lunedì 13 luglio 2015

Pistoia Blues





The Children of the summer's end
Gathered in the dampened grass
We played Our songs and felt the London sky
Resting on our hands
It was God's land
It was ragged and naive
It was Heaven

Touch, We touched the very soul
Of holding each and every life
We claimed the very source of joy ran through
It didn't, but it seemed that way
I kissed a lot of people that day

Oh, to capture just one drop of all the ecstasy that swept that afternoon
To paint that love
upon a white balloon
And fly it from 
the topest top of all the tops 
That man has pushed beyond his brain
Satori must be something 
just the same

We scanned the skies with rainbow eyes and saw machines of every shape and size
We talked with tall Venusians passing through
And Peter tried to climb aboard but the Captain shook his head
And away they soared
Climbing through 
the ivory vibrant cloud
Someone passed some bliss among the crowd
And We walked back to the road, unchained

"The Sun Machine is Coming Down, and We're Gonna Have a Party
The Sun Machine is Coming Down, and We're Gonna Have a Party
The Sun Machine is Coming Down, and We're Gonna Have a Party
The Sun Machine is Coming Down, and We're Gonna Have a Party
The Sun Machine is Coming Down, and We're Gonna Have a Party."







Qualche anno fa, ovunque andassi in Italia, la gente chiedendomi “da dove vieni?” e rispondendo “Pistoia”, invariabilmente aveva questa reazione “Ah, Pistoia Blues…” e poi, a seguire, “ci sono stato”, oppure “ho sempre desiderato andarci”…

In USA hanno il carnevale di New Orleans, in Italia c’era Pistoia Blues: perchè? Perchè una cittadina di provincia toscana, fra le meno gettonate dal turismo, popolata da gente poco ospitale, perchè per 3 giorni l’anno diventava la meta ambitissima di giovani e meno giovani amanti del rock, del blues, della psichedelia? 

Era forse per rivedere di anno in anno il compianto B.B. King, amico e presenza fissa del festival pistoiese?… con tutto il rispetto per questo grande musicista, scomparso in questi giorni, non penso. Per vedere Sting o qualche altro musicista datato ospitato alla kermesse? Era per vedere qualche gruppo più o meno di moda? No, no e ancora no. 

La ragione di tanto entusiasmo era un’altra: per pochi giorni all’anno, la piccola città di provincia subiva una formidabile metamorfosi. Il bruco diventava effimera e iridescente farfalla. La cittadina sonnacchiosa diventava una brulicante Bangkok, un suk mediorientale. Le strade si riempivano di variopinte bancarelle più o meno legali: c’erano poeti, artisti di strada, arrostitori di pannocchie, ragazzi che si improvvisavano ristoratori, che facevano panini e vendevano sangria; c’erano i cerchi di cyloom, le nubi odorose di hashish ed incenso che si levavano in aria e ti avvolgevano, mischiandosi all’odore del piscio, del vino, del vomito, del caldo, dei corpi sudati che danzavano al ritmo ossessivo dei djambée… 
C’era la vita nel cuore pulsante dell’estate, con tutti i suoi puzzi e i suoi profumi. 
Questa tarantella, mal sopportata dai pistoiesi, se non fosse stato che questo popolo di fricchettoni portava comunque danari nelle casse dei negozianti e ristoratori cittadini, si spostava poi nella notte del centro storico al campeggio del blues. 
Ora, il campeggio del Blues è stata la cosa più simile a Woodstock che un essere umano possa aver vissuto se nato dopo il 1969. In pochi giorni le aree che il comune lasciava (pressochè prive di qualsiasi servizio) al "popolo del blues", si riempivano di tende, di ripari, di teepee, di caravan, di sound systems. Quando a metà della notte il centro storico si spopolava, la massa dei festanti attraversava la città a piedi, sudata, cantante, felice… ed andava al campeggio, dove, gironzolando, potevi ballare qualsiasi tipo di musica (dalla goa trance al reggae, dalla tecno al punk) e mangiare, bere, fumare, sballare…

Il campeggio era un posto magico: di giorno era quieto, c’era chi faceva meditazione, chi sonnecchiava; passeggiando fra le tende spesso venivi accompagnato dal suono di un flauto; potevi incrociare uomini e donne nudi, delle tablas risuonavano in lontananza. Tutti più o meno sorridenti, anche se stanchi e strafatti dal caldo, dalle danze, dalla notte passata a far bagordi. C’erano gli Elfi con la loro salvifica pizzeria mobile, che a una certa, le pizze le regalavano, quando avevano fatto il suo. Mica c’era da lucrare. C’erano le cartomanti, i pusher loschi, i tizi poco raccomandabili: mica era un cazzo di paradiso dei testimoni di Geova! Era un mondo dionisiaco, pieno di contrasti, pericoloso, solo se eri molto stupido o molto fatto; c’era il vecchio Jeff, autentico Rasta giamaicano ospite fisso del Blues finchè è esistito. 

Il campeggio negli anni si è spostato dalle location storiche di piazza Monteoliveto e Parco della Rana, a Montesecco, dove ha conosciuto la sua deriva più techno e il suo tragico esito finale. Montesecco, lo dice il nome è un grande spiazzo pratoso e risecco, sotto il sole, con pochi alberi da un lato. Il comune mise lì i soliti ributtanti Sebach e qualche rubinetto per l’acqua. I nostalgici del primo blues chiaramente rimpiangevano gli ombrosi parchi di Monteoliveto e della Rana, ma finchè qualcosa esiste senza tradirsi c’è sempre un motivo per rimpiangere il passato.
Un anno a Montesecco è morta una ragazza. 
L’anno dopo al campeggio entravano solo le persone munite di biglietto per i concerti: la città era blindata di posti di blocco; all’ingresso di Montesecco, guardie giurate, carabinieri, vigili e buttafuori, di quelli belli grossi e spicci da discoteca di merda. Sound system banditi. Bancarelle anche. Montesecco adesso era spoglio, popolato di pochi camper e qualche tenda isolata, silenzioso, sotto stretta sorveglianza, con le macchine dei vigili che nelle notte pattugliavano col faro le poche tende. Tante volte fosse sfuggito qualche pericolosissimo drogato! Un cazzo di lager insomma (almeno nel look)… 
Negli anni il campeggio è stato gradualmente smantellato: restava, unico momento di gioia spontanea e un po’ anarchica, il centro storico. Poi un bel giorno, ad un gruppo di ragazzini che vendeva sangria fatta in casa, fu appioppata una multa da 3000 euro, sotto la pressione dei lungimiranti commercianti pistoiesi che vedevano negli improvvisati mescitori e venditori di cianfrusaglie pericolosi e sleali concorrenti; furono messe fuori legge le bancarelle senza partita IVA. Tutto quello che atteneva all’intrattenimento musicale e gastronomico “fuori Blues” fu delegato ai commercianti della Sala, che replicarono tendoni e panche dove bere birra e mangiare salsicce, le stesse che ti offrono gli onnipresenti porchettari; qualche palco dove far suonare gruppetti locali, e alle una, smontare tutto: arrivano i Ravo a far pulizia. Scatta il coprifuoco.
All’odore di incenso, hashish e piscio si è preferito quello di salsiccia sottocosto bruciacchiata… per carità, son gusti.
Alla fine, non contenti, i nostri acutissimi commercianti del centro storico, hanno fatto spostare il mercatino, solo partita IVA, fuori dal centro, nel quartiere di Porta San Marco. Tutte ordinatissime bancarelle, molto carine, di dischi, artigianato etc…

Sabato scorso ho fatto un giro in centro con mia moglie: la città era spopolata, in piazza del Duomo una kermesse da sagra paesana con bambinetti che giocavano a basket, una di una serie di meste iniziative, mi dicono, che va sostituire la deprecabile Giostra dell'Orso;  i soliti capannelli di gente accaldata e annoiata che non è potuta andare al mare. Il resto della città, vuota, come in una domenica d’agosto. Si parla di decoro, ma nessuno metterebbe mai fuori legge gli orrendi gonfiabili che sono stati installati, o la squallida musica da luna park che rimbomba nell'antica piazza pressochè vuota. Il cattivo gusto non è ancora un reato perseguibile (per fortuna) ma quando si vuole chiamarlo in causa per altre questioni va sempre bene. 

Il Pistoia Blues, almeno nelle sue manifestazioni collaterali, spontanee e veraci, è stato ammazzato per preservare la tranquillità dei miei uggiosissimi concittadini: ironia della sorte, da alcuni anni piazza della Sala, ormai monopolizzata da baretti, sciottinerie, vinerie e minchierie varie, è diventata il centro della Movida Pistoiese, richiamando un sacco di gente dalle frazioni e dalle province vicine; prima per pochi giorni l’anno, il centro era come Bangkok, adesso lo è per tutti i week end. 
Ma senza alcun fascino: tutto è inesorabilmente posticcio, nei locali fotocopia hipster \ rustico \ toscano finto vintage, nelle seggiole scompagnate di modernariato, nello stile delle insegne un po’ screpolate a simulare un’antichità del tutto estranea e di facciata: in realtà la vecchia taverna è aperta da un paio di anni e gestita da giovanotti mondani e dinamici che ti prendono l’ordine con l’ipad. Un po’ come i finti ristoranti medievali a Volterra. Vince il franchising, vince l'appeal, vince l’ottusità… vincono anche i mancati introiti di quel meraviglioso carnevale estivo che era il vero Pistoia Blues.
Ma cazzi loro.

A me fa specie che in Italia si agisca sempre sull’onda dell’emotività: è stata usata una povera ragazza morta come pretesto per dar sfogo ad una marea di malumore e intolleranza crescente verso l’unico momento di gioia e anarchia che potevamo vivere nella nostra città. Se si adottasse lo stesso criterio dovremmo mettere fuori legge le discoteche, considerato l’elevato numero di vittime nelle famigerate “stragi del sabato sera”. Ma non è un criterio che interessa agli italiani, agli italiani basta un pretesto. 
La sicurezza, il decoro, la responsabilità con cui i politicanti si riempiono la bocca, sono importanti per tutti, ma non possono essere usati come bavaglio alla vitalità. 
Il Blues negli anni ha prodotto solo, come effetti collaterali, fino a quell’unico tragico, isolato evento, dei gran mal di testa da dopo sbronza, e un po’ di sudiciume in più per le strade.

Adesso i cari benpensanti pistoiesi potranno godersi il perenne baccano, il puzzo di piscio e vomito che aleggia nei vicoli del centro storico nei weekend della Movida, tutto l’anno, senza nemmeno il parziale conforto di una profumata nuvola d’incenso, senza il sorriso sgangherato di un fricchettone danzante. 
Solo torme di ragazzotti antipatici e tirati, che si sfondano di sciottini, nella legalità, rilasciando regolare scontrino (anche no, se nessuno controlla) con partita IVA. 
A noi non resta che rimpiangere il Blues e sentirci fortunati per averlo vissuto.
Potremmo raccontarlo ai nostri figli e nipoti sperando che non ci prendano per matti. 
Perchè il Blues a Pistoia, anche se si organizzano ancora concerti in piazza del Duomo sotto questo nome et logo, è morto e l’hanno volontariamente ammazzato i pistoiesi, le associazioni di categoria e le amministrazioni comunali che loro rappresentano.


venerdì 3 luglio 2015

Papapank







L’unico veramente punk mi sembra il Papa: o è un farlocco oppure se davvero pensa quello che dice lo faranno fuori a breve.
L’economia ha preso totalmente campo e non ci posso fare nulla: a me questa cosa dà la nausea, specialmente se penso che i maggiori fautori di questo sono tutti ex contestatori. 
Allora erano meglio i vecchi padroni che facevano le case e le scuole agli operai e ai dipendenti, che creavano ricchezza anche per gli altri: era un epoca di idealismi. Non si facevano le cose solo per profitto ma anche per passione. Oggi io vedo sfoggio di bravura, maestria, brama, avidità.... Ma poca originalità e zero groove. Niente anima. 
Lo vedo ovunque: nell'arte, nella musica, nel cinema, nella moda. Fino a non molto tempo fa si favoriva e s’incoraggiava l’originalità, adesso anche nell’eccellenza tutto tende all’omologazione, tutto un po’ photoshop, plastico, renderizzato. E i talentuosi sono i primi che ci cascano, che si mettono a servizio volontariamente, che si uniformano per libera scelta. Manco li costringono.
Sono anni che non sento una canzone che mi tocca il cuore: l’ultimo gruppo che mi ha fatto saltare dal letto e correre a comprare un disco sono stati i Portishead, nel 1997. Poi? Poi nulla. Ma  parliamo della cosiddetta cultura popolare, sennò poi tirando in ballo i Portishead mi possono accusare di fare il difficile. Parliamo di Baglioni, che per lo meno ci sentiva nelle sue melensaggini.
La gente un tempo andava allo stadio a sentire Baglioni ed era sinceramente partecipe della gran lasagna: ora è la stessa scena con i vari Ramazzoti / Antonacci, ma è diventato un rituale vuoto: questi accendini che brillano nel buio, sapere a memoria le canzoni, certo… ma l’emozione non c’è. Come si fa a provare qualcosa sentendo Marco Mengoni o i Negroamaro? Con Vasco lo capisco, ma i Modà? 
Prima un artista era un fiore spontaneo che qualche Pigmalione coglieva e metteva in condizione di svilupparsi al massimo grado, e la maggior disciplina era la ricerca e l'affinamento del proprio stile. 
Ora ci sono Amici , Xfactor,  tutto nasce market orientered già in partenza: tutto è gioco, gara a chi piscia più lontano, persino la cucina. Il marketing dovrebbe scovare ciò che è autentico e nuovo e aiutarlo a svilupparsi, aiutando il pubblico a capire la novità. 
Se non fosse stato così non avremmo avuto minigonne, Pink Floyd, la rivoluzione sessuale, il gay pride, l’ipod etc... Si sarebbe ascoltato ancora Claudio Villa vivendo nella nostra caricatura di italiani baffi neri e mandolino. 
Se non ci sono novità dirompenti il mondo muore.
Il talent scouting serviva a questo; mica era indolore: certa gente troppo avanti ha fatto finuccia anche se compresa e valorizzata (Basquiat, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Amy Winehouse) Ma non si può vivere in questa perenne mercificazione timida e arrogante fatta di cose sempre uguali, di aspettative rispettate, di hipster, di finta informalità, di esercizi di stile, piroette e giochi di prestigio. 
Stiamo rimangiando la nostra stessa merda.
Un concetto distruttivo di riciclaggio: le operazioni revivalistiche dell'800 produssero il liberty, il modernismo… Qua è solo riscaldare pappe già andate a male, farsi seghe vintage perché incapaci di concepire un futuro. Precarietà cosmica, poche idee, poca anima. Senza anima, senza una visione potente e senza ardore non ci si evolve. 

E come Lévi-Strauss ha abbondatemente dimostrato, l’economia è da sempre un freno all’innovazione. Le grandi invenzioni che hanno definito l’umanità sono selvatiche e pre-economiche, dopo la faccenda è stata puramente gestione di stock e lotte per il loro controllo. Nonostante ciò una componente ardimentosa ha sempre travalicato la pura brama di ricchezza ed il conformismo che la circonda. La ricchezza poteva essere un incentivo, la dimostrazione di un successo che nasceva in primis nella passione disinteressata, nel gusto di fare. Ma chi aveva il fuoco sacro se ne batteva in cazzo se era ricco o povero. Elis Regina, Coco Chanel, Andrea Pazienza non ci hanno emozionato a comando o per soldi. Lo avrebbero fatto da miserabili, privati di talento e mezzi di sussistenza, posti all’angolo. Ci avrebbero riempito il cuore, e noi avremmo avuto un cuore pronto a farsi riempire. Mi chiedo ancor più tristemente: forse il problema oltre che nell’emittente del segnale è nei riceventi, ormai inesorabilmente sterilizzati e come vecchi o fanciulli disagiati, sensibili solo ai giochetti e alle piccinerie senz’anima.