venerdì 30 ottobre 2015

Non essere bravo






Rimpiango amaramente la sperimentale cialtroneria anni settanta - ottanta. 
Rimpiango i cineasti scrausi, le riprese da voltastomaco, i non musicisti, gli imbrattatele e tutta quell’armata Brancaleone di impuniti e disturbati che si cimentava in qualcosa che non gli era concesso, non tanto da natali infelici o dalle impossibilità economiche, ma dalla Natura stessa, che in questi aveva instillato, beffarda, una febbre senza stile, un tormento di mani fantasma da mutilato, che doveva per amore, più spesso per forza, trovare forma e via di uscita.

Roba rivoltante: quadri di adolescenti maudit e presuntuosi, disegnati male, coi colori colati, le pennellate brutte, dai titoloni altisonanti, scaturiti da qualche imparaticcio dell’ultim’ora; e non c’era internet a levarti l’illusione di essere un pioniere, a mostrarti 12.745.469 risultati uguali, identici, spiccicati alla tua idea innovativa. La vita ti avrebbe dato al momento giusto, una robusta e sana legnata sulla schiena, e questo ti avrebbe reso forte o ucciso. 
Brutale ma vero.

Musica di merda, ma in quella frenesia di gente negata dalle dita anchilosate, stonata, senza arte nè parte, spuntavano i Joy Division, che avevano imparato a suonare quel tanto che bastava per poter ridefinire radicalmente lo stile della new  wave e del techno pop anni ottanta. Quei fenomeni impensabili oggi, come “Alien”: avete mai visto da allora un film di fantascienza che non ne ricalchi pedissequamente l’estetica, dal disegno degli interni delle navi spaziali, alle tute, a qualsiasi altro fottuto dettaglio?
Ecco i Joy Division sono stati l’Alien della musica pop internazionale (ancor più nella formazione successiva New Order). E non erano Mozart.
C’era quello zeitgeist lì: anche i “bravoni” come Ridley Scott anzichè scopiazzare e fare i piacioni si buttavano a sperimentare robe nuove, e saltavano fuori “Alien” e “Blade Runner”.

Rimpiango i somari, i drogati veri o per finta, per febbre o per sostanza, li rimpiango amaramente in quest’epoca di scimmiette ammaestrate che fanno la capriola per una nocciolina, poverine, di xfactor, di gare a chi ce l’ha più lungo o piscia più lontano, di cuochi superstar, e youtuberz. 

Oggi, per carità, sono tutti bravi, le cose son tornate al loro posto: chi canta sa cantare, chi disegna sa disegnare, etc… ma tutti quanti sono come “sorrentinizzati”. Dopo aver fatto le giravolte sull’organetto vestite col giubbetto rosso e la tazza in una zampa, ed aver dimostrato in maniera circense la loro abilità, cercano ora l’amore di un vasto pubblico, vogliono emozionare come i loro illustri predecessori, perchè vogliono essere delle stelle di prima grandezza ma per farlo ci voglio stupire con “effetti speciali e colori ultravivaci” (come diceva quella vecchia pubblicità di televisori) anche perchè, piccinine, altro non possono le scimmiette. 
Vogliono farsi amare attraverso abili virtuosismi, giochi di stile seducenti, eseguiti con scioltezza e senza incertezze. La loro telecamera non traballa, il tratto dei loro pennelli è certo e armonioso, le loro metriche e rime s’incasellano l’una nell’altra come un perfetto e risolto rompicapo, le loro voci vantano numerose ottave e passano dai toni bassi a quelli alti impeccabilmente… che bravi! e tutti a batter le mani!
Non scappa un lamento, un tremito, un dubbio.
Nel panorama desolante della cultura italiana di oggi, saturo di sopravvalutati inutili e di grandi assenti mai rimpiazzati, compare come un alieno l’ultimo film di Caligari, “Non essere cattivo” a ricordarci per l’ultima volta la differenza che passa fra un esercizio di stile ambizioso e pieno di captatio benevolentiae come “Youth” (per esempio) ed un film vero, dove lo stile è al servizio di una storia, di un’emozione potente che non si può simulare.

Caligari ci ricorda come le grandi star del passato, non si facessero amare per lo stile o perchè intrattenessero e coccolassero il loro pubblico, al contrario erano spesso irriverenti, fastidiosi, antipatici (Monicelli, De Andrè, Villaggio, Sordi….) ma perchè avevano una febbre primordiale, pionieristica,  e trovavano in questa il famigerato “qualcosa da dire” che non si poteva rimandare e che alla fine non potevi non ascoltare.
Faccio un esempiuccio: a chi darai ascolto? A chi viene a darti un’informazione di vitale importanza o a un pagliaccio che fa i versi? Certo è piacevole soffermarsi a vedere la povera scimmietta che fa i saltini, ma lo farai in base alle tue priorità. Se avrai di meglio e più urgente da fare, non starai lì a giuggiolare per delle piroette senz’anima. Mentre per un grande film puoi interrompere la dialisi, prenderti due ore durante l'apocalisse, mentre hai la morte che ti bussa alla porta o equitalia.

Nell’epoca del “nulla a senso”, tutto è Stile, eccoci qua a giocare ai David Foster Wallace, totalmente appagati da operazioni asfittiche ma formalmente ineccepibili, a pettinarsi barba e baffi mentre ci si compiace di qualche insolito gadget culturale, a bearsi della “nicchia nella nicchia” mentre si instagramma qualche gigioneria visiva o si digita qualche calembour con le ipsilon al posto delle i su facciaunbuco. Ed eccoci in ultimo, devoluti nell’homo insipienz con i suo baffi a manubrio, la canotta a righe, la scarpa bassa, di genere incerto, attento agli accessori, emo cresciuto, a collezionare  audiocassette e riempirsi di spillette e tatuaggi sconclusionati.
Così ciurmati si trascorre la vita riducchiando precari, da un aperitvo all’altro. 
Ecco questa nuova armata, non più Brancaleone (non se lo merita), di talentuosi, di hipster, di rappers, di precari; mi fa rimpiangere gli odiosi e presuntuosi inetti che all’alba della postmodernità redassero il nostro testamento.

“ve lo meritate voi, David Foster Wallace…”


E questa è l’ultima tirata che scrivo: d’ora in poi questo blog sarà totalmente dedicato alla sperimentazione poetica ed alla devastazione semantica. Ciao ciao teletabbis! 

2 commenti:

  1. Sono completamente d'accordo con te. E penso che lo sarebbe anche David Foster Wallace ... La cosa penosa è che in programmi come X factor ormai danno la caccia a "talenti" sconclusionati come quelli degli anni Ottanta, perché si sono accorti, i bastardi, che c'è sempre più gente che canta e suona benissimo. Non gli basta. Vogliono appropriarsi anche del cosiddetto "genio", ovviamente snaturandolo.
    Ogni tanto li guardo i reality, perché ho una forte vena masochista ... e vedo personaggi come Fedez, un borghese piccolo piccolo, pieno di tatuaggi, un bravo ragazzotto che ha imparato alla svelta come campare nella società post - post - moderna. Esempi desolanti.
    Non ho visto il film di Caligari e spero di rimediare presto. In compenso ho visto Suburra che, nonostante l'occhietto a Gomorra e ai prodotti della HBO, ha una sua dignità ed è ben fatto e, soprattutto, non c'è morale: sono tutti pezzi di merda senza scampo. In Italia, una roba così, è rara. Siamo un paese di moralisti ruffiani, ipocriti, bigotti e imbroglioni.

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  2. Tremendamente vero: anche mia moglie ed io seguiamo x factor; non avendo la tv è un modo simpatico per guardarla insieme ad amici che ce l'hanno, una cosa un po' anni '50. Mia moglie a differenza di me è totalmente priva di quel cinismo d'ordinanza che è una delle cifre distintive dell'homo hipsterico; è uno dei motivi per cui l'ho sposata. Perciò, attraverso il suo sguardo puro, osservo il baraccone del talent da un'angolazione innocente, ed è ancor più da brivido. L'ultimo assalto che resta è alla purezza autentica, quando sarà scardinata anche quella, non ci resterà molto. Io, invece, un po' cinico sono: partecipe mio malgrado di questa mondanità, di quest'epoca e questa umanità in questo paese oltretutto, totalmente mangiato dall'interno come un mobile antico dai tarli. Ma lo sono alla Flaiano, (non vantandone certo la qualità sopraffina, per tipologia intendo) con ironia e senza farmi caricatura di me stesso. Forse perchè sono stato uno degli ultimi cialtroni illuminati di cui scrivo e la mia vanità \ vacuità è stata tenuta a stecchetto da una serie di memorabili insuccessi e da una robusta dose di indifferenza. Quelle sane legnate di cui dicevo. Suburra a me è piaciuto, penso che Sollima abbia voluto fare un omaggio in termini visivi \ "atmosferici" a Blade Runner (anche nel commento musicale che ricorda Vangelis). Ma ti assicuro, caro Massimo, che se hai un cuore, impazzirai per "Non essere cattivo" (film che infatti è stato meleggiato dagli hipster su facciaunbucoqui) Per David Foster Wallace aspetto: quello che ho provato a leggere non mi è piaciuto. Forse in un'altra vita, se rinascerò e se non rinascerò baco da seta o nell'alto medioevo.

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