venerdì 24 ottobre 2014

Italiani





Cosa sono gli italiani? 
Degli spagnoli ansiosi? Dei portoghesi stanziali, senza colonie né saudade? Dei francesi low-profile? A grandi linee sono dei latini anomali, con tratti di indolenza e brutalità slava, che parlano un idioma artificioso, dalla musicalità indecifrabile, che è impossibile parodiare in altre lingue. L’italiano può essere solo storpiato in originale. 

Del resto l’italiano è lingua operistica e letteraria, che nessuno parla fuor dei telegiornali o dalle conferenze: e persino nelle sedi istituzionali, l’oratoria è pesantemente succube degli influssi dialettali. Bastano pochi chilometri per sentir mutare profondamente la musicalità, gli accenti, i modi di dire. 

Strapaese e terra di campanili; e siccome gli italiani hanno questa avversione giustificatissima verso lor stessi, paese di merda. Mettiamo le mani avanti e diciamocelo da noi. Dallo speaker radiofonico al tamarro, dal body builder all’intellettuale, tutti gli italiani a un certo punto se ne verranno fuori con questa affermazione “L’Italia è un paese di merda”. 

Ora, Il paese, seppur abbondantemente cementificato, sovrappopolato e caotico è sicuramente bello, da lì il Bel Paese; come associare dunque tanta magnificenza alla merda? Una latente coprofilia? No. La merda è da ricercarsi più che nel paesaggio, nel malcostume della popolazione: ma nessuno dirà mai “gli italiani sono gente di merda” che è il vero pensiero che si cela dietro a “paese di merda” e che scaturirebbe nelle più variegate reazioni di sdegno.

Anche questa affermazione, del resto, è generica e non spiega granché: gli italiani come la loro lingua non esistono che per approssimazioni successive. L’italiano si forma nei pressi delle istituzioni, delle scuole, delle banche, degli uffici per poi disgregarsi e ritornare alla sua forma regionale, vernacolare, campanilistica appena se ne allontana. 

Allora dove starebbe la merda? Diciamo che all’italiano vengono riconosciute alcune caratteristiche sgradevoli: la pigrizia, la furberia da simpatico trafficone, la cialtroneria. Queste caratteristiche, come quelle nobili di genialità, acume, senso estetico, si formano e si dissolvono nei pressi di qualche luogo atto a esprimerle. L’italiano è transitorio tout-court.

Perché non esistono gli italiani: ci sono i lombardi, i veneti, i toscani, i liguri, i laziali etc… ed all’interno delle singole regioni troverete i cremonesi, i pistoiesi, i pratesi, i livornesi, i modenesi etc… e persino nelle singole province germoglieranno rivalità fra castella, rioni, località… genti fra di loro diversissime e tutte a loro modo toccate dal fuoco della meschinità, il cui unanime concorso al malaffare, direttamente proporzionale a questa mania di distinguo localistici, genera la compatta e uniforme merda nazionale. 

Notate che anch’io in quanto italiano mi tiro merda addosso scrivendo questo pamphet indecoroso: ma sedotto dall’odierna propensione all’esser sgarbati e tranchant, mi accingo a descrivere, ad uso del foresto o del compatriota smemorato, chi siamo, per generalizzazioni grossolane, caricature, maschere deformi e qualche formidabile tratto su cui amaramente sorridere e riflettere.

Rifacciamoci dal Nord, dai cari “polendoni” e partiamo dalla esile Liguria, questo piccolo Portogallo stretto fra le Alpi ed il mare, e consideriamo i liguri, per esempio i genovesi, gente di un’antipatia raggelante, il che non sarebbe un male; a render grottesca la faccenda è il fatto che si sentano simpatici, con quella parlata cantilenante da piemontese salmastro e intoscanito male. A conforto delle loro illusioni circa l’esser simpatici, è sicuramente il fatto che numerosi comici di talento provengano da quelle terre, personaggi questi, tutti invariabilmente caustici ed antipatici, a dimostrazione di quella strana perversione umana per cui si prova simpatia per chi è sarcastico, odioso e scostante; in ogni caso si parla di una simpatia tecnica, teatrale, non di quella simpatia spontanea che incorre fra i sodali. La leggenda lì vuole oltremodo tirchi ed inospitali e su questo c’è da capirli visto che vivono su uno sgrimolo di terra franosa strappata alle capre e ai pesci. 

Appena sopra, il Piemonte, anchilosato reperto sabaudo di cacio, malghe ed osterie e contemporaneamente patria dell’industrialismo italiano ottonovecentesco, della FIAT e della Olivetti: una schizofrenia gallica, che rispecchia l’anima franzosa di questa regione. I piemontesi come i lor dirimpettai transalpini, sono intrisi di una presunzione cortese, tratto comune di tutti i settentrionali italici che, sentendosi ragionevolmente stranieri in casa loro, ammirano con cupidigia tedeschi, francesi, austriaci, ovvero tutti quei popoli che li ebbero a dominare in passato e da cui hanno appreso la sottile arte dell’esser disagevoli anche a se stessi, e come questi popoli boriosi pensano di far meglio di altri e di essere esenti dalla furberia nazionale. Italianissimi nel dileggiare lo straniero che invidiano e imitano, ostenteranno sempre vezzi mitteleuropei nel porsi su un piano di superiorità rispetto  ai loro connazionali, e questo lì rende patetici. Alle glorie nazionali hanno dato i Savoia (boni, sì) e Macario. Poi hanno stretto le mele e son tornati a pestare barbera e stagionar caciotte, visto che ormai la FIAT ha sede in Olanda e l’Olivetti ha chiuso i battenti. Cerea!

Accanto a loro i Lombardi: in costoro la presunzione piemontese perde ogni parvenza di cortesia; si manifesteranno come gli individui più supponenti che popolano non solo la penisola ma forse l’intero pianeta. Fateci caso: il milanese farà sempre qualcosa meglio e più di voi, lavorerà di più, scoperà di più, mangerà di più, se berrete un bicchier di vino lui ne berrà quattro, se conoscete una bella canzone lui ne conoscerà 10 più belle e inizierà sempre i suoi discorsi con “ Ma va’…” - che è tipo l’ “ O io…” toscano, ma assai più spocchioso. 

La leggenda li vuole work-addicted e la leggenda è vera, poveri loro. Sono i classici che ti stanno simpatici mentre lì vedi e poi appena se ne vanno tiri un respiro di sollievo. Certo la Lombardia, non sono solo i milanesi, ci sono anche i comaschi, i bresciani, i bergamaschi, le risaie, la seducente permeabilità con la Svizzera e i suoi formidabili servizi bancari. C’è l’alacre brianzolo, l’instancabile varesotto, gente operosa: l’immaginarli dediti ai loro mestieri nei caliginosi scenari delle loro terre, insinua sempre anche nell’animo più solare e ben disposto, una nota di inossidabile  tristezza. Volete alimentare in voi il magone? Muovere al pianto in qualche occasione ove sia richiesto ma non ci riuscite? Ebbene, pensate ai palazzoni della periferia meneghina in inverno, o alle campagne avvolte nella foschia dei dintorni, al senso di freddo ed umido che vi si avvinghia alle gambe quando alle 6 del mattino una sveglia sguaiata vi costringe ad abbandonare il lettuccio caldo per recarvi al lavoro; 12 ore di fabbrica o ufficio, esposti alla luce verdognola dei neon, mentre fuori tutto è costantemente grigio. Beh… son cose che stringono il cuore, e rendono anche i più tosti, accigliati e miserabili.

Veniamo ai veneti, che lo dico senza pudore, sono quelli che più mi stanno sul cazzo: i veneti erano un popolo di povera e brava gente, falcidiato dall’epidemie di malaria e dalle esondazioni del Po. Come spesso accade ai popoli perseguitati dalla malasorte, si rifugiarono in una fede bigotta e assoluta, ai limiti dell’integralismo e dopo aver passato secoli ad emigrare per il resto dell’Italia, generalmente dediti a umilissimi mestieri come il muratore o la servetta, sono diventati ricchi durante il boom degli anni ’60 e, come tutti i poveracci che d’improvviso si ritrovino milionari, sono diventati odiosi, avidi e paranoici. 

Nei loro deliri, sostengono di essere un antico popolo, i Padani, e reclamano l’indipendenza. Come il contadino che tiene soldi nel materasso han sempre paura di esser derubati; del resto ad un accrescimento di risorse economiche non necessariamente attiene un cambio o un’evoluzione della mentalità. 
Del resto l’unica traccia di cosmopolitismo rilevabile nella regione, riguardava la sola Venezia, repubblica marinara, mercantile, intraprendente e necessariamente aperta. 

Un tempo: ora, come Firenze e Roma, è ridotta ad essere scenografia per foto ricordo di turisti rincoglioniti, un ambiente proibitivo pervaso regolarmente da maree insidiose, biennali insignificanti, popolato da innumerevoli piccioni, gli unici che riescono evidentemente ad alloggiarvi senza spendere meno di 100 euro a notte; una città dove è impossibile trovare financo una bettola nella quale ingerire qualcosa di vagamente commestibile ad un prezzo che non sia più che esoso. 
Si auspica l’affondamento terapeutico; poiché anche i veneti, tanto onesti e perbenino, non son riusciti a negarsi allo sport nazionale della corruttela, e sul MOSE hanno al par dei tanto disprezzati ladroni-tèroni-romani, rubato e profittato a man bassa. 

Una nota sulla loro lingua: è risaputo che i veneti amano molto bere e le frequenti briscole, che raccattano a suon di prosecchi, hanno modificato qualcosa nei loro geni; così quando parlano il loro dialetto, già di per sé inascoltabile con quelle erre arrotolate e l’anda cantilenante, sembrano sempre ubriachi anche se perfettamente sobri. 

A margine e corollario di queste genti abbiamo i Trentini, i Friulani e i Valdostani: popoli neutrali di montagna e di confine, effettivamente gli unici che si possano dire parzialmente esenti dal malaffare italico. Raccolgono legna, tengon puliti i boschi, fanno edilizia antisismica ed a basso impatto energetico fin dagli anni 70. Certo, definirli italiani è piuttosto complicato se non riduttivo: sono frontalieri e questa è una condizione di ardua decifrabilità.

Infatti, se il cuore altoatesino batte inequivocabilmente nel Tirolo austriaco, o quello Valdostano in Francia, le cose si fanno più complicate con i Friulani, che ereditano dai vicini balcanici l’irrequietezza e la natura tormentata e sfuggente, oltre a un dialetto musicalmente ancora veneto, ma di rara durezza consonantica. 

Trieste, lo sbocco al mare dell’impero austroungarico, è al contempo una città italiana, austriaca e slava. Assistendo a questi prodigi frontalieri ben si comprende la totale aleatorietà delle questioni identitarie; come diceva un mio amico un paio di sere fa, i confini sono quelli che alcuni popoli hanno la forza di imporre. I confini del Friuli sono quanto di più campato per aria ci possa essere, e la gente che vive là? 
Vive, parla un dialetto, tre lingue, e in qualche modo arriva in fondo alla giornata. 

La maggior parte della pianura padana è invece occupata poi dagli Emiliani e dai Romagnoli: gente simpatica, che però non si capisce un cazzo quando parla. La loro lingua è un guazzabuglio di esse sibilanti, erre mosce, e poi parlano alla svelta e ridono tanto. 

A Pupi Avati il discutibile merito di averli resi malinconici in questa loro brama di eterna giovinezza. Fra di loro vi è, come fra tutti gli italiani, campanilismo e rivalità, guai a dire a un romagnolo che è emiliano o viceversa, guai a dire a un modenese che i tortellini son bolognesi e viceversa! Altre attività rimarchevoli: costruiscono Ferrari, mangiano colesterolo puro, friggono tutto nello strutto e non sarebbero malaccio nel complesso, il problema è che arrestano il loro sviluppo mentale all’adolescenza e passano la vita a correre in macchina o in moto, a ballare, mangiare, bere e scopare. Hanno inventato il Parmigiano, creano ceramiche pregevoli, sono particolarmente abili e lesti nel preparare i tortellini e producono vino gassato (se non è preadolescenziale questo…) Ma parliamoci chiaro: il loro unico obiettivo nella vita è la “balotta”.

Varcato l’Appenino incontriamo i Toscani, cui mi fregio di appartenere: potrei lasciare la parola a Curzio Malaparte che ne ha tratteggiato le caratteristiche con puntualità, e basterebbe il titolo del suo libro a spiegare in due parole l’animo di questa gente: “Maledetti Toscani”. 
Formalmente comunisti, come i vicini emiliani, o sporadicamente fascisti come i romagnoli, comunque ottusi e fanatici di fondo, i Toscani sono inospitali, sgarbati, cinici, indisponenti e come gli altri vicini liguri, pensano di essere simpatici. Accomunano tratti di poltroneria laziale a supponenza nordica e ridono di tutto. Sul loro volto spesso si accende un risolino insolente, infingardo, di compassione e malignità. Il loro accento è intollerabile: simile all’arabo, pieno di aspirate, "c" scivolanti e "t" che diventano "th" aspirate come in inglese. Una parlata strascicata e sbrigativa come i loro modi; vi esorteranno sempre in modo spiccio “ Giùe!  ‘gnamo! (andiamo!) Vien via! ”
Vi guarderanno sempre come scemi qualsiasi cosa diciate loro: le vostre barzellette non gli faranno ridere, le vostre angosce non gli strapperanno mai una lacrima, però non avranno mai la sfacciataggine milanese di sentirsi inspiegabilmente superiori a chicchessia. Non si sentono superiori a nessuno, pensano solo che non esista nulla di serio: per questo non dicono “ ma va’ ” ma “ O io… ” - perchè nell’illusione d’importanza e nel ridicolo siamo tutti accomunati e livellati. Mal comune, mezzo gaudio. 

Accanto a loro gli Umbri che inutile girarci intorno, sono toscani in chiave minore; di loro si ricordano San Francesco d’Assisi e il lupo di Gubbio. L’Umbria è una propaggine aspra della Toscana intrappolata in un eterno medioevo.
A differenza dei vicini toscani, che hanno conosciuto i fasti del Rinascimento, la ribalta internazionale nell’epoca delle Signorie e la conseguente perdita dell’innocenza ed incanaglimento, gli umbri hanno un loro fosco candore preraffaelita: avete presente quelle uggiose commedie francesi nelle quali un signorotto medievale viene proiettato per magia nel ventunesimo secolo? Ecco. L’umbro è questo. Ma non lasciatevi trarre in inganno dalla senese gentilezza di costoro: sono semplici ma svegli e alla bisogna sapranno come bonariamente raggirarvi. Con lo stesso sorriso sornione dei toscani, di complicità nell’umano malaffare. Concordo con Malaparte: gli umbri sono gli unici che “capiscono” i Toscani. 

Poco più in là i Marchigiani: gente ruspante che parla un simpatico dialetto cantilenante, che sembra sempre usino la forma interrogativa e che smaschera la loro furbizia contadina, rendendola inefficace. In Italia centrale esiste questo bizzarro fenomeno di incremento del campestre movendo verso oriente. 
I marchigiani hanno gustose aderenze con i burini laziali come ampiamente dimostrato dalla sublime pellicola di Dino Risi, “Straziami, ma di baci saziami”.  I marchigiani poi se ulteriormente inselvatichiti si trasformano in abruzzesi e molisani: vivono in terre aspre, sismiche, lussureggianti, dediti alla pastorizia e al bracconaggio. A loro dobbiamo l’invenzione degli spaghetti alla chitarra. Ironia della sorte, proprio fra queste genti sanguigne, si annoverano due fra i maggiori poeti italiani, ovvero Leopardi che era marchigiano e D’Annunzio, abruzzese: ovvero di come la natura, nel suo sottinteso taoismo, per riequilibrare tanto terragno Yang, generi dei prepotenti e rari Yin di lirismo ed aulica rarefazione. 

Ma lasciamo perdere, ed entriamo nel cuore dell’Italia : entriamo nel Lazio. 
A parte i sopracitati burini, alacri coltivatori di carciofi, di bovina ritmica e mitezza, discendenti di Sabini, Volsci, Equi, e poco altro, quello che maggiormente connota il Lazio sono i Romani. 
I Romani parlano a voce altissima, sempre. 

Li sentirete distintamente nel brusio di una spiaggia affollata enumerare le loro faccende private, richiamare pargoli invariabilmente sovraeccitati e invadenti, belli a papà. E non parlo tanto dei popolani che ci hanno fatto sorridere in tante pellicole dell’epoca d’oro del cinema italiano e che naturalmente sono avvezzi a vociare: mi riferisco ai romani istruiti e pariolini, che parleranno al telefono ore e ore di robe insignificanti, come i loro gran cazzi su facebook, e interminabili negoziati su orari e appuntamenti da disattendere con puntualità. Il loro romanesco suona odioso, addomesticato, uggioso e nasale; sa di megera imbellettata, di vecchia maîtresse travestita da lolita. Fastidioso, ridicolo e anche ingiusto: perchè il romanesco è una parlata che esige ferocia, ampiezza di manovra, e compiacimento per l’arcaico ed il triviale e non minuetti. Con i milanesi hanno in comune l’arroganza: animati da un immotivato ma comprensibile orgoglio d’appartenenza alle loro rispettive città, sono del resto fra i pochi metropolitani di un’Italia di paesi e paesoni, e la loro urbanità seppur maldestra, vestigia di antiche glorie defunte di un impero decaduto, o caparbio scimmiottamento di teutoniche efficienze, è l’unica che possiamo annoverare in Italia. 

I Romani hanno familiarità con il potere, e lo considerano con prudente sufficienza, perchè da secoli vedono in carne e ossa, imperatori, re, duci, papi, e ne considerano la comune e caduca materia umana; non possono prender sul serio tante trombonerie, ma a differenza dei toscani non ostenteranno un sorrisetto maligno davanti al potente, si faranno anzi, protocollari, non lesineranno in titoli il primo forestiero arrivato che sarà sempre un “dottore”, e in questa formalità puramente strumentale, affogheranno l’amarezza per le storture cui sono conniventi. 

A Roma poi, è risaputo, c’è il Papa, che è come gettare ad un uomo che affoga una base d’ombrellone: ha quasi del miracoloso come l’Italia non sia scivolata nell’oscurantismo teocratico assoluto tipo Iran, e seppur con cosmico ritardo ed aspre battaglie, si sia riusciti ad ottenere leggi da paese laico e civile, come la legge sull’aborto o il divorzio. Avere nel cuore della propria capitale una monarchia assoluta teocratica non è uno scherzo. Altro che cattolica Spagna! Ce l’avessero loro il Papa, farebbero meno i ganzi: fallo il matrimonio gay in Italia con questi ex inquisitori che ti ammorbano con i loro incensi e le loro reprimende…e soprattutto con il loro braccio politico e finanziario, con il quale affossano o promuovono chi e cosa vogliono.

Scendiamo a sud ed entriamo in Campania: 
When the going gets tough, the tough get going

La protocollarità romana troverà in queste terre il più ampio e sordido sviluppo. Introduciamo a queste meraviglie l’ospite straniero per cui l’Italia è fantozzianamente solo un’indistinto “paffi neri, mancia spaketti, suona mantolino” e diamogli una piccola soddisfazione: è tutto vero. 

Se qualche avvisaglia l’avevamo avuta già a Roma, in certa trasandatezza, in qualche negozio bruciato da malavitosi cui non è stato corrisposto il balzello, in Campania tutto questo è conclamato e dispiegato con larghezza. 

Verremo accolti da frotte di cani randagi, da montagne di spazzatura, capannelli di disperati proveranno a farci il pacco, il gioco delle tre carte, a infinocchiarci; incontreremo questuanti in gran numero, venditori di sigarette di contrabbando alla luce del sole in pieno centro cittadino. Proveranno sicuramente a rubarci la macchina, le valigie, il telefonino lasciato inavvertitamente senza ossessiva vigilanza. 
Questo è il sud: Cristo si è fermato a Eboli… forse perchè gli avevano cuccato il somaro? L’elenco di magagne è lunghissimo: persistenza del latifondismo, abusivismo edilizio, i rifiuti stipati nei parchi nazionali, criminalità organizzata, disoccupazione a livelli stratosferici, totale assenza di senso civico. 
Il meridionale, negherà sempre, e addurrà come da prassi le motivazioni d’ufficio: l’assenza dello stato in primis, come se lo stato fosse una “persona”, un altro che viene arriva e risolve, una specie di idraulico che stura millenni di tirannia, degrado, corruzione. 
Al meridionale sfugge la banale, ma lapalissiana considerazione che lo Stato sono i Cittadini, che la “Cosa Pubblica” attiene alle cure della comunità, che lo Stato amministra se c’è un rispetto ed una volontà di emanciparsi dalla lamentazione e dall’assistenzialismo. Il Sud è un drogato a cui non si vende la droga perchè è illegale, ma a cui si danno i soldi per comprarla dalla Malavita organizzata.

Nel Sud, troverete anche un’ospitalità che travalica l’immaginazione, forse in tutta Italia i meridionali sono gli unici che hanno un autentico senso di ospitalità, ma non ve la godrete. Qualche scenario di degrado e violenza potrà sempre apparire quando meno te l’aspetti, e cancellarvi il sorriso dalla faccia. Quello che sconcerta non è un’uniforme incuria, come la si può vedere in alcuni paesi del Terzo Mondo, ma come tutto questo scempio, magicamente si arresti a Positano: Cristo si è fermato a Positano. 

Li comincia l’area vip, si varca una soglia e ci ritroviamo improvvisamente in una Svizzera mediterranea, non un capello fuori posto. I prezzi improvvisamente scandinavi, neanche una cicca in terra, il mare che prima era nero degli scarichi del Sarno, adesso cristallino. E potete dimenticare la macchina aperta… Inquietante. Lo stereotipo del pulcinella mandolino spaghetto pino baia chiaro di luna, qui viene virato da stereotipo in archetipo, anzi logotipo, di una delle più consolidate industrie turistiche italiane. Il tedesco, l’americano, lo scandinavo, il cinese troveranno confermata la loro Italia oleografica di allegri schiamazzi, di belle canzoni e cibo succulento, di chiari di luna e sole e mare chiare…nel più assoluto comfort e tranquillità. A due passi da un abisso nascosto, da questa quinta in trompe-l'œil con Pullecenè, Totò, Mimì e cagam’u cazz…

Dopo la Campania abbiamo la Calabria, terra selvaggia sostanzialmente in mano alla ‘ndrangheta.  I calabresi sono noti, oltre che per questo, anche per i Bronzi di Riace che trattano con ricercata noncuranza e per la formidabile capacità di sopportare livelli tossici di peperoncino, con cui condiscono generosamente ogni pietanza. 
La Calabria è una specie di Liguria in grande, con montagne aspre a picco sul mare. I calabresi che conosco, oltre a riferirmi sempre episodi agghiaccianti che sembrano partoriti dalla mente di Clive Barker, accadutigli nei lor paesi, con quell’ incredibile accento stentoreo, sempre di petto, sono generalmente persone distinte ma insondabili. 

La totalmente infondata allegria dei meridionali, di cui forse si ravvisano alcune tracce a puro scopo d’intrattenimento turistico ancora in Campania, scompare del  tutto nel profondo sud e lascia il posto ad una sorniona riservatezza, non dissimile a quella di altri popoli isolati e montani. I calabresi, come moltissimi meridionali, nel corso dell’ultimo secolo, sono sfuggiti a questa sitiuazione opprimente e sono migrati a nord per fornire manodopera a basso costo alla rinascente industria italiana ed europea. I giovani fuorisede calabresi negli anni ’80 rappresentavano anche una ventata di creatività negli ambiti della moda, dell’arte e della musica.

Poi sono arrivati i pugliesi ed hanno invaso o pervaso tutto, prendendo le redini dell’immigrazione creativa, soppiantando i loro cugini calabri. La Puglia, in particolar modo il Salento, sono luoghi tristemente noti per la capillare diffusione su scala nazionale della pizzica e la taranta, una delle mode più perniciose degli ultimi 30 anni, forse anche più del reggae, che ormai dagli anni 70 ce lo sta facendo a striscette. Non se ne può più: basta, time-out. Pietà! Kill me!

In Puglia possiamo assistere inoltre a disturbanti mutazioni genetico musicali: un gruppo  pizzica-taranta può essere, contemporaneamente anche una posse e un gruppo reggae, per la gioia delle Sottanone e dei lor accompagnatori sinistronzi, rigorosamente non-trombanti. 

La bandabarzotto gli fa un baffo a questi; fanno rimpiangere persino le più meste derive folk-alternative come modenacitirumba e ruffianate simili. 

La ruffianeria è in effetti la cifra di questo asfissiante fenomeno musicale: compiace il sinistronzo populista che trova cosa buona e giusta la qualunque roba etnica, indifferentemente; compiace la Sottanona, anch’essa sinistrata, che fra i suoi vari schemi mentali annovera sicuramente la danza popolare come forma d’incomprensibile divertimento, e costringe così al compiacimento l’accompagnatore non-trombante, il quale paludato in camicioni di iuta e pantaloni multicolori che fanno prurito al solo vederli, in sandali di sapore francescano made in Palestina e occhialino tondo, si fingerà compiaciuto e soddisfatto per queste belle serate equosolidali trascorse a saltabeccare su nenie monotone e incalzanti, un po’ bevuti, coltivando la vana speranza di un congresso carnale che non avrà luogo. 

La tipa Sottanona chiaramente aspira al più aitante percussionista africano, o al musicante salentino che spruzza inautenticità noglobal da ogni poro, mentre il povero accompagnatore che è di solito un raccattato travestito da alternativo, dovrà stiracchiare un sorriso emancipato ed offrire colazione al mattino per ostentare disinvoltura. 
Son cose che succedono… 

A costoro è venuto meno il visibilio, la Vibhūti, il giulebbe iridescente del Goa Tronci o del teknoamico. Un annetto di robusta psichedelia sarebbe tonificante anche per fibre così ampiamente decotte: non di più. Questo, per non incorrere nell’impagliaccimento mentale che corrobora qualsiasi assuefazione.

Le strade di Otranto hanno smesso di echeggiare la voce di Carmelo.  Però si può avere l’incomparabile fortuna d’incrociare un blindato della Sacra Corona Unita che trasporta merci di contrabbando, ed esserne travolti, per quelle tipiche strade pugliesi che terminano con una fila di new jersey orizzontale (non segnalata) in mezzo al nulla. Strade su cui sembra abbiano testato bazooka, ma che i pugliesi, persone precise, non mancheranno di fornire di dissuasori e dossi artificiali come previsto dal codice stradale. 

La sorniona riservatezza, si fa granitica nel cuore montano del Sud, il cuore di pietra anzi di sassi (di Matera). L’Irpinia, la Basilicata, immutabili come le sue rocce; ovvero della gente che vive sempre nei container dal terremoto dell’80. 
In questi luoghi Carlo Levi fa fermare il suo Cristo, e incontra popoli “fuori della Storia e della Ragione progressiva, antichissima sapienza e paziente dolore”. 

Qui ha sede l’Università della Rassegnazione presso la quale moltissimi meridionali attendono al loro titolo di “terroni” con cui verranno poi identificati per il resto della loro vita dai connazionali del centro e nord Italia; ci troviamo di nuovo a un paradosso, come quello dell’Italia BelPaese di Merda: perchè i meridionali che in generale sono più disponibili e  ospitali dei settentrionali vengono disprezzati? 

Sicuramente è il facile disprezzo che si ha per il povero, perchè la sua disponibilità è quella del disperato, per cui il tempo non vale nulla; è acquiescenza ad un potere millenario, alla sopraffazione, all’omertà; in taluni casi prende derive disgustose e si evolve in quell’untuoso ossequio che permea il funzionario pubblico meridionale, emigrato e consolidato al nord, sempre attento a non dispiacere il superiore, a trattarlo come una divinità, sulla quale indulge nello sciorinarne titoli ed onorificenze “il dottor…professor…commendator…l’onorevole…” con la faccia seria d’ordinanza, salvo poi privatamente, silenziosamente maledirlo. 

La stessa faccia da carabiniere, con i “paffi neri”, e gli occhi neri che ti inchiodano a qualche colpa inesistente che solo lui vede. La faccia da sbirro dalla quale, se scrosti la severa maschera di servizio, vedi ricomparire lo scugnizzo col capello ingelatinato che fa le pinne sul booster pei vicoli.

Inspiegabili declinazioni della leggerezza epicurea della Magna Grecia in torvo e borbonico servilismo: la matrice è insospettabilmente la stessa, quella del tirare a campare consapevoli della nostra impermanenza, in una vita che viene trainata attraverso i giorni come una soma a cui è bene non dar peso.

Il nostro viaggio nel “Bel Paese di Merda” non sarebbe ultimato senza una capatina nelle Isole.
I siciliani amano manifestare un’ottusità aristocratica: hanno rifornito l’italia dei maggiori letterati di sempre, eppure sono ammorbati dalla stessa identica ignoranza endemica del resto del sud; le loro città sono apparentemente più ordinate, ma loro sembrano arrivati lì per caso e ops…m’è scappato un condominio abusivo accanto a un tempio greco.

La leggenda li vuole fra i più gelosi degli italiani gelosi, donnaioli, sex addicted, avvezzi al delitto d’onore; ma sempre low-profile. Non ostenteranno pacchianamente come i Campani; non si daranno alla pazza gioia con i proventi dei loro traffici illeciti: come i vicini calabresi staranno ben attenti a mantenere alta la rispettabilità e dediti ad umili attività di copertura, come edicolanti, ristoratori, agricoltori, pianificheranno qualche spettacolare esecuzione, senza lesinare in tritolo o acido solforico. 

Particolarmente ossequiosi, all’usanza araba non vi diranno mai direttamente quel che pensano, ma lo faranno tramite complesse figure retoriche, metafore a scatola cinese, metafore di metafore, a cui farà seguito un’occhiata complice come a dire “ci siamo capiti, no?” - E non avrete capito mai assolutamente un cazzo nulla. 

La loro dieta è caratterizzata da una ossessiva presenza dello zucchero: è un mistero come i sicilani possano conservare ancora qualche dente sano in bocca, o non contrarre il diabete fin dalla più tenera età considerando le quantità di cannoli, cassate, granite con la brioscia e così via, che riescono ad ingurgitare in un solo giorno. 

Concludo questa mia disamina con i sardi. 
I sardi sono tutti pazzi: e lo sono nei modi e nelle maniere più originali e variegate. Alcuni saranno ridanciani, altri silenziosi, taluni tetri ed inquietanti, altri schizzati. Tutti invariabilmente mossi da fanatismo e cocciutaggine; tutti invariabilmente estremi, diretti fino ad essere offensivi, ma allo stesso tempo permalosissimi e ombrosi. 

Pressochè selvaggi, squartano a metà cuccioli di maiale, giustiziati sommariamente per arrostirli in gran numero nelle loro scioccanti Sagre, in cui cuociono anche anguille ancora vive sulla brace. Ti offriranno “filu e ferro” distillato illegalmente di primo mattino e sarai costretto ad ingurgitarlo, pena offenderli mortalmente. Con gli altri meridionali hanno in comune il senso dell’ospitalità ma prima devi meritartela e guai a sgarrare. 

I sardi però, attenzione, non sono propriamente “meridionali” nemmeno il veneto più ottuso e inacidito li definirà “terroni”; i sardi sono sardi e basta: parlano un’altra lingua, un idioma arcaico gutturale, fitto, intricato e pieno di schegge, ed hanno insospettabili aderenze con i piemontesi, con i quali condividevano la dominazione savoiarda. Penso con lo stesso malumore con cui i Corsi si relazionano ai Francesi. 

Per i sardi noi siamo, i “Continentali”, ovvero una mandria indistinta di persone che non hanno il privilegio e la pena ad un tempo di vivere su un’isola lontana da tutto.
Per comprendere a fondo l’anima di questo popolo misterioso rimando alla lettura di Salvatore Satta. La leggenda li vuole oltre che permalosi, vendicativi, ostinati e particolarmente ottusi. La leggenda ha sempre un fondo di verità.

Il giro d’Italia è finito: questo campionario di meschinità e bizzarie, di riflessioni amare e semiserie mescolate a trivialità e truci luoghi comuni, tuttavia non è sufficiente a dimostrare la merdosità italiana, il cui totale supera sempre la somma delle parti. 

Sicuramente ogni autentico ”italiano di merda” trova alibi e giustificazioni alla propria condotta nel proprio folklore, ma il marcio autentico evidentemente non risiede in nessuno degli aspetti grotteschi che ho qui snocciolato. 

Dirò una doverosa ovvietà per evitare gli strali di chi è votato alla correttezza politica: ad ogni latitudine esistono persone spregiudicate e mosse dall’egoismo, che indipendentemente dal costume che indossano, perseguono con tenacia il malaffare. È talmente ovvio che non l’avrei specificato. Questi individui sono sempre difficili da smascherare, perchè non sono certo le buffonesche caricature che ho qui esposto, anzi spesso si fanno scudo del civismo di facciata, della rispettabilità borghese. Oppure ostentano una semplicità monacale, ma son pezzi di merda.

Ho cercato di essere unanimente sgarbato con tutti, mi auguro che nessuno sia rimasto deluso; ovviamente conosco meglio alcune regioni rispetto ad altre, e perciò spero che nessuno di quelle che ho trattato meno approfonditamente si senta messo da parte. Del resto, nel trattare questa materia scottante s’incorre sempre nel rischio di stuzzicare l’ipocrita che accoglie di buon grado le frecciatine contro i settentrionali e storce il naso quando si toccano i meridionali, quando si dovrebbe unanimente considerate la merda nazionale che tanto s’invoca, un bene comune a cui tutti i popoli italici concorrono in egual misura. Anche quelli che stanno o si pongono a margine e che se fossero meno isolazionisti \ autonomisti potrebbero dare un contributo formidabile a tutto il paese. Si, mi riferisco a isolani e frontalieri, che comunque la pensino sono tecnicamente italiani.

C’è poi anche una questione di eleganza da considerare: mentre si rende simpatico e fin quasi lenitivo fare dell’ironia anche feroce sul ricco settentrione, d’altro canto si imporrebbe di non sbeffeggiare troppo le magagne del tormentato sud d’italia. Trovo questa eleganza pertinente al dominio dell’ipocrisia, e trovo altresì giusto essere con tutti egualmente antipatico e sarcastico da buon toscano. Con un sorriso (non come Renzi) …un sorriso di complice, pietoso, umanissimo spregio. Sarebbe bello da parte di voi che seguite i miei vaneggiamenti, un contributo per tratteggiare meglio le nevrosi delle genti di cui ho necessariamente, per mia ignoranza, trattato con colpevole approssimazione, così da dipingere un’affresco più completo del Bel Paese di Merda. Così potremo finalmente imprimerci a fuoco sulle natiche un bel “made in italy”  (altro che tatuaggetto…) e concorrere agevolmente all’Euromacello che ci aspetta. 

In anticipo ringrazio e cordialmente saluto.


Engioi!

5 commenti:

  1. A questo punto non mi resta che accettare di incarnare la quintessenza della merda: sono nato e vivo a Milano, madre veneta di Rovigo (il peggio del peggio del Veneto), padre di origine calabrese ma nato a La Spezia, sposato con una milanese di origini molisane anzi, campobassesi ... e non mi manca un fratello che vive nel Lazio da decenni ... il peggio del peggio del peggio. Un bel paese di merda comunque. Recentemente sono stato a Lucca. bellissima città a misura di toscano, un po' meno degli altri.
    Comunque (sia detto senza intento giustificatorio) i milanesi non esistono più da decenni. La caratteristica milanese così ben descritta nel post può identificare al massimo un 10 % degli effettivi abitanti di Milano, che sono in genere merdionali con l'accento trasformato.
    Comunque un fatto è certo: i pugliesi hanno invaso il mondo.

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  2. Sublime chiosa. Ti ringrazio per il contributo pieno di spirito. Infatti tutto il pamphlet era per sottolineare l'aleatorietà dei regionalismi estremi e di una italianità che è transitoria, sporadica se non completamente inventata. CI resteranno qualche bizzarro costume e qualche piatto tipico. Ma l'identità che reclamiamo è materia instabile, sempre pronta a decadere in piombo o in merda.

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  3. PS. ho amici e conoscenti più o meno in ogni regione e non conosco nessun "purosangue" che possa vantare pedigree. La quintessenza della "merda italiana" è assai diffusa. Per il resto il gioco che molti fanno è quello di piantar bandierine.

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  4. Ho smesso quando hai accostato al Friuli la parola "dialetto". Il dialetto è degli altri. In Friuli c'è una lingua. Un'altra lingua, che, no, non è l'italiano, non è lo sloveno, non è il tedesco. E' il Friulano.
    E, sì, siamo gente di confine che sfugge alle definizioni, ma è anche vero che la maggior parte dell'Italia se ne frega di noi, della nostra storia e della nostra cultura (come viene qui dimostrato).

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  5. Caro anonimo friulano, mi spiace di aver urtato la tua sensibilità.
    L’uso che ho fatto della parola "dialetto" non era da intendersi in senso dispregiativo o riduttivo, ma semplicemente come sinonimo della parola "lingua”, per indicare le "parlate” delle varie genti italiane.
    A tal proposito allora in Italia, eccetto i toscani (per quanto mi risulti intollerabile il loro, e mio, accento) sono gli unici a parlare qualcosa di simile all’italiano, e dovremmo considerare lingue, tutti quelli che oggi consideriamo dialetti, frontalieri o meno che siano: sicuramente il bolognese, il bergamasco, il palermitano, il sardo, che sono idiomi ben lontani dall’Italiano, che è voglio ricordarlo, una lingua, in ogni caso, “inventata”… e quindi di cosa stiamo parlando?

    Considera inoltre che Il mio testo vuole essere buffonesco ed irriverente, non un trattato di glottologia dell’Accademia della Crusca. A tal proposito è richiesto un po’ di senso di appropriatezza. Cosa di cui evidentemente tu difetti, caro amico friulano.
    Basta fare gli offesi e le vittime: non siamo più nel Ventennio quando le parlate locali venivano apertamente osteggiate. Viviamo anzi in un’epoca in cui il localismo è sicuramente valorizzato. Perciò risparmia energie per combattere altrove per il riconoscimento della tua identità culturale: Ti saluto con il celebre aforisma di Max Weinreich, su cui ti invito a riflettere: "Una lingua è un dialetto con un esercito e una marina militare"

    Mandi!

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