giovedì 12 febbraio 2015

Gli Omini Illustrati






Che sconfinata tristezza essere schiavi del proprio personaggio, fare a se stessi quello che nemmeno il più fetido responsabile del marketing non farebbe mai nemmeno alla più stereotipata rockstar, imporsi diete, tatuaggi, uno slang, costruirsi a tavolino, dipingere il proprio autoritratto come in una caricatura feroce, e smarrire nella parvenza di vita che ci si impone, ogni spontaneità.

Persino i personaggi di Houellebecq nella loro desolazione, conservano ancora una stilla di naturalezza: sono normali nella loro laicità deteriorata, asservita alla sola soddisfazione di piaceri carnali che ripetitivi e fini a sé stessi, inesorabilmente si esauriscono in una sorta di onanismo condiviso, preludio della solitudine definitiva. Ma chi se ne impippa della solitudine: è la normalità il nostro incubo di adolescenti maudit, che non si affrancano da questa sponda riparata di eterna giovinezza posticcia.

L’odio per la normalità: “io se lavoro in banca, mi ammazzo” - e mentre ci si tatua sempre di più e con sempre minore originalità, e si ostentano baffi a manubrio e pose da divo, si trema come foglie per il posto fisso che evapora dal nostro orizzonte storico, si piagnucola sulla morte dei diritti del lavoratore, senza compicciar nulla. Certo si può dare una svolta terrifica al nostro torpore di classe intellettuale cianotica e vestiti casco integrale e nere uniformi andare a spaccare un paio di bancomat.

Per odio della “normalità”, ma senza foghe testosteroniche di andare a far danni, si possono intraprendere scelte alimentari estreme, diventare decrescitori, rifiutare la tecnologia, la medicina, perchè “è tutta una merda”. Scivolare nel luddismo.

La verità, pur nella plasiticità convulsa del divenire, è che, per nostra fortuna, non si aderisce mai totalmente ad una pulsione. La normalità non è il posto in banca, la normalità è il nostro livello di mediazione con l’universo. La normalità è che non si è mai blacbloc hipster elfi crudisti, non si è mai per nostra fortuna, ciò che le nostre aspirazioni patologiche ci spingerebbero ad essere. 

Le nostre aspirazioni sono esasperate. Siamo esasperati dall’ubiquità che ci è stata donata dai “dispositivi”, siamo esasperati dal “lavoro”, esasperati dalla laicità e dalla fede, siamo esasperati dall’industria alimentare e farmaceutica, e reagiamo in maniera scomposta, ci decentriamo e al contempo perdiamo la naturale appartenenza all’universo che ci caratterizza oltre ogni nostra nevrosi.

Si è nel mondo comunque sia, tranquilli (oppure no).

Ho visto pochi giorni fa un filmetto disturbante, Hungry Hearts, che ha scatenato un putiferio fra animalisti e vegani, perchè a detta di loro, si tratterebbe di un vero e proprio attentato mediatico allo stile di vita vegan. Forse abbiamo visto due film diversi: quello che ho visto io, parlava di esasperazione e conseguente follia, di una madre (anzi due madri, ma non vorrei spoilerare) - una di queste madri si convince, fino al punto di ossessionarsi, che l’unico modo che ha di proteggere il figlio, sia osservare una rigida dieta vegan, oltre a trasformare la casa in una specie di bunker con reti metalliche contro le onde elettromagnetiche (gabbia di Faraday)…
Il deliro come insegna Deleuze è sempre sul mondo, sui grandi temi della storia: l’alimentazione, la farmaceutica, l’inquinamento sono i grandi temi del nostro tempo che causano patologie di varia natura e gravità…e penso all’anoressia, non al veganesimo: solo incidentalmente una delle numerose ossessioni della protagonista è il veganesimo. 
Il personaggio è complesso, attraversato da svariate suggestioni che prendono spunto dalla naturopatia, dalla decrescita (l’orto sul tetto), dalla new age (il bambino indaco) etc… in realtà se vogliamo vedere un atto d’accusa in questa pellicola che ha per lo meno il merito di non giudicare e attenersi alla narrazione di una storia controversa, è quello rivolto alla filosofia New Age, che fa un pout-pourri commerciale e di facile somministrazione di molte pratiche “alternative” che avrebbero una loro dignità. La New Age, che è la risposta marketing, esasperata, al nostro esasperato smarrimento spirituale. 

L’esasperazione ci muove, come una immane forza di inerzia, e si cerca, spinti nostro malgrado, di dare una direzione al nostro moto, d’imprimere sul nostro corpo dei segni che ci ricordino come lo smemorato di Memento, chi siamo, dove siamo, dove stiamo andando. Un tempo la ricerca di noi stessi ci portava lontano, ci portava in India, ci portava negli universi lisergici delle sostanze magiche. Adesso stiamo saldamente ancorati alla boa dello smart phone, e insoddisfatti di ogni proposta, vedendo solo strade battute che a nulla hanno portato, ci agitiamo, come animali in gabbia, e troviamo nella compulsione l’unica risposta valida all’esasperazione. 


Amo pensare che i grandi malati della storia come Artaud o Burroughs avessero un altro livello di consapevolezza nella loro dipendenza, pionieri di una condizione di esasperazione generale, che incoglie tutti noi oggi, un po’ confusamente: inconsapevolmente, mossi da quella molla semplice dell’esser accettati, ci ritroviamo intossicati da qualche sovrastruttura, pervasi di tatuaggi messicani, inanellati di piercing, con guardaroba pieni di abiti che non ci piacciono ma che dovrebbero renderci più interessanti, assuefatti a sostanze che non ci calzano, ma che fanno figo. Mi vengono in mente le scimmiette ammaestrate, vestite con la giubba coi bottoni dorati e gli alamari, addestrate a fare qualche piccola acrobazia o azione sorprendente per poche noccioline, addestrate in quello schizoide regime fatto di minacce e blandizie che è il tratto distintivo dell'Era dell'Esasperazione.