martedì 11 febbraio 2014

riflessioni amarognole



Anche questo mio blog sta prendendo quella via, che gli è naturale del resto, di testimone d’un sovraesposto egotismo, di “pubblico diario” (un ossimoro) sul quale sciorinare opinioni e tranciar giudizi. 
Vabbè, a casa mia faccio quel che mi pare, ma faccio quello che fan tutti gli altri. 
Mi sovraespongo, in un risibile nudo d’anima che per ironia della sorte e spietati meccanismi dello spettacolo, ben pochi spiano. 
Dovrei forse essere più beffardo? malizioso? insinuante? un po’ più troll? Dovrei dir male di più e con più accurata veemenza? Oppure, trattare con acume temi di rilevanza storica, scriver da critico preparato, di poesia, ecologia, politica, arte. 
Invece mi arrabatto alla bell’e meglio nel raccontarvi impressioni, nel fare liste sragionate di quel che mi piace e non mi piace, e di tutto quel che a nessuno chiaramente interessa, perchè inerente una sfera privata assurta a pubblica e indebitamente sovraesposta.
Questo blog nacque con un unico scopo: raccogliere in rete tutti i miei scritti volanti, deliri, prose, poesie, romanzi e racconti abortiti e incompleti, in un’unica, accessibile a tutti, fonte digitale. 
Eseguito questo compito di mera archiviazione, avevo veramente uno sparuto gruppo di followers, davvero tre gatti: i blogger esperti mi dissero che dovevo scrivere di più per alimentare la curiosità, l’interesse e l’indicizzazione del blog. 
Perciò ho cominciato a scrivere come tutti di fatti e questioni della quotidianità, afflitto dalla più totale incapacità di tenere un diario fin da quando ho imparato a tenere una penna in mano. 
Non mi riesce nemmeno ammorbar me stesso dei miei accadimenti. 
Ho parlato di questioni che mi appassionavano (il fascismo, l’ecologia, le 99 tesi, l’animalismo, il cinema solo per dirne alcuni) e l’ho fatto meglio che potevo. 
Ma considerando quanto si possa essere facilmente strumentalizzati, anche perché ci si rende pubblici, mi chiedo a chi gioveranno questi corsivi stentati. 
Colpa di Manganelli, dalla cui opera mi sono sentito incoraggiato a farlo, specialmente con i suoi corsivi funambolici su temi della quotidianità. 
Opinioni che sono il pretesto per un esercizio di stile. Una palestra sintattica e lessicale. 
Questo però, come tutto quanto si limiti allo stile e all’espressione ricercata di concetti dati o gusti personali insindacabili, alla lunga mi stufa e mi espone anche in maniera distorta; seppur solo pochi mi leggano questi si faranno un’idea sbagliata di me. E questo non mi piace.
Per esempio: le mie recenti osservazioni sui poetry slam sono state l’incentivo per una diatriba che poco m’appassiona, accaduta altrove, su quel Facebook che io ho ben poco in simpatia e dal quale mi sono cancellato in maniera totale, agorà virtuale dove è facile dirsi cose esagerate e terribili. 
Ribadisco: a me il poetry slam non piace. Quello che ho visto non mi è piaciuto: non per l’evento in sé, che era comunque una bizzarra esperienza umana come tante me ne sono capitate, e nel quale mi sono immerso con la più totale curiosità ed interesse, ma proprio per il metodo e per come questo viene confezionato e proposto. 
Non mi piace sentire affermazioni irritanti e ad effetto come “la poesia è una gran puttana”. Non significa nulla. Non mi piace mettere a cronometro le letture per suscitare un interesse pilotato, indorare la pillola poetica con effetti di suspence precotti, in un “format” di sapore televisivo. Questo è un modo della nostra epoca che non mi piace e che non riceverà mai il mio sostegno, né la mia simpatia. 
Detto questo non ho alcun disprezzo in chi, scrivente anch’esso e con tutto quel che comporta, trovi giusto farlo. 
Io stesso ho trovato divertente lo slam, ma non penso che sia quella la via. Non stiamo vendendo un prodotto. La poesia non è una puttana, né il materasso su cui giace sfatta. 
Per esperienza personale ho battuto altre strade: quelle dei reading (e vi assicuro che i nostri reading, erano un’esperienza tutt’altro che noiosa) accompagnati da musicisti spesso, rumorosi e rutilanti; la buttavamo in caciara per alcuni, ma in ogni caso ci stavano a sentire, a un certo momento erano come stregati. Altri se la davano a gambe. Abbiamo spesso sfiorato la rissa. 
Anche grazie a queste attività forse adesso si tentano strade nuove come lo slam, che io però non condivido: tecniche da animatori del villaggio vacanze globale. 
Ma perché non fare un festival? (come a Castel Porziano nel 1979) 

Sapete qual è il problema? che mancherebbe tutta quella gente, sicuramente zeppa di ideologia, ammaestrata anch’essa, ma di diverso segno: ammaestrata non ad accettare tutto quel che passa il convento ma a demolirlo il cazzo di convento. 
Gente ipercritica, imboccata di slogan, satura di politica, ma che riempiva le sale dei cinema d’essai e non le sale slot. 
Gente odiosa, a suo modo perbenista o quantomeno moralista, che però tentava continui esperimenti di convivenza, di socialità, di creazione. 
Gli stessi che in America creavano la nuova letteratura, la fantascienza di Dick, i computer Apple e internet. E che da noi invece sprofondarono nell’eroina e nel terrorismo. Un’analisi semplicistica la mia, ma era per capirsi… i fondamentali.
Che senso ha far piacere la poesia trasformandola come tutto in un gioco a premi? La gente si divertirà per il giochetto finché non verrà a noia, ma non capirà mai né apprezzerà mai la poesia. Non comprerà le pubblicazioni spesso autoprodotte, né quelle ufficiali col codice ISBN: se le comprerà non le leggerà. Ci zepperà alla bisogna un mobiletto sbilenco.

La poesia come il teatro sono sacri: non vuol dire che debbano essere cerimoniali, cerimoniosi o necessariamente austeri. Sono sacri come un sabba, come danze di fuoco, sono ipnosi collettive, mantra, esperienze di trance, sedute spiritiche (anche spiritose però) sono riti voodoo, sono balli di san vito, fascinazioni, non sono né puttane, né puttanate per compiacere avventori alticci il cui unico interesse è deridere qualche anima santa un po’ toccata ed originale, il cui unico interesse è “vedere chi vince”.
Indifferente la materia del contendere: sopravvivenza nudi in mezzo alla savana, cucina, danza, canto, musica, fare un bel cazzo nulla in un appartamento isolato dal mondo, poesia… l’importante è che ci sia un vincitore e molti sconfitti. 
Tutto falso. Volete vincitori e sconfitti? Guardatevi in giro.
La poesia e il teatro sono sacri: chiedetelo (è morto ma lo potete fare interrogando i suoi molti scritti) ad Antonin Artaud, morto pazzo e abbandonato, devastato tuttavia incorrotto, tutt’uno con ciò che scriveva (altro che puttane!) fino all’estreme conseguenze, morto seduto sul suo letto di manicomio, con una scarpa in mano. Chiedetelo ad Alda Merini.
La poesia è anche un gioco, ma un gioco mortale. 
Non è entertainment.

Respect!

Nessun commento:

Posta un commento