giovedì 28 luglio 2016

Puruṣa पुरुष




« Da questo sacrificio, compiuto fino in fondo, / si raccolse latte cagliato misto a burro. / Da qui vennero le creature dell'aria, / gli animali della foresta e quelli del villaggio. // Da questo sacrificio, compiuto fino in fondo, / nacquero gli inni e le melodie; / da questo nacquero i diversi metri; / da questo nacquero le formule sacrificali. »

Ṛgveda X, 90, 8-9; citato in Raimon Panikkar, Op. cit., 2001, p. 101




con i cani 
sulla strada bianca
e un destino automatico, 
qualunque esso sia
la caduta, il malore,
la stanchezza, il calore
la conclusione indolore
molle agonia & duro conforto 

camminare 
discesa all’andata
& salita al ritorno, 
seguendo la
striscia bianca 
di pietre e ghiaia 
abbaglianti sotto il sole
appoggiata al fianco della montagna
orlo scucito
al panorama 

sentirsi deboli e inadatti
(deboli ma non teneri)
un unico organismo assetato
di poche parole
la lingua penzoloni
la maglia intrisa di sudore
continuare a marciare (non marcire)
per tornare alla macchina
sperare di farcela
il trailer di un attacco di panico
che non è stato girato 

completamente fuori allenamento
luglio è già stato una merda 
senza bisogno di aiuto-

i ruscelli asciugati
i cani hanno sete e caldo
temo per loro

ci fermiamo all’ombra
parliamo per un attimo:
occhi che s’incrociano
poi l’incitamento: 
la macchina è vicina!
torniamo a casa!

quanti pensieri sciocchi 
nella testa scolpita dal caldo:
il nordogging misto 
di nordic walking e dogging
da far con i cani al posto delle bacchette-

quante idiozie, quante idee insulse
quante amarezze, quanti rimpianti, 
e all’improvviso un vuoto 


dove risuona solo il respiro e
la paura di iperventilare
come al Monteisola la Cecilia,

di sentire le mani informicolirsi
e poi di nuovo il vuoto


solo l’assenza del balbettio 
insistente del cervello;
risiamo alla natura
il bosco emette mille voci
che s’intrecciano:
all’inizio, un brusio di sangue e insetti
le cicale, i grilli, i tafani 
che bevono il sudore 
e pungono le gambe
poi, dalla trama fitta
dei cinguettii, 
indistinti in un primo momento, diventano voci diverse
di un parlare di paese, come donne dalle finestre
domande e risposte intraducibili
totalmente comprensibili

poi, si staccano dallo sfondo sonoro le foglie
sfregate dal vento, dopo
immobili nel calore- 

nel silenzio ascolti odori e profumi
e in ultimo un rapace 
che sembra piangere
come un bambino
altissimo,
disegna un tondo nel cielo
un girotondo da solo
e tutto è fermo, di nuovo nulla
di nuovo 
così sorprendente.





karma bello d’allarme: 
allerti e allatti alla meglio, l’umano manipolo d’immani polli che a pullular in croci. Se vizi, eviri tu, birilli e bocce dal sottoscocca, e blackmerda acclami al tuo governo: 
Evviva dunque
la costante, l’incostante, e il costato trafitto dalla longilinea lancia. 
Evviva dunque
l’aspremitura dolce e la zuccheratinosa scorza d’ingannevoli lémoni, 
giallo inferno a cinque centesimi il bicchiere. 
Evviva dunque
i mercanti bambini sul soglio vaticante di case ipotecate, 
a vender beveroni ingenui a’ vicini ipocriti, 
Evviva dunque
l’imbambolato arcano scoglio dove, liposolubile, 
a’ mulini invalidi gettava nostalgiche quintessenze di vetro. 

Evviva il passato che sopiva il futuro 
con ghirigori di ricordini microscopici, ingigantendo l’ottuso infinito ad arte. 

Erano i tempi stabili dello scisma all’improvviso. Erano le stampelle empie della provvidenza cosmica: era soprattutto e contemporaneamente sotto e accanto, l’oscena epifania di stati della materia inattesi e a lungo sorseggiati all’ultimo bigbang. Era cristo che mangiava garbato le noccioline da scimmia ammaestrata, che competevano alla sua funesta incarnazione.  
Era budda che digiunava, sdraiato accanto: e non sarebbe morto di stenti
Era maometto che schifava la saliva dei cani e si lavava compulsivamente le braccia leccate. Era la lebbra e l’acciacco di molte sapienze che appena emerse dalla Perennità, occultate e buie e ostili, si sfaldavano medusamente al primo sole.
Appena spiaggiate perivano. 
Nuovi dei monoposto che l’uomo facevano pilota & alibi, inesperto & sacrificabile: un’esca impestata di promesse; e litigano gli dei monoposto, e corrono il loro granpremio dove chi vince è vero e chi perde è morto. 
Miliardi di morti. 

mi fanno schifo i giovani: non hanno manco gratitudine per la loro ignoranza; meglio dell’eroina e gratis; moltiplicano le loro cellule senza saperlo e sembrano tante pere da cui penzolano i fili bianchi di un dispositivo come miceli di cosmici parassiti, isolati ma uniformi, solitari ma aggregati in grappoli umani, dai pantaloni aderenti, come un perenne pigiama. paiono trasognati e sono solo spogli; immaginazione e velleità sfasciate su wikipedia, la cortesia sprezzante di futuristi senza cervello, tutti dislessici dal cinismo precoce; le trasgressioni previste, un tatuaggio fra mille come mille altri.
quei loro nomignoli monosillabici da botolo: choko, warp, skizo, impressi a bomboletta su monumenti e palazzacci, senza distinzione, a documentare trasgressioni a buon mercato & adrenalina di paese, dove la moda arriva quando è passata di moda, una manifestazione di essere già gobba, la scoliosi di anime schiacciate dal Tutto Ora e Subito. ammassati nei soliti autobus con gli zaini gravidi di libracci illeggibili e mai letti. farneticare, fare sport brutti, scarabocchiare muri con le loro inutili sigle e vestire come in tempi non lontani ci si vestiva malati in casa. mi fanno schifo i giovani che tutto pensano loro dovuto e si ritroveranno senza diritti nel giro di ventanni, altrochè sbombolette e ippeoppe, get rich or die trying it, maciullati nei loro telefoni & figliare alienati, si fa perchè va fatto, con equitalia alle costole. mi fa schifo quella luce arrogante & sgamata da furbi che scampano qualche tassa, una luce vecchia da bottegaio stronzo. mi fanno schifo quando sono bravi & fasulli, quando sono ignoranti & violenti, quando sono tutto ciò insieme. mi fanno schifo perchè non hanno un cazzo di idea che sia uno. l’unica cosa che gli resta è schiantare in nome di un diomerda uno, con un gilet di tritolo, a casaccio, in mezzo alla folla di maiali che disprezzano e di cui sono figli & genitori. e la giovinezza che ha smesso di fuggire tuttavia, si protrae come un cancro nei maturati male, un continuo germinare, una suppurazione danzante e sgraziata, l’esatto opposto di Zarathustra.


Parlavo domenica con Tiziano; lui è un conoscitore di piante e fiori. Mi ha detto una frase semplice, lapidaria riguardo alle piante da fiore: per fiorire bene devono avere poca acqua. Non mi ricordo, perdoneranno gli esperti, se si riferisse alle piante da fiore in generale o ad  una specie in particolare, ma ho colto in questa osservazione uno schema comune della Natura. La sofferenza.
Non hai vino se non spremi i chicchi d’uva. Non ottieni proteine nobili senza uccidere. Qualsiasi produzione richiede un travaglio. Lo stesso accade alle persone e penso ai poeti in particolare, fra di loro a Arsenij Tarkovskij e a Luigi Di Ruscio. I loro versi hanno una potenza che deriva dall’esser stati macerati dalla vita: non hanno conosciuto mollezze, ripieghi… sono stati forgiati nella povertà, nella fame, nella guerra. 
Non hanno avuto solo le disgrazie, che fanno parte del percorso di chiunque: la perdita dei propri cari, degli amici, gli incidenti o le malattie, ma hanno dovuto anche affrontare la storia ed i suoi tumulti disastrosi. Arsenij perse una gamba in guerra. La famiglia di Di Ruscio venne perseguitata dalla povertà e dal fascismo.
Anni e anni fa un amico mi disse che alle nostre poesie mancava la dimensione del tragico: beh, come potrebbero averla? Le nostre tragedie accadono nel comfort un po’ disumano di quest’epoca. Abbiamo il cheap thrill della precarietà, l’ossessione per la Sicurezza che ne consegue, e poco altro, forse un po’ di terrorismo a movimentare le serate? Per il resto le nostre lacrime vengono assorbite da comodi divani ikea. Le nostre malattie ci vedono accolti da una scienza medica evoluta e sbrigativa: per i mistici benestanti ci sono anche discipline alternative di facile reperibilità a costi esosi che possono dar conforto e placebo effect. Mancano gli amici forse, più compagni di chiacchiera leggera e bevute spensierate che autentici sodali. Manca la solidarietà dei poveri con i poveri, ci si prospetta una nuova miseria di solitari & spietati randagi; mancano la donne che si riunivano per piangere i morti. Manca l’autentico senso di comunità che si era tentato di ricostruire dagli anni 60, per fallire miseramente. 
Le nostre comunità sono egoiste, confortevoli (ancora per poco) e disarticolate. Mancanti della responsabilità ad assistere gli anziani, mancanti del senso di famiglia. Viviamo in una infida mollezza, che ci toglie la vita un po’ per volta. 
Montessori teorizzò e attuò il suo metodo ai tempi del Fascio, fra persone di una povertà disarmante e assoluta ed in un mondo assolutamente maschilista, votato alla tragedia e al sopruso. Forse è questo il segreto dei grandi poeti: riuscire a trovare spazio per la spiritualità (che leggera o pesante, non occupa volumi nè ingombra) nei periodi di massima penuria materiale ed asprezza morale. 


Un cratere
La traccia fredda 
di un impatto

A new insect

Gioia balbuziente e goffa
non l’inarcare agile della schiena di acrobati
un puntiglioso palinsesto
di carni animate
la profezia senza data
la ricorrenza imprevedibile
l’errore nella replicazione…

the beat goes on

“Il bambino non è debole e povero; il bambino è padre dell’umanità e della civilizzazione, è il nostro maestro anche nei riguardi della sua educazione. Questa non è una esaltazione fuori misura dell’infanzia, è una grande verità”.

Maria Montessori



venerdì 15 luglio 2016

La Setta del Culo Stretto






Non c’è denaro per fare ricerche approfondite su questa faccenda, non c’è interesse; fra un po’ non ci sarà più nemmeno il materiale su cui effettuare una ricerca, perchè le trame, esilissime, si dissolvono; non esiste un sincrotrone, una camera a bolle, un macchinario che tenga traccia di questi filamenti subatomici che si generano fra persone e non fra altre. Questa fragilità preziosa, difficile da preservare, nel momento in cui è, non può essere oggetto d’indagine. Essa viene indagata solo quando cessa di esistere, e non esistendo più, non è più indagabile. L’apoteosi del Quantismo. 
Resta l’atto di fede in ultima istanza, ma questo scoglio insidioso cui sembra si debba approdare tutti infine, mi è in questi giorni particolarmente poco accattivante. 
Proviamo anche imbarazzo nella nostra inattualità di gente presa a curare i propri orticelli o giardinetti incolti, ma c’è già un profondo (faccia)buco di miriadi d’anonime individualità frementi, indignate, prodighe d’opinioni stridenti e vacue, orgogliosamente, ostentatamente originali, che sproloquia sull’attualità inquietante e inspiegata che ci sovrasta. 
Perciò cari visionari e lettori di questo blog, sapete come vanno le cose da queste parti. La cura delle nostre modeste pertinenze o la loro devastazione, se preferite, è la nostra unica speranza di cambiare il mondo, perchè, a dispetto di chi invoca Terrori dallo Spazio Esterno, il nemico è sempre un nostro prossimo, un vicino che sbrocca, qualcuno che fino a ieri ci è vissuto quieto e inascoltato accanto. 



Invocazione a David Jones, proletario dio 



…accomodante col pachiderma, implacabile coi microbi
l’occhio elicottero che bracca il teppistello scalmanato
sottomette il ladro di polli, ma non lui…

ciò che si muove obliquo e se ne infischia del cardo e del decumano
le scolorate attitudini, le metodologie di palude
la burocrazia perforante che mira alle gomme
quando si corre solo per salvarsi

nella faccenda stellare del dolore, nella retorica del tumore
gli esseri viventi compiono il loro vivere
gravati o leggeri
rinchiusi in una stanza o persi nella foresta
non possono altro
fuggire forse, o restare calmi mentre 
ti smantellano l’anima in gruppo
con alacrità cinese
e nella prepotenza universale
farsi sottili come fogli
per passar di sotto la porta chiusa.
un aforisma enigmatico

ma non possiamo più sgridare chi si lamenta
chi è divenuto incapace per sua colpa o d’altri
non serve a nulla gambizzare gli zoppi
non serve gridare ai sordi…

spargere le proprie ceneri mentre si brucia
e fertilizzare l’ultimo pezzo di terra grassa e afosa
ronzante di mosche, nell’aria immobilizzata

ma non possiamo pensare di stare tutti lì a guardare
chi è schiacciato nelle sue lamiere
prigioniero della sua armatura inadatta al nuovo mondo
rugginosa e contorta e lacera
qualcuno dovrà prendere il flessibile e liberarlo
o resteremo tutti pallidi e stupidi a osservare un dissanguamento.

ma non possiamo solo dibattere, concionare, fare assemblee
dobbiamo scendere nella materia, nella carne
reincarnarsi, se necessario, anche in più persone
indossare mille corpi nuovi che agiscano
senza risparmio
senza sonno
perchè l’ansia non ci spenga 
e la depressione non ci avvilisca allo zero kelvin

non possiamo ridurci a clientele selezionate
trasformare le nostre relazioni in mercanteggi, in scelte opportune
in abbinamenti en pendant con il nostro umore
non possiamo togliere all’inatteso la possibilità di essere
per quanto finora l’inatteso ci abbia solo portato merda

è tempo di giganti
muovere passi lunghi e cadenzati
e visto che a noi non è riuscito
fare di tutto 
perchè i nostri figli siano lottatori immaginosi,
pionieri, astronauti e alieni

La Setta del Culo Stretto

…gli amici sono volatili. Stormi che danzano nella bella stagione e benzina che evapora nelle lunghe disattese occasioni, aspettando in autogrill la coda infame di questuanti sudati che cercano amabilità nell'inserviente ed un caffè che non sappia di bruciato…

il rizomatico splendore dell’amicizia, la sua propagazione superficiale
e la sua decadenza a rate, con maxi rata finale: l’iscrizione al bollettino dei protesti di chi viene disprezzato per eccesso di sfortuna, come per una colpa calvinista per poco impegno, la giusta punizione per l’agire maldestro e pigro, quello scatto bolso di pantera obesa racchiusa in gabbia a rugginire più che ruggire. 
L’ancora cui tendevi la pargoletta mano, per sprofondar veloce, ma nella terra, che si fece liquida, tremula, come cellulite di vecchia femmina nera spiaggiata. 
Nella qualsivoglia specie ci trasformiamo, ogni momento, camaleonti esausti e senza gioia. 
Camaleonti in bianco e nero, avvinghiati a un rametto risecco e spento, un postumo di combustioni estive, in quell’odore polveroso e rovente che le narici risucchiano avide. 

Il rizomatico splendore della perdita di ogni amicizia, diramato come un messaggio in codice fra tutti quelli che si compiacevano della tua fortuna, del tuo sorriso, del tuo bell’essere e che ora girano il culo senza astio, ma come sincronette, a’ unisono, come avvisati da un malvagio dispaccio che ti scredita senza speranza. E non sai nemmeno il perchè: forse perchè sei sempre vestito uguale o non sei diventato quello che promettevi? Forse perchè non gli vai più di moda
Ma che da’vero? 

Aspetta che torni il lacero à la page: aspetta che torni il vero buco nella maglia sfinita di centrifughe che passi il buco finto e il finto strappo, che torni la vera barba incolta da sciattone, le scarpe di tela polverose e lise, gli orli sfrangiati e pesticciati sotto il calcagno. Aspetta che torni di moda la sciagura, che le marionette impettite e curate in ogni dettaglio che ora ti eclissano, si suicidino finalmente come avevano minacciato al secondo gintonico. Aspetta che torni di moda la precarietà, il basso profilo di teste chinate a rimirar gli asfalti, i bitumi, le merde di cane, la catramata, la pozzanghera e il piccione che muore nell’angolo nella totale indifferenza e disprezzo. 
Gobbi e infami, deposti dal cielo e dandogli le spalle, apprendisti striscianti, quadrumani di ritorno, e infine cani e mucche, serpi: uomini d’affezione e da macello. No dignity.

Infinite metamorfosi di uomini in bestie di ogni di tipo, la natura si riprende la coscienza, il libero arbitrio, e ci riassorbe come un bubbone. Città popolose di nuovi insetti. Campagne pervase di nuove capre ingorde, e intenti ad una vana fuga, chimere incerte, centauri straziati, gemelli siamesi che sfumano in polipi e larve, o semplicemente idioti …che guardano increduli la fine della civiltà. 
Ma che da’ vero?

Singolarità signori. Singolarità. Iniziò tutto con la singolarità, estremo avvento dell’individuo. Ma l’individuo è una mediazione di più individui. L’individuo è un compromesso fra lo spumeggiare della vita inconsapevole e le intenzioni di un piccolo gruppo che solleva la testa, e riconosce la propria madre ed il proprio padre, i fratelli, le sorelle, gli amici, la propria specie. Ci si lambiccava nel tempo primtivo in estenuanti agnizioni, prima di diventar sodali o scannarsi… 

La singolarità è l’esaurimento di questa reazione, 
il pippolìo di instancabili polpastrelli su piccoli schermi 
sancisce la fine di ogni nostra appartenenza 
e c’incapsula nell’identità posticcia e caricaturale, come progettata da un’agenzia pubblicitaria.
Il (faccia)buco nero che tutti risucchia e trita e trasforma in materia indistinta. Che risucchia la luce della coscienza e della compassione, ma sarebbe poco: che risucchia anche ogni ricordo, ogni storia, ogni passato, presente e futuro. 
Ed è la che sarcastici e divertiti facciamo rotta. Come su quella zattera di quel dipinto, naufraghi per libera scelta. Tutti insieme, ma senza alcun legame, cari alla Margaret che la società vedeva come un a finzione. Lo è: e quanto è bella. Ed era così bella che ci abbiamo creduto.

perchè è così che sei sfortunato e nello stesso momento tutto si allinea funesto: il clima, le relazioni, i gesti. Tutto sincronizzato senza scampo: dalla mia obesità non caverete nulla. Non mi taglierete, e anche se lo faceste non ne uscirà un davidbowie, un allampanato semidio alieno. Non ne sono custodia. Non contengo i miti che mi facevano simpatia in questa era della mia esistenza.
Sarebbe stato bello essere il contenitore gommoso di preziose entità acuminate.
Sarebbe stato bello essere uno scrigno flaccido ma indistruttibile, un uovo di cioccolata che spaccato in mille gustosi frammenti avesse rivelato una sorpresa straordinaria. Ed ecco invece un  ciondolino di bigiotteria, una stelluccia di plastica che nel buio (se tenuta alla luce tutto il giorno) promana una fioca e ignorante fosforescenza. Una lucciola finta: come le stelline del Pulmi.
Tante stelline per quelle notti terrifiche al confine con l’Afghanistan, incastrati fra il bombolone del gpl e il finestrino.
Tante stelline finte. E un’idiota nel mezzo.

Il margine era il centro. E da lì muovevano le mani e i raggi che dagli occhi disegnano il mondo. Il margine è il centro. Non c’è più io al centro di quanto non ce ne sia al margine. E venivo riprodotto in una infinita serie di fotogrammi che mi sintetizzavano in un fortunato ideogramma. Le parole che suscitavano un sorriso maligno ma complice adesso indignano. Perchè le cose cambiano, my friend. Anche senza il tuo permesso, anche senza che te ne accorgi. Le strade si infossano e si riempiono di buche, le vie poco battute vengono riassorbite dalla sterpaglia. Tutto si sgretola e tende alla polvere, ad arruffarsi con i peli dei cani sotto ai mobili in quelle morbide e immonde parrucche senza testa.

A sera esausto, scaldo le ossa accanto la fuoco: un’assaggio di entropia, d’incenerimento. La sonnolenza che disattiva il film inutile che scorre davanti ai miei occhi pesi, piccoli, neri e oleosi di bestia, occhi che distinguono solo guizzi di preda, occhi neri di squalo. Scorre come l’acqua di torrente, come lo scintillio ipnotico della fiamma. Tutto è brusio, polvere di immagini e suoni che si sfaldano e liberano il buio lucido dell’universo incompreso.

A sera, ogni sera, io non sento la vostra mancanza, ma la vostra manchevole presenza. La boria di ritrovi da esclusi per i quali essere inadatto, escluso dagli esclusi? La genitorialità infestante & la solitudine ostinata: la totale disfatta di ogni intenzione e spontaneità, la vittoria dell’ipocondria, il trionfo indiscusso di ogni nevrosi. Ogni sera io sento quanto reciprocamente ci sbattiamo il cazzo l’uno dell’altro, a vario titolo, senza motivo e senza rancore. Inizialmente fu motivo di sorpresa e cruccio poi mi sono adeguato: ogni sera osservo la crescente distanza e l’inaridirsi di queste relazioni, vien da pensarlo…sopravvalutate? Aveva ragione Barbetta con la storia dell’amicizia geografica? Ogni sera tuttavia mi lamento, perchè non posso nemmeno ricordarci come fulgidi defunti, ma come sopravvissuti, che fra breve cesseranno persino di riconoscersi, come quando incontri un compagno delle elementari e lo saluti a fatica. 

Non noi, singolarmente, ma quelle trame che avevamo intrecciato con pazienza, un po’ per caso e per amore, vengono riassorbite e non c’è motivo di riservargli un destino diverso, un privilegio che è decaduto senza fare nessun rumore, dissolve al nero dell’universo incompreso. 

e francamente (non) me ne infischio


lunedì 27 giugno 2016

I Giganti




È dagli anni 80 che le persone emotive, sensibili, depresse vengono derise. Abbiamo messo il mondo in mano agli “ottimisti” ai reaganiani, agli yuppies, a questa gente felice e feroce a un tempo e cosa ci abbiamo guadagnato? 
Beh guardatevi attorno: apprezzate la deregulation, godetevi la privatizzazione che ci ha privato della pubblica prosperità, la logica unica del profitto, le guerre di religione, le devastazioni ambientali, il precariato a tempo indeterminato, la disoccupazione, l’apatia, la brutalità, l’ignoranza, le nuove generazioni rintronate imprigionate a guardare il telefono ed incapaci di socializzare, ed in futuro di difendere i loro diritti. Guardate i pesci boccheggiare ammassati nel secchio.
E tutto ciò con “un sorriso” - come sin dagli anni 80, prima gli yuppies, poi i berlusconiani ed oggi i  renziani ci hanno insegnato.
Un sorriso che è una smorfia gelida di derisione per chi viene tritato per l’agio smisurato di pochi eletti. A tratti una smorfia di sadico piacere.

Non è più liberismo, destrasinistra, padronioperai, lotta di classe: non è nemmeno capitalismo. Questa è una dittatura sorridente e spietata, un’orrenda oligarchia mafiosa che si regge su continui ricatti a cui bisognerebbe rispondere diventando Elfi in massa. Boicottando qualsiasi cosa: un’impresa impossibile. 
Non è un’evoluzione, non è una legge scritta: si tratta sempre d’interpretazioni della realtà: se si vuole porre il profitto come unico fine dell’operare umano questo è ciò che ne ricaviamo. Se si vuole ammettere che oltre al profitto esiste il “servizio”, la passione, l’agire disinteressato, la compassione, il rispetto per i beni pubblici che tali devono restare (l’aria, l’acqua, le strade, l’energia, la comunicazione, la salute) allora le cose cambiano. 

Se nella storia dell’umanità si fosse sempre ragionato come adesso, non sarebbe esistita che una minima parte delle opere meravigliose che recano gioia alla nostra vita. Abbandoniamo precauzione e profitto quali uniche guide: riscopriamo il coraggio, l’avventatezza, la passione, la gratuità. 
Produciamo i flop di adesso che saranno i capolavori di domani. Alimentiamo la speculazione filosofica, torniamo a guardare con simpatia gli intellettuali che ci hanno liberato dalle magagne dei benpensanti, dalla brutalità dell’aborto, dei matrimoni riparatori, del delitto d’onore. 

Auspichiamo la nascita di milioni di Pannella, l’avvento di un Gandhi italiano dopo questa grottesca alternanza di buffoni e mummie più o meno tragici e asserviti alle banche o al loro interesse. Attendiamo l’avvento di un nuovo Pasolini, la reincarnazione di Fellini, di Monicelli, di Tomasi di Lampedusa…

Non le stesse persone clonate: ma persone di quella pasta. Il ritorno dei giganti in un paese affetto da nanismo morale e intellettuale. 

I giganti tornano, Anna Magnani e Rossellini, Alda Merini e Manganellii, De Sica (Vittorio, eh) - rinascono i Francis Bacon e i Balthus gli Schifano i Boetti e i Cattelan vadano a fare i pubblicitari, rinascono gli Area, e tutta la grandezza che giace sfilacciata e sparsa in mezzo al nanismo ed al becerume dominante si riunisce, si attorciglia a formare una cima robusta, altro che cordate dell’Alitalia per spolpare l’ennesimo bene pubblico a beneficio dei soliti STRONZI.

Solo i giganti come i dolenti possono sanare la depressione, la mediocrità, il nanismo. 
Solo i giganti per la loro mole pericolosa imparano la compassione e la sanno trasmettere.


Ma ancora non sono tornati e non si può aspettare: è tempo di crescere dunque. 

martedì 21 giugno 2016

Chi sta male per davvero

"Depression is not necessarily pathological. 
It often foreshadows a renewal of the personality or a burst of creative activity. 
There are moments in human life when a new page is turned."
Carl Jung


Quanti depressi e sciagurati “minori” sono stati invitati al suicidio dalla retorica del “chi sta male per davvero”?  Ci sarebbero giunti comunque, la mia non è un'accusa d'istigazione: ma questa mentalità, molto cattolica, per cui esistano sempre persone che stanno peggio di te (tecnicamente è vero) e che per questo tu ti debba sentire in colpa perchè stai male, certo segna la rotta…

Perchè questa mentalità è diffusa, capillare, insinuante: nasce da un mix micidiale di senso di colpa cristiano e storica sottovalutazione del disagio psichico (denunciata già da Jung a suo tempo). Le malattie e le turbe della mente sono mali minori, per cui si ha poco rispetto, in confronto a chi “sta male davvero”… non conta che siano state riconosciute e considerate invalidanti. Sono “seghe al cervello di gente viziata". Sono le malattie di chi sta bene, o di chi non sta bene se non sta male…

Quando una persona sofferente di tali disagi si apre, difficilmente trova empatia e comprensione, difficilmente incoraggiamento, più spesso viene bersagliata da un fuoco di fila di “ ma allora non hai visto come sta la tale ed il talaltro… e allora chi ha un tumore? … etc…”  - ma che è una gara? E cosa si vincerebbe, mi chiedo… un ben triste primato nello star male.
“sto male per questo e quest’altro” - risposta “ bah! o io? io ho avuto questo al cubo e quest’atro al quadrato!…” - 

ma se io sto già di merda, perchè mi devi far sentire una merda? 
Credo ci sia del sadismo strisciante. Non lamentiamoci: fra animali esiste la più totale indifferenza. Forse sarebbe meglio dell’ipocrita soccorso punitivo.

Il dolore può essere condiviso, con buona pace degli psicoterapeuti che perderebbero un sacco di clienti, se i “depressi” trovassero conforto autentico fra amici e parenti e non reprimende.
Il depresso è una persona che già soffre per i dolori e le ingiustizie del mondo, che le introietta in modo così distruttivo e sbagliato da togliersi la speranza e l’energia vitale per affrontare la vita. Il depresso soffre per i malati di cancro, per gli anziani abbandonati, per i disabili, per i deboli, per i precari, per gli sfigati, i perdenti, gli schiavi… il depresso enumera, come nella conta della pecore per addormentarsi, la folla crescente di sciagurati e la sua vitalità si addormenta perchè gli si prospetta uno sforzo immane e inutile nel tentare di vivere con dignità nel pianeta della Sofferenza.

Trova soluzioni sempre inadatte: droga, psicofarmaci, distrazioni, amici dementi e superficiali, pornografia, religioni, viaggi… ma la K di tutte queste attività è nelle relazioni umane che allacci per poterle vivere. Ed è lì che accade sovente il misfatto: le relazioni sono povere, deteriorate, difficili… perchè non si accetta il dolore come parte della nostra vita e spesso la depressione nasce dal fuggirlo anzichè affondarci dentro ed esplorarlo come si farebbe con il piacere. 

Per questo alla fine l’unica vera comprensione ai nostri patimenti, l’unico vero distacco dal dolore, deriva dalla compassione: la compassione per i nostri anziani per esempio, la compassione che spesso solo chi “soffre per davvero” può dare agli altri: difficilmente una delle fantomatiche persone che soffre “per davvero” chiamata in causa dai saggi bacchettatori di turno, volterà le spalle a un depresso. Perciò cari amici depressi, non tormentate più i vostri amici ottimisti, smettete di rattristarli con le vostre sfighe penose il venerdì sera, parlate con i professionisti del dolore, direttamente. 
Vi daranno ascolto e conforto.

La prossima apericena fatela al bar dell’ospedale.

venerdì 4 marzo 2016

L'inutile Giostra - capitolo II



foto: ho cercato chi fosse l'autore ma non l'ho trovato. Me ne scuso. 
Comunque ho inserito il link (cliccando sulla foto) 
all'articolo originale di Controradio da cui l'ho copiata.



Il sindaco di Pistoia, Samuele Bertinelli, ha cortesemente e largamente risposto alla mia mail. 
Il ritardo è dovuto più che agli impegni, che immagino pressanti, al voler mantenere riserbo ed imparzialità sulla questione fino al termine del referendum. Che ovviamente ha visto la vittoria del SI. 
Del resto questa è l'Italia e Pistoia ne è degnamente la capitale (culturale). Lo dico fuor dai denti, senza voler fare ironia nè polemica, nel bene e nel male, rappresentativa di una cultura più "alta", di frontiera, di marginalità, di avanguardia (ops…) e di una più "bassa", nazionalpopolare, che chiama in causa la Tradizione ad ogni piè sospinto, per giustificare manifestazioni indifendibili, aberranti e anacronistiche (come l'Inutile Giostra).
Ma perchè? Doveva essere utile?
Utile magari no, ma sicuramente non un bagno di sangue. Si noti, nella foto, la gamba spezzata a metà di uno dei due cavalli ammazzati per gioco…




Caro Andrea,

se rispondo solo ora alla tua mail, è perché non ho voluto in alcun modo, neanche indirettamente, influenzare l’andamento della consultazione popolare che si è appena conclusa. Credo comunque doveroso risponderti perché sono persuaso che animare il dibattito pubblico assumendosi rigorosamente l’onere dell’argomentazione sia una importante forma di esercizio delle libertà democratiche e rappresenti un mezzo significativo attraverso il quale ognuno può concorrere alla formazione delle decisioni di interesse collettivo. Si tratta in definitiva dell’esercizio critico di una cittadinanza attiva e responsabile, particolarmente necessario – mi pare – nel tempo che ci è dato di vivere.

I fatti dell’estate 2014 hanno indotto il Consiglio comunale – dal mio punto di vista, opportunamente – ad approvare una mozione che sospendesse l’edizione della Giostra dell’Orso dello scorso anno e che aprisse un’ampia riflessione sulla Giostra e sulle festività jacopee. Lo spettacolo, infatti, non può e non deve continuare a qualunque costo: tutti – credo – hanno sentito la responsabilità di prendersi il tempo necessario per un approfondimento serio su quanto accaduto. Si trattava, comunque, di una decisione che non avrebbe potuto essere assunta dal solo sindaco, ma che avrebbe dovuto necessariamente coinvolgere – come è accaduto – l’intera assemblea cittadina, la quale ha anche ritenuto di accogliere la proposta del Movimento 5 Stelle di promuovere una consultazione popolare sul futuro della Giostra.

Se è vero che la Giostra dell’Orso, come la conosciamo noi, è la reinvenzione di una tradizione relativamente recente, in quanto nata nell’immediato dopoguerra dall’entusiasmo di alcuni giovani pistoiesi (animati da un spirito che abbiamo voluto ritrarre nel documentario proiettato in piazza del Duomo lo scorso 25 luglio), ciò non significa che non abbia segnato una parte della storia recente della nostra città. Ogni costume, difatti, diviene tradizione attraverso un’opera culturale e, lato sensu, politica che rende un insieme di gesti e azioni parte di un sentimento comune.
È proprio l’origine artificiale, nel senso di culturale e politica, della tradizione che la rende plasmabile in base al mutamento del senso comune. La tradizione che segna l’identità di una comunità, infatti, muta con essa: alcuni costumi vengono abbandonati perché desueti, talvolta perché divenuti incomprensibili; altri permangono immutati nel corso dei secoli, altri ancora progressivamente, appunto, si modificano.
La celebrazione del santo patrono, nella storia plurisecolare che ha unito Pistoia a Giacomo il Maggiore, è cambiata e si è aggiornata innumerevoli volte, così come abbiamo potuto apprezzare e riscoprire anche grazie al lavoro di ricerca e di divulgazione che abbiamo promosso nel corso del 2015; un lavoro che ci ha portato – ad esempio – a definire le prime, solide fondamenta sulle quali vogliamo costruire una stretta relazione di scambio con Santiago di Compostela.

Checché se ne pensi, dunque, sino ad oggi, Pistoia si è indentificata, almeno in parte e almeno nell’età repubblicana, anche con la Giostra, che pure non potrà comunque più avere, in caso di sua prosecuzione, le caratteristiche che ha avuto sin qui, perché è indefettibile l’impegno ad adottare, nel caso, ogni misura necessaria a ridurre al minimo il rischio per gli animali e le persone che vi partecipano.
Per questa ragione, una scelta radicale sul futuro di questa manifestazione, avrebbe dovuto, nel caso, essere sottoposta al vaglio dei pistoiesi nel corso della campagna elettorale affinché tutta la comunità potesse dibatterne ed esprimersi sul tema. Ciò non è avvenuto e, per questo ragione, ho costantemente lavorato per rafforzare tutti i presidi di sicurezza a tutela degli animali e delle persone; e per assicurare una gestione democratica e trasparente della giostra, nella quale i rioni, come associazioni di liberi cittadini, dovrebbero essere protagonisti. Coerentemente con questa impostazione il Comune di Pistoia si è impegnato affinché la Giostra fosse riconosciuta come competizione sportiva e, dunque, sottoposta ai controlli del C.O.N.I., il quale ha avuto il compito di effettuare tutti i controlli sul regolare svolgimento della gara e sulla salute dei cavalli; attività di vigilanza e controllo che si sono aggiunte a quelle già previste d’intesa con le associazioni animaliste e l’azienda sanitaria.
Credo abbia fatto bene, dunque, il Consiglio comunale a promuovere una consultazione per consentire a ciascuno di esprimere, sulla base delle proprie più intime convinzioni, la propria opinione sul futuro di una manifestazione, che – necessariamente – dovrà rinnovarsi ed adeguarsi al mutare di quell’idem sentire de re publica che è il collante e il fondamento di una comunità. Ciascuno potrà contribuire al formarsi di una decisione pubblica, che – per fortuna – non potendo investire i valori ultimi che ognuno coltiva, dovrà però incidere sulle questioni penultime che sono il terreno del confronto democratico.
Il mutare dei costumi e del senso comune avviene, talvolta, purtroppo, in senso regressivo e reazionario. Non è questo il caso della crescente e diffusa sensibilità nei confronti della sofferenza e del destino degli animali. Il progetto settecentesco della modernità, propriamente rivoluzionario e illuminista, fondato sui principi regolativi di libertà, uguaglianza e fratellanza, è ancora lontano dall’essere realizzato: nel tempo, difatti, acquisisce diversi e più ricchi significati, come, ad esempio, il superamento di una visione antropocentrica del mondo per disegnare una comunione più ampia che preveda il rispetto della dignità di ogni essere sensiente. 

Personalmente, come spero abbiano fatto in molti, anche stimolati dalle Tue riflessioni, ho partecipato alla consultazione e ho contribuito a questa decisione votando secondo le ragioni dettatemi dalla mia coscienza; ragioni che credo di dover serbare riservate, perché l’ufficio che ricopro m’impone, in circostanze come queste, di non sovrapporre ciò che è maturato nella mia riflessione in foro interno con le decisioni pubbliche.

Nel ringraziarTi per il Tuo contributo, ricambio i Tuoi saluti con eguale stima ed eguale affetto.
Samuele Bertinelli



la mia risposta…(un po' così)

Caro Samuele

grazie per la tua articolatissima (com'è tuo costume…) risposta.
Comprendo parzialmente le ragioni del politico (non ritengo che esprimere la propria opinione sia sconveniente, fatta salva l'imparzialità del proprio agire), plaudo all'azione di autorità che ha imposto uno stop di almeno un anno all' Inutile Giostra.
Negli anni più di 20 cavalli (dal 75 ad oggi) sono stati abbattuti a seguito della giostra (così almeno riportano alcune fonti)
Questo anno di stop ha portato ad un ripensamento della giostra è vero, ma non sarà farne una versione "politically correct" che renderà meno grottesco lo spettacolo.
Avremo una gara lenta di cavalli che vanno piano, dove si privilegia la precisione del colpo?

I problemi di fondo restano: usare animali per divertimento, la legge non lo vieta (fatta salva la crudeltà) ma è proprio indispensabile? Legale coincide con Giusto? Poi c'è il problema logistico e temporale che non è trascurabile: farli correre in uno spazio ristretto e per un tempo lunghissimo. Il pur contestabile (ma autenticamente tradizionale) Palio di Siena, dura un attimo: ci sono le false partenze, l'interminabile allineamento dei cavalli, etc… ma la corsa in se dura il tempo del giro della piazza.

Associare la Giostra alla rinascita repubblicana d'Italia, al fermento del dopoguerra, non mi sembra che c'entri molto. Ed in ogni caso la sensibilità degli anni '50 non è quella odierna.
Noi "anti-giostra" usciamo sconfitti dal referendum (ho una certa innata propensione per le cause perse) ma di fatto ti sono grato per aver messo per primo in discussione, un evento  che sarebbe dovuto essere festoso e che negli ultimi anni è stato solo scioccante e traumatico (penso anche agli spettatori, che si sono visti il cavallo con la gamba spezzata in due). Adesso, anche se la giostra si rifarà, avrà un attenzione diversa. 
Ma dalla Capitale della Cultura e dei Dialoghi sull'Uomo mi aspettavo un qualcosina in più, spostare l'asticella più in alto, un atto di rinuncia che affermasse una diversa concezione degli animali, che allargasse il cerchio dall'antropocentrismo a quelle creature che ci sono prossime; di fatto il dialogo rimane sull'uomo e sulla sua discutibile volontà di perpetrare una stupidata. Si ironizzi pure sul fatto che gli animali non parlano. 
Ho questa passione (o presunzione?) di tentare di dar voce a creature silenti (alberi, animali) di farmi loro interprete. Magari sbaglio tutto, eh!
Magari i cavalli, che amano correre, si divertono un sacco a fare la Giostra.
Finchè non muoiono.
E, per carità! Si muore anche per cose stupide.
Difficile stabilire il confine fra principi e democrazia: la democrazia può essere pilotata, l'opinione pubblica arretrata, pigra, disinformata, può agire sull'onda dell'emotività, della propaganda, di un qualche ottuso sentire. Del resto affermare a priori la giustezza di un valore e non lasciare che questo di propaghi e prenda vita nel corpus sociale, porta all'autoritarismo e (peggio ancora) al dogmatismo per cui un principio è giusto, ma indiscutibile ed inalterabile nel tempo. Non sono vere, nessuna della due premesse.
Abbiamo, con te e con la tua scelta di sospendere la giostra e ripensarla, intrapreso un cammino: il salvifico dubbio si è insinuato negli animi, l'attenzione è diversa, la pressione sui "pro-giostra" è notevole. Un altro errore tragico non sarebbe più tollerabile.
Certo sarei stato più orgoglioso di essere cittadino di una città, capitale della cultura 2017, che afferma in tutta Italia e oltre, anche impopolarmente, che la Giostra non si fa con gli animali. Ma a me, caro Samuele, difetta il tuo sviluppatissimo senso democratico: ho sempre avuto più paura delle vulgate, della vox populi. L'assoluto di un principio mi ha sempre attratto di più, pur con tutti i suoi pericoli: è un difetto dei massimalisti, dei radicali, degli animalisti, dei nevrotici, degli eccentrici e dei mattarelli, di tutti coloro che si pongono o si ritrovano a margine, o che hanno questa fregola di forzare le tappe della crescita umana. Il problema è quando l'estremismo incontra il populismo. Ma non penso che i principi di cui mi faccio eretico latore, siano così popolari. Chi fa leva sull'emotività e sulla vox populi, preferisce riaffermare vecchie scemenze, tirandosi su il mutandone rappezzato della Tradizione...
Povera Tradizione...

Ti lascio ai tuoi molti impegni e ti ringrazio per aver trovato come sempre un minuto per me.

un caro saluto!


Andrea




mercoledì 24 febbraio 2016

L'inutile giostra




Contravvenendo alla mia promessa da marinaio di scrivere solo deliri psichedelici, torno brevemente ad occuparmi di attualità e della mia città, Pistoia, da poco eletta capitale italiana della cultura per l'anno 2017, e dove a fianco di tante manifestazioni di alto livello, se ne perpetra da anni una fra le più sciocche, inutili, fasulle e brutali. "La Giostra dell'Orso". 
Una finta medievalata, inventata nel 1975, un po' Palio, un po' giostra del Saracino, dove cavalli dei rispettivi rioni, si gettano in una folle corsa all'interno di una specie di ristretto catino ricavato all'interno di Piazza del Duomo. 
Negli anni si sono succeduti gravi incidenti, che hanno portato all'abbattimento degli animali ed alla sospensione della Giostra. 
La futilità e la pericolosità della Giostra sono evidenti: avesse almeno il brutale fascino ancestrale del Palio che scimmiotta; questa è un brodo lungo, che parte verso le otto di sera al termine del torrido luglio pistoiese e si protrae fino a tarda serata, in una serie di corse forsennate e ripetitive, alle quali assiste un pubblico sempre più annoiato. 
Non reggono la scusa del turismo, attratto da ben altre kermesse (si rifacesse un Blues a modo, con il suo bel mercatino!) nè quella della tradizione, che è totalmente inventata.


Ripensavo stamani ad un bellissimo e accorato film "Au Hasard Balthazar" di Robert Bresson, considerato uno dei più grandi capolavori del cinema di sempre. Il protagonista del triste apologo qui narrato è un asino, da principio amato e coccolato, che finisce però per essere maltrattatato da personaggi senza scrupoli. Forse uno dei primi film, il cui protagonista è un animale, il quale interpreta il suo ruolo come un uomo, sottolineando le molte analogie fra noi e loro. Le analogie del soffrire.

Senza aprire querelles animaliste di cui è saturo il pianeta, vorrei tornare alla semplice sensibilità che forse è l'unico argomento oltre le logiche stringenti dei vegani e l'ottuso girarsi altrove dei carnivori. Se è l'istinto che ci fa bramare per una fettina di carne (come diceva lo scrittore in "Stalker" di Tarkovskji ) retaggio di una fame antica e di antiche lotte per la sopravvivenza impresse nella nostra memoria di specie, sarà l'istinto che ci porterà a considerare con maggior rispetto le creature che ci affiancano su questo mondo. 
La stessa sensibilità istintiva ci può portare ad abbandonare definitivamente "tradizioni" di inutile sofferenza, dove per gioco si mettono a rischio le vite degli animali.


Pistoia non è Colleferro, certo, ma non può nemmeno trattare la faccenda con noncuranza. Anche se sono solo due i cavalli morti, é la causa inutile della loro morte che deve porci delle domande. 

Pistoia può inventarsi (in passato lo fece) una nuova competizione fra Rioni, senza tirare in mezzo animali impauriti e dolenti.


La Capitale della Cultura non merita questa inutile giostra.


Per quanto io abbia delle riserve sull'istituto referendario applicato a questioni etiche (avrei preferito un atto più risoluto da parte del sindaco e della sua giunta, con il quale accertatane l'elevata pericolosità, mettere fine alla Giostra, così come non si permettono le lotte fra cani o altre pratiche incivili) è possibile da oggi votare:





…per concludere ho scritto al sindaco Bertinelli (come l'anno scorso feci per la questione degli alberi) per esprimergli la mia opinione ed alcune riflessioni di ordine etico, e se questo non interessasse, pratico, economico e d'immagine…


…tanto comunque la si giri è sbagliata ed ingiustificabile.




Caro sindaco,

rubo un po’ del tuo tempo prezioso per dirti la mia sulla Giostra dell’Orso (per la quale ho votato un convintissimo NO).

Sarò telegrafico (anche il mio tempo è diventato prezioso):

1. Le questioni etiche non possono essere retrocesse a questioni di maggioranza o minoranza. Così come purtroppo (la storia insegna) l’alto livello civile ed organizzativo di un popolo non automaticamente corrisponde ad un incremento della sua sensibilità. Greci e Romani, pur avendo gettato le basi di concetti come “diritto” e “democrazia”, non avevano problemi a considerare le donne come animali, ad usufruire di schiavi, ad indulgere in pratiche pedofile. L’etica è ovviamente elastica in una qualche misura e rispecchia i costumi di un’epoca, ma amo pensare che sia un valore assoluto, che va a progredire e non il contrario. Sicuramente l’etica pone all’uomo una mèta, quella del superamento della crudeltà, intesa come sofferenza per futili motivi imposta a creature che non possono esprimere la loro volontà di vivere ed il loro diritto ad un’esistenza dignitosa.

2. Per chi non volesse scomodare l’etica “per du’ cavalli morti”, ci sono appunto i “du’ cavalli morti”, che hanno, penso, un alto valore economico, in quanto cavalli da corsa, selezionati ed allevati con cure speciali per questo compito ingrato. Ammazzare cavalli da corsa e rischiare ogni anno di azzopparne altri (e conseguentemente abbatterli) per una tradizione inventata di sana pianta, sarebbe come divertirsi a dar fuoco in piazza del Duomo a delle Porsche per far le luminarie a San Jacopo… 

3. La Giostra dell’Orso è una finta tradizione, un torneo fra rioni, inventato nel 1957, per ricordare l’antico Palio rettilineo corso fino alla fine del XVIII secolo. La “tradizione” è un alibi che quindi perde ogni valore, e scomodarla per un gioco stupido e mal congegnato mi pare pretestuoso. Per inciso, la tradizione è spesso soltanto e solo un alibi per giustificare pratiche sanguinarie che non dovrebbero più avere luogo.

4. Come può una città come Pistoia, che si appresta a diventare Capitale della Cultura, che ospita ogni anno manifestazioni di altissimo livello come i “Dialoghi sull’Uomo”, spendere tempo e risorse per una manifestazione posticcia, scopiazzata e brutale come la Giostra dell’Orso? La Giostra dell’Orso, a differenza del pur discutibile Palio di Siena, non ha mai avuto una rilevanza storica e turistica. Posta al termine del Luglio Pistoiese, vedeva la città svuotata dal Blues, riversare i soli accaldati cittadini ad assistere all’interminabile e noiosa corsa nel ristretto catino di Piazza del Duomo, meravigliosa piazza, adatta a concerti e giochi, ma non per le corse a cavallo!

Voglio essere propositivo, Samuele e non solo critico: ben vengano (visto che piacciono, a me fanno cagare e un po’ tristezza) i Rioni, i corteggi storici in costume, con alabardieri, dame, sbandieratori e tamburini. Ben venga la competizione fra questi per il palio di San Jacopo, ma se proprio dobbiamo scopiazzare altre tradizioni, si scopiazzi il calcio il costume, i tornei fra arcieri o balestrieri, dove a contendere sono consapevoli e consenzienti esseri umani. 
Basterebbe questo con un po’ di sapiente regia, illuminando la città con torce, a creare un’atmosfera magica e medievale. 

Ti saluto con stima ed affetto


Andrea Betti Tibet