venerdì 3 ottobre 2014

Breaking balls





Marcello Marchesi diceva “Mangiate merda, milioni di mosche non possono sbagliare.” 
In ottemperanza a questa regola aurea, mi sono anch’io allineato, ed ho cominciato a vedere “Breaking Bad”, la serie più osannata degli ultimi dieci anni che fino ad oggi avevo istintivamente disdegnato. A ragion veduta.

La serie tratta di droga, argomento da sempre, ruffiano: piace a chi ne fa uso perchè sdrammatizza e pone la dipendenza da sostanze in una prospettiva non moralistica e simpatica, di scanzonato anticonformismo. Piace ai bacchettoni perchè trovano sfogo alla loro morbosità. Certo: parlare di droga è un tòpos, come parlare di morte, di amore, di malattia. Infatti, per soprannumero, gli arguti sceneggiatori della serie, hanno aggiunto anche il tema della malattia terminale, così da imprimere maggior urgenza narrativa alla sconclusionata serie di eventi cui assistiamo.

Ho visto tre puntate e probabilmente mi fermerò qui: sono ingiusto, lo so, dovrei bere l’amaro calice fino in fondo, ma come si diceva una volta “sono solo canzonette” - e questo è solo un telefilm sopravvalutato. Fatevene una ragione.

Premetto a mia discolpa, che non mi pongo su un piano di superiorità intellettuale, ma che, au contraire, non sono esente dalla fascinazione del marketing televisivo: pur non avendo la TV spesso mia moglie ed io ci rechiamo da nostra cognata per vedere qualche deliziosa boiata, come “X factor” o “Walking Dead”  che hanno fra alti e bassi, l’indubbio merito di essere a tratti divertenti. 

Ho visto tre puntate, dicevo, e la prima cosa che mi ha infastidito è l’indeterminazione in cui da subito la serie sguazza: è una farsa ? (inizia come tale con un camper in fuga nel deserto guidato da un tizio in mutande con maschera antigas) è un dramma ? (il cancro, la malattia del figlio disabile) è volutamente grottesco? Vuol essere iperrealista? Tenta per  certo lo stereotipo di ciascuno di questi registri, senza trovare una via, alla ricerca del favore del suo pubblico. Non è “quantistico”: ce prova, senza guizzi tarantiniani, anarcoide ma scialbo. Anche le scene più crude e disturbanti sono di maniera. Il modello è l’ “eccessivo prevedibile ed autorizzato” come certo heavy metal da MTV. C’è gran mestiere, ma non sono citazioni appassionate da pulp sofisticato anni 90: tutto sa solo noiosamente di già visto. Insomma, non mi si è accesa nessuna lampadina. 
Sarò fulminato io?

Paragoniamo “BB” a “Walking Dead” altra serie di successo della stessa AMC.

Permettetemi però prima un'occhiuta premessa: si parla di "standard" narrativi; così come negli standard produttivi di una canzonetta c’è un tema, un refrain, lo special e la conclusione e tutto deve stare nei canonici 3 minuti e mezzo del radio edit, lo stesso accade per la fiction televisiva. Stiamo parlando di “prodotti industriali" in cui poco o nulla  è concesso di artigianale o peregrino. Dobbiamo affrontare la faccenda avendo ben chiaro questo aspetto.

Il che vuol dire che esistono metodi, tecniche rodate, di pubblico dominio, che possono essere apprese nei corsi per scrittura creativa, per stendere la sceneggiatura e farne il trattamento; che esistono moduli e griglie standard per disegnare lo storyboard, una terminologia per definire i movimenti di macchina e tradurre tutte queste informazioni in immagini in movimento.  E fin qui siamo nella tecnica, poi c'è il mercato e le sue leggi  non scritte ma imprescindibili. 

Ogni volta che noi guardiamo un programma televisivo guardiamo uno spot; l'età dell'innocenza, del servizio pubblico e degli sceneggiati è tramontata in via definitiva. Scordatevi il culturale: tutto è ricreativo. 

Il prodotto finito dovrà contenere sempre determinate situazioni, come i muffin di "Casinò" (in ogni puntata di Walking Dead ad esempio ci deve essere sempre almeno una scena di combattimento con gli zombi) e rientrare in un tempo (una puntata non può essere di 25 minuti ed una di 48… tutte devono essere di 45 minuti) ma deve anche essere a tratti "noioso", avere doti sedative per rendere più veicolante il messaggio pubblicitario che incorpora nella sua programmazione, i cui inserti sono previsti nel montaggio stesso delle singole puntate con interruzioni del flusso narrativo tali da posticipare la conclusione dell'azione in corso solo nel "dopo la pubblicità" così da mantenere costante la tensione evitando di rendere le singole sequenze autoconclusive. 

Questo è molto chiaro quando si vede un programma televisivo senza stacchi pubblicitari (stacchi appunto) - ci sono proprio delle interruzioni e delle riprese tipo riassunto che risulterebbero, cinematograficamente ridondanti. Invece sono funzionali al ciclo "noia, sonnolenza, risveglio, tensione, noia" che occorre per rendere più incisivo il messaggio commerciale. 

Per queste ragioni il prodotto deve incontrare le aspettative del telespettatore e non deluderlo mai. Non c'è molta differenza sotto questo aspetto fra "BB" e Don Matteo. Entrambi sono funzionali a un mercato di riferimento ed adottano le stesse dinamiche di fascinazione.

Anche in questa serie che vorrebbe essere alternativa e disturbante,  si riscontrano gli stereotipi classici della narrativa per immagini americana. Ci sono i cattivi e i buoni, ci sono le puntate riempitive, i “brodi allungati”, la noia che prepara un qualche colpo di scena per altro prevedibile perchè atteso, o l'invincibile cecagna prevista da contratto.

Esiste già, per altro, un "genere disturbante" (o una catergoria merceologica?) contemplato dal mercato televisivo, di cui evidentemente BB è il cavallino vincente: è iniziata con i Soprano, serie shock sulla mafia, ed è andata avanti con Californication, Nip & Tuck etc… i telefilm hanno iniziato ad esplorare il torbido come mai prima; il sesso, la droga, il crimine (puritanamente apparentati) sfacciatamente, in chiave di commedia: potendone anche ridere. Esistevano già l'hard boiled, il poliziesco, il noir, ma si esprimevano con pudore o con gravità. O sarebbe meglio dire, con eleganza?

Esiste ancora nel mondo mercantile una dignità di contenuti?

Walking Dead parla di zombie: se gli zombie ora sono ahinoi, una moda dilagante, che sta prendendo le più ridicole ed inutili derive, lo dobbiamo anche a Walking Dead, che ha “sdoganato” un tema da sempre marginale, roba da nerd e da b-movie, e lo ha reso interessante al grande pubblico mainstream, grazie ad una sapiente regia, ad una prima serie fulminante che ha fidelizzato milioni di telespettatori: agli appassionati del genere non è sfuggito che in realtà Walking Dead è un frullato di citazioni tratte dai vari zombie movies, da Romero a 28 Giorni Dopo. Questo perchè Walking Dead è tratto da una serie a fumetti americana, disegnata in omaggio al genere zombie, dove si è fatto un potpourri del meglio del meglio di quest’immaginario. 

BB invece parla di droga tout-court
Ha pretese di realismo? Tenta la carta nevrotica dei fratelli Coen
Ce prova: un prodotto confezionato per piacere ai trasgressivi col patentino, a quelli che si vestono strani, che si sconvolgono ma stanno sempre con un piede nella normalità condivisa, e riescono sempre a cavarsela. Un prodotto totalmente Hipster. Assistiamo impotenti alla genesi di un'operazione di mercato fra le più inautentiche e artificiose, con cui, col tempo, dovremo imparare a familiarizzare, pena l'essere invisi ai nostri stessi sodali e additati come pazzi ("ma come non ti piace BB?!?") : la Creazione a Tavolino di un Cult. 

Appurato che la massa crescente di hipsterici esige Cult e bizzarrie ogni giorno sempre nuove, l’industria si impegna di buzzo buono per accontentarli.
Mi si obietterà che “anche walking dead allora…” - non è così: walking dead era già un fumetto cult, dove per cult intendo fenomeni culturali marginali che generino spontaneamente clamore e interesse. 

Più da nerd che da hipster, ecco. 

Sottile ma rimarchevole differenza: l’hipster nel suo “wannabeismo” a 360 gradi, cannibalizza anche lo stile nerd, ma è troppo figo dentro per diventare un autentico sfigato. Un finto perdente che ha terrore di perdere, in primis, il suo fascino da understatement. Soprattutto l’hipster ha totalmente abdicato alla sua spontaneità, cosa che il nerd anche volendo, non potrebbe mai perdere. 

Questioni di lana caprina.

Tornando allo “specifico filmico” forse il paragone più corretto sarebbe con altre serie sfacciatamente “marketing”, come Fringe, o Lost, del furbissimo Giggi Abrams; ma non c’è gara. Stanno orgogliosamente nel “genere” e lo stravolgono dall’interno compiendo un'operazione diametralmente opposta alla lisciata stilosa. Sicuramente Fringe è così. 
Lost purtroppo dalla terza serie in poi si è “intorcinato” su se stesso; si è aggrovigliato in un nodo insolubile, tagliato gordianamente da un finale scontato. 
In ogni caso chapeau, perchè si è cercato di propinare al telespettatore non quello che si aspettava, ma qualcosa che lo meravigliasse. Ce prova anche Giggi, ma in tutt'altro senso. Un infingardo, ma mai un piacione.

Riconosco a BB delle soluzioni registiche intelligenti, come la faccenda del piatto rotto alla terza puntata della prima serie, ma per il resto lo trovo noioso, furbesco, vuoto, stiloso e soprattutto ruffiano.
Ed io, più che le commercialate sfacciate, quello che odio di più sono i ruffiani: i mano ciao, i bandabarzotto, i regghettoni, i tarantolati, quelli che cavalcano le mode, la politica, che si aggrappano ai treni umanitari, che pensano che il successo, o il Cult, siano ricreabili a tavolino; alchimisti sciocchi alla cui formidabile ricetta manca sempre un ingrediente. L’autenticità.

Tireranno fuori sempre un prodotto antipatico, come quei prodotti finto-biologici con il packaging avana e il lettering verde foglia, che sotto la “buccia” è la solita fuffa fatta in serie.  Più che la cupidigia pare essere la vergogna di quel che siamo davvero a renderci disonesti.

Aldilà della confezione curatissima, tipica dei prodotti americani, delle indubbie capacità recitative del protagonista etc… su tutto BB prevale quel sottinteso insistente “ti devo piacere per forza: sono figo, parlo di droga, senti che colonna sonora figa che ho” 

Purtroppo per questi signori del marketing, i cult e la qualità vera esistono ancora: anche nel mondo commerciale. Citavo Fringe, a tal proposito, ed anche Walking Dead, che nonostante alcuni episodi soporiferi dovuti alla serialità forzata, hanno una loro indiscutibile dignità di fondo. 

Ma su tutti, primeggia incontrastato “True Detective”
Qui assistiamo ad una produzione magistrale con una qualità artistica elevatissima: dialoghi pertinenti ma psichedelici, sempre croccanti e gustosi, uno script intrigante e pervasivo, portato sullo schermo da un regia perfetta nei tempi, nelle inquadrature, nel ritmo generale impresso alle immagini. 
Una macchina da guerra. Nun ce prova, ce fa.

Una miniserie di poche puntate. Non certo un fiume in piena che deve riempire 6 o 7 stagioni. Ma preferisco perdere così il mio tempo che dietro alle artatamente sgangherate vicende di un prof di chimica malato di cancro che decide di diventare Tony Montana, col nobile intento di far ricca la famigliola prima della sua dipartita. 

Perchè non ci dimentichiamo che l’America puritana con i suoi propositi edificanti è sempre là, che pullula, anche sotto tanto cinismo a buon mercato. Preferisco la totale assurdità dei morti che camminano, e la totale mancanza di speranze che sta abbrutendo i personaggi di Walking Dead. 

Ma su tutti preferisco True Detective, che tanto per cominciare, come evidenzia il titolo stesso, è "vero"…  vero perchè genuino nelle sue note oniriche da sogno oppiaceo: è un prodotto televisivo certo, ma di pasta più fine, ricercato senza affettazione, nei suoi colti riferimenti alla letteratura fantastica americana di Robert W. Chambers ( The King in Yellow ) tutti da scoprire come in una bellissima caccia ai tesori, di cui gli autori hanno voluto disseminare il tessuto narrativo, senza mai annoiare, senza porsi in cattedra. Un potente stimolo alla curiosità che ti trascina in un universo parallelo, straniante ed iperreale…  come non mi accadeva dai tempi irripetibili di “Twin Peaks” o “The Kingdom” …beh, non così delirante: sempre misurato. 

BB ha forse una qualche qualità ipnotica, data dalla curiosità per le metamorfosi, che è di per sè ovvia e connaturata all’esperienza umana. Vediamo cosa mi diventa il prof di chimica… e cosa diventerà mai se non un criminale? Piace tuttavia oziosamente, vederne i passaggi che si snodano con sapienza, sottolineati dalla colonna sonora molto "alternative"…
Ma come certi abili esercizi di stile, acrobazie e giochi di prestigio, non lascia nulla. 

Ideale per prender sonno dopo una giornata stressante. 


Sempre meglio degli psicofarmaci.

2 commenti:

  1. Coincidenze: proprio in questo giorni ho visto la prima puntata di True Detective. Non ho Sky per cui penso che il resto me lo dovrò vedere tra qualche mese. Sì, c'è in questa serie qualcosa di diverso. In rete ci sono già belle discussioni filosofiche su TD, sembra che investa aspettiprofondi della filosofia e cultura contemporanei.
    Forse è un'esagerazione, forse no.
    E' un fatto che le serie TV americane sono quanto di più vicino a un compendio del pensiero socio filosofico di questo inizio secolo.
    CI fanno e ci sono insieme. Chi li crea sa il fatto suo e perlomeno ha fatto delle letture di spessore. Gli sceneggatori di Un posto al sole, al confronto, sono rimasti a Camilleri e Fabio Volo, sia detto senza nessun rispetto per i due.

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  2. Ciao Massimo,

    ti consiglio di vedere TD in lingua originale e sottotitoli su cineblog01: la voce autentica di Woody Harrelson e Matthew Mcconaughey sono un altro motivo per apprezzare ulteriormente la Visione di questa ottima serie.

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