venerdì 24 ottobre 2014

Italiani





Cosa sono gli italiani? 
Degli spagnoli ansiosi? Dei portoghesi stanziali, senza colonie né saudade? Dei francesi low-profile? A grandi linee sono dei latini anomali, con tratti di indolenza e brutalità slava, che parlano un idioma artificioso, dalla musicalità indecifrabile, che è impossibile parodiare in altre lingue. L’italiano può essere solo storpiato in originale. 

Del resto l’italiano è lingua operistica e letteraria, che nessuno parla fuor dei telegiornali o dalle conferenze: e persino nelle sedi istituzionali, l’oratoria è pesantemente succube degli influssi dialettali. Bastano pochi chilometri per sentir mutare profondamente la musicalità, gli accenti, i modi di dire. 

Strapaese e terra di campanili; e siccome gli italiani hanno questa avversione giustificatissima verso lor stessi, paese di merda. Mettiamo le mani avanti e diciamocelo da noi. Dallo speaker radiofonico al tamarro, dal body builder all’intellettuale, tutti gli italiani a un certo punto se ne verranno fuori con questa affermazione “L’Italia è un paese di merda”. 

Ora, Il paese, seppur abbondantemente cementificato, sovrappopolato e caotico è sicuramente bello, da lì il Bel Paese; come associare dunque tanta magnificenza alla merda? Una latente coprofilia? No. La merda è da ricercarsi più che nel paesaggio, nel malcostume della popolazione: ma nessuno dirà mai “gli italiani sono gente di merda” che è il vero pensiero che si cela dietro a “paese di merda” e che scaturirebbe nelle più variegate reazioni di sdegno.

Anche questa affermazione, del resto, è generica e non spiega granché: gli italiani come la loro lingua non esistono che per approssimazioni successive. L’italiano si forma nei pressi delle istituzioni, delle scuole, delle banche, degli uffici per poi disgregarsi e ritornare alla sua forma regionale, vernacolare, campanilistica appena se ne allontana. 

Allora dove starebbe la merda? Diciamo che all’italiano vengono riconosciute alcune caratteristiche sgradevoli: la pigrizia, la furberia da simpatico trafficone, la cialtroneria. Queste caratteristiche, come quelle nobili di genialità, acume, senso estetico, si formano e si dissolvono nei pressi di qualche luogo atto a esprimerle. L’italiano è transitorio tout-court.

Perché non esistono gli italiani: ci sono i lombardi, i veneti, i toscani, i liguri, i laziali etc… ed all’interno delle singole regioni troverete i cremonesi, i pistoiesi, i pratesi, i livornesi, i modenesi etc… e persino nelle singole province germoglieranno rivalità fra castella, rioni, località… genti fra di loro diversissime e tutte a loro modo toccate dal fuoco della meschinità, il cui unanime concorso al malaffare, direttamente proporzionale a questa mania di distinguo localistici, genera la compatta e uniforme merda nazionale. 

Notate che anch’io in quanto italiano mi tiro merda addosso scrivendo questo pamphet indecoroso: ma sedotto dall’odierna propensione all’esser sgarbati e tranchant, mi accingo a descrivere, ad uso del foresto o del compatriota smemorato, chi siamo, per generalizzazioni grossolane, caricature, maschere deformi e qualche formidabile tratto su cui amaramente sorridere e riflettere.

Rifacciamoci dal Nord, dai cari “polendoni” e partiamo dalla esile Liguria, questo piccolo Portogallo stretto fra le Alpi ed il mare, e consideriamo i liguri, per esempio i genovesi, gente di un’antipatia raggelante, il che non sarebbe un male; a render grottesca la faccenda è il fatto che si sentano simpatici, con quella parlata cantilenante da piemontese salmastro e intoscanito male. A conforto delle loro illusioni circa l’esser simpatici, è sicuramente il fatto che numerosi comici di talento provengano da quelle terre, personaggi questi, tutti invariabilmente caustici ed antipatici, a dimostrazione di quella strana perversione umana per cui si prova simpatia per chi è sarcastico, odioso e scostante; in ogni caso si parla di una simpatia tecnica, teatrale, non di quella simpatia spontanea che incorre fra i sodali. La leggenda lì vuole oltremodo tirchi ed inospitali e su questo c’è da capirli visto che vivono su uno sgrimolo di terra franosa strappata alle capre e ai pesci. 

Appena sopra, il Piemonte, anchilosato reperto sabaudo di cacio, malghe ed osterie e contemporaneamente patria dell’industrialismo italiano ottonovecentesco, della FIAT e della Olivetti: una schizofrenia gallica, che rispecchia l’anima franzosa di questa regione. I piemontesi come i lor dirimpettai transalpini, sono intrisi di una presunzione cortese, tratto comune di tutti i settentrionali italici che, sentendosi ragionevolmente stranieri in casa loro, ammirano con cupidigia tedeschi, francesi, austriaci, ovvero tutti quei popoli che li ebbero a dominare in passato e da cui hanno appreso la sottile arte dell’esser disagevoli anche a se stessi, e come questi popoli boriosi pensano di far meglio di altri e di essere esenti dalla furberia nazionale. Italianissimi nel dileggiare lo straniero che invidiano e imitano, ostenteranno sempre vezzi mitteleuropei nel porsi su un piano di superiorità rispetto  ai loro connazionali, e questo lì rende patetici. Alle glorie nazionali hanno dato i Savoia (boni, sì) e Macario. Poi hanno stretto le mele e son tornati a pestare barbera e stagionar caciotte, visto che ormai la FIAT ha sede in Olanda e l’Olivetti ha chiuso i battenti. Cerea!

Accanto a loro i Lombardi: in costoro la presunzione piemontese perde ogni parvenza di cortesia; si manifesteranno come gli individui più supponenti che popolano non solo la penisola ma forse l’intero pianeta. Fateci caso: il milanese farà sempre qualcosa meglio e più di voi, lavorerà di più, scoperà di più, mangerà di più, se berrete un bicchier di vino lui ne berrà quattro, se conoscete una bella canzone lui ne conoscerà 10 più belle e inizierà sempre i suoi discorsi con “ Ma va’…” - che è tipo l’ “ O io…” toscano, ma assai più spocchioso. 

La leggenda li vuole work-addicted e la leggenda è vera, poveri loro. Sono i classici che ti stanno simpatici mentre lì vedi e poi appena se ne vanno tiri un respiro di sollievo. Certo la Lombardia, non sono solo i milanesi, ci sono anche i comaschi, i bresciani, i bergamaschi, le risaie, la seducente permeabilità con la Svizzera e i suoi formidabili servizi bancari. C’è l’alacre brianzolo, l’instancabile varesotto, gente operosa: l’immaginarli dediti ai loro mestieri nei caliginosi scenari delle loro terre, insinua sempre anche nell’animo più solare e ben disposto, una nota di inossidabile  tristezza. Volete alimentare in voi il magone? Muovere al pianto in qualche occasione ove sia richiesto ma non ci riuscite? Ebbene, pensate ai palazzoni della periferia meneghina in inverno, o alle campagne avvolte nella foschia dei dintorni, al senso di freddo ed umido che vi si avvinghia alle gambe quando alle 6 del mattino una sveglia sguaiata vi costringe ad abbandonare il lettuccio caldo per recarvi al lavoro; 12 ore di fabbrica o ufficio, esposti alla luce verdognola dei neon, mentre fuori tutto è costantemente grigio. Beh… son cose che stringono il cuore, e rendono anche i più tosti, accigliati e miserabili.

Veniamo ai veneti, che lo dico senza pudore, sono quelli che più mi stanno sul cazzo: i veneti erano un popolo di povera e brava gente, falcidiato dall’epidemie di malaria e dalle esondazioni del Po. Come spesso accade ai popoli perseguitati dalla malasorte, si rifugiarono in una fede bigotta e assoluta, ai limiti dell’integralismo e dopo aver passato secoli ad emigrare per il resto dell’Italia, generalmente dediti a umilissimi mestieri come il muratore o la servetta, sono diventati ricchi durante il boom degli anni ’60 e, come tutti i poveracci che d’improvviso si ritrovino milionari, sono diventati odiosi, avidi e paranoici. 

Nei loro deliri, sostengono di essere un antico popolo, i Padani, e reclamano l’indipendenza. Come il contadino che tiene soldi nel materasso han sempre paura di esser derubati; del resto ad un accrescimento di risorse economiche non necessariamente attiene un cambio o un’evoluzione della mentalità. 
Del resto l’unica traccia di cosmopolitismo rilevabile nella regione, riguardava la sola Venezia, repubblica marinara, mercantile, intraprendente e necessariamente aperta. 

Un tempo: ora, come Firenze e Roma, è ridotta ad essere scenografia per foto ricordo di turisti rincoglioniti, un ambiente proibitivo pervaso regolarmente da maree insidiose, biennali insignificanti, popolato da innumerevoli piccioni, gli unici che riescono evidentemente ad alloggiarvi senza spendere meno di 100 euro a notte; una città dove è impossibile trovare financo una bettola nella quale ingerire qualcosa di vagamente commestibile ad un prezzo che non sia più che esoso. 
Si auspica l’affondamento terapeutico; poiché anche i veneti, tanto onesti e perbenino, non son riusciti a negarsi allo sport nazionale della corruttela, e sul MOSE hanno al par dei tanto disprezzati ladroni-tèroni-romani, rubato e profittato a man bassa. 

Una nota sulla loro lingua: è risaputo che i veneti amano molto bere e le frequenti briscole, che raccattano a suon di prosecchi, hanno modificato qualcosa nei loro geni; così quando parlano il loro dialetto, già di per sé inascoltabile con quelle erre arrotolate e l’anda cantilenante, sembrano sempre ubriachi anche se perfettamente sobri. 

A margine e corollario di queste genti abbiamo i Trentini, i Friulani e i Valdostani: popoli neutrali di montagna e di confine, effettivamente gli unici che si possano dire parzialmente esenti dal malaffare italico. Raccolgono legna, tengon puliti i boschi, fanno edilizia antisismica ed a basso impatto energetico fin dagli anni 70. Certo, definirli italiani è piuttosto complicato se non riduttivo: sono frontalieri e questa è una condizione di ardua decifrabilità.

Infatti, se il cuore altoatesino batte inequivocabilmente nel Tirolo austriaco, o quello Valdostano in Francia, le cose si fanno più complicate con i Friulani, che ereditano dai vicini balcanici l’irrequietezza e la natura tormentata e sfuggente, oltre a un dialetto musicalmente ancora veneto, ma di rara durezza consonantica. 

Trieste, lo sbocco al mare dell’impero austroungarico, è al contempo una città italiana, austriaca e slava. Assistendo a questi prodigi frontalieri ben si comprende la totale aleatorietà delle questioni identitarie; come diceva un mio amico un paio di sere fa, i confini sono quelli che alcuni popoli hanno la forza di imporre. I confini del Friuli sono quanto di più campato per aria ci possa essere, e la gente che vive là? 
Vive, parla un dialetto, tre lingue, e in qualche modo arriva in fondo alla giornata. 

La maggior parte della pianura padana è invece occupata poi dagli Emiliani e dai Romagnoli: gente simpatica, che però non si capisce un cazzo quando parla. La loro lingua è un guazzabuglio di esse sibilanti, erre mosce, e poi parlano alla svelta e ridono tanto. 

A Pupi Avati il discutibile merito di averli resi malinconici in questa loro brama di eterna giovinezza. Fra di loro vi è, come fra tutti gli italiani, campanilismo e rivalità, guai a dire a un romagnolo che è emiliano o viceversa, guai a dire a un modenese che i tortellini son bolognesi e viceversa! Altre attività rimarchevoli: costruiscono Ferrari, mangiano colesterolo puro, friggono tutto nello strutto e non sarebbero malaccio nel complesso, il problema è che arrestano il loro sviluppo mentale all’adolescenza e passano la vita a correre in macchina o in moto, a ballare, mangiare, bere e scopare. Hanno inventato il Parmigiano, creano ceramiche pregevoli, sono particolarmente abili e lesti nel preparare i tortellini e producono vino gassato (se non è preadolescenziale questo…) Ma parliamoci chiaro: il loro unico obiettivo nella vita è la “balotta”.

Varcato l’Appenino incontriamo i Toscani, cui mi fregio di appartenere: potrei lasciare la parola a Curzio Malaparte che ne ha tratteggiato le caratteristiche con puntualità, e basterebbe il titolo del suo libro a spiegare in due parole l’animo di questa gente: “Maledetti Toscani”. 
Formalmente comunisti, come i vicini emiliani, o sporadicamente fascisti come i romagnoli, comunque ottusi e fanatici di fondo, i Toscani sono inospitali, sgarbati, cinici, indisponenti e come gli altri vicini liguri, pensano di essere simpatici. Accomunano tratti di poltroneria laziale a supponenza nordica e ridono di tutto. Sul loro volto spesso si accende un risolino insolente, infingardo, di compassione e malignità. Il loro accento è intollerabile: simile all’arabo, pieno di aspirate, "c" scivolanti e "t" che diventano "th" aspirate come in inglese. Una parlata strascicata e sbrigativa come i loro modi; vi esorteranno sempre in modo spiccio “ Giùe!  ‘gnamo! (andiamo!) Vien via! ”
Vi guarderanno sempre come scemi qualsiasi cosa diciate loro: le vostre barzellette non gli faranno ridere, le vostre angosce non gli strapperanno mai una lacrima, però non avranno mai la sfacciataggine milanese di sentirsi inspiegabilmente superiori a chicchessia. Non si sentono superiori a nessuno, pensano solo che non esista nulla di serio: per questo non dicono “ ma va’ ” ma “ O io… ” - perchè nell’illusione d’importanza e nel ridicolo siamo tutti accomunati e livellati. Mal comune, mezzo gaudio. 

Accanto a loro gli Umbri che inutile girarci intorno, sono toscani in chiave minore; di loro si ricordano San Francesco d’Assisi e il lupo di Gubbio. L’Umbria è una propaggine aspra della Toscana intrappolata in un eterno medioevo.
A differenza dei vicini toscani, che hanno conosciuto i fasti del Rinascimento, la ribalta internazionale nell’epoca delle Signorie e la conseguente perdita dell’innocenza ed incanaglimento, gli umbri hanno un loro fosco candore preraffaelita: avete presente quelle uggiose commedie francesi nelle quali un signorotto medievale viene proiettato per magia nel ventunesimo secolo? Ecco. L’umbro è questo. Ma non lasciatevi trarre in inganno dalla senese gentilezza di costoro: sono semplici ma svegli e alla bisogna sapranno come bonariamente raggirarvi. Con lo stesso sorriso sornione dei toscani, di complicità nell’umano malaffare. Concordo con Malaparte: gli umbri sono gli unici che “capiscono” i Toscani. 

Poco più in là i Marchigiani: gente ruspante che parla un simpatico dialetto cantilenante, che sembra sempre usino la forma interrogativa e che smaschera la loro furbizia contadina, rendendola inefficace. In Italia centrale esiste questo bizzarro fenomeno di incremento del campestre movendo verso oriente. 
I marchigiani hanno gustose aderenze con i burini laziali come ampiamente dimostrato dalla sublime pellicola di Dino Risi, “Straziami, ma di baci saziami”.  I marchigiani poi se ulteriormente inselvatichiti si trasformano in abruzzesi e molisani: vivono in terre aspre, sismiche, lussureggianti, dediti alla pastorizia e al bracconaggio. A loro dobbiamo l’invenzione degli spaghetti alla chitarra. Ironia della sorte, proprio fra queste genti sanguigne, si annoverano due fra i maggiori poeti italiani, ovvero Leopardi che era marchigiano e D’Annunzio, abruzzese: ovvero di come la natura, nel suo sottinteso taoismo, per riequilibrare tanto terragno Yang, generi dei prepotenti e rari Yin di lirismo ed aulica rarefazione. 

Ma lasciamo perdere, ed entriamo nel cuore dell’Italia : entriamo nel Lazio. 
A parte i sopracitati burini, alacri coltivatori di carciofi, di bovina ritmica e mitezza, discendenti di Sabini, Volsci, Equi, e poco altro, quello che maggiormente connota il Lazio sono i Romani. 
I Romani parlano a voce altissima, sempre. 

Li sentirete distintamente nel brusio di una spiaggia affollata enumerare le loro faccende private, richiamare pargoli invariabilmente sovraeccitati e invadenti, belli a papà. E non parlo tanto dei popolani che ci hanno fatto sorridere in tante pellicole dell’epoca d’oro del cinema italiano e che naturalmente sono avvezzi a vociare: mi riferisco ai romani istruiti e pariolini, che parleranno al telefono ore e ore di robe insignificanti, come i loro gran cazzi su facebook, e interminabili negoziati su orari e appuntamenti da disattendere con puntualità. Il loro romanesco suona odioso, addomesticato, uggioso e nasale; sa di megera imbellettata, di vecchia maîtresse travestita da lolita. Fastidioso, ridicolo e anche ingiusto: perchè il romanesco è una parlata che esige ferocia, ampiezza di manovra, e compiacimento per l’arcaico ed il triviale e non minuetti. Con i milanesi hanno in comune l’arroganza: animati da un immotivato ma comprensibile orgoglio d’appartenenza alle loro rispettive città, sono del resto fra i pochi metropolitani di un’Italia di paesi e paesoni, e la loro urbanità seppur maldestra, vestigia di antiche glorie defunte di un impero decaduto, o caparbio scimmiottamento di teutoniche efficienze, è l’unica che possiamo annoverare in Italia. 

I Romani hanno familiarità con il potere, e lo considerano con prudente sufficienza, perchè da secoli vedono in carne e ossa, imperatori, re, duci, papi, e ne considerano la comune e caduca materia umana; non possono prender sul serio tante trombonerie, ma a differenza dei toscani non ostenteranno un sorrisetto maligno davanti al potente, si faranno anzi, protocollari, non lesineranno in titoli il primo forestiero arrivato che sarà sempre un “dottore”, e in questa formalità puramente strumentale, affogheranno l’amarezza per le storture cui sono conniventi. 

A Roma poi, è risaputo, c’è il Papa, che è come gettare ad un uomo che affoga una base d’ombrellone: ha quasi del miracoloso come l’Italia non sia scivolata nell’oscurantismo teocratico assoluto tipo Iran, e seppur con cosmico ritardo ed aspre battaglie, si sia riusciti ad ottenere leggi da paese laico e civile, come la legge sull’aborto o il divorzio. Avere nel cuore della propria capitale una monarchia assoluta teocratica non è uno scherzo. Altro che cattolica Spagna! Ce l’avessero loro il Papa, farebbero meno i ganzi: fallo il matrimonio gay in Italia con questi ex inquisitori che ti ammorbano con i loro incensi e le loro reprimende…e soprattutto con il loro braccio politico e finanziario, con il quale affossano o promuovono chi e cosa vogliono.

Scendiamo a sud ed entriamo in Campania: 
When the going gets tough, the tough get going

La protocollarità romana troverà in queste terre il più ampio e sordido sviluppo. Introduciamo a queste meraviglie l’ospite straniero per cui l’Italia è fantozzianamente solo un’indistinto “paffi neri, mancia spaketti, suona mantolino” e diamogli una piccola soddisfazione: è tutto vero. 

Se qualche avvisaglia l’avevamo avuta già a Roma, in certa trasandatezza, in qualche negozio bruciato da malavitosi cui non è stato corrisposto il balzello, in Campania tutto questo è conclamato e dispiegato con larghezza. 

Verremo accolti da frotte di cani randagi, da montagne di spazzatura, capannelli di disperati proveranno a farci il pacco, il gioco delle tre carte, a infinocchiarci; incontreremo questuanti in gran numero, venditori di sigarette di contrabbando alla luce del sole in pieno centro cittadino. Proveranno sicuramente a rubarci la macchina, le valigie, il telefonino lasciato inavvertitamente senza ossessiva vigilanza. 
Questo è il sud: Cristo si è fermato a Eboli… forse perchè gli avevano cuccato il somaro? L’elenco di magagne è lunghissimo: persistenza del latifondismo, abusivismo edilizio, i rifiuti stipati nei parchi nazionali, criminalità organizzata, disoccupazione a livelli stratosferici, totale assenza di senso civico. 
Il meridionale, negherà sempre, e addurrà come da prassi le motivazioni d’ufficio: l’assenza dello stato in primis, come se lo stato fosse una “persona”, un altro che viene arriva e risolve, una specie di idraulico che stura millenni di tirannia, degrado, corruzione. 
Al meridionale sfugge la banale, ma lapalissiana considerazione che lo Stato sono i Cittadini, che la “Cosa Pubblica” attiene alle cure della comunità, che lo Stato amministra se c’è un rispetto ed una volontà di emanciparsi dalla lamentazione e dall’assistenzialismo. Il Sud è un drogato a cui non si vende la droga perchè è illegale, ma a cui si danno i soldi per comprarla dalla Malavita organizzata.

Nel Sud, troverete anche un’ospitalità che travalica l’immaginazione, forse in tutta Italia i meridionali sono gli unici che hanno un autentico senso di ospitalità, ma non ve la godrete. Qualche scenario di degrado e violenza potrà sempre apparire quando meno te l’aspetti, e cancellarvi il sorriso dalla faccia. Quello che sconcerta non è un’uniforme incuria, come la si può vedere in alcuni paesi del Terzo Mondo, ma come tutto questo scempio, magicamente si arresti a Positano: Cristo si è fermato a Positano. 

Li comincia l’area vip, si varca una soglia e ci ritroviamo improvvisamente in una Svizzera mediterranea, non un capello fuori posto. I prezzi improvvisamente scandinavi, neanche una cicca in terra, il mare che prima era nero degli scarichi del Sarno, adesso cristallino. E potete dimenticare la macchina aperta… Inquietante. Lo stereotipo del pulcinella mandolino spaghetto pino baia chiaro di luna, qui viene virato da stereotipo in archetipo, anzi logotipo, di una delle più consolidate industrie turistiche italiane. Il tedesco, l’americano, lo scandinavo, il cinese troveranno confermata la loro Italia oleografica di allegri schiamazzi, di belle canzoni e cibo succulento, di chiari di luna e sole e mare chiare…nel più assoluto comfort e tranquillità. A due passi da un abisso nascosto, da questa quinta in trompe-l'œil con Pullecenè, Totò, Mimì e cagam’u cazz…

Dopo la Campania abbiamo la Calabria, terra selvaggia sostanzialmente in mano alla ‘ndrangheta.  I calabresi sono noti, oltre che per questo, anche per i Bronzi di Riace che trattano con ricercata noncuranza e per la formidabile capacità di sopportare livelli tossici di peperoncino, con cui condiscono generosamente ogni pietanza. 
La Calabria è una specie di Liguria in grande, con montagne aspre a picco sul mare. I calabresi che conosco, oltre a riferirmi sempre episodi agghiaccianti che sembrano partoriti dalla mente di Clive Barker, accadutigli nei lor paesi, con quell’ incredibile accento stentoreo, sempre di petto, sono generalmente persone distinte ma insondabili. 

La totalmente infondata allegria dei meridionali, di cui forse si ravvisano alcune tracce a puro scopo d’intrattenimento turistico ancora in Campania, scompare del  tutto nel profondo sud e lascia il posto ad una sorniona riservatezza, non dissimile a quella di altri popoli isolati e montani. I calabresi, come moltissimi meridionali, nel corso dell’ultimo secolo, sono sfuggiti a questa sitiuazione opprimente e sono migrati a nord per fornire manodopera a basso costo alla rinascente industria italiana ed europea. I giovani fuorisede calabresi negli anni ’80 rappresentavano anche una ventata di creatività negli ambiti della moda, dell’arte e della musica.

Poi sono arrivati i pugliesi ed hanno invaso o pervaso tutto, prendendo le redini dell’immigrazione creativa, soppiantando i loro cugini calabri. La Puglia, in particolar modo il Salento, sono luoghi tristemente noti per la capillare diffusione su scala nazionale della pizzica e la taranta, una delle mode più perniciose degli ultimi 30 anni, forse anche più del reggae, che ormai dagli anni 70 ce lo sta facendo a striscette. Non se ne può più: basta, time-out. Pietà! Kill me!

In Puglia possiamo assistere inoltre a disturbanti mutazioni genetico musicali: un gruppo  pizzica-taranta può essere, contemporaneamente anche una posse e un gruppo reggae, per la gioia delle Sottanone e dei lor accompagnatori sinistronzi, rigorosamente non-trombanti. 

La bandabarzotto gli fa un baffo a questi; fanno rimpiangere persino le più meste derive folk-alternative come modenacitirumba e ruffianate simili. 

La ruffianeria è in effetti la cifra di questo asfissiante fenomeno musicale: compiace il sinistronzo populista che trova cosa buona e giusta la qualunque roba etnica, indifferentemente; compiace la Sottanona, anch’essa sinistrata, che fra i suoi vari schemi mentali annovera sicuramente la danza popolare come forma d’incomprensibile divertimento, e costringe così al compiacimento l’accompagnatore non-trombante, il quale paludato in camicioni di iuta e pantaloni multicolori che fanno prurito al solo vederli, in sandali di sapore francescano made in Palestina e occhialino tondo, si fingerà compiaciuto e soddisfatto per queste belle serate equosolidali trascorse a saltabeccare su nenie monotone e incalzanti, un po’ bevuti, coltivando la vana speranza di un congresso carnale che non avrà luogo. 

La tipa Sottanona chiaramente aspira al più aitante percussionista africano, o al musicante salentino che spruzza inautenticità noglobal da ogni poro, mentre il povero accompagnatore che è di solito un raccattato travestito da alternativo, dovrà stiracchiare un sorriso emancipato ed offrire colazione al mattino per ostentare disinvoltura. 
Son cose che succedono… 

A costoro è venuto meno il visibilio, la Vibhūti, il giulebbe iridescente del Goa Tronci o del teknoamico. Un annetto di robusta psichedelia sarebbe tonificante anche per fibre così ampiamente decotte: non di più. Questo, per non incorrere nell’impagliaccimento mentale che corrobora qualsiasi assuefazione.

Le strade di Otranto hanno smesso di echeggiare la voce di Carmelo.  Però si può avere l’incomparabile fortuna d’incrociare un blindato della Sacra Corona Unita che trasporta merci di contrabbando, ed esserne travolti, per quelle tipiche strade pugliesi che terminano con una fila di new jersey orizzontale (non segnalata) in mezzo al nulla. Strade su cui sembra abbiano testato bazooka, ma che i pugliesi, persone precise, non mancheranno di fornire di dissuasori e dossi artificiali come previsto dal codice stradale. 

La sorniona riservatezza, si fa granitica nel cuore montano del Sud, il cuore di pietra anzi di sassi (di Matera). L’Irpinia, la Basilicata, immutabili come le sue rocce; ovvero della gente che vive sempre nei container dal terremoto dell’80. 
In questi luoghi Carlo Levi fa fermare il suo Cristo, e incontra popoli “fuori della Storia e della Ragione progressiva, antichissima sapienza e paziente dolore”. 

Qui ha sede l’Università della Rassegnazione presso la quale moltissimi meridionali attendono al loro titolo di “terroni” con cui verranno poi identificati per il resto della loro vita dai connazionali del centro e nord Italia; ci troviamo di nuovo a un paradosso, come quello dell’Italia BelPaese di Merda: perchè i meridionali che in generale sono più disponibili e  ospitali dei settentrionali vengono disprezzati? 

Sicuramente è il facile disprezzo che si ha per il povero, perchè la sua disponibilità è quella del disperato, per cui il tempo non vale nulla; è acquiescenza ad un potere millenario, alla sopraffazione, all’omertà; in taluni casi prende derive disgustose e si evolve in quell’untuoso ossequio che permea il funzionario pubblico meridionale, emigrato e consolidato al nord, sempre attento a non dispiacere il superiore, a trattarlo come una divinità, sulla quale indulge nello sciorinarne titoli ed onorificenze “il dottor…professor…commendator…l’onorevole…” con la faccia seria d’ordinanza, salvo poi privatamente, silenziosamente maledirlo. 

La stessa faccia da carabiniere, con i “paffi neri”, e gli occhi neri che ti inchiodano a qualche colpa inesistente che solo lui vede. La faccia da sbirro dalla quale, se scrosti la severa maschera di servizio, vedi ricomparire lo scugnizzo col capello ingelatinato che fa le pinne sul booster pei vicoli.

Inspiegabili declinazioni della leggerezza epicurea della Magna Grecia in torvo e borbonico servilismo: la matrice è insospettabilmente la stessa, quella del tirare a campare consapevoli della nostra impermanenza, in una vita che viene trainata attraverso i giorni come una soma a cui è bene non dar peso.

Il nostro viaggio nel “Bel Paese di Merda” non sarebbe ultimato senza una capatina nelle Isole.
I siciliani amano manifestare un’ottusità aristocratica: hanno rifornito l’italia dei maggiori letterati di sempre, eppure sono ammorbati dalla stessa identica ignoranza endemica del resto del sud; le loro città sono apparentemente più ordinate, ma loro sembrano arrivati lì per caso e ops…m’è scappato un condominio abusivo accanto a un tempio greco.

La leggenda li vuole fra i più gelosi degli italiani gelosi, donnaioli, sex addicted, avvezzi al delitto d’onore; ma sempre low-profile. Non ostenteranno pacchianamente come i Campani; non si daranno alla pazza gioia con i proventi dei loro traffici illeciti: come i vicini calabresi staranno ben attenti a mantenere alta la rispettabilità e dediti ad umili attività di copertura, come edicolanti, ristoratori, agricoltori, pianificheranno qualche spettacolare esecuzione, senza lesinare in tritolo o acido solforico. 

Particolarmente ossequiosi, all’usanza araba non vi diranno mai direttamente quel che pensano, ma lo faranno tramite complesse figure retoriche, metafore a scatola cinese, metafore di metafore, a cui farà seguito un’occhiata complice come a dire “ci siamo capiti, no?” - E non avrete capito mai assolutamente un cazzo nulla. 

La loro dieta è caratterizzata da una ossessiva presenza dello zucchero: è un mistero come i sicilani possano conservare ancora qualche dente sano in bocca, o non contrarre il diabete fin dalla più tenera età considerando le quantità di cannoli, cassate, granite con la brioscia e così via, che riescono ad ingurgitare in un solo giorno. 

Concludo questa mia disamina con i sardi. 
I sardi sono tutti pazzi: e lo sono nei modi e nelle maniere più originali e variegate. Alcuni saranno ridanciani, altri silenziosi, taluni tetri ed inquietanti, altri schizzati. Tutti invariabilmente mossi da fanatismo e cocciutaggine; tutti invariabilmente estremi, diretti fino ad essere offensivi, ma allo stesso tempo permalosissimi e ombrosi. 

Pressochè selvaggi, squartano a metà cuccioli di maiale, giustiziati sommariamente per arrostirli in gran numero nelle loro scioccanti Sagre, in cui cuociono anche anguille ancora vive sulla brace. Ti offriranno “filu e ferro” distillato illegalmente di primo mattino e sarai costretto ad ingurgitarlo, pena offenderli mortalmente. Con gli altri meridionali hanno in comune il senso dell’ospitalità ma prima devi meritartela e guai a sgarrare. 

I sardi però, attenzione, non sono propriamente “meridionali” nemmeno il veneto più ottuso e inacidito li definirà “terroni”; i sardi sono sardi e basta: parlano un’altra lingua, un idioma arcaico gutturale, fitto, intricato e pieno di schegge, ed hanno insospettabili aderenze con i piemontesi, con i quali condividevano la dominazione savoiarda. Penso con lo stesso malumore con cui i Corsi si relazionano ai Francesi. 

Per i sardi noi siamo, i “Continentali”, ovvero una mandria indistinta di persone che non hanno il privilegio e la pena ad un tempo di vivere su un’isola lontana da tutto.
Per comprendere a fondo l’anima di questo popolo misterioso rimando alla lettura di Salvatore Satta. La leggenda li vuole oltre che permalosi, vendicativi, ostinati e particolarmente ottusi. La leggenda ha sempre un fondo di verità.

Il giro d’Italia è finito: questo campionario di meschinità e bizzarie, di riflessioni amare e semiserie mescolate a trivialità e truci luoghi comuni, tuttavia non è sufficiente a dimostrare la merdosità italiana, il cui totale supera sempre la somma delle parti. 

Sicuramente ogni autentico ”italiano di merda” trova alibi e giustificazioni alla propria condotta nel proprio folklore, ma il marcio autentico evidentemente non risiede in nessuno degli aspetti grotteschi che ho qui snocciolato. 

Dirò una doverosa ovvietà per evitare gli strali di chi è votato alla correttezza politica: ad ogni latitudine esistono persone spregiudicate e mosse dall’egoismo, che indipendentemente dal costume che indossano, perseguono con tenacia il malaffare. È talmente ovvio che non l’avrei specificato. Questi individui sono sempre difficili da smascherare, perchè non sono certo le buffonesche caricature che ho qui esposto, anzi spesso si fanno scudo del civismo di facciata, della rispettabilità borghese. Oppure ostentano una semplicità monacale, ma son pezzi di merda.

Ho cercato di essere unanimente sgarbato con tutti, mi auguro che nessuno sia rimasto deluso; ovviamente conosco meglio alcune regioni rispetto ad altre, e perciò spero che nessuno di quelle che ho trattato meno approfonditamente si senta messo da parte. Del resto, nel trattare questa materia scottante s’incorre sempre nel rischio di stuzzicare l’ipocrita che accoglie di buon grado le frecciatine contro i settentrionali e storce il naso quando si toccano i meridionali, quando si dovrebbe unanimente considerate la merda nazionale che tanto s’invoca, un bene comune a cui tutti i popoli italici concorrono in egual misura. Anche quelli che stanno o si pongono a margine e che se fossero meno isolazionisti \ autonomisti potrebbero dare un contributo formidabile a tutto il paese. Si, mi riferisco a isolani e frontalieri, che comunque la pensino sono tecnicamente italiani.

C’è poi anche una questione di eleganza da considerare: mentre si rende simpatico e fin quasi lenitivo fare dell’ironia anche feroce sul ricco settentrione, d’altro canto si imporrebbe di non sbeffeggiare troppo le magagne del tormentato sud d’italia. Trovo questa eleganza pertinente al dominio dell’ipocrisia, e trovo altresì giusto essere con tutti egualmente antipatico e sarcastico da buon toscano. Con un sorriso (non come Renzi) …un sorriso di complice, pietoso, umanissimo spregio. Sarebbe bello da parte di voi che seguite i miei vaneggiamenti, un contributo per tratteggiare meglio le nevrosi delle genti di cui ho necessariamente, per mia ignoranza, trattato con colpevole approssimazione, così da dipingere un’affresco più completo del Bel Paese di Merda. Così potremo finalmente imprimerci a fuoco sulle natiche un bel “made in italy”  (altro che tatuaggetto…) e concorrere agevolmente all’Euromacello che ci aspetta. 

In anticipo ringrazio e cordialmente saluto.


Engioi!

venerdì 17 ottobre 2014

Info





L’informazione è finzione: mettiamoci l’anima in pace. Novelle narrate a veglia. Niente di più, niente di meno. Un arte o più spesso un artificio.

La pretesa oggettività dei fatti è smentita ancor prima che dalla malafede, dall’impossibilità (oggettiva) dei nostri organi di senso di acquisire un dato per quel che è. 

L’acquisizione stessa del dato è un atto creativo: accade qualcosa e l’unica speranza di restituirlo all’oggettività è che non abbia testimoni e resti imprigionato con il gatto di Schrödinger nella scatola. 

Chi, cosa, quando, dove, perchè: il giornalismo anglosassone per limitare al massimo la stortura connaturata alla narrazione si diede la regola delle 5 W. Circostanziare ed attenersi ai fatti. 

Seppur di derivazione romana, questa sana attitudine a limitare le distorsioni derivanti dal riportatare una notizia, in Italia è stata completamente disattesa: nel giornalista italiano palpita un virtuoso del corsivo, un’interprete acuto della realtà che puntualmente tratteggia in funzione di un suo alto ideale o del suo cospicuo emolumento. 

Non c’è da biasimarlo: la lingua italiana è malleabile e barocca, generosamente contaminata, ed essendo allo stesso tempo una convenzione, un’invenzione letteraria, lirica ed operistica, una lingua di regime, da comunicato, da editto, da elzeviro, da poemetto, ode e perchè no, epitaffio, ben si presta a questo gioco. 

Manganelli, Gadda, Zavattini, Pasolini, Ottieri: tutti questi grandi sperimentatori hanno messo in evidenza le potenzialità plastiche della lingua italiana, la sua promiscuità con il nebuloso, le follia latente nei suoi arzigogoli da burocrate, nell’infinito eccepire del politico, l'entropica selva dei pacati distinguo… si presta bene al cavillare, appassionando in egual misura l'esattore e l'istrione. 

I politici italiani (un po' esattori, un po' istrioni), nelle loro innumeri apparizioni televisive, diguazzano in questa materia, alternando il proverbio al latinorum, il popolare e l'aulico, il “mi consenta” e il “cazzo dici” nell’esercizio virtuosistico dell’eloquenza che amano dispiegare a sostegno delle loro banderuole.

Sappiamo di assistere ad una rappresentazione; è concitazione da trance agonistica, è l’estasi del musicista rapito nei suoi assolo; è l’adrenalina che sgorga dalla boria, dal compiacimento per il proprio ego ipertrofico: la faccia di bronzo e la sua più adeguata rima…

Se assistessimo infatti ad una vera discussione, ad un certo punto, si perverrebbe ad un compromesso, ad un'evoluzione, alla dimostrazione della bontà di una delle tesi esposte che sulle altre avrebbe la meglio: ci si ascolterebbe, ma questo puntualmente non accade mai. 
L’ascolto serve solo ad affilare le armi per trovare la falla nell’altrui impianto retorico.

Ci dilettiamo di tanta plasticità, e ci rendiamo conto, scrivendo, di come la lingua stessa esprima un suo pensiero e ti trascini per i meandri suoi, di come si rendano sconvenienti certe formule recise, come in inglese;  nell’uso stesso della lingua italiana c’è l’invito alla morbidezza, alla convoluzione, al panneggio: se si vuol scuotere e disgustare i borghesi un “fuck off” non basta, troppo secco, diretto, elementare. 

I diktat, gli slogan secchi e avvincenti da noi suonano fascistoidi e demodé come il d’annunziano “me ne frego”.

Ci trastulliamo con questo pongo di parole, di neologismi, arcaicismi, forme dialettali e gergali, per ricondurre il segno al suono, alla sua economia di armonie e dissonanze, che senza pretesa di infallibilità, vanno a circoscrivere il vero o la rivelazione, definendola per difetto. Perchè quel che conta è la musicalità; son prove da pifferaio magico.

Un autentico inno all’inesattezza ed all’approssimazione su cui influiscono infinite variabili: per esempio, si pensi a certe pagine scritte in furia, scritte a mano intendo, a come perdano talvolta del tutto la loro forza una volta battute a macchina. La tipografia, arte esatta, nel bene o nel male, asciuga, riporta al nocciolo delle parole, dei concetti, e li recinta fra grazie e bastoni, nell’interlinea regolare, nelle crenature esperte e nelle legature, e se un’idea è troppo instabile, vaga, acerba o scontata, viene invariabilmente annientata dal carattere di stampa. 

I poeti e gli scrittori della beat generation scrivevano sempre a macchina: mi chiedo se lo facessero per non dissipare nella fisicità del tratto, l’intensità che non doveva esondare dalla parola, nel ghiribizzo e nel gesto meccanicamente maudit. 

La scelta dello strumento era basilare: chi preferiva una Remington, chi una Olivetti… come pianoforti di marche diverse, simili ma mai uguali. Una questione di timbrica. Di “carattere” si direbbe…

Quello che scrivo è generalmente lo spartito di una voce che ascolto nella mia testa, talvolta chiara, puntuale, precisa. Altre volte si perde, come un segnale radio disturbato, o si disarticola nel verso d’animale, nel rumore bianco. La scrittura, nel descrivere la voce, denuncia le sue necessarie limitazioni originali: non dimentichiamoci che nacque per registrare le giacenze di magazzino dei Sumeri. Eran tacche per contare capi di bestiame, e divenennero simboli con cui enumerare orci ed anfore. Da allora si è evoluta e raffinata, e riesce con gli stessi segni, a descrivere stati d'animo complessi, enunciare teoremi e cosa più importante propagare l'informazione che racchiude a chiunque sappia interpretare questi segni.

Si rende necessario tuttavia un secondo livello d’interpretazione. 
Nelle chat si usano le emoticon per circostanziare le nostre affermazioni ed evitare malintesi. Sarebbe piuttosto bizzarro un articolo di giornale o un libro scritto con le emoticon: perchè (voglio sperare) non son frasi buttate lì nel botta e risposta, ma il frutto di un’elaborazione complessa, di una ponderata riflessione.

E così torniamo all’inizio: l’informazione è finzione, anche se in buona fede, perchè non si può trascrivere la realtà come fenomeno oggettivo. Non se ne prende il calco: si ricopia come in un disegno dal vero, con maggior o minore talento, sempre interpretando, mettendoci del nostro.

La realtà è l’insieme di fenomeni molteplici che osserviamo, che si accavallano, si confondono, e che a nostra volta confusamente, viziosamente, puntigliosamente, trasmettiamo. 

L’unico aspetto che dobbiamo considerare con attenzione è l'arroganza di chi proclama unilateralmente la propria versione dei fatti come Verità; questo farsi istituzione e porsi sul piano dell’indiscutibilità, va ben oltre il dirsi seri. Dichiararsi Verità perchè la nostra voce viene veicolata da una certo media, crea quel fenomeno penoso di cui tutti però siamo vittime: 

“l’ho visto in televisione” - “l’ho letto sul giornale” - “L’ho sentito alla radio” - “l’ho letto su internet”

C’è un candore che amo in queste affermazioni: fiduciosi come bambini nelle proprie istituzioni \ media, non si pensa mai, nemmeno per un attimo che queste possano essere approssimative, viziate, distorte: c’è senso civico in questa accondiscendenza, non è passività! Si accetta la certificazione d’autenticità perchè proveniente da un certo canale informativo accreditato… e Il gatto di Schrodinger si morde la coda. 

La consapevolezza di fondo che l’informazione è di per se narrazione, che è faziosa, inesatta, intessuta della personalità strabordante di certi giornalisti, non vuole essere un invito all’iconoclastia, alla distruzione del Falso Verbo: lasciamo crociate e jihad a chi pensa di imporre le proprie parziali ricette di salvezza e verità al mondo; l’informazione perviene come altri milioni di stimoli ai nostri organi di percezione. Andiamo oltre.  

Le notizie hanno l’indubbio merito dell’impermanenza, di attenere all'attuale ed al dimenticabile, di essere in fondo la forma evoluta della chiacchiera da bar. 
Scambio di informazioni: i cani lo fanno annusandosi il culo. 

Enjoy!

lunedì 6 ottobre 2014

Solvitur Ambulando



Diffidate di chi vi augura “buon lavoro”: generalmente trattasi di persone che gioiscono delle vostre sofferenze.

Buffo ossimoro: come può essere "buono" il lavoro? Come può dirsi buona una mansione che nella maggior parte dei casi attiene all’asservimento, alla schiavitù, al travaglio, alla fatica del resto imprescindibili alla nostra permanenza in questo universo?

Quello che trovo seccante è che chi augura buon lavoro, solitamente non ha mai veramente lavorato un solo giorno della sua vita. 

Nonostante ciò, fará spesso a gara con i suoi sodali, a chi ha fatto meno vacanze.

Difficilmente li sentirete dire “buone vacanze”. Le loro attività ricreative sono sempre stimolanti, fonte di ispirazione per nuovi business. Perché è il loro stesso tempo a valere più del tempo degli altri. Anche quando impiegato in un bel nulla. Come definirle vacanze? Con che cuore? Vacanze: roba da scolari, da salariati, da fannulloni.

Le vacanze devono tramontare, le ferie devono essere debellate: perfino nelle scuole, in considerazione del fatto che i genitori odierni non possono star dietro a bighelloni che da giugno a ottobre ciondolano senza cosrtrutto per casa o che se ne vanno in giro a far danno.

Tutti al lavoro! Soprattutto se non c’è più lavoro, ma una precaria schiavitù a provvigione se va bene, senza orari, senza diritti, senza malattie e d’ora in poi, senza ferie…  mais sourtout, senza ‘na lira!

Lavorare soprattutto se si è disoccupati, e quindi creare una dimensione di paradosso quantistico in cui al contempo si lavora e non si lavora, e i figli sempre a scuola quantisticamente anch’essi a studiare \ fare un cazzo nulla.

Parcheggiamoli tutti in una specie di carcere minorile! In un collegio, in regime contenitivo. A imparare un mestiere? Non sia mai: questi piccoli galeotti innocenti, son pezzi di cristallo, che non devono farsi male con arnesi e strumenti, che non devono essere traumatizzati con l’apprendimento di una qualsivoglia abilità, a cui non si può imporre la lettura di un libro… Essi pur nel regime contenitivo cui sono sottoposti sono distrattamente liberi, ignorati, lasciati a spippolare i loro smartphone. Polli di allevamento, prendono confidenza con la poltrona che li accoglierà tutta la vita: quella del call center dove lavoreranno saltuariamente, quella impiegatizia per i più fortunati e scaltri che impareranno l’arte sottile del mostrarsi indaffarati, quella salottiera delle serate che si esauriscono nella narcosi televisiva, quella infine della terza età, lo scranno per gambe malferme, di ognuno di quei  milioni di Re di una nazione di vecchi.

Per chi avesse però ambizioni e intraprendenza, le attività vincenti di oggi giorno accessibili anche ai più svantaggiati impazzano: per alcuni temerari che, rottisi  i coglioni di precariare e di provvigioni inesistenti, di carote agitate davanti al muso per tirar la soma, ecco che si riscoprono professioni antiche come il truffatore, lo spacciatore, il lenone, il giocatore d’azzardo, il riscossore di crediti, il trafficante, il corriere, il leccaculo, il tirapiedi, il puttano e la puttana… tutti lavori per i quali si richiede una certa presenza di spirito. Alcuni stupiscono ancora: un attimo prima della guerra civile, forse si troverà anche il coraggio di delinquere prima di morire d’inedia o scannarsi per strada? Cosa pensavano di ottenere i maghi della finanza generando masse di disperati? 

A costoro sfugge una basilare regola del gioco del consumismo, che è quella per cui serve una massa enorme di consumatori sufficientemente agiati per poter acquistare le merci.

Quest’ultima considerazione mi sembrava tutto sommato banale: invece andando a documentarmi ho scoperto che capoccioni (il)lustri autorevoli e nomati, dopo indagini e studi e statistiche, son pervenuti alla medesima conclusione: diamo la parola all’esperto, http://www.beppegrillo.it/2012/07/la_globalizzazione_e_la_causa_della_crisi.html#*sg3*

È tempo di andare in vacanza! Di prendersi le ferie da questa crisi costruita a tavolino ed artatamente prolungata. Vacanze senza soldi, fatte di passeggiate in montagna, in campagna, in città, al mare, senza portafoglio in tasca. 

Alla buona: niente roba superflua. Niente sbronze ed aperitivi inutili. Niente ristoranti di merda. Niente cuffie nelle orecchie, niente camminate ridicole in tutina movendo le braccia come pinocchio. Camminare a lungo, guardandosi intorno, gustandosi il paesaggio, i suoni, gli odori, con la mente pulita: passeggiare per molte ore, senza pretese, senza meta, non per fuggire, ma per tornare a casa ritemprati nello spirito e vedere le cose da un’angolazione diversa. Passeggiare alla Thoreau, per ribellarsi, soprattutto ribellarsi ai nostri falsi concetti di benessere. 

Passeggiare non per fitness, non per ingrossare qualche muscolo semi-atrofizzato dalla vita sedentaria, non per concentrarsi su se stessi nel solito giochino egocentrico, ma per perdere i confini di un Io angusto e spurgarlo dalle stronzate con cui lo abbiamo saturato.

Passeggiare come un disoccupato: come si dice? Essere a spasso. Passeggiare energicamente, ma senza fretta, fermandosi a caso per guardare con attenzione estrema il paesaggio, l’orlatura dei monti, la fibrillazione del fogliame, ascoltando le complesse sinfonie di insetti e uccelli… 


Solvitur ambulando.

venerdì 3 ottobre 2014

Breaking balls





Marcello Marchesi diceva “Mangiate merda, milioni di mosche non possono sbagliare.” 
In ottemperanza a questa regola aurea, mi sono anch’io allineato, ed ho cominciato a vedere “Breaking Bad”, la serie più osannata degli ultimi dieci anni che fino ad oggi avevo istintivamente disdegnato. A ragion veduta.

La serie tratta di droga, argomento da sempre, ruffiano: piace a chi ne fa uso perchè sdrammatizza e pone la dipendenza da sostanze in una prospettiva non moralistica e simpatica, di scanzonato anticonformismo. Piace ai bacchettoni perchè trovano sfogo alla loro morbosità. Certo: parlare di droga è un tòpos, come parlare di morte, di amore, di malattia. Infatti, per soprannumero, gli arguti sceneggiatori della serie, hanno aggiunto anche il tema della malattia terminale, così da imprimere maggior urgenza narrativa alla sconclusionata serie di eventi cui assistiamo.

Ho visto tre puntate e probabilmente mi fermerò qui: sono ingiusto, lo so, dovrei bere l’amaro calice fino in fondo, ma come si diceva una volta “sono solo canzonette” - e questo è solo un telefilm sopravvalutato. Fatevene una ragione.

Premetto a mia discolpa, che non mi pongo su un piano di superiorità intellettuale, ma che, au contraire, non sono esente dalla fascinazione del marketing televisivo: pur non avendo la TV spesso mia moglie ed io ci rechiamo da nostra cognata per vedere qualche deliziosa boiata, come “X factor” o “Walking Dead”  che hanno fra alti e bassi, l’indubbio merito di essere a tratti divertenti. 

Ho visto tre puntate, dicevo, e la prima cosa che mi ha infastidito è l’indeterminazione in cui da subito la serie sguazza: è una farsa ? (inizia come tale con un camper in fuga nel deserto guidato da un tizio in mutande con maschera antigas) è un dramma ? (il cancro, la malattia del figlio disabile) è volutamente grottesco? Vuol essere iperrealista? Tenta per  certo lo stereotipo di ciascuno di questi registri, senza trovare una via, alla ricerca del favore del suo pubblico. Non è “quantistico”: ce prova, senza guizzi tarantiniani, anarcoide ma scialbo. Anche le scene più crude e disturbanti sono di maniera. Il modello è l’ “eccessivo prevedibile ed autorizzato” come certo heavy metal da MTV. C’è gran mestiere, ma non sono citazioni appassionate da pulp sofisticato anni 90: tutto sa solo noiosamente di già visto. Insomma, non mi si è accesa nessuna lampadina. 
Sarò fulminato io?

Paragoniamo “BB” a “Walking Dead” altra serie di successo della stessa AMC.

Permettetemi però prima un'occhiuta premessa: si parla di "standard" narrativi; così come negli standard produttivi di una canzonetta c’è un tema, un refrain, lo special e la conclusione e tutto deve stare nei canonici 3 minuti e mezzo del radio edit, lo stesso accade per la fiction televisiva. Stiamo parlando di “prodotti industriali" in cui poco o nulla  è concesso di artigianale o peregrino. Dobbiamo affrontare la faccenda avendo ben chiaro questo aspetto.

Il che vuol dire che esistono metodi, tecniche rodate, di pubblico dominio, che possono essere apprese nei corsi per scrittura creativa, per stendere la sceneggiatura e farne il trattamento; che esistono moduli e griglie standard per disegnare lo storyboard, una terminologia per definire i movimenti di macchina e tradurre tutte queste informazioni in immagini in movimento.  E fin qui siamo nella tecnica, poi c'è il mercato e le sue leggi  non scritte ma imprescindibili. 

Ogni volta che noi guardiamo un programma televisivo guardiamo uno spot; l'età dell'innocenza, del servizio pubblico e degli sceneggiati è tramontata in via definitiva. Scordatevi il culturale: tutto è ricreativo. 

Il prodotto finito dovrà contenere sempre determinate situazioni, come i muffin di "Casinò" (in ogni puntata di Walking Dead ad esempio ci deve essere sempre almeno una scena di combattimento con gli zombi) e rientrare in un tempo (una puntata non può essere di 25 minuti ed una di 48… tutte devono essere di 45 minuti) ma deve anche essere a tratti "noioso", avere doti sedative per rendere più veicolante il messaggio pubblicitario che incorpora nella sua programmazione, i cui inserti sono previsti nel montaggio stesso delle singole puntate con interruzioni del flusso narrativo tali da posticipare la conclusione dell'azione in corso solo nel "dopo la pubblicità" così da mantenere costante la tensione evitando di rendere le singole sequenze autoconclusive. 

Questo è molto chiaro quando si vede un programma televisivo senza stacchi pubblicitari (stacchi appunto) - ci sono proprio delle interruzioni e delle riprese tipo riassunto che risulterebbero, cinematograficamente ridondanti. Invece sono funzionali al ciclo "noia, sonnolenza, risveglio, tensione, noia" che occorre per rendere più incisivo il messaggio commerciale. 

Per queste ragioni il prodotto deve incontrare le aspettative del telespettatore e non deluderlo mai. Non c'è molta differenza sotto questo aspetto fra "BB" e Don Matteo. Entrambi sono funzionali a un mercato di riferimento ed adottano le stesse dinamiche di fascinazione.

Anche in questa serie che vorrebbe essere alternativa e disturbante,  si riscontrano gli stereotipi classici della narrativa per immagini americana. Ci sono i cattivi e i buoni, ci sono le puntate riempitive, i “brodi allungati”, la noia che prepara un qualche colpo di scena per altro prevedibile perchè atteso, o l'invincibile cecagna prevista da contratto.

Esiste già, per altro, un "genere disturbante" (o una catergoria merceologica?) contemplato dal mercato televisivo, di cui evidentemente BB è il cavallino vincente: è iniziata con i Soprano, serie shock sulla mafia, ed è andata avanti con Californication, Nip & Tuck etc… i telefilm hanno iniziato ad esplorare il torbido come mai prima; il sesso, la droga, il crimine (puritanamente apparentati) sfacciatamente, in chiave di commedia: potendone anche ridere. Esistevano già l'hard boiled, il poliziesco, il noir, ma si esprimevano con pudore o con gravità. O sarebbe meglio dire, con eleganza?

Esiste ancora nel mondo mercantile una dignità di contenuti?

Walking Dead parla di zombie: se gli zombie ora sono ahinoi, una moda dilagante, che sta prendendo le più ridicole ed inutili derive, lo dobbiamo anche a Walking Dead, che ha “sdoganato” un tema da sempre marginale, roba da nerd e da b-movie, e lo ha reso interessante al grande pubblico mainstream, grazie ad una sapiente regia, ad una prima serie fulminante che ha fidelizzato milioni di telespettatori: agli appassionati del genere non è sfuggito che in realtà Walking Dead è un frullato di citazioni tratte dai vari zombie movies, da Romero a 28 Giorni Dopo. Questo perchè Walking Dead è tratto da una serie a fumetti americana, disegnata in omaggio al genere zombie, dove si è fatto un potpourri del meglio del meglio di quest’immaginario. 

BB invece parla di droga tout-court
Ha pretese di realismo? Tenta la carta nevrotica dei fratelli Coen
Ce prova: un prodotto confezionato per piacere ai trasgressivi col patentino, a quelli che si vestono strani, che si sconvolgono ma stanno sempre con un piede nella normalità condivisa, e riescono sempre a cavarsela. Un prodotto totalmente Hipster. Assistiamo impotenti alla genesi di un'operazione di mercato fra le più inautentiche e artificiose, con cui, col tempo, dovremo imparare a familiarizzare, pena l'essere invisi ai nostri stessi sodali e additati come pazzi ("ma come non ti piace BB?!?") : la Creazione a Tavolino di un Cult. 

Appurato che la massa crescente di hipsterici esige Cult e bizzarrie ogni giorno sempre nuove, l’industria si impegna di buzzo buono per accontentarli.
Mi si obietterà che “anche walking dead allora…” - non è così: walking dead era già un fumetto cult, dove per cult intendo fenomeni culturali marginali che generino spontaneamente clamore e interesse. 

Più da nerd che da hipster, ecco. 

Sottile ma rimarchevole differenza: l’hipster nel suo “wannabeismo” a 360 gradi, cannibalizza anche lo stile nerd, ma è troppo figo dentro per diventare un autentico sfigato. Un finto perdente che ha terrore di perdere, in primis, il suo fascino da understatement. Soprattutto l’hipster ha totalmente abdicato alla sua spontaneità, cosa che il nerd anche volendo, non potrebbe mai perdere. 

Questioni di lana caprina.

Tornando allo “specifico filmico” forse il paragone più corretto sarebbe con altre serie sfacciatamente “marketing”, come Fringe, o Lost, del furbissimo Giggi Abrams; ma non c’è gara. Stanno orgogliosamente nel “genere” e lo stravolgono dall’interno compiendo un'operazione diametralmente opposta alla lisciata stilosa. Sicuramente Fringe è così. 
Lost purtroppo dalla terza serie in poi si è “intorcinato” su se stesso; si è aggrovigliato in un nodo insolubile, tagliato gordianamente da un finale scontato. 
In ogni caso chapeau, perchè si è cercato di propinare al telespettatore non quello che si aspettava, ma qualcosa che lo meravigliasse. Ce prova anche Giggi, ma in tutt'altro senso. Un infingardo, ma mai un piacione.

Riconosco a BB delle soluzioni registiche intelligenti, come la faccenda del piatto rotto alla terza puntata della prima serie, ma per il resto lo trovo noioso, furbesco, vuoto, stiloso e soprattutto ruffiano.
Ed io, più che le commercialate sfacciate, quello che odio di più sono i ruffiani: i mano ciao, i bandabarzotto, i regghettoni, i tarantolati, quelli che cavalcano le mode, la politica, che si aggrappano ai treni umanitari, che pensano che il successo, o il Cult, siano ricreabili a tavolino; alchimisti sciocchi alla cui formidabile ricetta manca sempre un ingrediente. L’autenticità.

Tireranno fuori sempre un prodotto antipatico, come quei prodotti finto-biologici con il packaging avana e il lettering verde foglia, che sotto la “buccia” è la solita fuffa fatta in serie.  Più che la cupidigia pare essere la vergogna di quel che siamo davvero a renderci disonesti.

Aldilà della confezione curatissima, tipica dei prodotti americani, delle indubbie capacità recitative del protagonista etc… su tutto BB prevale quel sottinteso insistente “ti devo piacere per forza: sono figo, parlo di droga, senti che colonna sonora figa che ho” 

Purtroppo per questi signori del marketing, i cult e la qualità vera esistono ancora: anche nel mondo commerciale. Citavo Fringe, a tal proposito, ed anche Walking Dead, che nonostante alcuni episodi soporiferi dovuti alla serialità forzata, hanno una loro indiscutibile dignità di fondo. 

Ma su tutti, primeggia incontrastato “True Detective”
Qui assistiamo ad una produzione magistrale con una qualità artistica elevatissima: dialoghi pertinenti ma psichedelici, sempre croccanti e gustosi, uno script intrigante e pervasivo, portato sullo schermo da un regia perfetta nei tempi, nelle inquadrature, nel ritmo generale impresso alle immagini. 
Una macchina da guerra. Nun ce prova, ce fa.

Una miniserie di poche puntate. Non certo un fiume in piena che deve riempire 6 o 7 stagioni. Ma preferisco perdere così il mio tempo che dietro alle artatamente sgangherate vicende di un prof di chimica malato di cancro che decide di diventare Tony Montana, col nobile intento di far ricca la famigliola prima della sua dipartita. 

Perchè non ci dimentichiamo che l’America puritana con i suoi propositi edificanti è sempre là, che pullula, anche sotto tanto cinismo a buon mercato. Preferisco la totale assurdità dei morti che camminano, e la totale mancanza di speranze che sta abbrutendo i personaggi di Walking Dead. 

Ma su tutti preferisco True Detective, che tanto per cominciare, come evidenzia il titolo stesso, è "vero"…  vero perchè genuino nelle sue note oniriche da sogno oppiaceo: è un prodotto televisivo certo, ma di pasta più fine, ricercato senza affettazione, nei suoi colti riferimenti alla letteratura fantastica americana di Robert W. Chambers ( The King in Yellow ) tutti da scoprire come in una bellissima caccia ai tesori, di cui gli autori hanno voluto disseminare il tessuto narrativo, senza mai annoiare, senza porsi in cattedra. Un potente stimolo alla curiosità che ti trascina in un universo parallelo, straniante ed iperreale…  come non mi accadeva dai tempi irripetibili di “Twin Peaks” o “The Kingdom” …beh, non così delirante: sempre misurato. 

BB ha forse una qualche qualità ipnotica, data dalla curiosità per le metamorfosi, che è di per sè ovvia e connaturata all’esperienza umana. Vediamo cosa mi diventa il prof di chimica… e cosa diventerà mai se non un criminale? Piace tuttavia oziosamente, vederne i passaggi che si snodano con sapienza, sottolineati dalla colonna sonora molto "alternative"…
Ma come certi abili esercizi di stile, acrobazie e giochi di prestigio, non lascia nulla. 

Ideale per prender sonno dopo una giornata stressante. 


Sempre meglio degli psicofarmaci.