marginalità; è la mia “zona comfort”, il mio sacrario. 
Non sopporterei mai, come in una sorta di incubo infantile redivivo, di esser deriso o scornacchiato mentre leggo le personalissime e talora delicate espressioni del mio animo, in versi o meno.  
Sono un vile, lo ammetto: lo slam non fa per me e non mi garba affatto, ve lo dico subito. 
Non mi piace perdere, ancor meno vincere. Diventerei in ogni caso un hipster bizzoso e insopportabile a me stesso. Tuttavia, pare buona educazione farlo, bisogna proprio giustificarla 'sta cosa di non voler gareggiare, e darsi per primi addosso, così da ottenere il duplice vantaggio dell'espiazione, per la propria diserzione dall'agone, circostanziando eventuali polemiche, nella speranza di risparmiarsi le prime ovvie critiche allo spirito anti-sportivo ch'essa denuncia per entrare nello "specifico poetico" della cosa in esame. 

Accompagnavo, solo per fare il tifo, un mio caro amico che si è lasciato, ahilui, risucchiare in questa tenzone poetica, un po’ Corrida (di Corrado), un po’ sfida hip hop.

Molto più Corrida che sfida hip hop: sicuramente, per gli organizzatori di questa kermesse, un modo divertente e mi auguro proficuo, di girare l’Italia, sbevazzare gratis e far combriccola. Argomenti che, non posso negarlo, suscitano sempre simpatia nell’artista trentenne che non si sia risolto a brillare di luce propria attraverso i canali canonici, lo scandalo o l’ammanicamento politico sessual parrocchiale.

Confesso che anche a me, per un lungo periodo della mia dilungata postadolescenza, fra la gavetta e l’imbosco, è piaciuto non poco esibirmi in spettacolini, reading, happenings and fear, in giro per l’Italia, dove, a fronte di ben miseri guadagni pecuniari, mi son perlomeno divertito assaissimo, senza contare l'inestimabile privilegio di aver conosciuto personaggi di un certo prioprio fulgore ( ben oltre i 50 watt di rete di certe caparbie lampadine con velleità di stella) 

Per non parlar dei fulminati tout-court.  
Anch'essi decisamente più fascinosi delle lampadine a basso consumo cui sopra.

Penso però, con una certa presunzione, lo ammetto, di non essermi mai messo alla berlina, e di aver sempre preso parte a progetti di una qualche dignità artistica, ancorché scalcagnati, maldestri o decisamente mediocri. 

Sinceramente trovo questa fissa “muscolare” della nostra epoca, uggiosa. Perché tutto deve sempre risolversi in scontro? 
Come facevano notare gli organizzatori dello slam, competere è un atto prima di tutto di nobile partecipazione. D'accordissimo, ma acclarato questo, possiamo ancora considerare qualche attività umana come extra-sportiva? O quanto meno slegata da certe abilità ottuse che sanno d'imparato a pappagallo? E poi: quali sono i termini di questo scontro? Chi seleziona? Chi giudica? A che titolo? La voce di popolo, voce di dio, il “popolo sovrano del televoto”? 

Cosa ci sarebbe di meritocratico nel far giudicare una lettura poetica a 5 persone prese a casaccio dal pubblico? Hanno, non dico “competenza” (per competere e essere giudicati la si richiede) ma almeno passione, interesse, attitudine all’oggetto del loro giudizio? 
Per restare nell’ambito sportivo, le giurie sono composte da persone “competetenti” appunto. Non arriva un tizio vestito giallo senape, visibilmente alticcio che acchiappa nel pubblico una manciata di sconosciuti e li mette a giudicare una performance di pattinaggio. Non sono "competente" lo ammetto, sui meccanismi adottati dal CONI in merito alla cernita dei facenti parte d'una giuria, ma credo che non funzioni così. Vero è che la poesia non richiede una speciale competenza, ma orecchie e animo aperti, e nonostante tutto questo, si deve competere, certo! Ma perché farlo rendendoci ridicoli?
SI dirà: è una provocazione, una sapiente e articolata beffa tesa a smascherare otre che talenti poetici, i millantatori meccanismi delle varie competizioni televisive cui assistiamo: cuochi, buffoni, saltimbanchi, amici e cantanti. 

Non è così. La cosa è, si, ridicola ma tremendamente seria: siamo nell’epoca dei “masterchef” dove tutto è pretesto per scontrarsi, per dare spettacolo (penoso) di sé. 
Chi vince in questi slam, anzi COSA vince, sono spesso la retorica, la faccia tosta e una abilità circense di animale ammaestrato. Non vince certo la Poesia la cui funzione è chiaramente pretestuosa e dove la sua parola resta inascoltata. Vincono forse una certa abilità di front-man, il carisma? Una qualche qualità attoriale? Nemmeno. 
La gente che ho visto esibirsi io, si limitava a leggere talvolta in maniera inintellegibile  (almeno i più dignitosi fra loro) altri invece che “volevano” vincere o quanto meno dar sfoggio del loro ego (le caparbie lampadine, diciamo) corredavano le loro letture di gesti, mossette, trombonerie e suoni onomatopeici, addirittura il verso di un puma (sic)! 

Per “cum pètere”  (dal latino "andare insieme") bisognerebbe poi avere un comune terreno di sfida: esistono e sono sempre esistite le sfide poetiche ma convergono tutte sull’elemento stilistico. Ci si sfidava e ci si sfida ancora oggi nelle campagne toscane, a improvvisar versi in ottava rima. Su un tema prestabilito si costruiscono rime e canti irriverenti dove vince chi è più abile e divertente. Che senso ha il poetry slam quando esistono già le sfide hip-hop? Autentiche, attuali, piene di partecipazione, dove un pubblico competente (di nuovo) e appassionato giudica l’abilità nell’improvvisare del vocalist? 
Quindi esiste già uno slam in un linguaggio dei nostri giorni, quello hip-hop e che piaccia o no, vanta  l’imprimatur dell’ autenticità e della contemporaneità. 

Perciò pur essendo legittima la necessità di creare uno "spazio poetico" che coinvolga maggiormente il pubblico e restituisca vigore ed interesse alla lettura poetica, temo che il grande slam finale fra i finalisti di tutto il mondo, a New York, non sarà che una scimmiottatura dello slam hip hop, un'esibizione di breakbeat vocale, dove avrà ben poco senso la parola intesa come significante. Che senso poi dovrebbe avere, se non il mero articolarsi in un suono più o meno seducente, se in gara avremo l’africano e il finlandese, l’italiano e il cosacco? Ancorchè sembri promuovere la vicinanza fra i popoli, questa pare più un’immagine oleografica, come certe illustrazioni internazionaliste del socialismo reale o la pubblicità del Benetton; il tutto a discapito dell’assoluta territorialità della poesia e del suo universalizzarsi in traduzioni più o meno riuscite. E se una poesia africana può comunque incantarci pur senza capirne il senso, con che criterio farla competere? Come e chi potrà dire che il poeta africano è "peggiore" o "migliore" del tailandese? Sarà come nell'agone sportivo, una questione di verve? di allenamento? di essere più o meno in forma? La competizione per esser leale richiederebbe la condivisione di un comune linguaggio: tradurranno tutte le poesie previamente presentate dai finalisti mondiali in inglese? Certi popoli avranno l'indubbio vantaggio di appartenere a bacini linguistici globalizzati come chi scrive in spagnolo o in inglese? Dovremo dare un "handicap" come nel golf, ai poeti che si esprimono in lingue o dialetti locali? Varrà come già vale nel mondo dello spettacolo la raggelante regola non scritta di avvantaggiare persone affette da malattie invalidanti? Assisteremo a questa ed altre ipocrisie con animo assolutamente indifferente. 

Queste però sono beghe internazionali e tornando ai poeti italiani, mi sono chiesto che senso ha mettere in gara le delicate, molto scontate, ma assolutamente autentiche e sentite liriche di una signora che racconta in versi la sua esperienza con in cancro, con un tizio calvo che vagheggia di imperatori galattici e caleidoscopi monocromi e se ne va facendo al pubblico il saluto della flotta stellare? 
Certo, "cum pètere", andare insieme, giù per il comune sciacquone poetico nel canale di scolo emotivo del pubblico sovrano. 
E della giuria, per lo più composta da tipe da broccolare, a fine competizione. 

Su questa umanità picaresca, competitiva e competente, troneggia il tabellone col punteggio (un foglio di excel videoproiettato in sedici noni) che per soprannumero di cialtroneria, viene ultimato all’ultimo momento, perché …ops! mancava l’ultima colonna! proprio quella per annotare le votazioni dei due finalisti.
Le ineffabili celle del foglio elettronico in cinemascope vengono create alla bell'e meglio durante l’esibizione di uno di questi, proprio mentre costui pervaso di poetico ardore, elogia le qualità apotropaiche del fallo e grida “cazzo, cazzo, cazzo” più volte, inginocchiandosi (davanti al pubblico? o al cazzo?) e la freccetta del mouse maldestramente seleziona, gironzola e tenta di dare a tutti i numeri uno stesso font e dimensione. 
Se non l'avessi visto con questi occhi, non ci avrei mai creduto.

Cattiveria: il poeta in questione ha un forte accento spagnolo: non è che questi slammer di origine ispanica o latino-americana hanno individuato nelle competizioni italiane il "ventre molle" del poetry slam univarsale, che permetterebbe loro di accedere alle competizioni internazionali, dove tornare a esprimersi nella ben più globalmente diffusa lingua madre e avere più chance di vittoria? Oppure, sono degli inguaribili amanti della ben poco conosciuta lingua italiana (opera lirica a parte) e in quest'idioma essi "slammeranno" fino all'ultimo respiro? 

Ma io sono maligno, non fateci caso. E anche un po' dietrologo. Questi ben poco presentabili tratti caratteriali, compensano l'assenza d'animo sgamato che dal settantuno mi funesta.


Per concludere questa mia petulante disamina.
Ecco il senso: La Corrida, paro,paro. 
Dove vince la retorica (infatti ha vinto un tizio che aveva una bellissima voce, tipo Alberto Lupo, con la quale declamava le sue pie banalità sul piacere di farsi una doccia, bersi un caffè e gioire di un giorno di sole - per amor di cronica, io avrei aggiunto all’elenco, anche le salubri ed indiscutibili piacevolezze dell’evacuazione fra caffè e doccia) dove vincono i piccoli talenti compresi, gli ammaestrati, talvolta gli sfacciati, quasi sempre questa umanità piano-bar, mera esecutrice di spartiti ruffiani, di cui non si possa mai dire che non sia brava…ma dove il vero spettacolo è dato da chi si rende ridicolo. 

Questo genere di esibizione è, credetemi, assai più divertente che andare a vedersi un film comico (ultimamente ne fanno solo di pessimi) o uno spettacolo di cabaret scadente: la sola imprevedibilità del materiale umano esposto la rende gustosa oltre ogni limite e vi consiglio caldamente di vederne una nella vostra città se vi si presentasse l’occasione, (link) anche perché potrete applaudire, fischiare, insultare (a fine esibizione, proprio come alla Corrida) e questo è come sappiamo assai liberatorio e non privo di una sua dignità e storicità. 

Ma con la poesia non c’entra nulla. 
O meglio, lo slam sta alla poesia come masterchef sta alla cucina. 
Credo si possa scavalcare anche questo cadavere.


Enjoy!