mercoledì 17 dicembre 2014

La nuova replica del Sindaco

 

Caro Tibet, Caro Andrea,

nonostante le difficoltà che puoi comprendere nel fornire tempestiva risposta ai molti che scrivono, cerco – per quanto mi è possibile – di farlo sempre, perché credo che per il sindaco sia un dovere. Non ti nascondo che rispondo più volentieri quando, grazie ad un interlocutore attento ed evidentemente affezionato alla città, mi viene data la possibilità di dialogare in profondità e di contribuire, dunque, alla promozione di un serio e qualificato dibattito pubblico cittadino.

Sono davvero persuaso, infatti, che il principale antidoto contro il furore innovatore (eloquente sintomo, tra l’altro, di una ipertrofica personalizzazione della politica che porta ad enfatizzare – per restare in ambito locale – il ruolo dei sindaci) sia il diffondersi di una cittadinanza attiva capace di discutere, anche appassionatamente, ma laicamente, senza tifare – irrazionalmente e, talora, violentemente – i colori di una maglia sposata in modo acritico.

Per quanto è nelle mie responsabilità, non condivido né assecondo questa deriva quasi podestarile della figura del sindaco, che peraltro tende anche, come sottolinei giustamente, a trasformare il sindaco stesso in un correlativo, perfetto capro espiatorio. Tra i molti casi che si potrebbero citare, mi ha colpito quanto accaduto a Massa, dove cittadini giustamente adirati per i danni da loro patiti hanno occupato il municipio, nonostante nessuna competenza avesse il Comune – e dunque nessuna specifica responsabilità portasse il sindaco – nella costruzione e nella manutenzione degli argini che si sono rotti. Il punto è che per una parte importante e sempre crescente di cittadini sembra non esistere più alcun altro referente istituzionale che il sindaco ed il Comune. Proprio per l’impoverimento democratico che produce l’estrema personalizzazione alla quale assistiamo, che nei territori spesse volte giunge fino ad una vera e propria ipostatizzazione nel sindaco tanto della Politica quanto del Comune, ho scelto, fin dall’inizio del mandato, di tenere un profilo sobrio, convinto – come ancora sono – che debbano essere anzitutto i fatti a parlare. Per questa ragione, sono, probabilmente, tra tutti i sindaci di comuni capoluogo quello che meno ha concesso alle dichiarazioni pubbliche e alle interviste nel corso del suo mandato. È stata una scelta dettata dalla intima convinzione che la città non abbia bisogno di demiurghiinnovatori, bensì della prosecuzione di un operoso e quotidiano lavoro collettivo, come è accaduto per secoli, di un’intera comunità. Così come la civiltà è stata trasmessa, per secoli, grazie al lavoro anonimo svolto sotto la disciplina di rigorose regole monastiche, la città si è formata ed è mutata nel continuo ed invisibile allacciarsi, dandosi tra loro la mano, delle generazioni che si sono susseguite. 

Ho compreso, tuttavia, che questa condotta, per eterogenesi dei fini, ha prodotto, in alcuni casi, come anche quello di cui stiamo discutendo, un effetto contrario alle intenzioni, non avendo evidentemente favorito fin qui quel dibattito pubblico serio e strutturato, che – come accennavo – giudico indispensabile, e avendo anzi dato adito a ricostruzioni dei fatti che nulla hanno a che vedere con le scelte compiute dall’amministrazione comunale, e dunque con la realtà per come effettivamente è. D’altronde, per parafrasare Nietzsche, sono consapevole che i fatti in sé sono stupidi come buoi, tanto più se letti nella prospettiva del titolo giornalistico o senza essere contestualizzati. Proprio per questo, stiamo riflettendo su come meglio informare tutti i cittadini, senza fare alcuna propaganda, documentando ciò che abbiamo fatto e stiamo facendo. Ciò vale, evidentemente, anche per questo caso. 

Che, poi, la memoria popolare possa agire rimuovendo i nomi non mi sconforta, visto il vasto privilegio che abbiamo cercato di accordare ai fatti: ciò che deve restare, almeno nella storia millenaria di una città, sono proprio i fatti, ossia le trasformazioni importanti per la comunità. Se è così, spero che si tramandi il ricordo di un sindaco che, tra l’altro, ha reso più grande, più bello e sicuro il principale parco della città storica, come sta accadendo, e non che l’ha distrutto, come non è.

Per il caso di cui stiamo discutendo, mi rendo conto di un dato di fatto che Ti è evidentemente sfuggito, ossia la circostanza che gli interventi in corso sono la realizzazione di un progetto che c’è e che sarà realizzato in più fasi, ma con continuità. Quelle che ho cercato di spiegarTi non sono buone intenzioni, ma scelte già assunte, precipitate in un progetto del Comune.

Le motivazioni dell’intervento che Ti ho illustrato non sono prove a discarico dell’imputazione di aver agito d’impulso o senza un progetto, perché il fatto non sussiste: stiamo realizzando, non per ragioni emergenziali, un progetto del quale ho cercato di tratteggiarti tutti gli elementi costitutivi. Ciascuno di essi (dall’impianto di illuminazione, al rifacimento dei percorsi pedonali), infatti, è parte di un intervento organico, che, proprio per questo, per la sua natura di equilibrata valutazione su un disegno complessivo, è maggiormente rispettoso dei valori paesaggistici, culturali e affettivi del parco. Un intervento selettivo di mera messa in sicurezza – sicuramente più economico e, forse, popolare nell’immediato, avrebbe – quello sì – ferito il parco.

Ti confermo che la larghissima maggioranza degli alberi sono stati abbattuti per ragioni di sicurezza ed alcuni altri non perché fonti di immediato pericolo, ma perché, per un verso, suscettibili di divenirlo per le caratteristiche del suolo, per la loro scarsa qualità o per la loro reciproca eccessiva vicinanza (alberi troppo vicini l’uno all’altro – proprio come accade nei boschi – rischiano di soffocarsi); e perché, per altro verso, incompatibili con la nuova architettura del parco contenuta nel progetto approvato, che a fronte dei necessari abbattimenti ha dovuto organicamente ripensare il parco per conferire armonia alla disposizione delle piante ancora presenti in rapporto con le nuove che stanno per essere messe a dimora.

Le criticità del patrimonio arboreo di piazza della Resistenza erano peraltro già note dal 2007, quando due perizie di diversi liberi professionisti, allegate alla proposta di progetto per un parcheggio interrato in Piazza della Resistenza (che non ho mai considerato praticabile neanche in ipotesi), evidenziarono la scarsa qualità e la breve prospettiva di vita di gran parte delle alberature. Anche considerando doverosamente questo dato, ho voluto che fosse colmata una lacuna, rispetto alla qualità e alla sicurezza dell’intero patrimonio di alberature del comune, chiedendo che gli uffici facessero su questo una ricognizione sistematica, ed in forma scritta, prefigurando dunque, agli atti, impegni da ottemperare, non volendomi accontentare, come spesso accade in questo Paese, di risolvere sulla carta, anziché nella realtà, i problemi.

Non posso escludere che, in qualche caso, gli uffici possano aver agito con un eccesso di zelo, ma posso assicurarTi che l’indirizzo dato è sempre stato quello di accertarsi scrupolosamente della salute degli alberi presenti in città e di svolgere un confronto – che è stato avviato – anzitutto con gli esperti del settore, coinvolgendo, in particolare, l’ordine dei dottori agronomi e forestali, con il quale la discussione è in corso. I primi tagli sono intervenuti dunque, prima di qualunque “emergenza” (e contro ogni “logica emergenziale”) proprio sulla base della relazione organica, di cui ti ho detto, che io stesso ho chiesto quasi due anni fa agli uffici sugli alberi pericolosi presenti non solo in piazza della Resistenza, ma in tutta la città.

Condivido con Te la necessità di non cedere a quell’ossessione per la sicurezza di cui parli: siamo in un tempo nel quale l’onnipotente pretesa di controllo sulla propria vita induce ciascuno a ritenere che gli episodi non programmati, che sono poi la vita stessa, debbano sempre trovare una responsabilità in altri, immaginando di esorcizzare così l’imprevedibilità della sorte. Si tratta, però di distinguere piani diversi: il primo è quello culturale e politico, che è oggetto delle Tue considerazioni, rispetto al quale, evitando derive lato sensu securitarie, abbiamo sempre cercato – come amministrazione -  di affermare un punto di vista diverso, fondato su una collettiva assunzione di responsabilità da parte della comunità nei confronti dei nostri figli, dei più deboli, della città stessa, quale primo bene comune. Vi è poi un secondo, diverso, piano che è quello della responsabilità diretta di chi amministra e di chi nelle amministrazioni porta specifiche responsabilità tecniche: un amministratore che, magari per non incorrere nella impopolarità di talune decisioni, temporeggi e lasci irrisolti i problemi (magari sciogliendoli solo sulla carta) fa un cattivo servizio alla città, aggravando la posizione di chi lo seguirà e della città tutta. 

L’intervento in piazza della Resistenza non è pertanto, come i fatti dimostrano, il frutto di una reazione irrazionale sull’onda dell’emozione per le cadute rovinose avvenute in agosto e settembre (in assenza – lo ricordo – di episodi atmosferici particolari). Quelle cadute, come già Ti ho scritto, hanno solo accelerato la realizzazione di un progetto che già esisteva e che – in questo, in effetti, abbiamo probabilmente mancato – avrebbe potuto e dovuto essere prima presentato pubblicamente: l’accelerazione dell’avvio della realizzazione del progetto ha agito, indubbiamente, sugli aspetti della comunicazione. In ogni modo, tutti potranno vederlo perché sarà affisso nel parco insieme a una tavola che ripercorre la storia della piazza.

Il progetto non è stato oggetto di un concorso di idee, ma è stato redatto internamente e la sua realizzazione avverrà in tempi rapidi: al termine degli abbattimenti, che si concluderanno, tempo permettendo, entro Natale, seguiranno subito le nuove piantumazioni e nel corso dei mesi successivi si procederà – con costanza – agli ulteriori miglioramenti. In questo modo, i pistoiesi, di ogni età, potranno riappropriarsi del parco quanto prima.

È indubbio – e qui principalmente sta la diversità dei nostri punti di vista – che il progetto che è stato elaborato non ha un obiettivo conservativo e manutentivo del parco così come è, ma si è posto l’obiettivo di correggerne – se così posso esprimermi – l’originaria disorganica realizzazione, che l’aveva reso, nel corso dei decenni passati, involontariamente, simile più a un bosco che a un giardino romantico, del quale mancava la costitutiva alternanza tra parti raccolte ed intime e più aperte e solatie per favorire il succedersi armonioso – in una artificiosissima replica della natura riletta romanticamente – del selvaggio e dell’ordinato, del malinconico e del gioioso, del magniloquente e del sobrio. Un giardino del genere esiste, in effetti, a Pistoia e stiamo cercando di curarlo e migliorarlo: è quello della Villa Puccini di Scornio o – come tutti noi abbiamo imparato a chiamarlo sin da piccoli – del Villone. Ed è proprio in quel giardino, infatti, che stiamo non casualmente realizzando interventi mirati di abbattimenti e di nuove piantumazioni esattamente in un’ottica conservativa e manutentiva.

In piazza della Resistenza, con il progetto di risistemazione in corso di realizzazione abbiamo voluto creare un giardino in grado di essere meglio goduto dai cittadini perché più adatto allo spazio urbano nel quale è inserito, perché più capace di relazionarsi con il tessuto residenziale e con la presenza monumentale della Fortezza Santa Barbara che tornerà a guardare la città, senza più essere espressione di un potere esterno ad essa, inteso a controllarla, ma anzi parte definitivamente integrata con essa. Vogliamo realizzare un giardino che, per le sue caratteristiche, potrà essere meglio manutenuto e – guarda bene – non intendo con minori costi, ma con più attenzione – anche scientifica – nella sua cura, con un giardiniere dedicato, perché attentamente progettato, oggi , grazie alla maggiore consapevolezza e conoscenza che abbiamo rispetto a sessant’anni fa, per durare nel tempo.

Il rapporto sentimentale che ognuno intrattiene con il paesaggio, ogni paesaggio, l’intima immagine che ognuno se ne fa, ha una rilevanza vitale, che deve essere sempre attentamente considerata. Tuttavia, porsi l’obiettivo di preservare l’immagine mentale che si ha di una parte della città può esporre a un duplice pericolo: da un lato, il rischio di incamminarsi su una china scivolosa, perché ciascuno ha una propria immagine mentale della città che può essere molto diversa da quella di altri e, se è così, rischieremmo di trovarci a conservare la città secondo l’immagine mentale che ha il decisore pubblico di quel momento; dall’altro, la cristallizzazione di un paesaggio in un immagine – quand’anche fosse universalmente condivisa – rischia di rendere tutti prigionieri del passato, e di condannare conseguentemente la comunità intera alla paralisi e alla inazione. Il paesaggio, lo avevano ben inteso i padri costituenti, è bene fondamentale della comunità, da proteggere, ma è anche un organismo vivo e, dunque, naturalmente destinato a mutare per continuare a vivere. Pressoché tutto lo straordinario paesaggio italiano è il frutto di un rapporto plurimillenario tra l’uomo e la natura e questo nesso inscindibile è, ovviamente, ancor più stretto in luoghi, quali il nostro parco, dove è stato l’uomo a creare questo grande polmone di verde, sostanzialmente all’interno di uno spazio urbano. È, allora, inevitabile, necessario per la sua stessa preservazione, che questo spazio muti e si trasformi nel tempo.

Per queste ragioni, cerco volentieri di raccogliere ogni giorno, da uomo convintamente di sinistra, come Tu dichiari di non essere, la provocazione morettiana a fare  qualcosa di sinistra. In effetti è solo la ricerca febbrile del nuovo  e della novità, che si esprime in tanta parte dell’immaginario collettivo odierno, accompagnata dalla esaltazione della velocità – invero storicamente, nel nostro Paese, bagaglio retorico e culturale della destra – che può provocare questo paradossale, improbabile rovesciamento delle parti in nome del quale una sinistra autentica dovrebbe trincerarsi nei confini della conservazione di ciò che esiste. Al contrario, la sinistra è intelligente curiosità del mondo, tensione costante verso un futuro di emancipazione degli individui dal bisogno perché possano essere veramente liberi. La sinistra, scriveva Ludovico Geymonat, è, anzitutto, popolo e ragione: si radica cioè – deve radicarsi - nel senso comune, che è sempre tendenzialmente conservatore, cercando di orientarlo, su basi razionali, verso il cambiamento inteso come progresso in direzione di un mondo più decente e giusto (o – se vuoi – meno indecente e ingiusto di quanto non sia). 

Qui sta anche una delle ragioni per la quale mi sono diffuso volentieri in questo dialogo con Te, perché riconosco le Tue argomentazioni come espressione rappresentativa, colta ed intelligente, di un più diffuso senso comune. Credo in definitiva che la comunità, tutta insieme, dovrebbe - nel dialogo tra diversi punti di vista, e rifuggendo iconoclastici furori innovatori -  cercare di più e meglio discernere ciò che, della città, deve essere orgogliosamente conservato e ciò che invece deve essere coraggiosamente mutato. 

Nel ringraziarTi sinceramente per l’occasione che mi hai offerto, Ti formulo i più cordiali saluti e – visto il calendario – anche i migliori auguri.

Samuele Bertinelli

 

 

 

 

domenica 14 dicembre 2014

La mia risposta al sindaco di Pistoia Samuele Bertinelli

Caro Samuele,

vorrei per prima cosa ringraziarti per la risposta che, nel tuo stile, è stata articolata e ricca di dettagli.
Alla domanda centrale però non hai risposto, spostando sapientemente il focus della discussione sulla progettualità inerente le aree verdi di Pistoia; la domanda centrale era questa: tutti gli alberi che sono stati tagliati dovevano NECESSARIAMENTE essere abbattuti? O come sostiene ad esempio l'ingegner Matteoni (fino al punto di presentare un esposto al Corpo Forestale dello Stato) molti di questi richiedevano solo una manutenzione più attenta e la somministrazione di un trattamento preventivo perché non si ammalassero in futuro?

So che il Comune ha, prima di agire, consultato degli agronomi che hanno redatto una relazione indicando quali alberi abbattere. Nessuno mette in dubbio la professionalità e la serietà di costoro, ma si può legittimamente nutrire dubbi sull'attitudine che è fatto umano e non professionale. La responsabilità in un'epoca come la nostra, ossessionata dal concetto di sicurezza, viene spesso percepita in maniera soverchiante, e probabilmente chi ha messo la firma su tale relazione ha preferito far tagliare qualche (si fa per dire) albero sano in più per mettersi al riparo da critiche e accuse nell'eventualità di un futuro incidente che tentare di preservare il più possibile il patrimonio paesaggistico. Questi sono dati umanissimi che non è il caso di indagare. 

Anche se tu sei indenne allo zeitgeist "rottamatore" (apparentemente rottamatore, più "gattopardianamente" teso al "tutto cambi perché tutto resti com'è") questa brama ansiosa di cambiare, svecchiare, rifare da zero, ci circonda, è l'aria stessa che respiriamo. Un bisogno di NUOVO che sembra più incapacità di valorizzare il "vecchio", di saperlo conservare, tramandare.
Nel caso di un parco poi, si parla di un paesaggio vivente, un ecosistema la cui trasfigurazione radicale richiede ben più di buone intenzioni, progetti ambiziosi (per ora dichiarazioni di progetto…) e relazioni di professionisti che avranno il compito di mettere a tacere la coscienza di chi deve agire e le lamentele di chi, come me, pensa si sia operato uno scempio. 
Anche se, e mi scuso con te e i follower di questo blog per l'inesattezza, gli alberi non sono secolari, ma hanno al massimo 65 anni… mi sembra un distinguo che lascia il tempo che trova, per un habitat, importante non solo per aironi ed altri animali, ma anche per gli umani, che avevano imparato ad amarlo nella sua configurazione originaria, creando al suo interno, angoli, prospettive, punti di riferimento. 

Lasciami ribadire, Samuele, che resta fermissima la mia idea che tu abbia agito assolutamente in buona fede, e che i professionisti a cui ti sei rivolto altrettanto. Se c'è stato un eccesso di zelo con esiti a mio avviso drammatici per quanto riguarda il patrimonio verde della nostra città, c'è stato con le migliori intenzioni. Un vecchio adagio recita che le vie dell'inferno sono lastricate di buone intenzioni. 

Non ho comunque dubbi sulla tua serietà ed il tuo entusiasmo e la tua lodevole capacità di metterti a confronto con i tuoi concittadini (e la tua circostanziata replica ne è la riprova): però come ben sai, e la storia, la letteratura, le leggende ed il cinema spesso ne narrano le vicissitudini, esiste questo mito del giovane buon principe che nonostante le idee illuminate e la volontà di far del bene, viene a un certo punto manipolato e subdolamente oppure anche solo per scarsa lungimiranza dei suoi collaboratori, mal consigliato per poi far ricadere su di lui tutte le colpe, di cui dovrà inevitabilmente farsi carico.

Se gli esiti del "progetto" che m'illustri non perverranno a risultati tangibili di miglioria come auspichi con animo sincero, sarà piuttosto prevedibile che tu, mettendoci la faccia (istituzionalmente parlando) diventi il capro espiatorio e l'oggetto di critiche ben più aspre della mia indignazione di comune cittadino per la perdità di un paesaggio a me caro. 

Aldilà degli attacchi politico\elettorali a cui tu sicuramente avrai fatto il callo nella tua lunga carriera di politico, rischi di venir ricordato come quel sindaco che "tagliò tutti gli alberi di piazza d'armi": è un'antipatica semplificazione, ma la memoria popolare, genuina e un po' spietata, che dimentica facilmente i nomi, non dimentica altrettanto facilmente i fatti. Ed il fatto, se eclatante può diventare il nome.

Anche queste son elucubrazioni che poco interessano alla fine: quello che importa e che parzialmente mi rincuora è che sono stati risparmiati i cedri dove nidificano annualmente gli aironi cinerini. Ma anche qui mi chiedo: se si sono potuti risparmiare loro a rischio credo, come gli altri, di ammalarsi, non si poteva salvare più alberi? 

Operando un necessario sfoltimento, abbattendo alberi già malati e pericolanti, certo, restituendo più luce ai prati della "piazza d'armi"… ma senza snaturarla in quella sua concezione un po' selvatica, tipica del "giardino romantico", quella concezione che tu mi dici priva di progetto, realizzata piantando un po' a caso pini e cedri in un terreno inadatto, e nel quale hanno (avevano…) tuttavia prosperato con le loro chiome maestose, e l'intrico degli esili fusti da cui si leggeva la volumetria della Fortezza. 

La Fortezza, certo, merita più d'un cinema all'aperto in estate. Concordo con te che si tratti di una architettura preziosa per la città, e che si debba valorizzarla, e di estendere il parco fino al suo ingresso: valorizzare la Fortezza e dotare il parco di un'illuminazione più adeguata non possono essere usati come argomenti, come prove a discarico per un'operazione di sfoltimento a mio avviso sbrigativa, senza che al momento esista un progetto di riconfigurazione. 

Non ho visto, né ho trovato disegni tecnici di riassetto paesaggistico. Non esiste, o perlomeno, non ho trovato un bando di concorso per la progettazione del "nuovo parco".  Quindi? Cosa faremo? Ripianteremo a casaccio piante diverse? Persevereremo nell'errore iniziale? 

Esiste solo, cercando in rete, un laconico comunicato sul sito del comune circa la "Riqualificazione di piazza della Resistenza: entro la fine di novembre sarà accessibile l'intero parco"… dove sono i progetti, Samuele? O dobbiamo riprogettare un parco della città "capitale europea del verde" sulla base delle suggestioni che Porcinai partorì nel '35? Questo potrebbe essere un buon spunto per un progetto. Ma il progetto (anzi i progetti) fatto di relazioni, disegni tecnici esecutivi nelle varie viste, in pianta, in prospetto, nei dettagli etc… di fatto ancora non c'è e se questi non vengono prodotti, selezionati e alla fine approvato il vincitore, c'è il rischio di trovarsi per anni un'area desolata nel cuore della città, una "fanga" di sterpi e pochi arbusti superstiti che sicuramente renderanno più visibile nella loro desolazione la Fortezza, ma di sicuro non la valorizzeranno.

Non mi è chiaro come il Comune si stia muovendo, voglio sperare che si tratti di un problema di comunicazione, di tempi di azione e progetto mal concertati, che l'urgenza impressa dalla caduta dei rami ha accavallato. Comprendo la premura, l'urgenza, sensibilizzati dai tragici fatti di Firenze, ma dopo una prima necessaria e tempestiva messa in sicurezza, sarebbe stata opportuna una attenta fase progettuale a mio avviso, prima di procedere a nuovi tagli. Fra questi progetti io avrei preferito un progetto scarsamente invasivo, di salvaguardia, sfoltimento mirato, riqualificazione degli arredi e dell'illuminazione, mantenendo il paesaggio il più possibile aderente a quell'immagine mentale della Piazza "d'Armi" cara a noi tutti. Con i pini e i cedri. 

Con questo credo di averti espresso tutte le mie perplessità ed amarezze. Caro "compagno Pippone" come disse una volta Nanni Moretti, che non è certo fra i più simpatici ma come tutti gli antipatici spesso ha grande sense of humour, "fai una cosa di sinistra". Te lo dico da uomo non di sinistra. Prendilo come un invito simpatico a riflettere su quanto si possa diventare, anche involontariamente, renziani.

Al momento, visto che la frittata è fatta come si suol dire, aspetto con ansia i progetti e mi auguro, così come accadde per ex-Breda, che siano esposti alle Sale Affrescate in Comune e che i cittadini possano esprimere il loro gradimento, anche su internet, e che questo venga tenuto in debita considerazione dalla commissione che giudicherà e sottoporrà il progetto vincitore all'approvazione del Consiglio Comunale.

Un cordiale saluto


Andrea

sabato 13 dicembre 2014

La Replica del Sindaco di Pistoia Samuele Bertinelli

Ricevo or ora e pubblico volentieri la dettagliata replica al mio precedente post e lettera inviate al sindaco di Pistoia, Samuele Bertinelli, a cui risponderò in seguito e che lascio al giudizio dei lettori intanto. Ringrazio intanto il sindaco di Pistoia per aver voluto prendere in considerazione la mia denuncia e per aver cortesemente e dettagliatamente risposto.



Caro Tibet,
credo che Tu mi conosca  a sufficienza - almeno in quel modo particolare, al quale accenni, che consente la nostra città – per sapere quanto sia distante il mio modo di essere dallo spirito del tempo, se inteso come il tempo del marketing, dell’annuncio pubblicitario, del prendi due paghi uno  e dello happy-hour. Samuerto Sbertoli aveva colto questa mia caratteristica attribuendomi, non casualmente, il novecentesco nomignolo di compagno Pippone.
Posso assicurarTi che l’intenzione dell’Amministrazione non è mai stata quella di trasformare il parco della Resistenza in un giardinetto per risparmiare costi manutentivi, né di fare un’opera di imbellettamento; al contrario, stiamo cercando di restituire alla cittadinanza – certo, trasformandolo – un polmone verde più godibile e più bello, ed anche più sicuro. Questo intervento passa anche, purtroppo, attraverso l’abbattimento di alcuni alberi (tra i quali non ve n’è alcuno secolare: il parco è nato negli anni ’50) e la piantumazione di altre piante, più adatte alle caratteristiche della piazza.
Ben prima delle cadute dei due grossi rami di pino della scorsa estate, l’ufficio Verde del Comune aveva predisposto un progetto – inserito nel piano degli investimenti del bilancio comunale, e votato dal consiglio comunale – che prevede gli interventi di sostituzione in corso di realizzazione, oltre alla sistemazione di un impianto illuminotecnico, lungo il perimetro a sud del parco. È la prima parte, permettimi di precisarTelo, di un investimento pluriennale che abbiamo deciso di realizzare per la principale area a verde della città storica: proseguiremo con l’estensione del giardino sino all’ingresso della Fortezza Santa Barbara, liberandolo dalle auto, per far divenire la stessa Fortezza – che ha al suo interno grandi spazi verdi – parte integrante del parco; tra l’altro, poi, risistemeremo progressivamente i camminamenti pedonali e rinnoveremo l’illuminazione; sostituiremo e ricollocheremo i giuochi per i bambini; realizzeremo un nuovo sistema di irrigazione e riordineremo, con una siepe di leccio, il confine tra il parco e il fossato difensivo della fortezza. Porremo, inoltre, a carico del nuovo concessionario del chiosco (il nuovo bando sarà pubblicato il prossimo anno) interventi di manutenzione straordinaria dello stesso.
Con la caduta dei due rami, che solo la sorte ha impedito producesse una tragedia come quella accaduta a Firenze, l’Amministrazione ha doverosamente deciso di accelerare la realizzazione del progetto, che adesso, per quanto riguarda la fase di abbattimento delle piante, è sostanzialmente a conclusione e che vedrà a breve iniziare l’opera di piantumazione di 77 piante ad alto fusto e 352 tra cespugli e arbusti.
Non mi diffondo nel descriverTi le tipologie di nuove piante che saranno messe a dimora nel parco, perché avrai potuto leggerle sulla stampa quotidiana, ma voglio provare ad illustrarTi le ragioni che mi hanno indotto ad approvare il progetto, sul quale ho riflettuto con tutta l’attenzione che credo sinceramente debba essere dedicata ad ogni organismo vivente, anche vegetale.
Per un verso, abbiamo accertato che molte piante, ed in particolare i pini sistemati lungo il viale alberato, non erano più sicure: si tratta, difatti, di piante che furono scelte, al momento della creazione del giardino, senza particolare attenzione alla loro qualità e senza considerare debitamente le caratteristiche del terreno. Abbiamo verificato che il terreno della piazza, dopo un primo strato superficiale di terra (che oscilla tra i 10 e i 20 centimetri), è composto di detriti e materiali di riporto, risultando, dunque, inadatto ad assicurare un radicamento saldo degli alberi e, in particolare, dei pini, che – come ho dovuto imparare – prediligono terreni non compatti e pesanti quali quelli del parco della Resistenza. A questo elemento si è aggiunta, nel corso di alcuni decenni, una manutenzione non sempre oculata che ha favorito una crescita in altezza e in larghezza delle chiome rendendole più soggette – come abbiamo potuto vedere – a pericolose e importanti rotture. Per altro verso, il parco è stato lasciato crescere, nel tempo, senza preoccuparsi degli effetti che la prossimità delle piante avrebbe prodotto sulle piante stesse: le une hanno indebolito e soffocato le altre e tutte insieme hanno creato un’area d’ombra senza soluzione di continuità che impediva, addirittura, la crescita dell’erba in alcuni punti, lasciando ampi tratti di terra polverosa d’estate e fangosa in inverno. La crescita mai controllata degli alberi, insieme alla loro piantumazione non sufficientemente riflettuta e ad una loro distribuzione sostanzialmente casuale, hanno inoltre determinato nel tempo uno schermo che nascondeva pressoché totalmente la Fortezza Santa Barbara, nonostante le giuste indicazioni della Soprintendenza che sollecitavano il recupero di una prospettiva visuale verso il monumento mediceo da quella che fu – e nel parlare di molti ancora è – la piazza d’armi della città. Non a caso, se hai potuto vedere alcuni dei disegni di Pietro Porcinai esposti al Fabroni nel corso della mostra Oltre il giardino, nel 1935 il grande paesaggistica toscano aveva immaginato una sistemazione a verde estremamente semplice, con un uso assai parco di alberature, destinata a non interrompere la relazione tra la città e la Fortezza, ma anzi a rafforzarla.
Il progetto che stiamo realizzando è volto dunque non solo a mettere in sicurezza il parco, ma anche a migliorarne la qualità attraverso nuovi alberi, che meglio si adattino alle caratteristiche del suolo e del clima rispetto a quelli che vi erano, e attraverso un disegno che alterni spazi ombreggiati, dove trovare riparo dalla canicola estiva, e spazi aperti dove invece poter  giacere e giuocare, in un prato rigoglioso, per godere del tepore del sole quando il clima lo consente. Un parco dal quale sia possibile ammirare anche la Fortezza Santa Barbara e, anzi, che si protenda sino al suo ingresso, abbracciando uno dei più importanti monumenti cittadini, non ancora pienamente fruito e valorizzato (anche se è notizia di ieri che – in controtendenza con il resto della Toscana, al netto di Firenze – proprio la Fortezza ha conosciuto una crescita, seppur modesta, di visitatori).
La riqualificazione di piazza della Resistenza è solo una parte del lavoro che stiamo svolgendo e che interessa tutto il verde pubblico cittadino (ricordo tra i molti, a titolo di esempio, gli interventi sul giardino di Villa Capecchi, sul parco del Villone e sul giardino di viale Arcadia, la previsione – che realizzeremo – di un altro grande parco urbano nell’area del Ceppo). Abbiamo intenzione, infatti, di promuovere una sistematica opera di cura e manutenzione di tutti gli spazi a verde della città, perché se Pistoia vuol essere davvero – come spesso abbiamo detto e come scriviamo nelle presentazioni turistiche – città d’arte e capitale europea del verde, deve avere parchi e giardini all’altezza: realizzati dai migliori paesaggisti e curati e manutenuti secondo criteri scientifici, in collaborazione stretta tra gli uffici comunali e gli ordini professionali, affinché le piante e gli alberi possano crescere sani e forti ed avere una vita più lunga. Per ottenere questo risultato abbiamo avviato un dialogo positivo con l’ordine provinciale dei dottori agronomi e dei dottori forestali, anche al fine di stendere – seguendo gli esempi migliori tra le città italiane, e su tutte Torino – un disciplinare per la realizzazione e la cura di spazi verdi. È in corso di affidamento uno specifico incarico per il censimento e la definizione di una apposita carta delle vulnerabilità di tutte le alberature dell’intero territorio comunale. Sin dall’inizio del mandato il mio intendimento è stato quello di rafforzare gli uffici dedicati alla cura del verde, seppur nei limiti delle disponibilità dell’Ente e in coerenza con la politica delle assunzioni che stiamo facendo, attraverso l’individuazione di alcune, mirate e qualificate professionalità. In questa direzione, dopo averne assunti due fino ad oggi, entro il 2015 assumeremo almeno un altro giardiniere e, dopo aver esperito nel 2012 e nel 2013 – come prescritto dalla legge – ben due procedimenti di mobilità, purtroppo senza esito, per l’assunzione di un dottore agronomo, attiveremo quanto prima un concorso pubblico per tale figura.
Quest’impegno, sicuramente di lunga lena, a mio modo di vedere, non dovrà dimenticare anche l’enorme patrimonio boschivo delle nostre montagne, dal quale – ho capito – hai la fortuna di vivere circondato, non foss’altro per la rilevanza che assume la sua manutenzione sotto il profilo della sicurezza idrogeologica del territorio. Abbiamo iniziato, intanto, a pretendere, con alcune ordinanze, che i privati proprietari dei terreni facciano la loro parte nella manutenzione tanto dei boschi quanto del reticolo idraulico minore di loro competenza, nel mentre il Comune da molti mesi è impegnato in un’opera, anche minuta, di manutenzione costante del territorio.
Potrei proseguire a lungo (come si conviene, appunto, al compagno Pippone). Penso, però, sia sufficiente quel che ho scritto, per rappresentare l’impegno serio che stiamo mettendo per fare dell’investimento sul verde cittadino il cuore di un’impegnativa strategia per il futuro dell’intera città. È un tema così decisivo per Pistoia, infatti, che sinceramente auspico possa essere oggetto di un dibattito pubblico sempre più vasto, che - certamente considerando, ma non fermandosi alla dimensione più emotiva - sappia anche articolarsi razionalmente e in maniera documentata, per offrire – davvero – elementi utili per un investimento sul futuro.
Quello che stiamo vedendo in piazza della Resistenza, dunque, è solo una parte di un lavoro più grande ed impegnativo, che confido Tu e tutti i cittadini pistoiesi potrete apprezzare nelle prossime settimane, mesi ed anni.
In quella piazza ci sarà indubbiamente un parco diverso da quello nel quale abbiamo giuocato e passeggiato da bimbi, ragazzi e adulti, ma non per questo sarà meno bello e godibile: sono certo che continueremo a passeggiarci, altri bimbi continueranno a giuocarci, altri ragazzi, magari, ad amoreggiarci.
In ultimo, per quanto riguarda la nidificazione degli aironi cenerini, i tecnici del Comune hanno eseguito un sopralluogo con il personale responsabile del Padule di Fucecchio, convenendo con loro sull’opportunità di non abbattere quattro alberi di cedro vicini alla Fortezza, sui quali sarà dunque ancora possibile che gli aironi costruiscano i loro nidi.
Non pretendo di averTi persuaso della bontà delle nostre scelte, ma spero che almeno Tu creda alla serietà delle nostre motivazioni.
Con stima e cordialità

Samuele Bertinelli

martedì 9 dicembre 2014

Lettera al Sindaco di Pistoia Samuele Bertinelli





Buongiorno Sindaco,

ci conosciamo come si conoscono un po' tutti a Pistoia, anche quando non si sono mai frequentati. 
Mi chiamo Andrea Betti, omonimo del consigliere comunale che conosci, ma a Pistoia molti mi conoscono come Tibet.
Da alcuni anni vivo con mia moglie Cecilia in montagna, a Femminamorta. 
Questo e gli impegni quotidiani mi hanno fatto perdere un po' di "episodi" della vita pistoiese che prima frequentavo con maggior assiduità.
Sapevo della polemica in corso riguardo al taglio degli alberi in Piazza della Resistenza: da persona sensibile a queste tematiche, mi sono preoccupato, ma anche rassicurato leggendo che si trattava di un taglio selettivo volto a eliminare quelle piante ormai malate ed ingestibili che avrebbero potuto recar danno alla cittadinanza che del parco usufruisce oltre che alle altre piante.
Vivo in montagna: gli alberi vengono tagliati spesso quassù, non ne facciamo un dramma. 
Sappiamo che questa pratica fa parte della buona manutenzione dei boschi. 

Poi però 2 sere fa siamo scesi a Pistoia per una passeggiata in centro ed abbiamo parcheggiato vicino a Piazza della Resistenza: l'ORRORE.

Sono rimasto sbigottito dallo scempio che avete portato a termine, altro che poche piante malate! Una tabula rasa. 
Ho osservato (da profano lo premetto) i tronchi recisi, e molte delle piante mi sembravano sane, robuste… oltre che grandi, vecchie, assolutamente preziose. 
Sono le piante che hanno visto i nostri primi baci, la piante delle innocenti trasgressioni e della disperazione, gli alberi che hanno vegliato con equanimità sul tossico, il pensionato, il bambino, l'innamorato, il podista, il perdigiorno… 

Sono argomentazioni romantiche queste che la politica fatta di pragmatismo non deve troppo prendere in considerazione, ma mi chiedo che cosa significhi "per ogni albero tagliato ne pianteremo 2" - questa logica, Samuele, da supermarket, del 2x1 mi sgomenta. Arriveremo davvero per un eccesso di prudenza patologica e impossibilità economica a fornire una corretta manutenzione a tagliare tutti gli alberi, e magari mettere l'erba sintetica che resta sempre verde (come adottato dal tuo collega di Viareggio per le aiuole cittadine)?

Ormai la frittata è fatta: i cedri, i pini, e tutti gli altri grandi alberi  sotto le cui fronde tutti noi abbiamo passeggiato, sono IRRIMEDIABILMENTE tagliati. Son di legno ma non si rincollano. Al posto loro, denaro permettendo, i soliti arbusti da aperitivo, gli oleandri, magnolie anche leggo, molto belle e colorate, per carità, ma lascia stare caro sindaco, il 2 per 1 con un cedro secolare (dove ho letto nidificavano anche degli aironi ogni anno) non conta, nemmeno il 10 per uno, nemmeno il cento per uno… 

Il futuro "Giardinetto" della Resistenza (non potrà più essere considerato parco, con tutta una serie, presumo, di vantaggi circa gli obblighi di manutenzione) sarà come tale, una delle tante tangibili testimonianze del vuoto innovare, dei belletti, delle operazioni di sola immagine, che spinge i politici piccoli e grandi oggi più che mai: meglio buttar (tanti) soldi pubblici in operazioni cosmetiche, per trasformare piazza della Sala in un giardino per 3 giorni l'anno, per compiacere i mescitori del Centro e rimpinguare le loro già pingui casse, che tenere in ordine un parco secolare della comunità. 


un saluto


Andrea Betti