venerdì 17 ottobre 2014

Info





L’informazione è finzione: mettiamoci l’anima in pace. Novelle narrate a veglia. Niente di più, niente di meno. Un arte o più spesso un artificio.

La pretesa oggettività dei fatti è smentita ancor prima che dalla malafede, dall’impossibilità (oggettiva) dei nostri organi di senso di acquisire un dato per quel che è. 

L’acquisizione stessa del dato è un atto creativo: accade qualcosa e l’unica speranza di restituirlo all’oggettività è che non abbia testimoni e resti imprigionato con il gatto di Schrödinger nella scatola. 

Chi, cosa, quando, dove, perchè: il giornalismo anglosassone per limitare al massimo la stortura connaturata alla narrazione si diede la regola delle 5 W. Circostanziare ed attenersi ai fatti. 

Seppur di derivazione romana, questa sana attitudine a limitare le distorsioni derivanti dal riportatare una notizia, in Italia è stata completamente disattesa: nel giornalista italiano palpita un virtuoso del corsivo, un’interprete acuto della realtà che puntualmente tratteggia in funzione di un suo alto ideale o del suo cospicuo emolumento. 

Non c’è da biasimarlo: la lingua italiana è malleabile e barocca, generosamente contaminata, ed essendo allo stesso tempo una convenzione, un’invenzione letteraria, lirica ed operistica, una lingua di regime, da comunicato, da editto, da elzeviro, da poemetto, ode e perchè no, epitaffio, ben si presta a questo gioco. 

Manganelli, Gadda, Zavattini, Pasolini, Ottieri: tutti questi grandi sperimentatori hanno messo in evidenza le potenzialità plastiche della lingua italiana, la sua promiscuità con il nebuloso, le follia latente nei suoi arzigogoli da burocrate, nell’infinito eccepire del politico, l'entropica selva dei pacati distinguo… si presta bene al cavillare, appassionando in egual misura l'esattore e l'istrione. 

I politici italiani (un po' esattori, un po' istrioni), nelle loro innumeri apparizioni televisive, diguazzano in questa materia, alternando il proverbio al latinorum, il popolare e l'aulico, il “mi consenta” e il “cazzo dici” nell’esercizio virtuosistico dell’eloquenza che amano dispiegare a sostegno delle loro banderuole.

Sappiamo di assistere ad una rappresentazione; è concitazione da trance agonistica, è l’estasi del musicista rapito nei suoi assolo; è l’adrenalina che sgorga dalla boria, dal compiacimento per il proprio ego ipertrofico: la faccia di bronzo e la sua più adeguata rima…

Se assistessimo infatti ad una vera discussione, ad un certo punto, si perverrebbe ad un compromesso, ad un'evoluzione, alla dimostrazione della bontà di una delle tesi esposte che sulle altre avrebbe la meglio: ci si ascolterebbe, ma questo puntualmente non accade mai. 
L’ascolto serve solo ad affilare le armi per trovare la falla nell’altrui impianto retorico.

Ci dilettiamo di tanta plasticità, e ci rendiamo conto, scrivendo, di come la lingua stessa esprima un suo pensiero e ti trascini per i meandri suoi, di come si rendano sconvenienti certe formule recise, come in inglese;  nell’uso stesso della lingua italiana c’è l’invito alla morbidezza, alla convoluzione, al panneggio: se si vuol scuotere e disgustare i borghesi un “fuck off” non basta, troppo secco, diretto, elementare. 

I diktat, gli slogan secchi e avvincenti da noi suonano fascistoidi e demodé come il d’annunziano “me ne frego”.

Ci trastulliamo con questo pongo di parole, di neologismi, arcaicismi, forme dialettali e gergali, per ricondurre il segno al suono, alla sua economia di armonie e dissonanze, che senza pretesa di infallibilità, vanno a circoscrivere il vero o la rivelazione, definendola per difetto. Perchè quel che conta è la musicalità; son prove da pifferaio magico.

Un autentico inno all’inesattezza ed all’approssimazione su cui influiscono infinite variabili: per esempio, si pensi a certe pagine scritte in furia, scritte a mano intendo, a come perdano talvolta del tutto la loro forza una volta battute a macchina. La tipografia, arte esatta, nel bene o nel male, asciuga, riporta al nocciolo delle parole, dei concetti, e li recinta fra grazie e bastoni, nell’interlinea regolare, nelle crenature esperte e nelle legature, e se un’idea è troppo instabile, vaga, acerba o scontata, viene invariabilmente annientata dal carattere di stampa. 

I poeti e gli scrittori della beat generation scrivevano sempre a macchina: mi chiedo se lo facessero per non dissipare nella fisicità del tratto, l’intensità che non doveva esondare dalla parola, nel ghiribizzo e nel gesto meccanicamente maudit. 

La scelta dello strumento era basilare: chi preferiva una Remington, chi una Olivetti… come pianoforti di marche diverse, simili ma mai uguali. Una questione di timbrica. Di “carattere” si direbbe…

Quello che scrivo è generalmente lo spartito di una voce che ascolto nella mia testa, talvolta chiara, puntuale, precisa. Altre volte si perde, come un segnale radio disturbato, o si disarticola nel verso d’animale, nel rumore bianco. La scrittura, nel descrivere la voce, denuncia le sue necessarie limitazioni originali: non dimentichiamoci che nacque per registrare le giacenze di magazzino dei Sumeri. Eran tacche per contare capi di bestiame, e divenennero simboli con cui enumerare orci ed anfore. Da allora si è evoluta e raffinata, e riesce con gli stessi segni, a descrivere stati d'animo complessi, enunciare teoremi e cosa più importante propagare l'informazione che racchiude a chiunque sappia interpretare questi segni.

Si rende necessario tuttavia un secondo livello d’interpretazione. 
Nelle chat si usano le emoticon per circostanziare le nostre affermazioni ed evitare malintesi. Sarebbe piuttosto bizzarro un articolo di giornale o un libro scritto con le emoticon: perchè (voglio sperare) non son frasi buttate lì nel botta e risposta, ma il frutto di un’elaborazione complessa, di una ponderata riflessione.

E così torniamo all’inizio: l’informazione è finzione, anche se in buona fede, perchè non si può trascrivere la realtà come fenomeno oggettivo. Non se ne prende il calco: si ricopia come in un disegno dal vero, con maggior o minore talento, sempre interpretando, mettendoci del nostro.

La realtà è l’insieme di fenomeni molteplici che osserviamo, che si accavallano, si confondono, e che a nostra volta confusamente, viziosamente, puntigliosamente, trasmettiamo. 

L’unico aspetto che dobbiamo considerare con attenzione è l'arroganza di chi proclama unilateralmente la propria versione dei fatti come Verità; questo farsi istituzione e porsi sul piano dell’indiscutibilità, va ben oltre il dirsi seri. Dichiararsi Verità perchè la nostra voce viene veicolata da una certo media, crea quel fenomeno penoso di cui tutti però siamo vittime: 

“l’ho visto in televisione” - “l’ho letto sul giornale” - “L’ho sentito alla radio” - “l’ho letto su internet”

C’è un candore che amo in queste affermazioni: fiduciosi come bambini nelle proprie istituzioni \ media, non si pensa mai, nemmeno per un attimo che queste possano essere approssimative, viziate, distorte: c’è senso civico in questa accondiscendenza, non è passività! Si accetta la certificazione d’autenticità perchè proveniente da un certo canale informativo accreditato… e Il gatto di Schrodinger si morde la coda. 

La consapevolezza di fondo che l’informazione è di per se narrazione, che è faziosa, inesatta, intessuta della personalità strabordante di certi giornalisti, non vuole essere un invito all’iconoclastia, alla distruzione del Falso Verbo: lasciamo crociate e jihad a chi pensa di imporre le proprie parziali ricette di salvezza e verità al mondo; l’informazione perviene come altri milioni di stimoli ai nostri organi di percezione. Andiamo oltre.  

Le notizie hanno l’indubbio merito dell’impermanenza, di attenere all'attuale ed al dimenticabile, di essere in fondo la forma evoluta della chiacchiera da bar. 
Scambio di informazioni: i cani lo fanno annusandosi il culo. 

Enjoy!

Nessun commento:

Posta un commento