lunedì 6 ottobre 2014

Solvitur Ambulando



Diffidate di chi vi augura “buon lavoro”: generalmente trattasi di persone che gioiscono delle vostre sofferenze.

Buffo ossimoro: come può essere "buono" il lavoro? Come può dirsi buona una mansione che nella maggior parte dei casi attiene all’asservimento, alla schiavitù, al travaglio, alla fatica del resto imprescindibili alla nostra permanenza in questo universo?

Quello che trovo seccante è che chi augura buon lavoro, solitamente non ha mai veramente lavorato un solo giorno della sua vita. 

Nonostante ciò, fará spesso a gara con i suoi sodali, a chi ha fatto meno vacanze.

Difficilmente li sentirete dire “buone vacanze”. Le loro attività ricreative sono sempre stimolanti, fonte di ispirazione per nuovi business. Perché è il loro stesso tempo a valere più del tempo degli altri. Anche quando impiegato in un bel nulla. Come definirle vacanze? Con che cuore? Vacanze: roba da scolari, da salariati, da fannulloni.

Le vacanze devono tramontare, le ferie devono essere debellate: perfino nelle scuole, in considerazione del fatto che i genitori odierni non possono star dietro a bighelloni che da giugno a ottobre ciondolano senza cosrtrutto per casa o che se ne vanno in giro a far danno.

Tutti al lavoro! Soprattutto se non c’è più lavoro, ma una precaria schiavitù a provvigione se va bene, senza orari, senza diritti, senza malattie e d’ora in poi, senza ferie…  mais sourtout, senza ‘na lira!

Lavorare soprattutto se si è disoccupati, e quindi creare una dimensione di paradosso quantistico in cui al contempo si lavora e non si lavora, e i figli sempre a scuola quantisticamente anch’essi a studiare \ fare un cazzo nulla.

Parcheggiamoli tutti in una specie di carcere minorile! In un collegio, in regime contenitivo. A imparare un mestiere? Non sia mai: questi piccoli galeotti innocenti, son pezzi di cristallo, che non devono farsi male con arnesi e strumenti, che non devono essere traumatizzati con l’apprendimento di una qualsivoglia abilità, a cui non si può imporre la lettura di un libro… Essi pur nel regime contenitivo cui sono sottoposti sono distrattamente liberi, ignorati, lasciati a spippolare i loro smartphone. Polli di allevamento, prendono confidenza con la poltrona che li accoglierà tutta la vita: quella del call center dove lavoreranno saltuariamente, quella impiegatizia per i più fortunati e scaltri che impareranno l’arte sottile del mostrarsi indaffarati, quella salottiera delle serate che si esauriscono nella narcosi televisiva, quella infine della terza età, lo scranno per gambe malferme, di ognuno di quei  milioni di Re di una nazione di vecchi.

Per chi avesse però ambizioni e intraprendenza, le attività vincenti di oggi giorno accessibili anche ai più svantaggiati impazzano: per alcuni temerari che, rottisi  i coglioni di precariare e di provvigioni inesistenti, di carote agitate davanti al muso per tirar la soma, ecco che si riscoprono professioni antiche come il truffatore, lo spacciatore, il lenone, il giocatore d’azzardo, il riscossore di crediti, il trafficante, il corriere, il leccaculo, il tirapiedi, il puttano e la puttana… tutti lavori per i quali si richiede una certa presenza di spirito. Alcuni stupiscono ancora: un attimo prima della guerra civile, forse si troverà anche il coraggio di delinquere prima di morire d’inedia o scannarsi per strada? Cosa pensavano di ottenere i maghi della finanza generando masse di disperati? 

A costoro sfugge una basilare regola del gioco del consumismo, che è quella per cui serve una massa enorme di consumatori sufficientemente agiati per poter acquistare le merci.

Quest’ultima considerazione mi sembrava tutto sommato banale: invece andando a documentarmi ho scoperto che capoccioni (il)lustri autorevoli e nomati, dopo indagini e studi e statistiche, son pervenuti alla medesima conclusione: diamo la parola all’esperto, http://www.beppegrillo.it/2012/07/la_globalizzazione_e_la_causa_della_crisi.html#*sg3*

È tempo di andare in vacanza! Di prendersi le ferie da questa crisi costruita a tavolino ed artatamente prolungata. Vacanze senza soldi, fatte di passeggiate in montagna, in campagna, in città, al mare, senza portafoglio in tasca. 

Alla buona: niente roba superflua. Niente sbronze ed aperitivi inutili. Niente ristoranti di merda. Niente cuffie nelle orecchie, niente camminate ridicole in tutina movendo le braccia come pinocchio. Camminare a lungo, guardandosi intorno, gustandosi il paesaggio, i suoni, gli odori, con la mente pulita: passeggiare per molte ore, senza pretese, senza meta, non per fuggire, ma per tornare a casa ritemprati nello spirito e vedere le cose da un’angolazione diversa. Passeggiare alla Thoreau, per ribellarsi, soprattutto ribellarsi ai nostri falsi concetti di benessere. 

Passeggiare non per fitness, non per ingrossare qualche muscolo semi-atrofizzato dalla vita sedentaria, non per concentrarsi su se stessi nel solito giochino egocentrico, ma per perdere i confini di un Io angusto e spurgarlo dalle stronzate con cui lo abbiamo saturato.

Passeggiare come un disoccupato: come si dice? Essere a spasso. Passeggiare energicamente, ma senza fretta, fermandosi a caso per guardare con attenzione estrema il paesaggio, l’orlatura dei monti, la fibrillazione del fogliame, ascoltando le complesse sinfonie di insetti e uccelli… 


Solvitur ambulando.

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