martedì 25 marzo 2014

Ciclomania




Rapidi ed invisibili arrivano i ciclabili. 

Era da tanto che volevo scriverlo:

La ciclomania agonistico-compulsiva ed una della plaghe più insidiose del terzo millennio; è il classico esempio di come quella che dovrebbe essere una sana abitudine, tenda oggi ad essere trasformata in un atto grottesco di prepotenza, competitività malsana ed eccesso. 

I ciclopi sono una compagine assai bizzarra: capaci di percorrere centinaia di inutili chilometri senza costrutto, in sella alle loro costose biciclette, totalmente indifferenti ai paesaggi che attraversano, sono gli stessi che nella vita di tutti i giorni, guidano SUV poderosi e pestilenziali per percorrere i proverbiali cento metri a piedi. Sono gli stessi che disertano, anzi schifano, le piste ciclabili per muoversi in città perchè loro, come certi disturbati che credono d’essere Napoleone, pensano d’essere la reincarnazione del compianto Pantani. Non sono ciclisti, sono campioni, quindi vanno in bici per vincere; non è un banale mezzo di trasporto per loro! Non fategli questo affronto. Sono sportivi, non sfigati senza ‘na lira che si muovono in bici per risparmiare, per non inquinare. Non sono mica “zecche” questi qua! 

Come i ciclisti professionisti costoro amano paludarsi e cercare finanziatori alla loro mania: la mise già di per sé ridicola ancorchè funzionale del ciclista, è tempestata di loghi, marchi, stemmi, glifi, di scritte e scrittine, che pubblicizzano autospurghi, forniture per l’edilizia e l’arredobagno, grossisti di legname, bar sport, circoli politici e religiosi, associazioni, enti, accolite di varia natura. 

I loghi sono di solito, graficamente orrendi e accozzati a riempire come in un rompicapo d'insulsi geroglifici tutta la superficie disponibile, lasciando appena intravedere sullo sfondo, i colori fluo delle tutine, il rosa, il nero, il verde evidenziatore, il bianco fotti-retina: colori sgargianti che, seppur non gradevolissimi all'occhio dell'esteta, avrebbero perlomeno una certa utilità nel rendere il ciclista visibile anche a grande distanza, del tutto annullata dalla congerie di toppe e patacche varie che si affollano a casaccio sull'indumento.

Sotto, un par di gambette depilate pestano indefesse sui pedali, perchè al pari dei professionisti, c’è da fare il tempo!

Per i ciclomani, la pubblica via con le sue regole, già invise all’automobilista italico, sono velodromi senza tetto né legge, dove correre all’impazzata, infischiandosene di sensi unici, semafori, precedenze. In gruppo, occupando tutta la carreggiata, lentissimi, pericolosamente ondeggianti in salita e schegge impazzite in discesa per la gioia di neopatentati e anziani.

Provate a reclamare il vostro diritto a usufruire della strada, anche solo come pedone: una mia amica, per di più incinta, osò (osò!) attraversare sulle strisce al passaggio dei padroni della strada, e fu apostrofata come meretrice e poco di buona, perchè aveva osato interrompere la fuga dei vittoriosi dopo il gran premio della montagna, costringendoli a fermarsi e rovinare così il tempo! Chissà quali record avrebbero infranto questi sportivi se quella sprovveduta non si fosse messa in mezzo! Uno sicuramente, ma non so se è riconoscito: la velocità a cui, poste determinate condizioni, si diventa citrulli.

Mi si obietterà con facili argomentazioni che il ciclismo è sport ecologico e che attaccarlo in un paese pervaso dal più malsano degli automobilismi, è da sciocchi e da antipatici: ma io sono fieramente sciocco ed antipatico e rincaro. 
Innanzitutto i ciclomani sono la morte del ciclismo sia come agonismo che come abitudine al trasporto ecocompatibile. I ciclomani sono assuefatti al ciclismo come lo sono i giocatori ai videopoker o i tabagisti alle sigarette. Non amano andare in bici e godersi il paesaggio, essi contemplano i cronometri e i computerini con cui accrocchiano i loro costosi veicoli e di quando in quando la strada, giusto per non piantarsi in un platano o in un fosso. A loro interessa imitare il campione, la mimesi infingarda con il modello irraggiungibile e null’altro. 
Secondo: esiste anche un’ecologia dei comportamenti che passa dal rispetto per sé stessi, già travestirsi da campione di ciclismo per imitarlo pedissequamente denota a mio avviso, una qualche problematica nell’accettarsi e non penso che bombarsi di integratori iperproteici a base di taurina e carnitina per scalare paonazzi e strafatti i tornanti della via modenese, magari all’una di luglio sotto il sole, sia un comportamento ecologico ed esemplare. 
Terzo: che dire dei contenitori e gli incarti di barrette e beveroni vari che specialmente in estate costellano in quantità ingentissima i bordi delle strade di campagna? Ma c'è da capirli: quando c’è da “fare il tempo” non ci si può fermare a buttare l’immondizia in un bidone, o conservarla nella tutina per gettarla a fine pedalata. No, anche in questo l’adesione al modello irraggiungibile è totale: bisogna imitare i ciclisti di professione anche nei loro comportamenti deteriori come doparsi e gettare borracce, scartoffie e sacchetti presi nella trance agonistica. 

Io consiglio sempre come buona norma, di verificare prima se si tratti di squadre che si allenano (generalmente molto rispettosi del codice stradale ed in formazione ordinata) o di invasati cui sarebbe  d’uopo suggerire l’intervento d’uno specialista di chiara fama.

A questo punto si rende necessario pigiare sul clacson fortissimo e strombazzare a tutto spiano, in primis, per causare loro spavento e immediata crisi coronarica, ma anche per reclamare strada, visto che magari, scusate l'invadenza, ma ci saremmo anche noi e non stiamo li a farci i comodi vostri mentre vi figurate di essere Indurain sul Tourmalet. 

Se i cicloidi non desistono, entrare a gamba tesa, e costringerli a usare i freni di cui su 5000 euro di bicicletta si presume l’esistenza. 

Consiglio inoltre di denunciare sempre e con la massima solerzia alle autorità competenti quei ciclopati che, in spregio al codice della strada, non si fermano al rosso e invadono le rotatorie senza rispettare la precedenza.

A questi, una volta fermati contestare la guida sotto effetto di stupefacenti e verificare subito con analisi delle urine se siano state assunte sostanze dopanti che rendano pericolosa la conduzione di un qualsivoglia veicolo e, se del caso, ritirare la patente di guida e procedere all'immediata confisca del mezzo. 


Non me ne vogliano amici, parenti e conoscenti che amano la sana sgambata fuori porta del week-end, che, anche con bici da corsa e mountain-bike, magari indossando pure quelle incresciose tutine, amano farsi un centinaio di chilometri all’aria aperta, rispettando però semafori, precedenze e lasciando spazio anche agli altri fruitori delle strade, ma non ho alcuna simpatia per i ciclopati. Arrivo a dire: meglio essere "a rota" di gratta e vinci.



enjoy! ( ho scoperto che lo dice anche quello odiosissimo della Diesel… )

venerdì 21 marzo 2014

Hi-tech Poverty



Il capitalismo del terzo millennio assomiglia sempre più ad una oscura burocrazia dell’est Europa, come ai bei tempi della cortina di ferro. Perso totalmente l’unico appeal che aveva, quello della mobilità sociale, del sogno americano, del self-made man, esso si rivela nella sua autentica e sola funzione di far arricchire chi è già ricco. 
C’è da dire che la nostra nuova miseria è luccicante, fatta di dispositivi elettronici che ci danno l’illusione della fama, delle ricchezza, di una socialità allargata. La nostra nuova miseria è fatta di viaggi, di thailandie e brasili talmente poveri da farci sentire ricchi, di voli low-cost. Niente a che vedere con scenari alla Dickens, dove orfani e alcolizzati sporchi di grasso e fuliggine si aggiravano irrequieti per i sordidi vicoli della Londra vittoriana. Anche la miseria è stata ridotta a mera apparenza: quindi l’importante non è non essere poveri, ma non sembrarlo. Rendiamo luminosa la miseria, scintillante di led, con audio surround, con 700 canali, rendiamola smart ed igienizzata, e non sarà più tale. Un bel barbatrucco.

C’incamminiamo a passo spedito nella direzione della distopia illustrata nel secondo inquietante episodio di Black Mirror "15.000.000 di celebrità": la società come talent show, dove in attesa di aver sufficienti crediti per acquistare la partecipazione allo spettacolo nel quale si sarà giudicati dalla solita, odiosa giuria, le persone vivono in camerette ipertecnologiche dove sono costrette a guardare la pubblicità incessante trasmessa sulle pareti-videowall della cameretta stessa, per guadagnare crediti, tutti quanti vestiti con una tuta grigia, un eterno pigiama, perchè tanto c'è l’avatar da personalizzare, per il quale si comprano abiti, accessori, acconciature etc… (chiunque sia un assiduo dei videogames o delle second-life di internet sa che questo è già attuale, che già si comprano identità virtuali per giocare, pagandole anche cifre considerevoli)  il lavoro? Il lavoro è correre quante più ore possibili su una ciclette perchè le risorse energetiche sono esaurite e questo è rimasto l’unico modo di tenere in piedi il baraccone dell’umanità. Il lavoro come pura energia meccanica. Senza possibilità di crescita, di avanzamento sociale che non sia quello dovuto al colpo di fortuna, alla lotteria, al crimine. 

Le città, seppur meno fuligginose, sembrano sempre più ottocentesche, con negozi invalicabili per la maggior parte delle persone, banchi dei pegni, sale scommesse e ristoranti tutti uguali, esosi e fasulli. La massa si riversa negli outlet fuori porta, nei grandi mall che anche qui son spuntati, uccidendo il piccolo commercio, la botteghina, l’ortolano, il generi alimentari. La parte sana del capitalismo, quella della concorrenza leale, del competere che è anche collaborare perchè si crea un MERCATO, e in esso gli agenti si autoregolano per non evitare gli opposti mali del cartello e della concorrenza sleale.

Il mercato che è contratto sociale fra venditori e acquirenti, dove i prezzi pur cercando di portare un profitto non possono essere esosi perchè altrimenti nessuno comprerebbe nulla. E si stabilisce una socialità, un movimento di persone che vendono e comprano e fanno amicizia, si conoscono, si aiutano. Questo sta morendo, nonostante i lodevoli intenti di chi organizza G.A.S. e mercatini di prodotti di qualità a km Zero a prezzi non esorbitanti.

La gente perdendo il senso della crescita individuale, si deresponsabilizza. Si disinteressa al proprio lavoro e lo esegue sempre più meccanicamente; una persona che trovi nel lavoro la sua occasione di crescita non solo economica ma personale, non potrebbe mai essere apatica. 

Il nuovo capitalismo ha demolito dalla base il suo stesso valore fondante, quello del lavoro: se il lavoro da diritto diventa privilegio, o colpo di fortuna, e le persone stagnano per anni senza vedere aumenti in busta paga, eseguendo routine sempre uguali, come sperare di rilanciare l’economia? L’economia è fatta dai tanti, piccoli e grandi (soprattutto piccoli), ricchi e meno ricchi (soprattutto meno ricchi), che abbiano accesso al mercato: ci vuole un benessere diffuso per avere un'economia, ci vogliono negozi, ci vogliono le botteghine! I centri commerciali e i vendo-compro-oro sono la negazione di tutto questo, perchè vivono sul debito, sull’acquisto a rate, sulla miseria, luccicante o fuligginosa che sia.

Fa sorridere pensare a quello che Marx diceva dell’alienazione; l’alienazione è al giorno d’oggi un requisito seducente per ogni lavoratore, in quanto permette di eseguire la propria spesso inutile quando non disgustosa mansione senza coinvolgimento, e senza responsabilità. Non posso essere rimproverato se non so quello che faccio.
"Eseguivo degli ordini". Vi ricorda qualcosa?


enjoy

lunedì 17 marzo 2014

Gommoni e Invadenti




La nostra già sciagurata epoca, è funestata dalla presenza di due categorie umane, non inedite, ma che, fatta propria l’ottusità martellante e la compulsività cui tutti siamo indotti, acquisiscono oggi nuove ed inquietanti potenzialità. 
La contemporaneità, perduti i distinguo ideologici o religiosi, si divide oggi per modalità operative, per macchinalità e automatismi viziosi da cui non c’è scampo, e costretti a scegliere da che parte stare, si delineano i due schieramenti (tipo scapoli - ammogliati di "Filiniana" memoria) - i Gommoni e gli Invadenti.
I Gommoni sono una razza beffarda che opera nel proprio esclusivo interesse facendo perà finta di farlo per il bene comune o per cause elevate: corazzati di politically correctness, “democristiani” nel procrastinare e nel non dire mai prima di esser sicuri di compiacere chi occorre, hanno nel Matteo Renzi il loro esemplare più prestigioso. Sono decisionisti, così vogliono apparire, spicci, ma non si sbilanciano: della “vecchia scuola” hanno i modi garbati ma anche la presunzione che deriva dal porsi su un piano moralmente superiore. Non ti diranno mai “stronzo”, ti ci faranno sentire, perchè  inadeguato, perchè sbraiti, o perchè troppo timido o troppo coerente. 
Si sarà populisti e impopolari, bispensierando, schizoidi. Si dirà quello che piace sentirsi dire. Interrogato, il gommone, elude, abbozza, rinvia: non offende nessuno, da nessuno è offeso. Si dirà: è diplomatico, è pacifico, non cerca la rissa. Non è così: un diplomatico, un pacifico fanno proprie le opposizioni che incontrano, affrontano i loro avversari senza indulgere alla violenza. 
Non sono dei piacioni che cercano il consenso e incassano le bordate critiche come un pugile; questi sono i gommoni, qualsiasi cosa gli si possa dire, loro non la ascolteranno, la assorbiranno come un blob, pronti a rivomitarla quando sarà necessario. Nulla li tocca, sono corpi molli, gelatinosi, incomprimibili, non ha senso far loro pressione, non ne risentono, nessuna mozione sia essa emotiva o di coerenza morale li smuove a meno che questa non abbia un tornaconto in termini di immagine. Blob…
Tramontato il (mi si passi la parola) “berlusconismo”, ancora casereccio, sguaiato, donnaiolo e mediocre, rispuntano gli eterni democristiani, in questa nuova salsa, che come dicevamo prima, non sono una novità, ma diventano perniciosi e implacabili con i loro tweet, le loro newsletter il loro esserci sempre e non esserci mai. 

Gli invadenti, nemmeno loro sono una novità, ma i nuovi mezzi d’interazione sociale come facebook e compagnia cantante, li hanno trasformati in stalker e si è resa necessaria anche una legge per arginarli: non sono un blob questi, ma un’intelligenza (o demenza) collettiva, sono come formiche e si presentano in nubi ed ondate multiformi, operatori di call center dall’accento imprecisabile fra il pugliese e l’emiliano, venditori di rose, ambulanti insistenti, animatori, pubblicitari, paparazzi, spioni, portaborse, PR etc… sono la classe operaia del "Mondo Gommone" che delega ovviamente ai più poveri, intrappolati in lavori precari e inutili, ma indispensabili alla loro sopravvivenza, il compito infame di rompere i coglioni a tutto spiano.

Essendo entità multiforme, l’invadente non è solo chi costretto dalle asprezze della vita e del lavoro, ma si può essere invadenti e rompi-cazzo anche volontari: avremmo così persone che sfruttando la messe di dispositvi e social ammenicoli vari ci tormenteranno, ci coinvolgeranno nostro malgrado in dispute, quistioni, eventi che per carità! magari commendevoli - ma chiedere prima no?
No, non pare bello: e se l’invadente chiede lo fa perchè non può ricevere un NO come risposta. Quando chiede è perchè la risposta è si. Se si fa loro il torto di declinare, anche cortesemente, nonostante ce l’abbiano fatto a striscette, è finita. Essi diventeranno furenti, mortificati e utilizzeranno tutti i loro aggeggi di comunicazione massiva per partecipare l’ecumene della loro delusione e di ogni moto dell’animo loro. 
Vi è in questo un atroce ed indubbio processo proiettivo, in cui tutti noi siamo ingannevolmente indotti dai “social” , cioè quello per cui ognuno di noi diventa un maître à penser ed una rockstar e pare che tutti stiano lì a pendere dalle nostre labbra, ad aspettare un commento, una reazione: ecco si, una reazione visto che a nessuno, interessa sapere cosa passa sempre nelle nostre teste, Ulisse di Joyce docet; l’invadente gioca la carta della provocazione continua, dell’offesa, cerca lo scontro, unico modo che ha per sentirsi considerato dai suoi simili. E diventa un “troll”. Il rompicoglioni patentato votato alla polemica sterile, a stuzzicare la rabbia, come una mosca che si sia fissata su di noi. Insidiosa, non per forza intelligente.
La nostra epoca sciagurata vive di queste stimolazioni meccaniche, di continue “pornografie”, di facili adulazioni e attacchi vuoti. Le questioni non sono più sul merito; l’estetica è fine a se stessa e non veicola più la verità o il bene o anche il male. Siamo tutti un po’ autistici, e ci muoviamo per routine insistenti, come salmodiando, recitiamo i nostri mesti rosari comportamentali e occupiamo il tempo vuoto da qui alla fine, senza trama e senza storia.
Sia gommoni che invadenti rivelano uno scarso rispetto, anzi nemmeno, una scarsa consapevolezza, perchè il rispetto è già una conseguenza della consapevolezza, dell’altro, della sua sfera privata, di quella “dimensione nascosta” che non è solo l’elastico parametro d’approccio fisico, mutevole da cultura a cultura (dal quasi zero degli arabi al metro e mezzo degli scandinavi) ma anche lo spazio mentale che viene continuamente sovrastimolato con fitti bombardamenti di segnali che fanno il verso alla pubblicità più becera e insistente. Lo scarso rispetto dell’altro che ha il gommone, che sfoderando un sorriso d’ordinanza (il saluto delle newslewtter di Renzi è appunto “un sorriso”) si lascia attraversare da ogni richiesta indifferente, inglobando senza reagire, senza esserne mai scosso. Anche in questa civilissima indifferenza è la mancanza di rispetto, e la mortificazione del sorriso, tratto distintivo della specie umana fin dall’infanzia, unica nel suo genere a non mostrare le fauci per aggressività. 
Si procede a tappe forzate nella storia adesso, stufi di dargli un senso, incapaci di inventarne di nuovi, eppur credendo ciecamente nelle nostre effigi effimere e digitali, figurine, che sentenziano per rivendicare la loro esistenza, lapidi prima di morire, memorie pubbliche inaudite destinate a non essere lette, il caleidoscopico presenzialismo in real-time degli assenti, messaggeria istantanea fra sordi, parole, parole, parole che sarebbe meglio spendere al bar, stupide ma leggere, senza i gravami del vergarle e saperle conservate in qualche server, pronte ad essere usate, rinfacciate, solo quello.


Enjoy! 

lunedì 10 marzo 2014

La Banalità (o la genialità) del Bene




Il Comunismo, che ho compreso per folgorazione una notte piovosa di novembre del ’98, tornando in auto da Prato, ( non me ne vogliate, non è stato certo per studio, anche se dubito che molti comunisti giovani “anitfà” si siano davvero letti il Capitale ) ha nella dimensione dell’inattuabile la sua salvezza dagli orrori che le sue applicazioni storiche hanno generato in giro per il mondo. 
Il Comunismo è un bizzarro liberatore: quel che dà con una mano, lo toglie con l’altra. 
All’inzio, nella sua fase “adolescenziale” diciamo, è idealista e rivoluzionario, aperto a qualsivoglia esperimento, intuizione, poi crescendo, in nome di un approccio rigoroso agli elevatissimi standard etici che promuove, ed in nome anche di un efficienza e di un pragmatismo che devono soppiantare clientele, classi e nepotismi, crea una sempre più arzigogolata burocrazia, e va via via strangolando quelle novità e quelle rivoluzioni di cui era promotore iniziale, e invecchiando, rapidamente si fa paranoico, occhiuto, complottista, tirannico e infine spietato esecutore d’ogni eterodossia.

Questo “retrovirus” che impedisce al “sublime politico” ed all’eticamente perfetto, al puro, di allignare nel reale lo abbiamo visto più volte entrare in azione nel corso dell’avventura umana. Pensate ai Cristiani, inizialmente vittime, setta rivoluzionaria che teneva catacombali conciliaboli, e poi banda di estremisti assetati di sangue pagano, poi ancora regno secolare di inquisizioni, asserzione dispotica di rivelazione unica, fustigazione di costumi ritenuti immorali o sconvenienti, in una coerenza delirante che nell’applicazione integralista dei dettami evangelici segnava alla fine, la più grande ed incolmabile distanza dai principi fondanti dello stesso Vangelo, di pietà e amore per il prossimo. 

Nel Bene rivelato esiste un fondo malinconico e truce di sfiducia verso chi non è ancora pervenuto a quel Bene e ancora vaga nelle “tenebre”, competitivo, carnale, animalesco; forse più “naturale" mi verrebbe da dire. Si può impalcare un gran teatro del Bene e paludati in porpore, la parola misurata e autorevole di chi ha studiato per dominare, usare il Bene per gli scopi animaleschi di sempre, la sopraffazione in nome dello status quo, il Potere. 

Il Potere è come il Bene un’astrazione, chi lo esercita non sa veramente perchè lo fa e perchè ne sia così assuefatto; sono persone sicuramente già ricche, fortunate, amate e odiate, che suscitano grande clamore, e forse il potere più che il possedere, è l’unico modo per conservare questo stato di grazia ottenuto per talento, ereditarietà o fortuna.

AI comunisti, ai santi, ai pazzi, ai sognatori e agli idealisti è riservata l’utopia, dove proiettare e procrastinare all’infinito la realizzazione del proprio ideale. Poi i sani principi restano un fatto privato, personale, catacombale, con tutti i rischi che comportano le pratiche occulte, ovvero di divenire incubatrici di odio. Disprezzare chi non è come noi è, non solo la sconfitta di ogni ideale, ma soprattutto una stortura logica, perchè biologicamente ma anche spiritualmente siamo tutti uguali e degni di rispetto. 

Ogni razzismo e altri gravi magagne umane nascono dall’estensione della diversità di opinione a diversità fisiologica, e infine morale, etnica, razziale. Si stabiliscono gerarchie, si individuano civilizzati e selvaggi, si usano le altrui storture per emendare le nostre, quando è palese che ogni popolo, conventicola, gruppo ha sempre e soprattutto delle storture, nessuno esente. E questa fallibilità ci affratella che ci piaccia o no: siamo fratelli nelle idiosincrasie, nelle meschinità e nelle grandi aspirazioni che ci pungolano.
Clint Eastwood in una intervista su Repubblica dove presentava il suo film "Gran Torino" fa una affermazione illuminante in tal senso: 

Per chi volesse leggere l'articolo completo:

"Sì, ed è quello che mi ha affascinato del copione, il modo in cui progredisce dall'intolleranza alla solidarietà. Walt è uno che all'inizio insulta tutti, come spesso fanno quelli della sua generazione, apostrofa i vicini immigrati, che non conosce nemmeno, con pesanti affermazioni razziste, non riesce a trattenersi, fino a quando diventa il loro più strenuo difensore. Non è un uomo politicamente corretto, ma ha una sua sensibilità, e lo diventa. Allo stesso tempo penso che il "politicamente corretto" stia andando troppo oltre, la gente perde il senso dell'umorismo. Mia moglie è un misto di tutto - messicana, giapponese, nera, irlandese - e io la prendo sempre in giro su tutte le sue particolarità etniche e ci divertiamo. Ma forse non ci piacerebbe se lo facesse qualcun altro".

Al bene, quello autentico diciamo, lasciamo le proprietà virali che gli sono proprie, concediamogli la possibilità di diventare contagioso per quei comuni processi di mimesi e imitazione che sono dell’apprendimento. Un’arte virale, una tecnica che s’impara e che rende a tutti possibile esercitarlo, liberandolo dal recinto dei “buoni”  che per dono naturale possono praticarlo e dei “cattivi” cui è interdetto per incapacità biologica; possiamo lasciarci alle spalle questa eugenetica spicciola e un po’ fiabesca dei buoni e dei cattivi: il bene (con la b minuscola) è una prassi quotidiana che può strutturarsi e diventare lavoro, volontariato, missione. Ma anche e soprattutto uno slancio improvviso, come certe intuizioni lampanti. Certe folgorazioni, come la notte che ho capito (diciamo, ne ho inteso lo scopo più genuino) il comunismo.


enjoy

martedì 4 marzo 2014

seattle's




come s'allollalopalozzaveno costoro, in cenci flanelli ruggendo grungi grungi, sulla felposa montura d'un dì depressi - cipress'illi loro, tristonavano a larghe bracciate taciturni e poi urlanti nelle freddolosa halfpaip d'elephantiadi et paranoydi Parche - che curtney-love the final Kurtain. con le capella al vento, lisci e segosi, sbrindellati giù dai volti paonazzi e appallidati da una cucina povera di tutto, fuorchè di grassi, e quei bonghi di raffreddata canapa inanellati a fumighe sbuffanti di brucAlici in chains, accatenati ad anelli di fumo, scatenati nel pogrom piezoelettrico, et narghilettering di bocca a disegnar lì, i suoni ch'ei stisso pronunziava - all'opra di varie noie addetto, skatebordava tutto il giorno ciondoloni e zitto per le cementate e corrimani e cadendo male, non un grido, solo la constatazione malinconica d'un osso esposto - la placida consolazione di una tirata di gas d'accendino - la promessa d'una pizza microondea - codeste americhe più vespuccie che colombe, codeste loro, allevamento fulgido e prolifico di novissime vittime, mattatoio d'omini e bestie oggiemme, di guerrieri in miniatura, come bigghigimmi e gi-ai-gioi che all'assalto di baraccopoli esotiche e casupole di fanga, muovono grassi cingolati beige, come a schiacciar una noce con lo schiacciasassi. E noi dietro a belargli in coro, l'infamata, e poi a compragli i dischi, dove chi non muore diventa milionario e tace. 

Bellini si, anche noi.