venerdì 30 ottobre 2015

Non essere bravo






Rimpiango amaramente la sperimentale cialtroneria anni settanta - ottanta. 
Rimpiango i cineasti scrausi, le riprese da voltastomaco, i non musicisti, gli imbrattatele e tutta quell’armata Brancaleone di impuniti e disturbati che si cimentava in qualcosa che non gli era concesso, non tanto da natali infelici o dalle impossibilità economiche, ma dalla Natura stessa, che in questi aveva instillato, beffarda, una febbre senza stile, un tormento di mani fantasma da mutilato, che doveva per amore, più spesso per forza, trovare forma e via di uscita.

Roba rivoltante: quadri di adolescenti maudit e presuntuosi, disegnati male, coi colori colati, le pennellate brutte, dai titoloni altisonanti, scaturiti da qualche imparaticcio dell’ultim’ora; e non c’era internet a levarti l’illusione di essere un pioniere, a mostrarti 12.745.469 risultati uguali, identici, spiccicati alla tua idea innovativa. La vita ti avrebbe dato al momento giusto, una robusta e sana legnata sulla schiena, e questo ti avrebbe reso forte o ucciso. 
Brutale ma vero.

Musica di merda, ma in quella frenesia di gente negata dalle dita anchilosate, stonata, senza arte nè parte, spuntavano i Joy Division, che avevano imparato a suonare quel tanto che bastava per poter ridefinire radicalmente lo stile della new  wave e del techno pop anni ottanta. Quei fenomeni impensabili oggi, come “Alien”: avete mai visto da allora un film di fantascienza che non ne ricalchi pedissequamente l’estetica, dal disegno degli interni delle navi spaziali, alle tute, a qualsiasi altro fottuto dettaglio?
Ecco i Joy Division sono stati l’Alien della musica pop internazionale (ancor più nella formazione successiva New Order). E non erano Mozart.
C’era quello zeitgeist lì: anche i “bravoni” come Ridley Scott anzichè scopiazzare e fare i piacioni si buttavano a sperimentare robe nuove, e saltavano fuori “Alien” e “Blade Runner”.

Rimpiango i somari, i drogati veri o per finta, per febbre o per sostanza, li rimpiango amaramente in quest’epoca di scimmiette ammaestrate che fanno la capriola per una nocciolina, poverine, di xfactor, di gare a chi ce l’ha più lungo o piscia più lontano, di cuochi superstar, e youtuberz. 

Oggi, per carità, sono tutti bravi, le cose son tornate al loro posto: chi canta sa cantare, chi disegna sa disegnare, etc… ma tutti quanti sono come “sorrentinizzati”. Dopo aver fatto le giravolte sull’organetto vestite col giubbetto rosso e la tazza in una zampa, ed aver dimostrato in maniera circense la loro abilità, cercano ora l’amore di un vasto pubblico, vogliono emozionare come i loro illustri predecessori, perchè vogliono essere delle stelle di prima grandezza ma per farlo ci voglio stupire con “effetti speciali e colori ultravivaci” (come diceva quella vecchia pubblicità di televisori) anche perchè, piccinine, altro non possono le scimmiette. 
Vogliono farsi amare attraverso abili virtuosismi, giochi di stile seducenti, eseguiti con scioltezza e senza incertezze. La loro telecamera non traballa, il tratto dei loro pennelli è certo e armonioso, le loro metriche e rime s’incasellano l’una nell’altra come un perfetto e risolto rompicapo, le loro voci vantano numerose ottave e passano dai toni bassi a quelli alti impeccabilmente… che bravi! e tutti a batter le mani!
Non scappa un lamento, un tremito, un dubbio.
Nel panorama desolante della cultura italiana di oggi, saturo di sopravvalutati inutili e di grandi assenti mai rimpiazzati, compare come un alieno l’ultimo film di Caligari, “Non essere cattivo” a ricordarci per l’ultima volta la differenza che passa fra un esercizio di stile ambizioso e pieno di captatio benevolentiae come “Youth” (per esempio) ed un film vero, dove lo stile è al servizio di una storia, di un’emozione potente che non si può simulare.

Caligari ci ricorda come le grandi star del passato, non si facessero amare per lo stile o perchè intrattenessero e coccolassero il loro pubblico, al contrario erano spesso irriverenti, fastidiosi, antipatici (Monicelli, De Andrè, Villaggio, Sordi….) ma perchè avevano una febbre primordiale, pionieristica,  e trovavano in questa il famigerato “qualcosa da dire” che non si poteva rimandare e che alla fine non potevi non ascoltare.
Faccio un esempiuccio: a chi darai ascolto? A chi viene a darti un’informazione di vitale importanza o a un pagliaccio che fa i versi? Certo è piacevole soffermarsi a vedere la povera scimmietta che fa i saltini, ma lo farai in base alle tue priorità. Se avrai di meglio e più urgente da fare, non starai lì a giuggiolare per delle piroette senz’anima. Mentre per un grande film puoi interrompere la dialisi, prenderti due ore durante l'apocalisse, mentre hai la morte che ti bussa alla porta o equitalia.

Nell’epoca del “nulla a senso”, tutto è Stile, eccoci qua a giocare ai David Foster Wallace, totalmente appagati da operazioni asfittiche ma formalmente ineccepibili, a pettinarsi barba e baffi mentre ci si compiace di qualche insolito gadget culturale, a bearsi della “nicchia nella nicchia” mentre si instagramma qualche gigioneria visiva o si digita qualche calembour con le ipsilon al posto delle i su facciaunbuco. Ed eccoci in ultimo, devoluti nell’homo insipienz con i suo baffi a manubrio, la canotta a righe, la scarpa bassa, di genere incerto, attento agli accessori, emo cresciuto, a collezionare  audiocassette e riempirsi di spillette e tatuaggi sconclusionati.
Così ciurmati si trascorre la vita riducchiando precari, da un aperitvo all’altro. 
Ecco questa nuova armata, non più Brancaleone (non se lo merita), di talentuosi, di hipster, di rappers, di precari; mi fa rimpiangere gli odiosi e presuntuosi inetti che all’alba della postmodernità redassero il nostro testamento.

“ve lo meritate voi, David Foster Wallace…”


E questa è l’ultima tirata che scrivo: d’ora in poi questo blog sarà totalmente dedicato alla sperimentazione poetica ed alla devastazione semantica. Ciao ciao teletabbis! 

lunedì 28 settembre 2015

Il Potere




Certo i banchieri e i loro fidi vassalli al potere sono garanzia di poca gioia. 
Oddìo, anche gli artisti al potere hanno fatto cose discutibili, pensate a certi acquerellisti austriaci. Anche sui maestri preferirei non esprimermi. Ma evidentemente la professione di provenienza conta poco: la possibilità di disporre delle vite altrui stimola idee balzane. 
C’è chi sperimenta nuove società, chi vuole imporre un’immagine coordinata ad un popolo, chi vede una nazione come un’azienda, chi come un esercito. Si pesca nel paniere delle esistenti soluzioni di convivenza umane, afflitti dalla disomogeneità e dalla imperfezione della massa. Già di per se la parola massa, ha un che di indigesto, di caotico, di ottuso.  
Insomma il potere è una droga potentissima che distorce la realtà, e la trasforma nell’incubo del tiranno di turno. Una droga lucida. Impietosa. 
Solo pochissime figure nella storia dell’umanità sono riuscite a incanalare il potere senza farsene travolgere: penso a Gandhi e …basta.
Penso che il segreto di questo mancato coinvolgimento emotivo sia da ricercarsi nel disinteresse per il potere come tale, ovvero come strumento per portare energia al proprio ego: essi non avevano bisogno del potere per realizzarsi, in quanto individui perfettamente compiuti. Non avevano bisogno di accrescere ricchezza o credibilità. Totalmente autosufficienti, hanno completamente reinvestito il potere che avevano acquisito in un progetto di bene comune.
Senza tener nulla per sé. 

Vi sembrano così i nostri politici odierni? Vedete in loro abnegazione? Spirito di sacrificio? 

L’abnegazione, l’umiltà e l’indifferenza verso il potere si possono simulare. 
Ma non si può mai simulare l’immaginazione: ecco, Gandhi per l’appunto, oltre ad essere autenticamente umile e disinteressato al potere, aveva una profonda capacità di progetto e di immaginazione. Era un creativo politico, che ha ideato forme di lotta che prima non esistevano (la non-violenza) e che, con fantasia, ha portato avanti una lotta contro un impero sino alla liberazione del suo popolo, quasi senza colpo ferire (se non consideriamo le vittime collaterali dovute alla violenza subita, o nate dalla mancata osservanza delle sue illuminate prescrizioni).

Vi sembra che in Europa esistano oggi persone di questa caratura? 
Perchè, lascia stare l’Italia! Lo sappiamo! Ma in Europa credete che sia meglio? Pensate che i loschi e raggelanti individui che hanno umiliato la Grecia abbiamo un minimo di umanità, grandezza e fantasia per poter salvare il mondo? Ce lo vedete Juncker al posto di Gandhi? Provate a sostituire a Gandhi uno qualsiasi di questi tizi: Merkel, Renzi, Hollande… chi vi pare…
Grottesco. 

Innanzitutto la materia prima: Gandhi era solido. 
Era piccino, esile, ma saldo e totalmente incorruttibile. Questi invece sono in perenne ricerca di consenso, e per ottenerlo mutano forma come le nuvole del cielo. Sono sfatti, mascherati, agghiaccianti quando viene loro imposto un ruolo.
Sono quei tizi che nel secolo scorso sarebbero stati gli zelanti esecutori di qualche dittatore folle, che poi avrebbero dichiarato di aver eseguito soltanto degli ordini. Con la massima innocenza, sia ben chiaro. 
Non parlo dei deboli, dei poveri, costretti ad appoggiare qualche scalmanato. Non parlo dei meschini come noi, parlo di questi tizi brillanti dalla parlantina facile e mediamente carismatici che sarebbe opportuno indirizzare verso carriere discografiche anzichè politiche.
Qualsiasi cosa, ma non fategli toccare la “COSA” pubblica. 
Una gigantesca vagina che li può risucchiare, con effetti intossicanti per tutto l’organismo sociale.
Ora c’è da dire che, data la micragnosità di questi individui, l’intossicazione si supera abbastanza bene, perchè il mondo che loro vogliono (o chi per loro) manipolare é da millenni un mondo dove la semplicità vince, dove esistono fornai, farmacisti, contadini, meccanici, falegnami, fabbri, muratori, uomini e donne che fanno cose utili e buone, e per le cui mansioni fondamentali non esiste mistificazione possibile. 

Questa semplicità è una complessità risolta, un’opera paziente e secolare dove spesso gli interventi di miglioria risultano inopportuni. Anche quelli in buona fede, figurarsi quelli fasulli.
Quando vediamo i profughi che attraversano l’Europa, vediamo noi stessi in un mondo parallelo ma vero, dove ci hanno tolto la possibilità di vivere di quella semplicità, di fare i nostri mestieri, di gioire della nostra casa e dei nostri affetti, della nostra libertà di scelta ed opinione, fino al punto di costringerci a fuggire. 
Il desiderio più grande del profugo e dell’esule è quello di tornare a casa. Una casa pacificata, la casa dove sono nati i nonni, dove si è vissuta l’infanzia e la giovinezza, dove si riconoscono gli odori, i suoni, dove la luce è in un certo modo che non può essere altrove. 
Noi adesso viviamo nel terrore artefatto generato dai nostri governanti per finalità loro X che non indago, incapaci di accogliere, di soccorrere, anche con malanimo o fastidio, incapaci di aderire al nostro richiamo di Specie. In attesa di ordini "dall'alto"… 
Il potere si è fatto astratto, conciliabolo mutevole e ottuso, equazione finanziaria, carrozzone di avventurieri e speculatori di vario cabotaggio, in lotta fra loro per acquisire porzioni sempre più ampie di profitto o difendere la propria: una volta erano papi, imperatori, padroni adesso è un mostro senza testa. Totalmente automatico quanto cieco e istintivo.
Del resto anche in quegli ambienti spregiudicati si è fatta strada un'idea del Mondo più attuale; che non è il paese di Bengodi, o la cornucopia senza limiti cui attingere. Quindi la loro fame si è fatta avida, ingorda, febbrile. Il nuovo potere non è più nemmeno megalomane, visionario: sta sulla difensiva, si attesta sulla posizione, è arroccato, paranoico e fa catenaccio … 

Viviamo senza prospettiva, perchè non ci riesce immaginare il futuro quando l’unica cosa che conta è il presente: perchè il Mostro vive e prospera solo nel presente; irride il passato, i retaggi, le culture, le tradizioni, e si fa beffe del futuro, per il quale riserva solo la fosca prospettiva del degrado per quelle persone e quelle società che non si uniformeranno al suo moto. Perchè è solo un moto, non è nemmeno un sistema. 

La prospettiva in verità è che molti profughi vorranno tornare a casa, molti resteranno qui; come sempre accade da secoli, l’uomo si muove libero sulla superficie del pianeta mosso da infinite molle: povertà, fame, guerra, ambizione, desiderio, curiosità. Ed ovunque vada, lontano da casa è comunque casa. 

Esistono dei problemi logistici: i grandi paesi che potrebbero accogliere senza contraccolpi grandi flussi migratori hanno chiuso le loro frontiere o sono comunque lontani e difficili da raggiungere. America, Australia… 
L’Europa è piccola e già molto densa di storie, di transiti: una certa insofferenza è spiegabile. Spiegabile come paura, come istintivo porsi sulla difensiva, alimentato dal Mostro che su queste paure gioca le sue carte vincenti. Ma le paure, come accade nella vita semplice e reale, si superano attraverso la conoscenza.

Pare che certi flussi migratori facciano parte di una strategia destabilizzante operata da paesi come la Turchia per accrescere il loro potere sul Mediterraneo. Ma Turchia o no, di fatto la gente scappa e a gambe levate. Scappa dalla guerra come dalla povertà: inutile distinguere in maniera protocollare fra profugo e migrante economico. Possiamo dissuaderli, finanziare chi volete, erigere barriere, affondare barconi. Ma quando le persone sono qui, indipendentemente dal fatto che fra loro si nascondano terroristi, non possiamo lavarcene le mani. Non possiamo rispedirli indietro, nè tantomeno rifondare campi di concentramento: l’unica possibilità è la convivenza. 

E per farlo ci vuole immaginazione: provate a pensare Edison senza immaginazione, provate a pensare Tesla senza immaginazione, Leonardo, Beethoven, Mao, Lenin, Enrico Mattei, Gandhi…provate a pensare il mondo senza immaginazione. fatto? Cosa è venuto fuori? 
L’Eurozona.

martedì 8 settembre 2015

Dialoghi ungheresi






Prosegue il carteggio con il signor Lazlo Galantai dell'ambasciata di Ungheria a Roma. Al fine di non imbolsire ed aggiornare di continuo il post precedente, riporto qui gli ulteriori sviluppi. Sono sorpreso dalla grande disponibilità al dialogo che ho incontrato anche se le posizioni espresse sono necessariamente avverse, e non perchè consideri con poca attenzione la complessità della situazione. 
Seppur ammantata di tutti i crismi della legalità e della prudenza, la xenofobia di fondo è ben percepibile. La xenofobia è principalmente data da una sproporzionata percezione di pericolo rispetto all'introduzione di nuovi individui in un contesto sociale e culturale definito. Si potrebbe pensare ad essa come ad una reazione del tutto naturale, finchè questa non va ad interferire così profondamente con l'altra naturale tendenza umana ad aiutare chi è in difficoltà,  fino alla violazione dei diritti umani e alla promulgazione di leggi che li violino apertamente. 
In fondo il Nazismo operò così, dando prima valore scientifico e poi valore legale ad infamie e deliri razziali, facendo leva sul proverbiale senso civico dei tedeschi. Per non incorrere in questo è opportuno prendere delle contromisure di tipo etico e filosofico in primis, dando la priorità al soccorso ed all'accoglienza, senza cadere nelle paranoie da invasione e del "terrorista nascosto nella folla"… 
Se così fosse nemmeno l'identificazione più accurata potrebbe scovarlo. Ed in ogni caso l'identificazione non comporta l'inciviltà ed il maltrattamento. Se l'Ungheria da sola non riesce a gestire l'emergenza che tutta l'Europa maturi ed in fretta, politicamente, ed invece di mostrarci le solite facce di bronzo di banchieri ed eurosquali, organizzi un checkpoint di accoglienza, soccorso ed identificazione, dotato di ospedali da campo, ricoveri dignitosi, bagni, etc… investendo il denaro e le risorse necessari. 
Ma vediamo cosa ci siamo detti il gentile signor Lazlo ed io…


la mia risposta all'ultima lettera del post precedente

Beh, signor Galantai, non facciamo sensazionalismo ma nemmeno terrorismo psicologico: gli attentati terroristici avvenuti in Europa erano tutti per mano di cittadini europei per quel che ne so. 
Di fede islamica, cresciuti nei ghetti, animati da sottoculture violente e disincantate. 
Molti di questi cittadini europei di origine mediorientale (mi si perdoni la generalizzazione) sono gli stessi che migrano da qua per aderire allo Stato Islamico. Persino italiani (è famoso il caso della ragazza milanese sposata ad un albanese che è migrata nell'IS) senza contare quei popoli europei di religione islamica come Bosniaci e Albanesi. Anche fra questi spesso si reclutano combattenti; la cosa è spiegabile poichè si tratta di giovani che hanno vissuto guerre ed umiliazioni, che maturano un odio profondo per l'Occidente.
Anche la paura alimenta l'odio. 
Il contrario (ovvero terrorismo di provenienza extraeuropa) al momento attuale non si è mai verificato, men che meno in Ungheria. Gli attentati ci sono stati in Spagna, in Francia, in Inghilterra, ma non in Ungheria e mai per mano di "extracomunitari" (termine antipatico che fino a poco tempo fa designava anche i cittadini ungheresi, rumeni e di altre nazioni sicuramente europee ma escluse per ragioni storiche e politiche dall'Europa …Si fa per scherzare: il giochino su chi è dentro e chi è fuori è sempre aleatorio, come vede).
Paventare attentati e sulla base di una paura blindare uno stato, mi sembra paranoico. 
Ho questa immagine forse un po' demodé, del terrorista che arriva tranquillo con regolare passaporto e tutte le carte in regola, con disponibilità economiche e preparazione tecnica, che trova in loco, strutture, "cellule" attrezzate… non certo questi derelitti in ciabatte e pantaloni corti che arrancano per 250 Km su un'autostrada. Poi, come no, ci sta tutto: magari è un abile mimetismo. 
Certo il nuovo "nemico" è fluttuante, furtivo e la tendenza è chiudersi in casa. Sono convinto che una politica meno compiacente verso l'Arabia Saudita (che per questioni economiche viene risparmiata da tutte le accuse che meriterebbe in pieno) potrebbe già porre un freno alla diaspora mediorientale ed ai rischi connessi di terrorismo. Ma di sicuro continueremo a omaggiare gli sceicchi bianchi ed a organizzare gare di formula 1 nei loro paesi, a lisciarli ben bene con una mano mentre si maledicono gli inquietanti tagliagole neri che imperversano in Iraq e Siria. 
Lasciamo queste considerazioni gentile Lazlo, ai nostri illuminati governanti che sono sicuro, senza essere empatici o antipatici, riusciranno a NON trovare una soluzione comune e soddisfacente. Mi permetta di coltivare questi dubbi e di considerare pur con tutte le attenuanti del caso, la situazione ungherese, con la massima preoccupazione. 

Cordiali saluti

Andrea Betti


la risposta del signor Galantai…


Fino ad ora per fortuna non abbiamo avuto attentati. Ma le segnalazioni dei servizi segreti ci sono. Tra centinaia di migliai di migranti sconosciuti magari ci saranno qualche decina o centinaia di estremisti, anche se siamo fortunati, no?

Ma il terrorismo è soltanto un lato del problema: la permeabilità delle frontiere alla fine aiuta i criminali, i trafficanti di esseri umani, armi, droghe, tutto. Non credo che si possano sollevare obiezioni reali contro la regolarizzazione delle frontiere. Blindare i confini è ovviamente un’altra cosa, ma l’Ungheria non ha blindato in confini: ha solo rafforzato la frontiera verde. Il traffico attraverso i valichi non è stato toccato da queste misure, anzi il Governo ungherese – in concordanza con quello serbo – sta cercando di apripre nuovi valichi per facilitare il flusso regolare tra i nostri paesi.

Tutti i rifugiati possono (e devono) arrivare regolarmente in Ungheria. Sono liberi a recarsi ai valichi e richiedere l’asilo. Saranno accolti, e poi dobbiamo trovare una soluzione per farli andare dove vogliono. Ma devono entrare tutti regolarmente e devono essere registrati (comprese le impronte digitali). Non si può cominciare un processo di integrazione con un atto illegale. Oltre all’ordine pubblico, questa è una questione di principio. Almeno questà è la posizione – a mio avviso poco discutibile – del Governo ungherese.

Cordiali saluti, e buona serata,

Laszlo Galantai


Buongiorno signor Galantai,

esiste un termine per identificare il sentimento che lei esprime in questa sua mail: si chiama Xenofobia. La paura del diverso. 
Per carità non giudico: nella mia vita ho assistito a varie declinazioni di questo sentire. Mi ricordo i marocchini e tunisini ospitati in un centro sociale della mia città negli anni 90, che non volevano condividere il loro spazio con i senegalesi, nonostante fossero come loro africani e musulmani. In Italia abbiamo i leghisti che volevano addirittura una secessione fra nord e sud del paese. Ci sono i nord europei e la loro cortese arroganza e senso di superiorità rispetto ai latini, e noi italiani che da sempre mal digeriamo i rom e gli slavi in generale, spesso accomunandoli in un'unica ed erronea unità culturale. 
Ma la paura e la prudenza spesso si fanno pressanti, ed il signor Orban del resto ha conquistato la sua posizione attraverso regolari elezioni e deve dar conto anche dei timori più o meno fondati del suo elettorato. Lei mi ha citato il celebre aforisma sulle buone intenzioni. Questo direi è l'esempio lampante.
Ora mi dica lei che è diplomatico, se una identificazione capillare di migliaia e migliaia di persone permette veramente di trovare i terroristi nascosti nella folla. Sappiamo che sono partiti? Da dove? Sappiamo i loro nomi? Possiamo prevedere chi nella folla dei profughi diventerà terrorista in futuro maturando rancore per gli occidentali?
Siamo davvero sicuri che l'Europa verrà islamizzata o piuttosto i profughi si "europeizzeranno"? Come è accaduto ad italiani, polacchi, irlandesi, quando arrivarono negli USA nei primi del 900: dopo una, massimo due generazioni si sono americanizzati. Se io parlo con un italo-americano, le assicuro che la mia impressione è quella di parlare con uno statunitense, non con un immigrato italiano, anche se può aver mantenuto qualche vezzo o ricordare dai nonni qualche storpiata parola in dialetto.
Il signor Orban dice di voler difendere la Cristianità: mi chiedo chi gli abbia dato questo incarico. Il Papa forse? La Cristianità (fra parentesi, io non sono credente) la si difende applicando gli insegnamenti di Cristo, con lo stesso entusiasmo con cui si applicano le leggi. La Cristianità è un vivo sentire in molti cittadini europei, che hanno dato prova di grande pietà, compassione ed empatia soccorrendo a loro rischio e pericolo persone abbandonate a loro stesse su un'autostrada. Non sapevo fosse legale in Ungheria passeggiare in autostrada: davvero una singolare deroga alle norme di sicurezza europee.
Ma io sto scherzando e lei avrà senza dubbio il suo bel da fare con i suoi colleghi a salvare la faccia dell'Ungheria, presa così duramente di mira dai media. Sicuramente Orban non suscita le simpatie dei Grandi Capi come Merkel e Hollande (belli loro) e molto accanimento mediatico sarà sicuramente dovuto anche a questo, ma i treni stipati di gente con le portiere bloccate, i profughi allontanati con lo spray urticante e in ultimo la folla di disperati in marcia senza alcun soccorso...beh... questi sono tutti goffi e poco umani rimedi trovati dai vostri politici, amministratori, capi di polizia etc… 
In ogni caso, aldilà delle divergenze di opinioni, io la ringrazio sinceramente per la sua incredibile disponibilità ad affrontare con me, che non sono un giornalista, ma un semplice "uomo della strada", queste tematiche, dando una visione più approfondita e meno sensazionalistica dei fatti che si stanno svolgendo. Questa cortesia è segno di grande civiltà e rispetto, e da italiano non ci sono abituato, visto che da noi spesso persino l'ultimo degli uscieri è talvolta scostante e inarrivabile. Le rinnovo i miei auguri affinchè l'Ungheria possa trovare una via virtuosa nella risoluzione di questa difficile situazione, dando il buon esempio a tutti i paesi europei.

cordialmente


Andrea Betti

lunedì 7 settembre 2015

La Vergogna Ungherese

(…ed europea)



Impressionato dalle immagini della marcia forzata dei profughi lungo l'autostrada per Vienna, mi sono deciso a scrivere all'Ambasciata di Ungheria in italia ( mission.rom@mfa.gov.hu ) per protestare e chiedere spiegazioni. 
Del tutto inaspettatamente mi ha risposto, con grande cortesia, il signor László Dávid Galàntai dell'ufficio Affari Politici e Relazioni con la Stampa, per fare alcune precisazioni circa la questione dei profughi ed il trattamento loro riservato in Ungheria.
Si tratta di precisazioni tecniche, ovviamente, di cui i nostri notiziari non hanno dato riscontro. Il primo dato inquietante che si riconferma è come la stampa sia diventata totalmente infotainment, che pur di dare risalto alla drammaticità di alcune immagini, eviti di indagare le dinamiche che ne sono alla base.  
Detto questo, nulla giustifica quanto abbiamo visto, perchè se per far rispettare una legalità "sulla carta," si debba arrivare a piombare treni, a deportazioni forzate, e simili violazioni dei diritti umani (eh già…) allora forse, dobbiamo chiederci se l'applicazione zelante di questa legge funzioni effettivamente, o se come facciamo tutti, nella vita di tutti i giorni, non occorra invece venire a patti con la realtà ed interrogarsi una tantum sulla causa prima di tanta sofferenza e cercare un modo di porvi rimedio.
D'ora in poi, dovremo chiedere conto da noi a chi di dovere di quel che non ci torna…
Così ho fatto io per lo meno. Consiglio a tutti vivamente di fare altrettanto, per questa ed altre eventualità.


Di seguito il carteggio:

-----Original Message-----
From: Andrea Betti 
Sent: Monday, September 07, 2015 10:43 AM
To: Titkárság - ROM
Cc: Andrea Betti
Subject: ::: vergogna


La condotta del vostro governo nella gestione dei profughi che sono giunti nel vostro paese è vergognosa.
Non si vedevano scene simili dai tempi del Nazismo: lasciare che migliaia di persone esasperate, affamate prima si accalchino in una stazione ferroviaria (dove alcuni sono stati pure picchiati dalla polizia, come riportato da numerosi notiziari non certo di "sinistra" come Radio24 ed altri) per poi lasciarle a loro stesse in una marcia allucinante sull'autostrada per Vienna senza alcun supporto.
Mi chiedo come facciano a dormire la notte i vostri governanti: se io fossi ungherese avrei imbarazzo a dichiararmi tale viaggiando all'estero.

Dico tutto ciò da Italiano, quindi da cittadino di un paese, come il vostro, in prima linea nell'emergenza profughi. Un paese che ha registrato alti e bassi nella gestione di questo flusso migratorio: un paese che solo adesso, (buongiorno Europa! Ti sei svegliata?) viene marginalmente aiutato ad affrontare questa evenienza drammatica.

Quindi mi permetto di dire la mia su quanto accade da voi, perchè se qualcosa di lontanamente simile fosse successo in Italia si sarebbe gridato al Fascismo!
A voi va meglio, evidentemente anche la sensibilità del popolo ungherese registra in questa situazione il suo minimo storico. Non ho notizia di ungheresi che protestano: so di austriaci ed italiani che con mezzi propri sono venuti in soccorso dei profughi in marcia... minacciati di essere accusati come "trafficanti di uomini"...
Siete fantastici! Non li volete e non li fate andare via...quando se ne vanno da soli a piedi li fareste morire per strada come cani. Peggio dei cani.

Spero che il turismo verso il vostro bellissimo paese registri un minimo tale da farvi riflettere, perchè io di sicuro non andrei volentieri in un paese che tratta così i disgraziati in fuga da guerra e miseria (teniamo conto che nemmeno l'UNICEF può intervenire perchè in teoria un paese ricco e democratico dovrebbe gestire da se tali emergenze, e anzi, con i profughi è obbligato a farlo dalle leggi internazionali... che presumo anche l'Ungheria abbia sottoscritto).
Lo spero perchè quando spesso non basta colpire al cuore, è sicuramente più opportuno colpire al portafoglio, area sensibilissima anche negli animi più gelidi.

Ricordo un Ungheria diversa, di gente che osava ribellarsi all'oppressione sovietica, a cui il mondo guardava con simpatia: non è quella di oggi.
Spero con tutto il cuore che il popolo ungherese sia stato più umano del suo governo, anche se a queste notizie non è stato dato rilievo.

Con vivo disappunto

Andrea Betti




Gentile Sig. Betti,

l’Ungheria accoglie i rifugiati secondo le possibilità di un paese di 10 milioni di abitanti, che è stato colpito da un ondata di migranti che ormai supera 150 mila persone dall’inizio dell’anno, con il massimo rispetto dello spirito della Convenzione di Ginevra. (E’ come se in Italia sarebbero arrivati quasi 1 milione di migranti in 8 mesi. Solo per far capire la dimensione del fenomeno.)

Ciò nonostante i centri di accoglienza ci sono, i servizi ai rifugiati (cibo, acqua, alloggio, servizi medici ed igienici) sono accessibili.

La situazione a Budapest purtroppo deriva dal fatto che i richiedenti asilo rifiutano di recarsi nei centri di accoglienza, rifiutano l’assistenza delle autoritá ungheresi, perché vorrebbero continuare il loro viaggio verso l’Austria, e finalmente la Germania. Le autorità ungheresi – anche se ci provano – non possono fisicamente offrire più assistenza a quelli che decidono di restare in viaggio e non entrare nei centri di accoglienza. Come può immaginare, l’allestimento di nuovi centri di accoglienza nelle più frequentate piazze di Budapest non è una solizione fattibile.

Eppure le regole europee (i trattati di Schengen e Dublino) a questo riguardo sono esplicite: non consentono ai richiedenti asilo di lasciare il territorio dello stato membro dove le loro richieste di asilo sono state registrate, in questo caso l’Ungheria. La soluzione quindi non dipende dalla “buona volontà” delle autorità ungheresi, bensì dagli obblighi messi in atto dai trattati europei. Il viaggio dei migranti verso l’Austria è quindi illegale secondo le regole vigenti, alla quale perciò le autorità ungheresi non possono assistere per ragioni giuridiche.

Allo stesso tempo le autorità ungheresi assieme ai volontari cercano di offrire servizi fondamentali (cibo, acqua, sanitazione, assistenza medica) ai profughi nella Stazione Keleti, ma come può immaginare l’allestimento di un campo di accoglienza ben attrezzato in una delle più frequentate piazze della capitale non è una possibilità reale. La soluzione legale sarebbe per i migranti di recarsi nei centri di accoglienza in Ungheria, aspettare l’esito della richiesta di asilo, e poi con i documenti ricevuti richiedere il visto Schengen dalla Germania, che gli consentirebbe di transitare in modo regolare tra i paesi dell’Area Schengen.

Il momento che l’Austria e la Germania hanno deciso di accogliere queste persone, il Governo ungherese ha messo a disposizione più di 100 pulman che hanno trasportato migliaia di profughi al confine austriaco. I volontari che offrono passaggio attraverso il confine ai migranti senza documenti purtroppo violano la legge, e possono essere processati per traffico di esseri umani non solo in Ungheria, ma anche in Austria. Ripeto: questa non dipende dalla buona volontà del Governo ungherese, è la legge che è uguale per tutti.

Spero che questi chiarimenti Le possano essere utili nel valutare la situazione in Ungheria, che in termini giuridici è molto più complessa di quanto i telegiornali purtroppo riportano.

Cordiali saluti,

László Dávid GALÁNTAI
Affari Politici, Stampa
Relazioni con Malta

Ambasciata di Ungheria
Via dei Villini 12/16
00161 Roma
Tel: (06) 4423-0598, 219


la mia risposta…


Gentile signor Galàntai,

la ringrazio innanzitutto per la cortese risposta, del tutto inattesa. 
Le sue accurate precisazioni purtroppo cozzano con la realtà: evidentemente se siamo pervenuti a tanto scempio è perchè non basta applicare in maniera zelante delle leggi. 
Se la doverosa osservanza delle leggi ci porta a piombare gente nei treni, a tenerli ammassati in un luogo di transito contro la loro volontà, a violare sistematicamente i diritti umani, forse due domande è giusto porsele.
Sicuramente è mancata l'Europa (come è mancata anche in Italia) 
Sicuramente Germania ed Austria che adesso fanno il "bel gesto" aprendo le frontiere, hanno messo l'Ungheria in forte difficoltà nella prima e nebulosa fase, costringendola di fatto a farle da "portiere". 
Sicuramente l'attuale governo di destra del vostro paese, deve render conto al proprio elettorato mostrando un atteggiamento meno pietistico e più energico nel fronteggiare questa emergenza.
Ma spruzzare spray urticanti negli occhi di inermi che premono alla frontiera per attraversare il vostro paese (non per starci in pianta stabile) e vedere migliaia di sciagurati in marcia su un'autostrada sono scene che lasciano interdetti e sgomenti.
E pensare che avrei sottoscritto la riflessione del professor Luttwack di pochi giorni fa circa l'importanza del rispetto della legalità internazionale. Evidentemente non basta, se si arriva a tanto: perchè questa gestione grottesca dei profughi nasce proprio dallo zelo con cui il governo ungherese ha applicato tali norme. 
E poi direi che gli Americani possono tacere a questo punto, visto che quanto accade deriva direttamente dalla loro gestione scandalosa del dopoguerra in Iraq.
E in quanto a frontiere murate e poliziotti violenti non hanno nulla da imparare (mi riferisco al New York Times che duramente ha criticato i reticolati sul confine serbo-ungherese)
Peccato davvero che succeda in Ungheria, che è un paese simbolo di Libertà, di lotta al sopruso, un paese che da sempre ha mostrato di avere forte autonomia, anche attualmente nell'UE, attraverso scelte assolutamente anti-bancarie e di forte indipendenza rispetto ai colossi Francia e Germania.
Ho visto le belle immagini dei cittadini di Budapest che di loro spontanea volontà portavano scarpe ed altri generi di conforto ai profughi: queste immagini mi riconciliano con il mondo. Mi auguro che il governo ungherese trovi ispirazione dal suo popolo anzichè far da portiere ad Austria e Germania in attesa del loro lascia passare...

di nuovo ringraziandola
la saluto con cordialità



Andrea Betti

la risposta del signor Galàntai…



Gentile Sig. Betti,

La ringrazio anch’io per il cortese riscontro. Spero che alcuni dei miei argomenti possano esser stati utili.

Il Governo ungherese cerca di trovare l’equilibro fragile tra umanità e legalità, in una situazione profondamente paradossale e tragica. In questo purtroppo non aiutano i reportage sensazionalisti, che spesso offrono una visione distorta della realtà, ed alla quale spesso assistono anche i migranti, che ovviamente vogliono arrivare in Germania, quindi hanno l’interesse di dimostrare che vengono maltrattati in Ungheria.

Devo però precisare che l’Ungheria non ha tenuto nessuno in luoghi di transito contro la loro volontà. L’Ungheria ha chiesto ai migranti di lasciarsi trasferire in centri di accoglienza, dove possono ricevere assistenza umanitaria. I migranti hanno rifiutato, e deciso di rimanere affollati nella Stazione Keleti. Se l’Ungheria avrebbe applicato le norme con “zelo” estremo, i migranti sarebbero stati sgomberati dalla Stazione e trasportati nei centri di accoglienza. L’unica cosa che l’Ungheria applica con zelo, è la registrazione dei migranti irregolari, che però è una questione di sicurezza. Nessun paese si può permettere di lasciar passare sul proprio territorio centinaiai di migliai di migranti sconosciuti, tra le quali ci possono essere anche criminali e terroristi (come hanno avvertito più volte i servizi segreti non solo ungheresi, ma di altri paesi europei e nordafricani).

Il Governo ungherese continuerà a rispettare le regole vigenti, in attesa di una proposta di soluzione sostenibile da parte dei vertici europei.

Cordiali saluti,

László Dávid GALÁNTAI
Affari Politici, Stampa
Relazioni con Malta

Ambasciata di Ungheria
Via dei Villini 12/16
00161 Roma


Tel: (06) 4423-0598, 219




Gentile signor Galàntai,

qualsiasi precisazione che esca fuori dal circo mediatico è da me fortemente apprezzata: comprendo altresì che per amor di patria e per il ruolo che lei riveste debba prendere giustamente le difese d'ufficio sull'operato del suo paese. Facendo una media fra quanto vedo e quanto lei mi dice, traggo una conclusione immediata: la vergogna non è solo ungherese ma europea. Questi fatti dimostrano come l'Europa sia una entità profondamente divisa e disattenta nella gestione di queste problematiche.

Di fatto esiste un'onda migratoria di proporzioni estese causata del dissesto geopolitico in atto fra Siria e Iraq e anche in altre aree del Medio Oriente e dell'Africa. Questa onda non si può arginarla così come non si può arginare un fiume in piena. Le Leggi esistenti mostrano tutta la loro inefficacia, e lasciano ai soli paesi riceventi il carico di nutrire, assistere, e regolarizzare i migranti ed i profughi.
Le dirò, gentile signor Lazlo, che persino nel mio piccolo comune di residenza sono stati ospitati dei profughi, non senza lamentele e preoccupazioni da parte degli abitanti.
Comprendo perciò bene cosa intende dire quando parla di "complessità della situazione": imputare altri di essere poco accoglienti richiederebbe sempre un attento esame della propria condotta. 

Detto questo, mi permetto di sovvertire il dettame cristiano del "chi è senza peccato scagli la prima pietra" e da "peccatore" scaglio la mia piccola pietra verso il governo ungherese e quello europeo, anche perchè bisogna finirla con il timore reverenziale ed il silenzio dei "peccatori".
I nostri rispettivi governi agiscono e le loro azioni sono sotto gli occhi di tutti e tutti possono giudicarle. Vedere i centri accoglienza che esplodono di gente a Lampedusa o i profughi in marcia su una autostrada (!) porta ad una sola conclusione: stiamo sbagliando tutto. 
Allora il primo fatto è l'emergenza: se trovi una persona che sanguina copiosamente prima arresti l'emorragia e poi gli puoi anche chiedere i documenti. Diventa surreale tentate di regolarizzare un fenomeno eccezionale come quello in atto, anche perchè mancano i parametri per poterlo fare. Al momento l'unica risposta che possiamo dare è quella di Specie, cioè soccorrere i propri simili con tutti i mezzi a nostra disposizione, anche se i locali fashion di Budapest avessero a soffrire un certo disagio nell'aver di fronte al proprio ingresso una tenda della croce rossa...

Qualsiasi azione sembra inadeguata, ma le azioni dettate dall'umanità intesa come empatia verso i propri simili non sono mai sbagliate: le soluzioni politiche invece sono sempre incomplete e tendenziose. Per esempio la Turchia lascia passare tutti ma non fornisce alcuna assistenza (che sia una enorme e grottesca "ripicca" verso l'UE?), che è  l'esatto opposto della politica adottata dall'Ungheria in ottemperanza alle leggi europee ed internazionali, e questo porta comunque a delle vittime, vedi il caso del bambino profugo (e quindi avente diritto di asilo) morto sulla spiaggia. 
Per un certo periodo l'Italia utilizzò Gheddafi e la Libia come filtro all'onda migratoria. Questo non senza vittime: sono documentati anche se non citati troppo spesso, casi di grave violazione dei diritti umani ed esecuzioni sommarie nel deserto libico in quegli anni. 

Prendiamo coscienza che è in atto una migrazione da Africa e Medio Oriente di proporzioni bibliche, causata da povertà e guerre, e che l'unico modo di arrestarla è quello di ripristinare nei paesi di origine condizioni di vita dignitose: nel frattempo però non ci resta che accogliere al meglio chi ormai è arrivato fin qui. 

Non le rubo altro tempo: un augurio che l'Ungheria ( e anche l'Italia) dia un esempio non solo di legalità ma di immaginazione. 
Da bambino seguivo un cartone animato ungherese "la famiglia Mezil" (Mézga család) dove l'immaginazione spesso era il motore di soluzioni narrative inusitate: certo la grande migrazione non è un cartone animato, non la si risolve con trovate divertenti, ma l'immaginazione è la forza che muove l'umanità. Gandhi con l'immaginazione ha liberato un paese grande come l'India. 

Solo una visione diversa ed un'atto ispirato possono evidentemente a questo punto far la differenza. 

buona giornata


Andrea Betti

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Concordo pienamente con Lei: la migrazione oggi è un problema europeo che necessita risposte europee. Lei dice “le azioni dettate dall'umanità intesa come empatia verso i propri simili non sono mai sbagliate”, ma purtroppo questo non può essere sempre vero. “La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni” – come dice l’aforisma usato anche da noi ungheresi. Far entrare tutti senza controlli può sembrare umano ed empatico (ed allo stesso tempo rafforzare i confini un gesto “disumano”), ma quando gli estremisti e terroristi che quasi sicuramente si trovano anche tra i migranti entrano in Europa e compiono stragi, allora che possiamo dire ai parenti delle vittime? Scusateci, ma le nostre intenzioni erano umane ed empatiche?

E’ altrettanto evidente, che l’Europa non può prendersi carico di tutti quelli che vogliono venire da noi. Ci sono oltre un miliardo e mezzo di persone nell’Africa e Medio Oriente che vivono in povertà. Se solo 10% di questa popolazione si mobilita verso l’Europa, il nostro modo di vita e le nostre società crolleranno in pochi anni. Oltre alle considerazioni umanitarie, questo purtroppo è la realtà. L’Europa è una scialuppa di salvataggio in un mare pieno di naufraghi: dobbiamo essere consapevoli di quello che facciamo. Perchè non si possono salvare tutti, altrimenti si capovolge la nostra barchetta e finiamo tutti in mare: sia noi, che quelli che abbiamo cercato di salvare.

La proposta del Governo ungherese è sempre la stessa: sul lungo termine il fenomeno della migrazione si può fermare solo con lo sviluppo dei paesi di origine. Ma sul breve termine dobbiamo separare i rifugiati veri e propri (che scappano da guerre ed oppressione) dai migranti economici (che scappano “solo” dalla povertà), e dare i primi tutta l’assistenza prevista dai nostri valori europei ed i trattati internazionali, ma allo stesso tempo ribaride fermamente che non possiamo accogliere i secondi senza limiti. A questo fine abbiamo bisogno di controllare le frontiere in modo efficace. Prima di questo non ha senso parlare di quote.

Buona sera e cordiali saluti,


Laszlo Galantai

lunedì 3 agosto 2015

Dall'Eremo Dorato




(precisazioni sul mio post "Pistoia Blues")

Considerato l’elevato numero di condivisioni e soprattutto citazioni parziali, più o meno viziate da personalissime opinioni, che ne sono state tratte, vorrei fare alcune precisazioni sul mio post “Pistoia Blues”.

1. Non è una recensione del Pistoia Blues o di una in particolare delle sue serate. 
Si tratta di rimpianto? Si ammettiamolo: è anzi la summa di tutti i rimpianti. Di quelli che rimpiangevano il vecchio blues, con i fricchettoni sparsi per la città quando fu spostato al Parco della Rana e già così era commerciale; di quelli che rimpiangevano il vecchio campeggio al Parco della Rana quando fu spostato a Montesecco (anagraficamente mi colloco fra questi) che non è più la stessa cosa è un ghetto; di quelli che rimpiangevano il free camping in generale e ora entri solo se hai il biglietto del concerto; di quelli che rimpiangevano quando c’era il campeggio ed ora non c’è più nulla devi andare in B&B; di quelli che rimpiangevano il mercatino in centro ora è tutto sparpagliato e non ci sono più quelli che fanno le pannocchie; di tutti noi che, alla fine, avremo da rimpiangere tutto, perchè non resterà nulla che non sia irreggimentato in norme ed ordinanze, nonostante non amassimo particolarmente il blues quando era nel pieno del suo afrore/fulgore. Io per esempio, da ragazzino e fino ai 25 anni, l’ho cordialmente odiato; per antipatia verso i fricchettoni, per disamore per la scarsa igiene, perchè troppo “folla” e intruppamento, troppo “volemose bene”… ma forse sono un caso patologico io, che riesco ad amare retrospettivamente qualcosa, che nel presente non apprezzavo e che comunque vivevo, perchè ho fatto i cyloom, i cerchi di tamburi, ho contestato dal mio “margine” facendo reading, dj set, rendendomi ridicolo e abbandonandomi a Dioniso, diventando fricchettone per tre giorni per tornare serenamente borghese alla fine della sbronza. Senza pretese, né rimpianti, né vergogna.


2. Nel mio pezzo non si menzionano gli eventi collaterali della presente edizione, in primis perché non ne ero a conoscenza, ma non perché sono divenuto un’entità iperborea e sdegnosa che, dall’alto del Monte e dell’Eremo Dorato del suo Blog sentenzia (senza particolare amore per la grammatica italiana vorrei sottolinearlo) cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma semplicemente perché non ne ero a conoscenza, non frequentando facebook n é essendomi informato a riguardo. 
Ho solo descritto, ritrovandomici per caso, una serata particolarmente triste del centro di Pistoia, come tante altre, nonostante le mandrie di hipster alticci; triste e vuota rispetto al fermento caotico ed ecumenico dei tre giorni di anarchia, puzzo, amore, gioia, libertà (seppur limitata e vigilata) del BLUES. Ecumenico, universale, non marginale e collaterale. Il Blues era Jeff che era un vero rasta giamaicano, i veri Elfi, i veri fricchettoni e gli hippie della domenica come me: le ragazze che si mettevano la gonna lunga a fiori per mimetizzarsi e respirare un po’ di corroborante ancorché fumosa aria di Libertà (l'atmosfera del Blues!), e per tre giorni erano vere quanto chi è hippie da una vita perché nessun vero hippie ti chiederebbe il patentino: ci sei quando ci sei e quanto ti pare. Questa partecipazione massiva, entusiasta e spontanea, un po’ cialtrona e piena di allegria, non credo sia ricreabile a tavolino, né partendo dalle nicchie, né dai congressi alternativi, colti o politicamente dissidenti, né ripristinando un clima di tolleranza da parte delle autorità. La cosa è bruciata: nessuno verrà più da Como, o da Crotone, o da Altopascio in motorino, per vivere 4 giorni di tranquillità e gioia anarchica. La TAZ è stata annientata e non la si ricostruisce o sostituisce con altro; non è materia di progetto. Facciamocene una ragione e cogliamo il segno oscuro dei nostri tempi, fatti di regole, austerità (per la massa) e lusso e divertimenti sfrenati per gli eletti. Hanno abolito il Natale. Hanno abolito il nostro Carnevale Estivo, in questa corsa a sgretolare la gioia, a toglierle terreno ogni giorno che passa. 

Io credo che questo mancherà a tutti, persino ai detrattori: gli mancherà bighellonare un po’ stralunati per il campeggio al mattino, dove ti offrivano un chai, o potevi far polemica con qualche relitto del settantasette, consolare un amico in bad trip che, al solo vederti, tornava felice; ci mancherà ballare, ridere, scherzare e anche rompersi i coglioni, deprecare il sudiciume e poi mettersi a giocare con i cani più sudici della galassia, o abbracciare uno sconosciuto e sentire per questo estraneo una totale fiducia ed un affetto completamente inspiegabili…ma veri. 

Nel momento in cui scrivo queste sconnesse riflessioni, la verità è diventata un valore relativo e questo non sarebbe un male, se per lo stesso motivo non fosse diventata moneta di scambio dell’inganno: la verità serve conoscerla, solo per abbindolare, per veicolare e drogare i dati in nostro possesso. La verità è una messe di informazioni grezze da usare alla bisogna per raggirare, blandire, controllare. Questo è vero per tutto: politica, musica, arte, relazioni umane. Lo chiamano Post-modernismo; il Pistoia Blues era, nei suoi centri di spontanea ed anarchica aggregazione (campeggio e free market) un territorio dove queste componenti venivano riformulate. Era il territorio dell’ipocrisia di chi è fricchettone col “culo” degli altri? Coi soldi di mamma e papà? Ma di cosa stiamo parlando se non di tutti i fuori corso italiani più o meno cialtroni o brillanti che abbiamo frequentato e conosciuto? Parliamo di noi stessi? Vogliamo utilizzare, per demolire gli scioperati ed i vitelloni di sempre, la retorica boriosa del “farsi il culo”? Non funzionerà: non ho mai visto virtù virali in questo scampolo di universo; non ho mai assistito al miracolo del fannullone che diventa gran lavoratore seguendo l'esempio dell'amico sgobbone o ottemperando alle sue reprimende: piuttosto il contrario! Questi ragionamenti non servono per creare responsabilità e senso civico, servono però benissimo a trasformare il lavoro nell’odierna schiavitù e precario privilegio d’esser servi. Servono soprattutto a rompere i coglioni; e poi … non ho capito: che cazzo ne sai del culo che mi sono fatto io? Cos'è queste presunzione di esser gli unici a lavorare? Parliamo piuttosto del lavoro che come gioia, condivisione, artigianato, creazione, significato, del tempo speso per imparare e trasmettere. Stiamo parlando di questo? O del rancore sordo di chi deve sobbarcarsi una vita di amarezze e guarda con disprezzo chi accanto a lui balla e si diverte? E la politica? Stiamo parlando di quella roba di manichini protocollari, teleguidati da esperti di marketing che dicono “oggi vai dagli operai, niente cravatta, colletto sbottonato e maniche arrotolate” oppure “oggi sei dagli imprenditori, gessato e discorsi sulla crescita e l’efficienza”…ma è questa roba qua? E tutto quel magma di rivendicazioni, contrattazioni, compromessi, lotte….dove cazzo è finito? Sotto il tappeto? E La musica? Cosa sarebbe oggi? Talent show? Colonna sonora per i nostri aperitivi e seratine? Oppure quello sgomento di tarantolato che inizia a percuotere i tavolacci di legno? Quella voce arrochita o limpida che si leva alta in una pianura di parole sommesse come pianti trattenuti? Cos’è la musica? Il blues delle bettole? I teatri rutilanti dove Mozart eseguiva la sua magia? Il battito imperterrito che sgorga dal subwoofer? Oppure la suoneria bizzarra di un cellulare per far sorridere amici deficienti? La musica oggi è poco più che audio tappezzeria…


Esistono soglie, non confini. Esiste però un chiaro dominio dell’autenticità che si autoregola, che sfuma e sgorga spontaneamente dal nostro mondo ipercontrollato, come una bolla in un adesivo che non si può far aderire perfettamente, perché l’adesivo è liscio, bidimensionale, esatto, e la superficie sulla quale aderire è curva, infinitamente curva… Farà sempre delle grinze. Facciamocene una ragione, e che sia la nostra luminosa speranza. Verranno altri “blues”: il mondo dei manichini e degli hipster è solo una fase triste della nostra storia ed è destinato, come tutto quanto è smaccatamente e orgogliosamente fasullo, a scomparire ed essere dimenticato.

lunedì 13 luglio 2015

Pistoia Blues





The Children of the summer's end
Gathered in the dampened grass
We played Our songs and felt the London sky
Resting on our hands
It was God's land
It was ragged and naive
It was Heaven

Touch, We touched the very soul
Of holding each and every life
We claimed the very source of joy ran through
It didn't, but it seemed that way
I kissed a lot of people that day

Oh, to capture just one drop of all the ecstasy that swept that afternoon
To paint that love
upon a white balloon
And fly it from 
the topest top of all the tops 
That man has pushed beyond his brain
Satori must be something 
just the same

We scanned the skies with rainbow eyes and saw machines of every shape and size
We talked with tall Venusians passing through
And Peter tried to climb aboard but the Captain shook his head
And away they soared
Climbing through 
the ivory vibrant cloud
Someone passed some bliss among the crowd
And We walked back to the road, unchained

"The Sun Machine is Coming Down, and We're Gonna Have a Party
The Sun Machine is Coming Down, and We're Gonna Have a Party
The Sun Machine is Coming Down, and We're Gonna Have a Party
The Sun Machine is Coming Down, and We're Gonna Have a Party
The Sun Machine is Coming Down, and We're Gonna Have a Party."







Qualche anno fa, ovunque andassi in Italia, la gente chiedendomi “da dove vieni?” e rispondendo “Pistoia”, invariabilmente aveva questa reazione “Ah, Pistoia Blues…” e poi, a seguire, “ci sono stato”, oppure “ho sempre desiderato andarci”…

In USA hanno il carnevale di New Orleans, in Italia c’era Pistoia Blues: perchè? Perchè una cittadina di provincia toscana, fra le meno gettonate dal turismo, popolata da gente poco ospitale, perchè per 3 giorni l’anno diventava la meta ambitissima di giovani e meno giovani amanti del rock, del blues, della psichedelia? 

Era forse per rivedere di anno in anno il compianto B.B. King, amico e presenza fissa del festival pistoiese?… con tutto il rispetto per questo grande musicista, scomparso in questi giorni, non penso. Per vedere Sting o qualche altro musicista datato ospitato alla kermesse? Era per vedere qualche gruppo più o meno di moda? No, no e ancora no. 

La ragione di tanto entusiasmo era un’altra: per pochi giorni all’anno, la piccola città di provincia subiva una formidabile metamorfosi. Il bruco diventava effimera e iridescente farfalla. La cittadina sonnacchiosa diventava una brulicante Bangkok, un suk mediorientale. Le strade si riempivano di variopinte bancarelle più o meno legali: c’erano poeti, artisti di strada, arrostitori di pannocchie, ragazzi che si improvvisavano ristoratori, che facevano panini e vendevano sangria; c’erano i cerchi di cyloom, le nubi odorose di hashish ed incenso che si levavano in aria e ti avvolgevano, mischiandosi all’odore del piscio, del vino, del vomito, del caldo, dei corpi sudati che danzavano al ritmo ossessivo dei djambée… 
C’era la vita nel cuore pulsante dell’estate, con tutti i suoi puzzi e i suoi profumi. 
Questa tarantella, mal sopportata dai pistoiesi, se non fosse stato che questo popolo di fricchettoni portava comunque danari nelle casse dei negozianti e ristoratori cittadini, si spostava poi nella notte del centro storico al campeggio del blues. 
Ora, il campeggio del Blues è stata la cosa più simile a Woodstock che un essere umano possa aver vissuto se nato dopo il 1969. In pochi giorni le aree che il comune lasciava (pressochè prive di qualsiasi servizio) al "popolo del blues", si riempivano di tende, di ripari, di teepee, di caravan, di sound systems. Quando a metà della notte il centro storico si spopolava, la massa dei festanti attraversava la città a piedi, sudata, cantante, felice… ed andava al campeggio, dove, gironzolando, potevi ballare qualsiasi tipo di musica (dalla goa trance al reggae, dalla tecno al punk) e mangiare, bere, fumare, sballare…

Il campeggio era un posto magico: di giorno era quieto, c’era chi faceva meditazione, chi sonnecchiava; passeggiando fra le tende spesso venivi accompagnato dal suono di un flauto; potevi incrociare uomini e donne nudi, delle tablas risuonavano in lontananza. Tutti più o meno sorridenti, anche se stanchi e strafatti dal caldo, dalle danze, dalla notte passata a far bagordi. C’erano gli Elfi con la loro salvifica pizzeria mobile, che a una certa, le pizze le regalavano, quando avevano fatto il suo. Mica c’era da lucrare. C’erano le cartomanti, i pusher loschi, i tizi poco raccomandabili: mica era un cazzo di paradiso dei testimoni di Geova! Era un mondo dionisiaco, pieno di contrasti, pericoloso, solo se eri molto stupido o molto fatto; c’era il vecchio Jeff, autentico Rasta giamaicano ospite fisso del Blues finchè è esistito. 

Il campeggio negli anni si è spostato dalle location storiche di piazza Monteoliveto e Parco della Rana, a Montesecco, dove ha conosciuto la sua deriva più techno e il suo tragico esito finale. Montesecco, lo dice il nome è un grande spiazzo pratoso e risecco, sotto il sole, con pochi alberi da un lato. Il comune mise lì i soliti ributtanti Sebach e qualche rubinetto per l’acqua. I nostalgici del primo blues chiaramente rimpiangevano gli ombrosi parchi di Monteoliveto e della Rana, ma finchè qualcosa esiste senza tradirsi c’è sempre un motivo per rimpiangere il passato.
Un anno a Montesecco è morta una ragazza. 
L’anno dopo al campeggio entravano solo le persone munite di biglietto per i concerti: la città era blindata di posti di blocco; all’ingresso di Montesecco, guardie giurate, carabinieri, vigili e buttafuori, di quelli belli grossi e spicci da discoteca di merda. Sound system banditi. Bancarelle anche. Montesecco adesso era spoglio, popolato di pochi camper e qualche tenda isolata, silenzioso, sotto stretta sorveglianza, con le macchine dei vigili che nelle notte pattugliavano col faro le poche tende. Tante volte fosse sfuggito qualche pericolosissimo drogato! Un cazzo di lager insomma (almeno nel look)… 
Negli anni il campeggio è stato gradualmente smantellato: restava, unico momento di gioia spontanea e un po’ anarchica, il centro storico. Poi un bel giorno, ad un gruppo di ragazzini che vendeva sangria fatta in casa, fu appioppata una multa da 3000 euro, sotto la pressione dei lungimiranti commercianti pistoiesi che vedevano negli improvvisati mescitori e venditori di cianfrusaglie pericolosi e sleali concorrenti; furono messe fuori legge le bancarelle senza partita IVA. Tutto quello che atteneva all’intrattenimento musicale e gastronomico “fuori Blues” fu delegato ai commercianti della Sala, che replicarono tendoni e panche dove bere birra e mangiare salsicce, le stesse che ti offrono gli onnipresenti porchettari; qualche palco dove far suonare gruppetti locali, e alle una, smontare tutto: arrivano i Ravo a far pulizia. Scatta il coprifuoco.
All’odore di incenso, hashish e piscio si è preferito quello di salsiccia sottocosto bruciacchiata… per carità, son gusti.
Alla fine, non contenti, i nostri acutissimi commercianti del centro storico, hanno fatto spostare il mercatino, solo partita IVA, fuori dal centro, nel quartiere di Porta San Marco. Tutte ordinatissime bancarelle, molto carine, di dischi, artigianato etc…

Sabato scorso ho fatto un giro in centro con mia moglie: la città era spopolata, in piazza del Duomo una kermesse da sagra paesana con bambinetti che giocavano a basket, una di una serie di meste iniziative, mi dicono, che va sostituire la deprecabile Giostra dell'Orso;  i soliti capannelli di gente accaldata e annoiata che non è potuta andare al mare. Il resto della città, vuota, come in una domenica d’agosto. Si parla di decoro, ma nessuno metterebbe mai fuori legge gli orrendi gonfiabili che sono stati installati, o la squallida musica da luna park che rimbomba nell'antica piazza pressochè vuota. Il cattivo gusto non è ancora un reato perseguibile (per fortuna) ma quando si vuole chiamarlo in causa per altre questioni va sempre bene. 

Il Pistoia Blues, almeno nelle sue manifestazioni collaterali, spontanee e veraci, è stato ammazzato per preservare la tranquillità dei miei uggiosissimi concittadini: ironia della sorte, da alcuni anni piazza della Sala, ormai monopolizzata da baretti, sciottinerie, vinerie e minchierie varie, è diventata il centro della Movida Pistoiese, richiamando un sacco di gente dalle frazioni e dalle province vicine; prima per pochi giorni l’anno, il centro era come Bangkok, adesso lo è per tutti i week end. 
Ma senza alcun fascino: tutto è inesorabilmente posticcio, nei locali fotocopia hipster \ rustico \ toscano finto vintage, nelle seggiole scompagnate di modernariato, nello stile delle insegne un po’ screpolate a simulare un’antichità del tutto estranea e di facciata: in realtà la vecchia taverna è aperta da un paio di anni e gestita da giovanotti mondani e dinamici che ti prendono l’ordine con l’ipad. Un po’ come i finti ristoranti medievali a Volterra. Vince il franchising, vince l'appeal, vince l’ottusità… vincono anche i mancati introiti di quel meraviglioso carnevale estivo che era il vero Pistoia Blues.
Ma cazzi loro.

A me fa specie che in Italia si agisca sempre sull’onda dell’emotività: è stata usata una povera ragazza morta come pretesto per dar sfogo ad una marea di malumore e intolleranza crescente verso l’unico momento di gioia e anarchia che potevamo vivere nella nostra città. Se si adottasse lo stesso criterio dovremmo mettere fuori legge le discoteche, considerato l’elevato numero di vittime nelle famigerate “stragi del sabato sera”. Ma non è un criterio che interessa agli italiani, agli italiani basta un pretesto. 
La sicurezza, il decoro, la responsabilità con cui i politicanti si riempiono la bocca, sono importanti per tutti, ma non possono essere usati come bavaglio alla vitalità. 
Il Blues negli anni ha prodotto solo, come effetti collaterali, fino a quell’unico tragico, isolato evento, dei gran mal di testa da dopo sbronza, e un po’ di sudiciume in più per le strade.

Adesso i cari benpensanti pistoiesi potranno godersi il perenne baccano, il puzzo di piscio e vomito che aleggia nei vicoli del centro storico nei weekend della Movida, tutto l’anno, senza nemmeno il parziale conforto di una profumata nuvola d’incenso, senza il sorriso sgangherato di un fricchettone danzante. 
Solo torme di ragazzotti antipatici e tirati, che si sfondano di sciottini, nella legalità, rilasciando regolare scontrino (anche no, se nessuno controlla) con partita IVA. 
A noi non resta che rimpiangere il Blues e sentirci fortunati per averlo vissuto.
Potremmo raccontarlo ai nostri figli e nipoti sperando che non ci prendano per matti. 
Perchè il Blues a Pistoia, anche se si organizzano ancora concerti in piazza del Duomo sotto questo nome et logo, è morto e l’hanno volontariamente ammazzato i pistoiesi, le associazioni di categoria e le amministrazioni comunali che loro rappresentano.