lunedì 10 febbraio 2014

Il Grande Slem



Sabato sono andato a vedere un “poetry slam”
Per carità: non come partecipante. 
La mia natura ed il mio stato di salute, mi sconsigliano d’avventurarmi in queste epopee clownesche di sapore televisivo. Tendo da sempre alla marginalità; è la mia “zona comfort”, il mio sacrario. 
Non sopporterei mai, come in una sorta di incubo infantile redivivo, di esser deriso o scornacchiato mentre leggo le personalissime e talora delicate espressioni del mio animo, in versi o meno.  
Sono un vile, lo ammetto: lo slam non fa per me e non mi garba affatto, ve lo dico subito. 
Non mi piace perdere, ancor meno vincere. Diventerei in ogni caso un hipster bizzoso e insopportabile a me stesso. Tuttavia, pare buona educazione farlo, bisogna proprio giustificarla 'sta cosa di non voler gareggiare, e darsi per primi addosso, così da ottenere il duplice vantaggio dell'espiazione, per la propria diserzione dall'agone, circostanziando eventuali polemiche, nella speranza di risparmiarsi le prime ovvie critiche allo spirito anti-sportivo ch'essa denuncia per entrare nello "specifico poetico" della cosa in esame. 

Accompagnavo, solo per fare il tifo, un mio caro amico che si è lasciato, ahilui, risucchiare in questa tenzone poetica, un po’ Corrida (di Corrado), un po’ sfida hip hop.

Molto più Corrida che sfida hip hop: sicuramente, per gli organizzatori di questa kermesse, un modo divertente e mi auguro proficuo, di girare l’Italia, sbevazzare gratis e far combriccola. Argomenti che, non posso negarlo, suscitano sempre simpatia nell’artista trentenne che non si sia risolto a brillare di luce propria attraverso i canali canonici, lo scandalo o l’ammanicamento politico sessual parrocchiale.

Confesso che anche a me, per un lungo periodo della mia dilungata postadolescenza, fra la gavetta e l’imbosco, è piaciuto non poco esibirmi in spettacolini, reading, happenings and fear, in giro per l’Italia, dove, a fronte di ben miseri guadagni pecuniari, mi son perlomeno divertito assaissimo, senza contare l'inestimabile privilegio di aver conosciuto personaggi di un certo prioprio fulgore ( ben oltre i 50 watt di rete di certe caparbie lampadine con velleità di stella) 

Per non parlar dei fulminati tout-court.  
Anch'essi decisamente più fascinosi delle lampadine a basso consumo cui sopra.

Penso però, con una certa presunzione, lo ammetto, di non essermi mai messo alla berlina, e di aver sempre preso parte a progetti di una qualche dignità artistica, ancorché scalcagnati, maldestri o decisamente mediocri. 

Sinceramente trovo questa fissa “muscolare” della nostra epoca, uggiosa. Perché tutto deve sempre risolversi in scontro? 
Come facevano notare gli organizzatori dello slam, competere è un atto prima di tutto di nobile partecipazione. D'accordissimo, ma acclarato questo, possiamo ancora considerare qualche attività umana come extra-sportiva? O quanto meno slegata da certe abilità ottuse che sanno d'imparato a pappagallo? E poi: quali sono i termini di questo scontro? Chi seleziona? Chi giudica? A che titolo? La voce di popolo, voce di dio, il “popolo sovrano del televoto”? 

Cosa ci sarebbe di meritocratico nel far giudicare una lettura poetica a 5 persone prese a casaccio dal pubblico? Hanno, non dico “competenza” (per competere e essere giudicati la si richiede) ma almeno passione, interesse, attitudine all’oggetto del loro giudizio? 
Per restare nell’ambito sportivo, le giurie sono composte da persone “competetenti” appunto. Non arriva un tizio vestito giallo senape, visibilmente alticcio che acchiappa nel pubblico una manciata di sconosciuti e li mette a giudicare una performance di pattinaggio. Non sono "competente" lo ammetto, sui meccanismi adottati dal CONI in merito alla cernita dei facenti parte d'una giuria, ma credo che non funzioni così. Vero è che la poesia non richiede una speciale competenza, ma orecchie e animo aperti, e nonostante tutto questo, si deve competere, certo! Ma perché farlo rendendoci ridicoli?
SI dirà: è una provocazione, una sapiente e articolata beffa tesa a smascherare otre che talenti poetici, i millantatori meccanismi delle varie competizioni televisive cui assistiamo: cuochi, buffoni, saltimbanchi, amici e cantanti. 

Non è così. La cosa è, si, ridicola ma tremendamente seria: siamo nell’epoca dei “masterchef” dove tutto è pretesto per scontrarsi, per dare spettacolo (penoso) di sé. 
Chi vince in questi slam, anzi COSA vince, sono spesso la retorica, la faccia tosta e una abilità circense di animale ammaestrato. Non vince certo la Poesia la cui funzione è chiaramente pretestuosa e dove la sua parola resta inascoltata. Vincono forse una certa abilità di front-man, il carisma? Una qualche qualità attoriale? Nemmeno. 
La gente che ho visto esibirsi io, si limitava a leggere talvolta in maniera inintellegibile  (almeno i più dignitosi fra loro) altri invece che “volevano” vincere o quanto meno dar sfoggio del loro ego (le caparbie lampadine, diciamo) corredavano le loro letture di gesti, mossette, trombonerie e suoni onomatopeici, addirittura il verso di un puma (sic)! 

Per “cum pètere”  (dal latino "andare insieme") bisognerebbe poi avere un comune terreno di sfida: esistono e sono sempre esistite le sfide poetiche ma convergono tutte sull’elemento stilistico. Ci si sfidava e ci si sfida ancora oggi nelle campagne toscane, a improvvisar versi in ottava rima. Su un tema prestabilito si costruiscono rime e canti irriverenti dove vince chi è più abile e divertente. Che senso ha il poetry slam quando esistono già le sfide hip-hop? Autentiche, attuali, piene di partecipazione, dove un pubblico competente (di nuovo) e appassionato giudica l’abilità nell’improvvisare del vocalist? 
Quindi esiste già uno slam in un linguaggio dei nostri giorni, quello hip-hop e che piaccia o no, vanta  l’imprimatur dell’ autenticità e della contemporaneità. 

Perciò pur essendo legittima la necessità di creare uno "spazio poetico" che coinvolga maggiormente il pubblico e restituisca vigore ed interesse alla lettura poetica, temo che il grande slam finale fra i finalisti di tutto il mondo, a New York, non sarà che una scimmiottatura dello slam hip hop, un'esibizione di breakbeat vocale, dove avrà ben poco senso la parola intesa come significante. Che senso poi dovrebbe avere, se non il mero articolarsi in un suono più o meno seducente, se in gara avremo l’africano e il finlandese, l’italiano e il cosacco? Ancorchè sembri promuovere la vicinanza fra i popoli, questa pare più un’immagine oleografica, come certe illustrazioni internazionaliste del socialismo reale o la pubblicità del Benetton; il tutto a discapito dell’assoluta territorialità della poesia e del suo universalizzarsi in traduzioni più o meno riuscite. E se una poesia africana può comunque incantarci pur senza capirne il senso, con che criterio farla competere? Come e chi potrà dire che il poeta africano è "peggiore" o "migliore" del tailandese? Sarà come nell'agone sportivo, una questione di verve? di allenamento? di essere più o meno in forma? La competizione per esser leale richiederebbe la condivisione di un comune linguaggio: tradurranno tutte le poesie previamente presentate dai finalisti mondiali in inglese? Certi popoli avranno l'indubbio vantaggio di appartenere a bacini linguistici globalizzati come chi scrive in spagnolo o in inglese? Dovremo dare un "handicap" come nel golf, ai poeti che si esprimono in lingue o dialetti locali? Varrà come già vale nel mondo dello spettacolo la raggelante regola non scritta di avvantaggiare persone affette da malattie invalidanti? Assisteremo a questa ed altre ipocrisie con animo assolutamente indifferente. 

Queste però sono beghe internazionali e tornando ai poeti italiani, mi sono chiesto che senso ha mettere in gara le delicate, molto scontate, ma assolutamente autentiche e sentite liriche di una signora che racconta in versi la sua esperienza con in cancro, con un tizio calvo che vagheggia di imperatori galattici e caleidoscopi monocromi e se ne va facendo al pubblico il saluto della flotta stellare? 
Certo, "cum pètere", andare insieme, giù per il comune sciacquone poetico nel canale di scolo emotivo del pubblico sovrano. 
E della giuria, per lo più composta da tipe da broccolare, a fine competizione. 

Su questa umanità picaresca, competitiva e competente, troneggia il tabellone col punteggio (un foglio di excel videoproiettato in sedici noni) che per soprannumero di cialtroneria, viene ultimato all’ultimo momento, perché …ops! mancava l’ultima colonna! proprio quella per annotare le votazioni dei due finalisti.
Le ineffabili celle del foglio elettronico in cinemascope vengono create alla bell'e meglio durante l’esibizione di uno di questi, proprio mentre costui pervaso di poetico ardore, elogia le qualità apotropaiche del fallo e grida “cazzo, cazzo, cazzo” più volte, inginocchiandosi (davanti al pubblico? o al cazzo?) e la freccetta del mouse maldestramente seleziona, gironzola e tenta di dare a tutti i numeri uno stesso font e dimensione. 
Se non l'avessi visto con questi occhi, non ci avrei mai creduto.

Cattiveria: il poeta in questione ha un forte accento spagnolo: non è che questi slammer di origine ispanica o latino-americana hanno individuato nelle competizioni italiane il "ventre molle" del poetry slam univarsale, che permetterebbe loro di accedere alle competizioni internazionali, dove tornare a esprimersi nella ben più globalmente diffusa lingua madre e avere più chance di vittoria? Oppure, sono degli inguaribili amanti della ben poco conosciuta lingua italiana (opera lirica a parte) e in quest'idioma essi "slammeranno" fino all'ultimo respiro? 

Ma io sono maligno, non fateci caso. E anche un po' dietrologo. Questi ben poco presentabili tratti caratteriali, compensano l'assenza d'animo sgamato che dal settantuno mi funesta.


Per concludere questa mia petulante disamina.
Ecco il senso: La Corrida, paro,paro. 
Dove vince la retorica (infatti ha vinto un tizio che aveva una bellissima voce, tipo Alberto Lupo, con la quale declamava le sue pie banalità sul piacere di farsi una doccia, bersi un caffè e gioire di un giorno di sole - per amor di cronica, io avrei aggiunto all’elenco, anche le salubri ed indiscutibili piacevolezze dell’evacuazione fra caffè e doccia) dove vincono i piccoli talenti compresi, gli ammaestrati, talvolta gli sfacciati, quasi sempre questa umanità piano-bar, mera esecutrice di spartiti ruffiani, di cui non si possa mai dire che non sia brava…ma dove il vero spettacolo è dato da chi si rende ridicolo. 

Questo genere di esibizione è, credetemi, assai più divertente che andare a vedersi un film comico (ultimamente ne fanno solo di pessimi) o uno spettacolo di cabaret scadente: la sola imprevedibilità del materiale umano esposto la rende gustosa oltre ogni limite e vi consiglio caldamente di vederne una nella vostra città se vi si presentasse l’occasione, (link) anche perché potrete applaudire, fischiare, insultare (a fine esibizione, proprio come alla Corrida) e questo è come sappiamo assai liberatorio e non privo di una sua dignità e storicità. 

Ma con la poesia non c’entra nulla. 
O meglio, lo slam sta alla poesia come masterchef sta alla cucina. 
Credo si possa scavalcare anche questo cadavere.


Enjoy!

5 commenti:

  1. La sua in-cum-petenza di cui lei parla in materia di poetry slam è evidente a tutti. In più afferma falsità: non ero alticcio quando ho iniziato lo slam non lo ero quando ho finito. Per due ore e trenta minuti ho diretto il poetry slam e dettato tempi e punteggi con una rapidità e una lucidità che non si possono avere quando si è alticci. Durante 150 minuti di poetry slam ho semplicemente bevuto 3 bicchieri di vino di tre dita ciascuno davanti ad un pubblico adulto e vaccinato. Quando so di essere incompetente in materia personalmente ho il buongusto di astenermi dal dire o se proprio non riesco a contenermi vado quantomeno cauto nel giudicare, di certo non affermo falsità su persone o fatti, né tantomeno mi avventuro in facili moralismi. Sono pochi quelli che possono dire di avermi visto alticcio e, le assicuro, non è il suo caso. Dome Bulfaro

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    1. Gentilissimo Dome, prendo atto del mio abbaglio sui poeti e l'MC allo sbaraglio. La mia non era certo una bacchettata moralistica, quanto più una nota di colore, che nella giocosità dell'evento può e deve suscitare simpatia. Del resto, pur non totalmente edotto sugli "slam" un po' di cose in giro le ho fatte anch'io, suscitando tutta la gamma di sentimenti che va dalla pena, all'esaltazione, all'indifferenza, al disprezzo. Perciò non mi si potrà negare di esprimere nel merito, un mio gusto, sul mio blog personale (seguito, per altro, da pochi affezionati) e ancor di più una serie di personalissime rilfessioni sul ridurre tutto a gioco, sfida e azzardo che sono manifestazioni comuni della nostra "ludica" contemporanità. Perciò ospito volentierissimo la sua, come qualsiasi altra opinione, e sono massimamente disponibile a correggermi, laddove ho sbagliato: mi permetta però un'ultima osservazione di stile. Sinceramente mi sarei aspettato di tutto: offese, contumelie, maledizioni o anche silenzio di tomba, ma mai e poi mai una precisazione sull'effettivo tasso alcolico del maestro di cerimonia! Questa mi fa concludere con un sorriso la già divertente serata di sabato, a cui, deve riconoscerlo, ho dato un mio modestissimo contributo, seppur nell'infelice veste del detrattore.

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  2. PS: una mia occhiuta precisazione adesso. Gli avventori alticci di cui parlo nel mio post successivo (con mia abituale presunzione, poichè presumo lo fossero dopo le molte libagioni di cui hanno goduto nella cena precedente lo slem) non includono lei. Non si senta chiamato in causa a sproposito.

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  3. ... "Non arriva un tizio vestito giallo senape, visibilmente alticcio che acchiappa nel pubblico una manciata di sconosciuti e li mette a giudicare una performance di pattinaggio."... faccio poetry slam da anni, sul resto non argomento. Sarebbe inutile. Sono frasi già sentite e risentite a cui non vale la pena rispondere. Mentre se uno scrive che sono alticcio quando non è vero... ed ho condotto da alticcio il poetry slam quando non è vero questo m'indispone. Se fosse stato vero non ci sarebbe stato nessun problema. Né avrei alcun problema a dichiararlo. Non sopporto le falsità gratuite. Dome Bulfaro

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  4. Gentile Dome
    se lo ritiene opportuno, smentisco pubblicamente che lei fosse alticcio, ma io SINCERAMENTE ho avuto questa impressione durante tutta la kermesse (non ubriaco, ma "alticcio" o allegro che dir si voglia, come presumo chiunque sarebbe dopo 3 abbondanti calici di vino, e senza che questo interferisca con le proprie attività).
    E le ribadisco che non vedo nulla di male nell'esserlo, che la mia era una nota di colore nella già sgangherata organizzazione dell'evento (credo lei stesso abbia avuto un moto di stizza quando il suo collaboratore ha realizzato alla volé le celle mancanti di excel per la votazione dei finalisti, o mi sbaglio?)
    Ho partecipato attivamente allo slam pisano (ora possiamo dirlo), in primis rifiutandomi di far parte della giuria perchè amico di un contendente (avrei potuto tacere, non son tenuto ad esibirle le mie credenziali) , e poi ascoltando con attenzione le varie performance, permettendomi SOLTANTO ALLA FINE (a palle ferme) un moto di riprovazione (come per altro espressamente richiesto da lei medesimo, “pubblico attivo e partecipe”) per la banalissima lirica che ha vinto ed il suo redattore.
    Perciò, la In-cum-petenza, caro lei, la vada a cercare altrove: giudico ciò che ho visto, non per partito preso. Quello che ho visto è stato scalcinato e divertente, ma nulla più. Le altre mie considerazioni sulla natura dello slam sono di carattere generale. Oltretutto ho linkato sul mio blog il vostro sito per dar modo a chi si fosse incuriosito di farsene una propria opinione assistendo ad altri slam. Che, abbia pazienza, non son nemmeno parenti alla lontana dei “certamen”.
    Per quanto attiene al "buongusto" che lei chiama in causa, lascerei perdere. Il mio post è stato utilizzato in una disputa fra slammer che non mi riguarda, non è stato scritto a favore o contro qualcuno. Ma in questa stessa disputa, ben prima del mio post, sono volate parole grosse: spieghi ai suoi sensibili sodali cosa è il buongusto e non a me, visto che per una recensione (parzialmente) negativa di una slammer, che, presumo, sia almeno lei "cum-pentente" visto che gli slam li ha fatti, questa è stata trattata di "lampadina da 1 watt" (da un tizio che sicuramente pensa di essere assai famoso e importante e luminoso) fino alle offese aperte e più facili da fare: quelle di essere un'invidiosa. E anche di peggio. Certo che Facebook alimenta come purtroppo ben sappiamo questi “flame” : nel botta e risposta, senza un autentico confronto di persona, è facile sentirsi autorizzati ad essere arroganti. Autorizzati ad essere arroganti, altro ossimoro di questa epoca.
    Concludo porgendole le mie scuse per aver male interpretato il suo effettivo stato di coscienza nella serata di sabato. E faccio notare umilmente che nessuno, se lei non mi avesse risposto qui pubblicamente o la signorina non mi avesse taggato nella vostra disputa di Facebook, avrebbe potuto ricollegare il mio racconto all’evento pisano perché mi ero astenuto dal connotarlo geograficamente e temporalmente, puro pretesto per parlare della vis ludica dei nostri giorni. Tranne forse ovviamente i presenti. Ma nel pubblico non mi sembrava ci fossero lettori del mio blog o lettori in senso assoluto.

    La saluto con cordialità e le auguro buona fortuna per i suoi futuri slam.

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