mercoledì 17 dicembre 2014

La nuova replica del Sindaco

 

Caro Tibet, Caro Andrea,

nonostante le difficoltà che puoi comprendere nel fornire tempestiva risposta ai molti che scrivono, cerco – per quanto mi è possibile – di farlo sempre, perché credo che per il sindaco sia un dovere. Non ti nascondo che rispondo più volentieri quando, grazie ad un interlocutore attento ed evidentemente affezionato alla città, mi viene data la possibilità di dialogare in profondità e di contribuire, dunque, alla promozione di un serio e qualificato dibattito pubblico cittadino.

Sono davvero persuaso, infatti, che il principale antidoto contro il furore innovatore (eloquente sintomo, tra l’altro, di una ipertrofica personalizzazione della politica che porta ad enfatizzare – per restare in ambito locale – il ruolo dei sindaci) sia il diffondersi di una cittadinanza attiva capace di discutere, anche appassionatamente, ma laicamente, senza tifare – irrazionalmente e, talora, violentemente – i colori di una maglia sposata in modo acritico.

Per quanto è nelle mie responsabilità, non condivido né assecondo questa deriva quasi podestarile della figura del sindaco, che peraltro tende anche, come sottolinei giustamente, a trasformare il sindaco stesso in un correlativo, perfetto capro espiatorio. Tra i molti casi che si potrebbero citare, mi ha colpito quanto accaduto a Massa, dove cittadini giustamente adirati per i danni da loro patiti hanno occupato il municipio, nonostante nessuna competenza avesse il Comune – e dunque nessuna specifica responsabilità portasse il sindaco – nella costruzione e nella manutenzione degli argini che si sono rotti. Il punto è che per una parte importante e sempre crescente di cittadini sembra non esistere più alcun altro referente istituzionale che il sindaco ed il Comune. Proprio per l’impoverimento democratico che produce l’estrema personalizzazione alla quale assistiamo, che nei territori spesse volte giunge fino ad una vera e propria ipostatizzazione nel sindaco tanto della Politica quanto del Comune, ho scelto, fin dall’inizio del mandato, di tenere un profilo sobrio, convinto – come ancora sono – che debbano essere anzitutto i fatti a parlare. Per questa ragione, sono, probabilmente, tra tutti i sindaci di comuni capoluogo quello che meno ha concesso alle dichiarazioni pubbliche e alle interviste nel corso del suo mandato. È stata una scelta dettata dalla intima convinzione che la città non abbia bisogno di demiurghiinnovatori, bensì della prosecuzione di un operoso e quotidiano lavoro collettivo, come è accaduto per secoli, di un’intera comunità. Così come la civiltà è stata trasmessa, per secoli, grazie al lavoro anonimo svolto sotto la disciplina di rigorose regole monastiche, la città si è formata ed è mutata nel continuo ed invisibile allacciarsi, dandosi tra loro la mano, delle generazioni che si sono susseguite. 

Ho compreso, tuttavia, che questa condotta, per eterogenesi dei fini, ha prodotto, in alcuni casi, come anche quello di cui stiamo discutendo, un effetto contrario alle intenzioni, non avendo evidentemente favorito fin qui quel dibattito pubblico serio e strutturato, che – come accennavo – giudico indispensabile, e avendo anzi dato adito a ricostruzioni dei fatti che nulla hanno a che vedere con le scelte compiute dall’amministrazione comunale, e dunque con la realtà per come effettivamente è. D’altronde, per parafrasare Nietzsche, sono consapevole che i fatti in sé sono stupidi come buoi, tanto più se letti nella prospettiva del titolo giornalistico o senza essere contestualizzati. Proprio per questo, stiamo riflettendo su come meglio informare tutti i cittadini, senza fare alcuna propaganda, documentando ciò che abbiamo fatto e stiamo facendo. Ciò vale, evidentemente, anche per questo caso. 

Che, poi, la memoria popolare possa agire rimuovendo i nomi non mi sconforta, visto il vasto privilegio che abbiamo cercato di accordare ai fatti: ciò che deve restare, almeno nella storia millenaria di una città, sono proprio i fatti, ossia le trasformazioni importanti per la comunità. Se è così, spero che si tramandi il ricordo di un sindaco che, tra l’altro, ha reso più grande, più bello e sicuro il principale parco della città storica, come sta accadendo, e non che l’ha distrutto, come non è.

Per il caso di cui stiamo discutendo, mi rendo conto di un dato di fatto che Ti è evidentemente sfuggito, ossia la circostanza che gli interventi in corso sono la realizzazione di un progetto che c’è e che sarà realizzato in più fasi, ma con continuità. Quelle che ho cercato di spiegarTi non sono buone intenzioni, ma scelte già assunte, precipitate in un progetto del Comune.

Le motivazioni dell’intervento che Ti ho illustrato non sono prove a discarico dell’imputazione di aver agito d’impulso o senza un progetto, perché il fatto non sussiste: stiamo realizzando, non per ragioni emergenziali, un progetto del quale ho cercato di tratteggiarti tutti gli elementi costitutivi. Ciascuno di essi (dall’impianto di illuminazione, al rifacimento dei percorsi pedonali), infatti, è parte di un intervento organico, che, proprio per questo, per la sua natura di equilibrata valutazione su un disegno complessivo, è maggiormente rispettoso dei valori paesaggistici, culturali e affettivi del parco. Un intervento selettivo di mera messa in sicurezza – sicuramente più economico e, forse, popolare nell’immediato, avrebbe – quello sì – ferito il parco.

Ti confermo che la larghissima maggioranza degli alberi sono stati abbattuti per ragioni di sicurezza ed alcuni altri non perché fonti di immediato pericolo, ma perché, per un verso, suscettibili di divenirlo per le caratteristiche del suolo, per la loro scarsa qualità o per la loro reciproca eccessiva vicinanza (alberi troppo vicini l’uno all’altro – proprio come accade nei boschi – rischiano di soffocarsi); e perché, per altro verso, incompatibili con la nuova architettura del parco contenuta nel progetto approvato, che a fronte dei necessari abbattimenti ha dovuto organicamente ripensare il parco per conferire armonia alla disposizione delle piante ancora presenti in rapporto con le nuove che stanno per essere messe a dimora.

Le criticità del patrimonio arboreo di piazza della Resistenza erano peraltro già note dal 2007, quando due perizie di diversi liberi professionisti, allegate alla proposta di progetto per un parcheggio interrato in Piazza della Resistenza (che non ho mai considerato praticabile neanche in ipotesi), evidenziarono la scarsa qualità e la breve prospettiva di vita di gran parte delle alberature. Anche considerando doverosamente questo dato, ho voluto che fosse colmata una lacuna, rispetto alla qualità e alla sicurezza dell’intero patrimonio di alberature del comune, chiedendo che gli uffici facessero su questo una ricognizione sistematica, ed in forma scritta, prefigurando dunque, agli atti, impegni da ottemperare, non volendomi accontentare, come spesso accade in questo Paese, di risolvere sulla carta, anziché nella realtà, i problemi.

Non posso escludere che, in qualche caso, gli uffici possano aver agito con un eccesso di zelo, ma posso assicurarTi che l’indirizzo dato è sempre stato quello di accertarsi scrupolosamente della salute degli alberi presenti in città e di svolgere un confronto – che è stato avviato – anzitutto con gli esperti del settore, coinvolgendo, in particolare, l’ordine dei dottori agronomi e forestali, con il quale la discussione è in corso. I primi tagli sono intervenuti dunque, prima di qualunque “emergenza” (e contro ogni “logica emergenziale”) proprio sulla base della relazione organica, di cui ti ho detto, che io stesso ho chiesto quasi due anni fa agli uffici sugli alberi pericolosi presenti non solo in piazza della Resistenza, ma in tutta la città.

Condivido con Te la necessità di non cedere a quell’ossessione per la sicurezza di cui parli: siamo in un tempo nel quale l’onnipotente pretesa di controllo sulla propria vita induce ciascuno a ritenere che gli episodi non programmati, che sono poi la vita stessa, debbano sempre trovare una responsabilità in altri, immaginando di esorcizzare così l’imprevedibilità della sorte. Si tratta, però di distinguere piani diversi: il primo è quello culturale e politico, che è oggetto delle Tue considerazioni, rispetto al quale, evitando derive lato sensu securitarie, abbiamo sempre cercato – come amministrazione -  di affermare un punto di vista diverso, fondato su una collettiva assunzione di responsabilità da parte della comunità nei confronti dei nostri figli, dei più deboli, della città stessa, quale primo bene comune. Vi è poi un secondo, diverso, piano che è quello della responsabilità diretta di chi amministra e di chi nelle amministrazioni porta specifiche responsabilità tecniche: un amministratore che, magari per non incorrere nella impopolarità di talune decisioni, temporeggi e lasci irrisolti i problemi (magari sciogliendoli solo sulla carta) fa un cattivo servizio alla città, aggravando la posizione di chi lo seguirà e della città tutta. 

L’intervento in piazza della Resistenza non è pertanto, come i fatti dimostrano, il frutto di una reazione irrazionale sull’onda dell’emozione per le cadute rovinose avvenute in agosto e settembre (in assenza – lo ricordo – di episodi atmosferici particolari). Quelle cadute, come già Ti ho scritto, hanno solo accelerato la realizzazione di un progetto che già esisteva e che – in questo, in effetti, abbiamo probabilmente mancato – avrebbe potuto e dovuto essere prima presentato pubblicamente: l’accelerazione dell’avvio della realizzazione del progetto ha agito, indubbiamente, sugli aspetti della comunicazione. In ogni modo, tutti potranno vederlo perché sarà affisso nel parco insieme a una tavola che ripercorre la storia della piazza.

Il progetto non è stato oggetto di un concorso di idee, ma è stato redatto internamente e la sua realizzazione avverrà in tempi rapidi: al termine degli abbattimenti, che si concluderanno, tempo permettendo, entro Natale, seguiranno subito le nuove piantumazioni e nel corso dei mesi successivi si procederà – con costanza – agli ulteriori miglioramenti. In questo modo, i pistoiesi, di ogni età, potranno riappropriarsi del parco quanto prima.

È indubbio – e qui principalmente sta la diversità dei nostri punti di vista – che il progetto che è stato elaborato non ha un obiettivo conservativo e manutentivo del parco così come è, ma si è posto l’obiettivo di correggerne – se così posso esprimermi – l’originaria disorganica realizzazione, che l’aveva reso, nel corso dei decenni passati, involontariamente, simile più a un bosco che a un giardino romantico, del quale mancava la costitutiva alternanza tra parti raccolte ed intime e più aperte e solatie per favorire il succedersi armonioso – in una artificiosissima replica della natura riletta romanticamente – del selvaggio e dell’ordinato, del malinconico e del gioioso, del magniloquente e del sobrio. Un giardino del genere esiste, in effetti, a Pistoia e stiamo cercando di curarlo e migliorarlo: è quello della Villa Puccini di Scornio o – come tutti noi abbiamo imparato a chiamarlo sin da piccoli – del Villone. Ed è proprio in quel giardino, infatti, che stiamo non casualmente realizzando interventi mirati di abbattimenti e di nuove piantumazioni esattamente in un’ottica conservativa e manutentiva.

In piazza della Resistenza, con il progetto di risistemazione in corso di realizzazione abbiamo voluto creare un giardino in grado di essere meglio goduto dai cittadini perché più adatto allo spazio urbano nel quale è inserito, perché più capace di relazionarsi con il tessuto residenziale e con la presenza monumentale della Fortezza Santa Barbara che tornerà a guardare la città, senza più essere espressione di un potere esterno ad essa, inteso a controllarla, ma anzi parte definitivamente integrata con essa. Vogliamo realizzare un giardino che, per le sue caratteristiche, potrà essere meglio manutenuto e – guarda bene – non intendo con minori costi, ma con più attenzione – anche scientifica – nella sua cura, con un giardiniere dedicato, perché attentamente progettato, oggi , grazie alla maggiore consapevolezza e conoscenza che abbiamo rispetto a sessant’anni fa, per durare nel tempo.

Il rapporto sentimentale che ognuno intrattiene con il paesaggio, ogni paesaggio, l’intima immagine che ognuno se ne fa, ha una rilevanza vitale, che deve essere sempre attentamente considerata. Tuttavia, porsi l’obiettivo di preservare l’immagine mentale che si ha di una parte della città può esporre a un duplice pericolo: da un lato, il rischio di incamminarsi su una china scivolosa, perché ciascuno ha una propria immagine mentale della città che può essere molto diversa da quella di altri e, se è così, rischieremmo di trovarci a conservare la città secondo l’immagine mentale che ha il decisore pubblico di quel momento; dall’altro, la cristallizzazione di un paesaggio in un immagine – quand’anche fosse universalmente condivisa – rischia di rendere tutti prigionieri del passato, e di condannare conseguentemente la comunità intera alla paralisi e alla inazione. Il paesaggio, lo avevano ben inteso i padri costituenti, è bene fondamentale della comunità, da proteggere, ma è anche un organismo vivo e, dunque, naturalmente destinato a mutare per continuare a vivere. Pressoché tutto lo straordinario paesaggio italiano è il frutto di un rapporto plurimillenario tra l’uomo e la natura e questo nesso inscindibile è, ovviamente, ancor più stretto in luoghi, quali il nostro parco, dove è stato l’uomo a creare questo grande polmone di verde, sostanzialmente all’interno di uno spazio urbano. È, allora, inevitabile, necessario per la sua stessa preservazione, che questo spazio muti e si trasformi nel tempo.

Per queste ragioni, cerco volentieri di raccogliere ogni giorno, da uomo convintamente di sinistra, come Tu dichiari di non essere, la provocazione morettiana a fare  qualcosa di sinistra. In effetti è solo la ricerca febbrile del nuovo  e della novità, che si esprime in tanta parte dell’immaginario collettivo odierno, accompagnata dalla esaltazione della velocità – invero storicamente, nel nostro Paese, bagaglio retorico e culturale della destra – che può provocare questo paradossale, improbabile rovesciamento delle parti in nome del quale una sinistra autentica dovrebbe trincerarsi nei confini della conservazione di ciò che esiste. Al contrario, la sinistra è intelligente curiosità del mondo, tensione costante verso un futuro di emancipazione degli individui dal bisogno perché possano essere veramente liberi. La sinistra, scriveva Ludovico Geymonat, è, anzitutto, popolo e ragione: si radica cioè – deve radicarsi - nel senso comune, che è sempre tendenzialmente conservatore, cercando di orientarlo, su basi razionali, verso il cambiamento inteso come progresso in direzione di un mondo più decente e giusto (o – se vuoi – meno indecente e ingiusto di quanto non sia). 

Qui sta anche una delle ragioni per la quale mi sono diffuso volentieri in questo dialogo con Te, perché riconosco le Tue argomentazioni come espressione rappresentativa, colta ed intelligente, di un più diffuso senso comune. Credo in definitiva che la comunità, tutta insieme, dovrebbe - nel dialogo tra diversi punti di vista, e rifuggendo iconoclastici furori innovatori -  cercare di più e meglio discernere ciò che, della città, deve essere orgogliosamente conservato e ciò che invece deve essere coraggiosamente mutato. 

Nel ringraziarTi sinceramente per l’occasione che mi hai offerto, Ti formulo i più cordiali saluti e – visto il calendario – anche i migliori auguri.

Samuele Bertinelli

 

 

 

 

1 commento:

  1. Ciao Samuele,
    rispondo con ritardo fuori di misura alla tua ultima: il periodo da dicembre a febbraio mi vede estremamente impegnato professionalmente e non riesco a star dietro al blog. Sono soddisfatto delle risposte, non tanto nel loro contenuto, ma perchè mi hai risposto e non ti sei nascosto come avresti potuto tranquillamente fare, dietro a "cause di forza di maggiore", alti impegni etc… la tua disponibilità al dialogo con i tuoi cittadini, ti rende sicuramente un politico, ma soprattutto, una persona meritevole. Continuo, nonostante la congerie di argomentazioni da te portate con grande perizia ed intelligenza, a non essere persuaso: se, come sostieni, l'emergenza è stata solo un aspetto incidentale, non capisco perchè non sia stato prodotto anzitempo un bando di concorso per idee aperto alle molte professionalità creative di Pistoia, paesaggisti, designer, artisti giovani e vecchi, etc… o anche fuori da Pistoia, per non voler sempre guardare al proprio orticello.
    Non mi resta che augurati che il percorso iniziato non subisca battute d'arresto o , all' "italiana", incappi in qualche magagna. Spesso l'emergenza, la storia recente ce lo insegna, è stata una esca allettante per i soliti trafficoni, un momento per sospendere la legalità (già di per se bolsa e contorta nelle sue innumeri regole volte ad arginare la corruttela, che alla fine di solito producono l'effetto contrario).
    L'azione tua e della tua giunta è stata energica, e spero si mantenga coerente ai principi di valorizzazione dell'ambiente e trasparente fino in fondo. Ti saluto con cordialità e ti lascio al tuo lavoro!

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