martedì 10 giugno 2014

Gli Inospitali








Il nuovo ospedale di Pistoia ha un unico pregio: che è nuovo. E i suoi pregi finiscono qui.

Mi chiedo, perchè costruire questa piccola cattedrale nel deserto (una a Prato ed una Pistoia identiche come in un tristo franchising della malattia) quando Pistoia (come Prato) aveva già il suo glorioso, pluricentenario ospedale, nel cuore della Città, facilmente raggiungibile sia a piedi che con l’autobus, un ospedale grande, ampliato negli anni 80 (quindi strutture relativamente nuove) circondato da un bellissimo parco, inserito nel tessuto urbano, e dal quale, uscendo, potevi trovare bar, negozi, un taxi… più semplicemente una città in cui passeggiare. 
Penso a chi è costretto a lunghe veglie al capezzale d’un malato: penso ai senzatetto che nelle fredde notte invernali trovavano rifugio fin da tempi remoti sotto i suoi loggiati o più recentemente nell’atrio, al calduccio ( e spesso basta questo per salvare una vita). Penso anche agli anziani, sofferenti in estate, di solitudine e afa, che si facevano ricoverare qualche giorno in Medicina per godere di una boccata d’aria condizionata, un pasto, una parola da scambiare con gli infermieri e gli altri malati.

Ma un ospedale moderno (ed è un concetto di modernità sul quale si potrebbe discutere a lungo) non è un cronicario, non è un rifugio per senzatetto, non è un “Hospitale”. L’ospedale moderno è una struttura efficiente che “eroga” servizi sanitari (com’è brutta questa parola, “erogare”, come erogare benzina: sa di flusso indifferenziato e anonimo; anche nell’uso delle parole si rivelano le intenzioni) 
Un ufficio \ officina dove la gente deve stare il minor tempo possibile, dove chi già soffre deve soffrire in piedi perché non  c’è posto a sedere; dove il pronto soccorso è volutamente piccolo per far desistere i “malati immaginari”, e l’atrio… o l’atrio! Maestoso, arioso, luminoso ed enorme per dare un’idea di grandezza, a scapito però di camere piccole e poco confortevoli (anche questo per evitare quella ressa tutta italiana di parenti ed amici, quella ressa gioiosa che ogni malato aspetta a gloria nell’interminabile giornata di degenza)

Allora è deciso: l’ospedale nuovo ha da essere “inospitale”. 
Non solo nella sua struttura ed organizzazione, con la sua modernità formale e fasulla: lo è nella location a ridosso della tangenziale, in una terra di nessuno, che i pistoiesi conoscono col nome di “Campo di Volo”. 
Durante il Ventennio, Mussolini voleva dotare ogni città italiana di un’aeroporto, e per Pistoia fu prevista quest’area, piatta, paludosa, malsana agli inizi della piana che giunge fino a Firenze. 
Non riuscirono allora, nemmeno a farci l’aeroporto (che è una pista piatta e poco altro) ed ora ci hanno fatto un ospedale! e poi... un ospedale dove doveva sorgere un aeroporto: avete presente dove vengono edificati gli aeroporti? 
Un ospedale irraggiungibile, scomodo per i cittadini specialmente per gli anziani, da cui uscendo o hai una macchina oppure ti devi fare mezz’ora d’autobus per tornare in città perchè intorno all’ospedale non c’è che il nulla; senza esagerazioni: una radura di sterpi. Persino il Campo Nomadi è stato spostato. Non un bar, non un negozio… c’è in compenso una formidabile discarica abusiva più volte denunciata anche in sede di consiglio comunale. Senza alcun esito. 

Immagino quel poveretto, parente o amico, al capezzale d’un malato dall’incerto destino: non troverà il conforto di una passeggiata in centro, o di una breve sosta nel parco. Perchè nell’ospedale nuovo non c’è nemmeno un giardino: c’è una specie di corte interna, come un pozzo, con tre alberelli e qualche panchina. Questo è l’unico conforto oltre al bar, seminascosto, a un chilometro dal pronto soccorso: un chilometro da percorrere sotto l’incudine del sole in estate e delle intemperie e del vento diaccio e umido dell’inverno, tutto all’aperto, senza un camminamento, un passaggio coperto, costeggiando l’ampio parcheggio che, c’è da dire, è molto più grande di quello del vecchio ospedale. 
Poi se vuoi risparmiare puoi lasciare la macchina sugli sterrati e le dune nei dintorni. Hai voglia a parcheggiare: la steppa è estesa.

Non ero contrario all’Ospedale Nuovo, mi sembrava anzi una buona idea metterlo vicino all’autostrada dove accadono gli incidenti più gravi senza costringere le ambulanze ad addentrarsi nel centro storico. Inoltre si facilitava l’assistenza sanitaria dei residenti della Piana, dei comuni e delle frazioni nei dintorni di Pistoia. La postazione è strategica, e perfetta per macchine e ambulanze. Ma solo per quelle.

Gli ospedali, che un tempo erano “ospitali” appunto, erano anche cronicari, lazzeretti, rifugi: venivano edificati sempre in aree periferiche, perchè questo senso un po’ spietato del decoro che vuol nascondere le piaghe e chi le porta, è sempre esistito, ma veniva esercitato con pudore. Adesso è sfacciato, e questa struttura algida e distante afferma tutto il suo disprezzo per il dolore, per la malattia, per l’accoglienza. Il nuovo INospitale è remoto, è l’ospedale delle Autostrade, non di Pistoia, nonostante il nome ruffiano “San Jacopo” che rimanda al patrono della città; è piccolo, senza sale d’attesa (le sale d’attesa sono gli angusti corridoi a margine dei minuscoli ambulatori) con poche sedie, con un pronto soccorso lontano dal corpo principale dell’edificio e grande la metà di quello del vecchio ospedale, sempre affollato, caotico, avvilente.

Un ospedale mal progettato o progettato col malanimo con cui si progettano panchine anti barbone con il bracciolo di ferro nel mezzo per evitare che un diseredato abbia a stendersi in santa pace… ma anche un non-diseredato che si volesse fare una pennica nel parco. 
Un passo in più in quella direzione di perdità di umanità che abbiamo fieramente intrapreso. Un ospedale che ha il suo gemello a Prato e mi dicono anche a Lucca; strutture identiche che sradicano l’accoglienza di chi soffre dal cuore della città. Un progetto comune dunque che rivela la grettezza dei nostri amministratori, troppo presi dal coltivare le chiacchiere, per compiacere quest’idea vagamente nazista di decoro, questa igienizzazione inquietante di luoghi e loro funzioni, che non è cura ma affermazione di privilegi e preclusione, anzichè pensare seriamente al benessere dei loro concittadini (tutti) ed (ex) elettori. 

Sorridiamo pensando ad “Un Americano a Roma”, ma il problema non sono i pazzerelli che vogliono fare gli americani, sono i nostri amministratori che hanno una visione datata della modernità, che li spinge a copiare modelli superati o culturalmente inadeguati al nostro territorio: un ospedale italiano non può essere come un ospedale americano. Un ospedale cinese o africano sono diversi perchè diverse le culture, gli usi, i costumi, gli orari e le modalità di accoglienza. Ma in questo caso abbiamo fatto il salto della quaglia, perchè stiamo negando il concetto stesso di accoglienza, come si sono negati e sviliti nel tempo il concetto di società, comunità. famiglia. La filosofia dell’inospitalità che stona, nella città dei “dialoghi sull’uomo”, collocata in una regione ed in un territorio che hanno fatto della qualità della vita il loro punto di forza.

Quando un ospedale perde la sua capacità di accogliere tutti e si comincia a pensare che per certe persone ci debbano essere strutture diverse, dedicate, speciali, si riapre la strada ai cronicari lager, ai manicomi, ai ghetti… un “ospedale italiano” è un’organismo che si è sviluppato nei secoli e non si può di punto in bianco tirare riga e cancellare questo organismo, sostituendolo con un poliambulatorio da telefilm americano. 

Ho scioccamente pensato che i nuovi progetti di espansione della mia città (zona ex-Breda e ospedale) fossero davvero un modo di modernizzare e rivitalizzare aree periferiche estese ed abbandonate; evidentemente l’ottimo lavoro effettuato con la biblioteca San Giorgio non è stato bissato in questo ospedaluccio “clone” d’altri ospedalucci, E mi puzza pure d’intrallazzo all’italiana.

Mi auguro che chi dovere indaghi su questi “ospedali nuovi”, e che si ripristini al più presto il vecchio ospedale (che con i miliardi spesi per il nuovo poteva essere ampiamente riqualificato).  Lasciando magari al nuovo (che ormai c’è, a meno che non crolli a causa del terreno paludoso) alcuni reparti di emergenza per le urgenze autostradali, assistenza per i residenti delle frazioni e dei comuni della Piana, o funzioni specifiche per determinate patologie per cui più modernamente attrezzato. 
Almeno lo si renda a breve accessibile anche a piedi e in bicicletta, nonostante la lontananza dal centro abitato!
E si ritorni ad una “cura diffusa”,ad accogliere il malato e chi con lui soffre.

Un unico plauso va al personale che ha saputo adattarsi e continua con grande passione il proprio lavoro. Anche per loro, che gli ospedali tornino all’ospitalità.


enjoy

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