martedì 31 marzo 2015

In attesa di vedere Frastuono




Ho disprezzato Pistoia come ogni adolescente prolungato; ho disprezzato la parlata strascicata da quel “disincanto toscano” come un marchio di fabbrica (o di Caino) più che un’autentica affiliazione al Dubbio.  Ho disprezzato la condanna immeritata al provincialismo.
Mi da noia ancora, mi da noia sentirmi parlare, sentirmi affetto dalla stessa parlata generosa di c liquide e avara di c dure, con le th all’inglese, e soprattutto da quel tono e quell’andamento stanco, incredulo, malevolo, che sa di sciatteria più che disincanto.
Allo stesso tempo qualcosa in me ama tutto questo visceralmente, e ci si riconosce per familiarità.

Quello che genera il mio "toscanissimo" imbarazzo, è il tentativo, talvolta anche eroico, più spesso atto dovuto alla crescita, di sbaragliare il “provinciale”, attraverso una produzione culturale che neghi la propria appartenenza (e non si sceglie di appartenere, almeno nelle origini) e scimmiotti i modi cosmopoliti, l’international style. Quando va bene si è pedissequamente londinesi, berlinesi, nuiorchesi, e si potrà aggiungere il nostro personale contributo all’hipsteria universale, generando una piccola dimenticabile meraviglia, giocosa, irriverente, ennesimo e poco utile tuittio nel cinguettio globale. 

La nostra adolescenza guardava Berlino, Londra, New York, sognava altrove il suo esser qui, cercava di trasformare il qui “toscano” di case del popolo, briai, e ottusità diffusa, in una marginale e ammirevole esplosione di internazionalità, una TAZ che spintonando in un ambiante ostile e stonata in partenza, si delineava nei suoi molti tratti d'omologazione ad un modello alternativo ma conforme.
In altre parole (per fare un esempio) “ai miei tempi” i più ridicoli e audaci di tutti erano i darkettoni (con i quali ho militato, nelle molte metamorfosi della giovinezza), che facevano le loro feste nelle case del popolo, in mezzo ai vecchini che giocavano a briscola ed ai vivaisti alticci che li prendevano cordialmente per il culo, loro, alteri, paludati con gotiche monture, sicuramente mal assortite in quei panorami di flanella, jeans carrera e quartini di vino, chiamandosi fra loro con nomignoli francesi, posticci come baffi di carnevale. 
Beh, io non fui da meno in quell’estate del 1988, pallido, vestito sempre di nero, in giro per Castiglioncello con un mantello da dracula in pieno agosto, sommerso e quotidianamente vessato dalla variopinta adolescenza estiva …  

In ultimo i più coraggiosi, o talentuosi, o pazzi, scapparono per andare a colonizzare quelle mete immaginarie con la loro quotidianità, finalmente esotici nei loro vezzi provinciali, finalmente compresi nelle loro esigenze artistiche e di rivalsa, non giudicati se vestiti o atteggiati in maniera bizzarra. Finalmente o malgrado tutto, "normali".


In questo fantastico viaggio (o esilio come fa notare la poetessa pistoiese Francesca Matteoni ) quel che conta non è il pervenire al successo, ma quella fase di sogno ad occhi aperti che precede ogni azione importante e necessaria. 
Per questo, attendo di vedere il film di Maffucci, Maldi, Ruganti “Frastuono” presentato al Torino Film Festival, perchè, pur non avendolo visto, so, o dai trailer almeno così mi sembra, che parla di questo sogno.

Vedendo il trailer non ho potuto non identificarmi con i due protagonisti: anch’io, come Iaui, arrivai dal bosco e provai lo stesso stupore e gioia nello scorgere la prima volta, lo spettacolo multicolore ed effimero del “festino” Goa Trance.
Anch’io nella mia adolescenza cittadina avevo i miei piccoli miti locali;  vedere un concerto degli Hanomenixen, dei Not the Same Jazz, dei Minox o dei Glomming Geek era un evento, e mi rivolgevo a quei musicisti con lo stesso sguardo ammirato e complice della giovane protagonista femminile, Angelica.

E tutto ciò attiene al sogno, al presagio, all'emotività e alla crescita dell'essere umano aldilà di ogni querelle stilistica o sterile annotazione di provincialismo \ cosmopolitismo, e trovo, assolutamente necessario che se ne sia parlato, in questo modo, in questi luoghi, con questo linguaggio. 

Non so se mi piacerà, ma mi è bastato un minuto e mezzo per capire che questo film è importante, per me come pistoiese, come essere umano, come artista mancato o riuscito in parte, come uomo, come montanaro, come ex punk teenager, ex psyconauta, come……

Ci sono radi momenti della vita in cui si sperimenta quella gioia luminosa della prima infanzia, in cui “l’omino di neve” si scioglie in mille rivoli nell’universo, e la propria identità si smarca da origini, protocolli, convenzioni, e si reimmette nel flusso principale della vita: ho provato questo la prima volta che ho visto il gruppo grunge in cui ho militato in giovinezza (i Go Insane) quasi un presagio; ho provato questo la prima volta che mi sono innamorato; ho provato questo quando anch’io giunsi dal bosco nel mondo fatato dei festini Goa sulla montagna; ho provato questo la prima volta che sono salito sul Monte Gennaio all’alba dopo aver attraversato la foresta del Teso di notte con una piccola pila; ho provato questo l’ultima volta che mi sono innamorato. 

Poi, sì: si torma alla vita, al lavoro, alla quotidianità, alla provincia, alle beghe, alle ambizioni che non hanno avuto seguito, alla frustrazione e alla gioia di vivere talvolta pericolosamente miscelate insieme, ma di sicuro abbiamo frequentato il sogno.

E l’abbiamo fatto bene, senza risparmiarsi.


Enjoy!


Nota: ho letto che la locale proiezione di Frastuono c'è già stata, il 15 Gennaio al Cinema Globo di Pistoia, chiedo venia, ma non sono mai stato aggiornatissimo sugli eventi locali: la mia attesa proseguirà fino alla prossima occasione. Ogni lasciata è persa si dice, ma non credo che valga per i film che hanno l'indubbio pregio della riproducibilità, né se la prendono a male se li hai mancati alla "prima".

venerdì 13 marzo 2015

senza titol

te ne stavi lì
giudaico cristiano
come un gatto
sfiancato dall’afa
a rimpiangere il gelo
con il fardello di colpe
mai godute

e ti guardavi intorno
ansiosamente
come chi sta per essere scoperto
il suo gioco sconfessato

questa tua vita
un carnevale impomatato 
di arlecchini monocromatici
e infinite maschere di pulcinella
perennemente tristi e affamate

con lo stomaco chiuso, e quella magrezza nervosa
con lo stomaco gonfio e gli occhi pieni di lacrime
con le mani vuote
senza una lira e senza un’idea

alla mercé di sette e regimi fascistoidi
alla mercé di life coach e mussolini 
di cravattoni ed assicuratori
di usurai e giocatori d’azzardo

sparpagliavi fra i negroni insipidi 
la tua personalità residua
e come sempre vagavi da una parrocchia all’altra
nella ricerca di estremismi
monchi
mozzati con l’accetta
arrotondati dalla sbronza 
pompata da grosse vene in rilevo
di vecchio
di tossico

trascorrevi le giornate a raccogliere pezzi
di te stesso, vaso rotto, credevi
di Pandora, e invece ne uscirono solo poche briciole
ed un ragno impaurito
esile e albino
scaraventato alla luce

e mentre gli ultravioletti ti dilaniavano la pelle
e tossicchiando sperimentavi una nuova idea di decomposizione
da vivo

ti si prospettavano nuovi progetti e speranze
perchè sia chiaro, eri giudaico cristiano
ma come in sogno,
quando cerchi di articolare
un verso di animale
una parola
o muovere un braccio pesante 
le mille tonnellate
del corpo che dorme

al risveglio… beh!
ciondolavi per alcuni incalcolabili minuti o ore
compiendo piccoli gesti più che insignificanti
involontari
moti riflessi di un decoro
di una serenità
scomparsi da tempo

e le giornate, oh, loro! 
scorrevano
come sempre 
con l’alternarsi di sole e pioggia
di sorrisi, di facce inespressive, 
di piccioni
insetti, erbe, parchi, veicoli
in un circuito indefesso
da cui era consigliabile 
prendere le distanze

ma soprattutto sorrisi
l’eterno sorriso degli esseri umani
quello che gli etruschi 
disegnavano 
saggiamente
sui volti dei loro morti

perchè solo il sorriso
anche se abusato 
e falsificato 
in ogni dove

è capace di risplendere