lunedì 10 marzo 2014

La Banalità (o la genialità) del Bene




Il Comunismo, che ho compreso per folgorazione una notte piovosa di novembre del ’98, tornando in auto da Prato, ( non me ne vogliate, non è stato certo per studio, anche se dubito che molti comunisti giovani “anitfà” si siano davvero letti il Capitale ) ha nella dimensione dell’inattuabile la sua salvezza dagli orrori che le sue applicazioni storiche hanno generato in giro per il mondo. 
Il Comunismo è un bizzarro liberatore: quel che dà con una mano, lo toglie con l’altra. 
All’inzio, nella sua fase “adolescenziale” diciamo, è idealista e rivoluzionario, aperto a qualsivoglia esperimento, intuizione, poi crescendo, in nome di un approccio rigoroso agli elevatissimi standard etici che promuove, ed in nome anche di un efficienza e di un pragmatismo che devono soppiantare clientele, classi e nepotismi, crea una sempre più arzigogolata burocrazia, e va via via strangolando quelle novità e quelle rivoluzioni di cui era promotore iniziale, e invecchiando, rapidamente si fa paranoico, occhiuto, complottista, tirannico e infine spietato esecutore d’ogni eterodossia.

Questo “retrovirus” che impedisce al “sublime politico” ed all’eticamente perfetto, al puro, di allignare nel reale lo abbiamo visto più volte entrare in azione nel corso dell’avventura umana. Pensate ai Cristiani, inizialmente vittime, setta rivoluzionaria che teneva catacombali conciliaboli, e poi banda di estremisti assetati di sangue pagano, poi ancora regno secolare di inquisizioni, asserzione dispotica di rivelazione unica, fustigazione di costumi ritenuti immorali o sconvenienti, in una coerenza delirante che nell’applicazione integralista dei dettami evangelici segnava alla fine, la più grande ed incolmabile distanza dai principi fondanti dello stesso Vangelo, di pietà e amore per il prossimo. 

Nel Bene rivelato esiste un fondo malinconico e truce di sfiducia verso chi non è ancora pervenuto a quel Bene e ancora vaga nelle “tenebre”, competitivo, carnale, animalesco; forse più “naturale" mi verrebbe da dire. Si può impalcare un gran teatro del Bene e paludati in porpore, la parola misurata e autorevole di chi ha studiato per dominare, usare il Bene per gli scopi animaleschi di sempre, la sopraffazione in nome dello status quo, il Potere. 

Il Potere è come il Bene un’astrazione, chi lo esercita non sa veramente perchè lo fa e perchè ne sia così assuefatto; sono persone sicuramente già ricche, fortunate, amate e odiate, che suscitano grande clamore, e forse il potere più che il possedere, è l’unico modo per conservare questo stato di grazia ottenuto per talento, ereditarietà o fortuna.

AI comunisti, ai santi, ai pazzi, ai sognatori e agli idealisti è riservata l’utopia, dove proiettare e procrastinare all’infinito la realizzazione del proprio ideale. Poi i sani principi restano un fatto privato, personale, catacombale, con tutti i rischi che comportano le pratiche occulte, ovvero di divenire incubatrici di odio. Disprezzare chi non è come noi è, non solo la sconfitta di ogni ideale, ma soprattutto una stortura logica, perchè biologicamente ma anche spiritualmente siamo tutti uguali e degni di rispetto. 

Ogni razzismo e altri gravi magagne umane nascono dall’estensione della diversità di opinione a diversità fisiologica, e infine morale, etnica, razziale. Si stabiliscono gerarchie, si individuano civilizzati e selvaggi, si usano le altrui storture per emendare le nostre, quando è palese che ogni popolo, conventicola, gruppo ha sempre e soprattutto delle storture, nessuno esente. E questa fallibilità ci affratella che ci piaccia o no: siamo fratelli nelle idiosincrasie, nelle meschinità e nelle grandi aspirazioni che ci pungolano.
Clint Eastwood in una intervista su Repubblica dove presentava il suo film "Gran Torino" fa una affermazione illuminante in tal senso: 

Per chi volesse leggere l'articolo completo:

"Sì, ed è quello che mi ha affascinato del copione, il modo in cui progredisce dall'intolleranza alla solidarietà. Walt è uno che all'inizio insulta tutti, come spesso fanno quelli della sua generazione, apostrofa i vicini immigrati, che non conosce nemmeno, con pesanti affermazioni razziste, non riesce a trattenersi, fino a quando diventa il loro più strenuo difensore. Non è un uomo politicamente corretto, ma ha una sua sensibilità, e lo diventa. Allo stesso tempo penso che il "politicamente corretto" stia andando troppo oltre, la gente perde il senso dell'umorismo. Mia moglie è un misto di tutto - messicana, giapponese, nera, irlandese - e io la prendo sempre in giro su tutte le sue particolarità etniche e ci divertiamo. Ma forse non ci piacerebbe se lo facesse qualcun altro".

Al bene, quello autentico diciamo, lasciamo le proprietà virali che gli sono proprie, concediamogli la possibilità di diventare contagioso per quei comuni processi di mimesi e imitazione che sono dell’apprendimento. Un’arte virale, una tecnica che s’impara e che rende a tutti possibile esercitarlo, liberandolo dal recinto dei “buoni”  che per dono naturale possono praticarlo e dei “cattivi” cui è interdetto per incapacità biologica; possiamo lasciarci alle spalle questa eugenetica spicciola e un po’ fiabesca dei buoni e dei cattivi: il bene (con la b minuscola) è una prassi quotidiana che può strutturarsi e diventare lavoro, volontariato, missione. Ma anche e soprattutto uno slancio improvviso, come certe intuizioni lampanti. Certe folgorazioni, come la notte che ho capito (diciamo, ne ho inteso lo scopo più genuino) il comunismo.


enjoy

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