giovedì 28 luglio 2016

Puruṣa पुरुष




« Da questo sacrificio, compiuto fino in fondo, / si raccolse latte cagliato misto a burro. / Da qui vennero le creature dell'aria, / gli animali della foresta e quelli del villaggio. // Da questo sacrificio, compiuto fino in fondo, / nacquero gli inni e le melodie; / da questo nacquero i diversi metri; / da questo nacquero le formule sacrificali. »

Ṛgveda X, 90, 8-9; citato in Raimon Panikkar, Op. cit., 2001, p. 101




con i cani 
sulla strada bianca
e un destino automatico, 
qualunque esso sia
la caduta, il malore,
la stanchezza, il calore
la conclusione indolore
molle agonia & duro conforto 

camminare 
discesa all’andata
& salita al ritorno, 
seguendo la
striscia bianca 
di pietre e ghiaia 
abbaglianti sotto il sole
appoggiata al fianco della montagna
orlo scucito
al panorama 

sentirsi deboli e inadatti
(deboli ma non teneri)
un unico organismo assetato
di poche parole
la lingua penzoloni
la maglia intrisa di sudore
continuare a marciare (non marcire)
per tornare alla macchina
sperare di farcela
il trailer di un attacco di panico
che non è stato girato 

completamente fuori allenamento
luglio è già stato una merda 
senza bisogno di aiuto-

i ruscelli asciugati
i cani hanno sete e caldo
temo per loro

ci fermiamo all’ombra
parliamo per un attimo:
occhi che s’incrociano
poi l’incitamento: 
la macchina è vicina!
torniamo a casa!

quanti pensieri sciocchi 
nella testa scolpita dal caldo:
il nordogging misto 
di nordic walking e dogging
da far con i cani al posto delle bacchette-

quante idiozie, quante idee insulse
quante amarezze, quanti rimpianti, 
e all’improvviso un vuoto 


dove risuona solo il respiro e
la paura di iperventilare
come al Monteisola la Cecilia,

di sentire le mani informicolirsi
e poi di nuovo il vuoto


solo l’assenza del balbettio 
insistente del cervello;
risiamo alla natura
il bosco emette mille voci
che s’intrecciano:
all’inizio, un brusio di sangue e insetti
le cicale, i grilli, i tafani 
che bevono il sudore 
e pungono le gambe
poi, dalla trama fitta
dei cinguettii, 
indistinti in un primo momento, diventano voci diverse
di un parlare di paese, come donne dalle finestre
domande e risposte intraducibili
totalmente comprensibili

poi, si staccano dallo sfondo sonoro le foglie
sfregate dal vento, dopo
immobili nel calore- 

nel silenzio ascolti odori e profumi
e in ultimo un rapace 
che sembra piangere
come un bambino
altissimo,
disegna un tondo nel cielo
un girotondo da solo
e tutto è fermo, di nuovo nulla
di nuovo 
così sorprendente.





karma bello d’allarme: 
allerti e allatti alla meglio, l’umano manipolo d’immani polli che a pullular in croci. Se vizi, eviri tu, birilli e bocce dal sottoscocca, e blackmerda acclami al tuo governo: 
Evviva dunque
la costante, l’incostante, e il costato trafitto dalla longilinea lancia. 
Evviva dunque
l’aspremitura dolce e la zuccheratinosa scorza d’ingannevoli lémoni, 
giallo inferno a cinque centesimi il bicchiere. 
Evviva dunque
i mercanti bambini sul soglio vaticante di case ipotecate, 
a vender beveroni ingenui a’ vicini ipocriti, 
Evviva dunque
l’imbambolato arcano scoglio dove, liposolubile, 
a’ mulini invalidi gettava nostalgiche quintessenze di vetro. 

Evviva il passato che sopiva il futuro 
con ghirigori di ricordini microscopici, ingigantendo l’ottuso infinito ad arte. 

Erano i tempi stabili dello scisma all’improvviso. Erano le stampelle empie della provvidenza cosmica: era soprattutto e contemporaneamente sotto e accanto, l’oscena epifania di stati della materia inattesi e a lungo sorseggiati all’ultimo bigbang. Era cristo che mangiava garbato le noccioline da scimmia ammaestrata, che competevano alla sua funesta incarnazione.  
Era budda che digiunava, sdraiato accanto: e non sarebbe morto di stenti
Era maometto che schifava la saliva dei cani e si lavava compulsivamente le braccia leccate. Era la lebbra e l’acciacco di molte sapienze che appena emerse dalla Perennità, occultate e buie e ostili, si sfaldavano medusamente al primo sole.
Appena spiaggiate perivano. 
Nuovi dei monoposto che l’uomo facevano pilota & alibi, inesperto & sacrificabile: un’esca impestata di promesse; e litigano gli dei monoposto, e corrono il loro granpremio dove chi vince è vero e chi perde è morto. 
Miliardi di morti. 

mi fanno schifo i giovani: non hanno manco gratitudine per la loro ignoranza; meglio dell’eroina e gratis; moltiplicano le loro cellule senza saperlo e sembrano tante pere da cui penzolano i fili bianchi di un dispositivo come miceli di cosmici parassiti, isolati ma uniformi, solitari ma aggregati in grappoli umani, dai pantaloni aderenti, come un perenne pigiama. paiono trasognati e sono solo spogli; immaginazione e velleità sfasciate su wikipedia, la cortesia sprezzante di futuristi senza cervello, tutti dislessici dal cinismo precoce; le trasgressioni previste, un tatuaggio fra mille come mille altri.
quei loro nomignoli monosillabici da botolo: choko, warp, skizo, impressi a bomboletta su monumenti e palazzacci, senza distinzione, a documentare trasgressioni a buon mercato & adrenalina di paese, dove la moda arriva quando è passata di moda, una manifestazione di essere già gobba, la scoliosi di anime schiacciate dal Tutto Ora e Subito. ammassati nei soliti autobus con gli zaini gravidi di libracci illeggibili e mai letti. farneticare, fare sport brutti, scarabocchiare muri con le loro inutili sigle e vestire come in tempi non lontani ci si vestiva malati in casa. mi fanno schifo i giovani che tutto pensano loro dovuto e si ritroveranno senza diritti nel giro di ventanni, altrochè sbombolette e ippeoppe, get rich or die trying it, maciullati nei loro telefoni & figliare alienati, si fa perchè va fatto, con equitalia alle costole. mi fa schifo quella luce arrogante & sgamata da furbi che scampano qualche tassa, una luce vecchia da bottegaio stronzo. mi fanno schifo quando sono bravi & fasulli, quando sono ignoranti & violenti, quando sono tutto ciò insieme. mi fanno schifo perchè non hanno un cazzo di idea che sia uno. l’unica cosa che gli resta è schiantare in nome di un diomerda uno, con un gilet di tritolo, a casaccio, in mezzo alla folla di maiali che disprezzano e di cui sono figli & genitori. e la giovinezza che ha smesso di fuggire tuttavia, si protrae come un cancro nei maturati male, un continuo germinare, una suppurazione danzante e sgraziata, l’esatto opposto di Zarathustra.


Parlavo domenica con Tiziano; lui è un conoscitore di piante e fiori. Mi ha detto una frase semplice, lapidaria riguardo alle piante da fiore: per fiorire bene devono avere poca acqua. Non mi ricordo, perdoneranno gli esperti, se si riferisse alle piante da fiore in generale o ad  una specie in particolare, ma ho colto in questa osservazione uno schema comune della Natura. La sofferenza.
Non hai vino se non spremi i chicchi d’uva. Non ottieni proteine nobili senza uccidere. Qualsiasi produzione richiede un travaglio. Lo stesso accade alle persone e penso ai poeti in particolare, fra di loro a Arsenij Tarkovskij e a Luigi Di Ruscio. I loro versi hanno una potenza che deriva dall’esser stati macerati dalla vita: non hanno conosciuto mollezze, ripieghi… sono stati forgiati nella povertà, nella fame, nella guerra. 
Non hanno avuto solo le disgrazie, che fanno parte del percorso di chiunque: la perdita dei propri cari, degli amici, gli incidenti o le malattie, ma hanno dovuto anche affrontare la storia ed i suoi tumulti disastrosi. Arsenij perse una gamba in guerra. La famiglia di Di Ruscio venne perseguitata dalla povertà e dal fascismo.
Anni e anni fa un amico mi disse che alle nostre poesie mancava la dimensione del tragico: beh, come potrebbero averla? Le nostre tragedie accadono nel comfort un po’ disumano di quest’epoca. Abbiamo il cheap thrill della precarietà, l’ossessione per la Sicurezza che ne consegue, e poco altro, forse un po’ di terrorismo a movimentare le serate? Per il resto le nostre lacrime vengono assorbite da comodi divani ikea. Le nostre malattie ci vedono accolti da una scienza medica evoluta e sbrigativa: per i mistici benestanti ci sono anche discipline alternative di facile reperibilità a costi esosi che possono dar conforto e placebo effect. Mancano gli amici forse, più compagni di chiacchiera leggera e bevute spensierate che autentici sodali. Manca la solidarietà dei poveri con i poveri, ci si prospetta una nuova miseria di solitari & spietati randagi; mancano la donne che si riunivano per piangere i morti. Manca l’autentico senso di comunità che si era tentato di ricostruire dagli anni 60, per fallire miseramente. 
Le nostre comunità sono egoiste, confortevoli (ancora per poco) e disarticolate. Mancanti della responsabilità ad assistere gli anziani, mancanti del senso di famiglia. Viviamo in una infida mollezza, che ci toglie la vita un po’ per volta. 
Montessori teorizzò e attuò il suo metodo ai tempi del Fascio, fra persone di una povertà disarmante e assoluta ed in un mondo assolutamente maschilista, votato alla tragedia e al sopruso. Forse è questo il segreto dei grandi poeti: riuscire a trovare spazio per la spiritualità (che leggera o pesante, non occupa volumi nè ingombra) nei periodi di massima penuria materiale ed asprezza morale. 


Un cratere
La traccia fredda 
di un impatto

A new insect

Gioia balbuziente e goffa
non l’inarcare agile della schiena di acrobati
un puntiglioso palinsesto
di carni animate
la profezia senza data
la ricorrenza imprevedibile
l’errore nella replicazione…

the beat goes on

“Il bambino non è debole e povero; il bambino è padre dell’umanità e della civilizzazione, è il nostro maestro anche nei riguardi della sua educazione. Questa non è una esaltazione fuori misura dell’infanzia, è una grande verità”.

Maria Montessori



venerdì 15 luglio 2016

La Setta del Culo Stretto






Non c’è denaro per fare ricerche approfondite su questa faccenda, non c’è interesse; fra un po’ non ci sarà più nemmeno il materiale su cui effettuare una ricerca, perchè le trame, esilissime, si dissolvono; non esiste un sincrotrone, una camera a bolle, un macchinario che tenga traccia di questi filamenti subatomici che si generano fra persone e non fra altre. Questa fragilità preziosa, difficile da preservare, nel momento in cui è, non può essere oggetto d’indagine. Essa viene indagata solo quando cessa di esistere, e non esistendo più, non è più indagabile. L’apoteosi del Quantismo. 
Resta l’atto di fede in ultima istanza, ma questo scoglio insidioso cui sembra si debba approdare tutti infine, mi è in questi giorni particolarmente poco accattivante. 
Proviamo anche imbarazzo nella nostra inattualità di gente presa a curare i propri orticelli o giardinetti incolti, ma c’è già un profondo (faccia)buco di miriadi d’anonime individualità frementi, indignate, prodighe d’opinioni stridenti e vacue, orgogliosamente, ostentatamente originali, che sproloquia sull’attualità inquietante e inspiegata che ci sovrasta. 
Perciò cari visionari e lettori di questo blog, sapete come vanno le cose da queste parti. La cura delle nostre modeste pertinenze o la loro devastazione, se preferite, è la nostra unica speranza di cambiare il mondo, perchè, a dispetto di chi invoca Terrori dallo Spazio Esterno, il nemico è sempre un nostro prossimo, un vicino che sbrocca, qualcuno che fino a ieri ci è vissuto quieto e inascoltato accanto. 



Invocazione a David Jones, proletario dio 



…accomodante col pachiderma, implacabile coi microbi
l’occhio elicottero che bracca il teppistello scalmanato
sottomette il ladro di polli, ma non lui…

ciò che si muove obliquo e se ne infischia del cardo e del decumano
le scolorate attitudini, le metodologie di palude
la burocrazia perforante che mira alle gomme
quando si corre solo per salvarsi

nella faccenda stellare del dolore, nella retorica del tumore
gli esseri viventi compiono il loro vivere
gravati o leggeri
rinchiusi in una stanza o persi nella foresta
non possono altro
fuggire forse, o restare calmi mentre 
ti smantellano l’anima in gruppo
con alacrità cinese
e nella prepotenza universale
farsi sottili come fogli
per passar di sotto la porta chiusa.
un aforisma enigmatico

ma non possiamo più sgridare chi si lamenta
chi è divenuto incapace per sua colpa o d’altri
non serve a nulla gambizzare gli zoppi
non serve gridare ai sordi…

spargere le proprie ceneri mentre si brucia
e fertilizzare l’ultimo pezzo di terra grassa e afosa
ronzante di mosche, nell’aria immobilizzata

ma non possiamo pensare di stare tutti lì a guardare
chi è schiacciato nelle sue lamiere
prigioniero della sua armatura inadatta al nuovo mondo
rugginosa e contorta e lacera
qualcuno dovrà prendere il flessibile e liberarlo
o resteremo tutti pallidi e stupidi a osservare un dissanguamento.

ma non possiamo solo dibattere, concionare, fare assemblee
dobbiamo scendere nella materia, nella carne
reincarnarsi, se necessario, anche in più persone
indossare mille corpi nuovi che agiscano
senza risparmio
senza sonno
perchè l’ansia non ci spenga 
e la depressione non ci avvilisca allo zero kelvin

non possiamo ridurci a clientele selezionate
trasformare le nostre relazioni in mercanteggi, in scelte opportune
in abbinamenti en pendant con il nostro umore
non possiamo togliere all’inatteso la possibilità di essere
per quanto finora l’inatteso ci abbia solo portato merda

è tempo di giganti
muovere passi lunghi e cadenzati
e visto che a noi non è riuscito
fare di tutto 
perchè i nostri figli siano lottatori immaginosi,
pionieri, astronauti e alieni

La Setta del Culo Stretto

…gli amici sono volatili. Stormi che danzano nella bella stagione e benzina che evapora nelle lunghe disattese occasioni, aspettando in autogrill la coda infame di questuanti sudati che cercano amabilità nell'inserviente ed un caffè che non sappia di bruciato…

il rizomatico splendore dell’amicizia, la sua propagazione superficiale
e la sua decadenza a rate, con maxi rata finale: l’iscrizione al bollettino dei protesti di chi viene disprezzato per eccesso di sfortuna, come per una colpa calvinista per poco impegno, la giusta punizione per l’agire maldestro e pigro, quello scatto bolso di pantera obesa racchiusa in gabbia a rugginire più che ruggire. 
L’ancora cui tendevi la pargoletta mano, per sprofondar veloce, ma nella terra, che si fece liquida, tremula, come cellulite di vecchia femmina nera spiaggiata. 
Nella qualsivoglia specie ci trasformiamo, ogni momento, camaleonti esausti e senza gioia. 
Camaleonti in bianco e nero, avvinghiati a un rametto risecco e spento, un postumo di combustioni estive, in quell’odore polveroso e rovente che le narici risucchiano avide. 

Il rizomatico splendore della perdita di ogni amicizia, diramato come un messaggio in codice fra tutti quelli che si compiacevano della tua fortuna, del tuo sorriso, del tuo bell’essere e che ora girano il culo senza astio, ma come sincronette, a’ unisono, come avvisati da un malvagio dispaccio che ti scredita senza speranza. E non sai nemmeno il perchè: forse perchè sei sempre vestito uguale o non sei diventato quello che promettevi? Forse perchè non gli vai più di moda
Ma che da’vero? 

Aspetta che torni il lacero à la page: aspetta che torni il vero buco nella maglia sfinita di centrifughe che passi il buco finto e il finto strappo, che torni la vera barba incolta da sciattone, le scarpe di tela polverose e lise, gli orli sfrangiati e pesticciati sotto il calcagno. Aspetta che torni di moda la sciagura, che le marionette impettite e curate in ogni dettaglio che ora ti eclissano, si suicidino finalmente come avevano minacciato al secondo gintonico. Aspetta che torni di moda la precarietà, il basso profilo di teste chinate a rimirar gli asfalti, i bitumi, le merde di cane, la catramata, la pozzanghera e il piccione che muore nell’angolo nella totale indifferenza e disprezzo. 
Gobbi e infami, deposti dal cielo e dandogli le spalle, apprendisti striscianti, quadrumani di ritorno, e infine cani e mucche, serpi: uomini d’affezione e da macello. No dignity.

Infinite metamorfosi di uomini in bestie di ogni di tipo, la natura si riprende la coscienza, il libero arbitrio, e ci riassorbe come un bubbone. Città popolose di nuovi insetti. Campagne pervase di nuove capre ingorde, e intenti ad una vana fuga, chimere incerte, centauri straziati, gemelli siamesi che sfumano in polipi e larve, o semplicemente idioti …che guardano increduli la fine della civiltà. 
Ma che da’ vero?

Singolarità signori. Singolarità. Iniziò tutto con la singolarità, estremo avvento dell’individuo. Ma l’individuo è una mediazione di più individui. L’individuo è un compromesso fra lo spumeggiare della vita inconsapevole e le intenzioni di un piccolo gruppo che solleva la testa, e riconosce la propria madre ed il proprio padre, i fratelli, le sorelle, gli amici, la propria specie. Ci si lambiccava nel tempo primtivo in estenuanti agnizioni, prima di diventar sodali o scannarsi… 

La singolarità è l’esaurimento di questa reazione, 
il pippolìo di instancabili polpastrelli su piccoli schermi 
sancisce la fine di ogni nostra appartenenza 
e c’incapsula nell’identità posticcia e caricaturale, come progettata da un’agenzia pubblicitaria.
Il (faccia)buco nero che tutti risucchia e trita e trasforma in materia indistinta. Che risucchia la luce della coscienza e della compassione, ma sarebbe poco: che risucchia anche ogni ricordo, ogni storia, ogni passato, presente e futuro. 
Ed è la che sarcastici e divertiti facciamo rotta. Come su quella zattera di quel dipinto, naufraghi per libera scelta. Tutti insieme, ma senza alcun legame, cari alla Margaret che la società vedeva come un a finzione. Lo è: e quanto è bella. Ed era così bella che ci abbiamo creduto.

perchè è così che sei sfortunato e nello stesso momento tutto si allinea funesto: il clima, le relazioni, i gesti. Tutto sincronizzato senza scampo: dalla mia obesità non caverete nulla. Non mi taglierete, e anche se lo faceste non ne uscirà un davidbowie, un allampanato semidio alieno. Non ne sono custodia. Non contengo i miti che mi facevano simpatia in questa era della mia esistenza.
Sarebbe stato bello essere il contenitore gommoso di preziose entità acuminate.
Sarebbe stato bello essere uno scrigno flaccido ma indistruttibile, un uovo di cioccolata che spaccato in mille gustosi frammenti avesse rivelato una sorpresa straordinaria. Ed ecco invece un  ciondolino di bigiotteria, una stelluccia di plastica che nel buio (se tenuta alla luce tutto il giorno) promana una fioca e ignorante fosforescenza. Una lucciola finta: come le stelline del Pulmi.
Tante stelline per quelle notti terrifiche al confine con l’Afghanistan, incastrati fra il bombolone del gpl e il finestrino.
Tante stelline finte. E un’idiota nel mezzo.

Il margine era il centro. E da lì muovevano le mani e i raggi che dagli occhi disegnano il mondo. Il margine è il centro. Non c’è più io al centro di quanto non ce ne sia al margine. E venivo riprodotto in una infinita serie di fotogrammi che mi sintetizzavano in un fortunato ideogramma. Le parole che suscitavano un sorriso maligno ma complice adesso indignano. Perchè le cose cambiano, my friend. Anche senza il tuo permesso, anche senza che te ne accorgi. Le strade si infossano e si riempiono di buche, le vie poco battute vengono riassorbite dalla sterpaglia. Tutto si sgretola e tende alla polvere, ad arruffarsi con i peli dei cani sotto ai mobili in quelle morbide e immonde parrucche senza testa.

A sera esausto, scaldo le ossa accanto la fuoco: un’assaggio di entropia, d’incenerimento. La sonnolenza che disattiva il film inutile che scorre davanti ai miei occhi pesi, piccoli, neri e oleosi di bestia, occhi che distinguono solo guizzi di preda, occhi neri di squalo. Scorre come l’acqua di torrente, come lo scintillio ipnotico della fiamma. Tutto è brusio, polvere di immagini e suoni che si sfaldano e liberano il buio lucido dell’universo incompreso.

A sera, ogni sera, io non sento la vostra mancanza, ma la vostra manchevole presenza. La boria di ritrovi da esclusi per i quali essere inadatto, escluso dagli esclusi? La genitorialità infestante & la solitudine ostinata: la totale disfatta di ogni intenzione e spontaneità, la vittoria dell’ipocondria, il trionfo indiscusso di ogni nevrosi. Ogni sera io sento quanto reciprocamente ci sbattiamo il cazzo l’uno dell’altro, a vario titolo, senza motivo e senza rancore. Inizialmente fu motivo di sorpresa e cruccio poi mi sono adeguato: ogni sera osservo la crescente distanza e l’inaridirsi di queste relazioni, vien da pensarlo…sopravvalutate? Aveva ragione Barbetta con la storia dell’amicizia geografica? Ogni sera tuttavia mi lamento, perchè non posso nemmeno ricordarci come fulgidi defunti, ma come sopravvissuti, che fra breve cesseranno persino di riconoscersi, come quando incontri un compagno delle elementari e lo saluti a fatica. 

Non noi, singolarmente, ma quelle trame che avevamo intrecciato con pazienza, un po’ per caso e per amore, vengono riassorbite e non c’è motivo di riservargli un destino diverso, un privilegio che è decaduto senza fare nessun rumore, dissolve al nero dell’universo incompreso. 

e francamente (non) me ne infischio


venerdì 1 luglio 2016

Plutocrates



Fummo i primi ad emergere dalla vita senza consapevolezza, i primi ad avere coscienza.
Siamo stati i primi a condurre alla luce la nostra specie, perchè avevamo bisogno di forza lavoro per estendere il nostro benessere, proteggere la piccola fiamma che (per primi) accendemmo. 
Fummo noi, a far erigere i menhir, a darvi uno sprazzo di coscienza appena sufficiente a che vi spezzaste la schiena. Eppure tutti godemmo dell’agricoltura, delle derrate, delle scorte che si accatastavano nelle ziggurat.
Noi ne godemmo enormemente. 
Fummo i primi, e nei secoli abbiamo mantenuto questo primato, e abbiamo inventato un concetto nuovo.
Il Potere.
Non era la semplice supremazia di un individuo alfa su altri, non era quella supremazia transitoria, discutibile, fragile, da lupi. 
Era la supremazia assoluta, da perpetrare nei secoli, da tramandare ai figli, nonostante le tare di accoppiamenti fra consanguinei, pur di mantenere la schiatta dominante.
Appena sotto, i nostri tirapiedi, quelli come voi: i servi ciechi e fedeli, gli yes-men, gli adulatori, e accanto a loro i ribelli che mettono in discussione il nostro sistema quel tanto che basta per renderlo più forte. Loro ci aiutano tantissimo: sono come vaccini, come germi che sviluppano le nostre difese immunitarie e ci preparano alle lotte future.
Chissà come questi normaloidi, abbiano acquisito così tanta lungimiranza?

La civiltà come la vedi adesso è una nostra creazione: nelle sue architetture, nelle sue prospettive, noi abbiamo impresso il nostro simbolo a cui tutti obbediscono. La televisione e la radio, internet, etc… roba da fascistelli dell’ultim’ora. Non abbiamo bisogno di comunicazione, di propaganda, (anche se ci fa piacere assai che venga praticata in assoluta autonomia) è nel mondo, nella storia, nel linguaggio come noi lo abbiamo forgiato fin dagli albori che è impresso il nostro primato, il nostro semplice monito.

Siamo stati dei pionieri, i primi a sfidare le leggi della natura, a creare una nostra legge. E la nostra legge è più forte: è ostinata, perchè trae energia dalla legge antica che nega, quella che ci spinge a vivere ad ogni costo. In effetti, se la guardi con gli occhi di oggi, abbiamo soltanto hackerato la natura. Siamo noi i veri ribelli, altro che questi dottori motociclisti che campeggiano su spille e magliette! 

Nessuno ha mai potuto destabilizzarci: Napoleone, la Borghesia, Marx, Hitler, Mussolini, Che Guevara… li abbiamo fatti fuori tutti, non ci hanno spostato di un millimetro: altro che lotta di classe e ciclicità del potere. Il potere lo abbiamo inventato noi e solo noi sappiamo usarlo. Tutta roba nostra: possiamo darvi ogni tanto un contentino, anche per movimentare un po’ il gioco e testare la nostra resistenza, e farvi comandare per qualche tempo da questi “rivoluzionari”, da questi “dittatori” e capibanda più o meno scaltri, coraggiosi, o semplicemente feroci. Tutti inesorabilmente stupidi, perchè fanatici.

Dopo un po’ essi moriranno poichè l’unico modo per cui una rivoluzione sia tale è che non abbia mai fine, e per non diventare ciò che si è abbattuto o cercato di abbattere l’unica soluzione è la morte. Oppure diventare ciò che si è abbattuto o tentato (o creduto?) di abbattere: un uomo di potere… ma se non si appartiene alla schiatta primigenia, non si è in grado nemmeno di concepirlo il potere. Ben presto questi omarini, si faranno feroci, arbitrari, sciocchi: i loro editti stranianti genereranno malcontento, delusione, terrore. A quel punto ci muoviamo e facciamo un’offerta generosa: resti vivo al nostro servizio oppure verrai non solo ucciso, ma annientato nell’ignominia, nei secoli dei secoli amen.

Fummo i primi, ad articolare un linguaggio a renderlo scrittura, per segnare l’entrate e le uscite, per quantificare lo stock di capi di bestiame, di cereali. Abbiamo creato l’economia, ed un sistema parallelo ad essa, un gioco in sostanza, attraverso un sistema di scambio riconosciuto e convenzionale, senza alternative, e senza possibilità di essere rifiutato:  il denaro.
Con questo gioco mortale abbiamo tenuto lontano le masse umane dal nucleo del potere. In pratica abbiamo creato una generalizzata dipendenza dal gioco d’azzardo. Non è necessario finire risicate pensioni nelle sale slot, per essere dipendenti dal denaro. Queste sono emanazioni successive e malviste, ma non per questioni etiche, ma perchè scopiazzano l’originale senza aggiungere nulla di nuovo. Sarà sufficiente contrarre un mutuo per vivere nell’incubo, specialmente ora che abbiamo reso il lavoro un piccolo privilegio provvisorio e instabile.

Si, perchè ci siamo resi conto, che tutto questo benessere diffuso che avevamo incoraggiato, a noi non serve.
La società ottimale era quella egizia, dove tutti concorrevano all’edificazione di una tomba per il re. Questo sforzo prodigioso aveva una ricaduta positiva su tutta l’umanità, che presa nelle fatiche e negli stenti, imparava ad essere solidale ma quieta. Vorremmo ricreare qualcosa del genere, finalmente su scala mondiale, senza il bisogno di assoggettare popoli e renderli schiavi, senza deportazioni. 

Vi concederemo una stimolante frugalità: questo alimenta di solito gli ingegni che porremo al nostro servizio. Per i disfunzionali ( i veri “ribelli” diciamo) abbiamo in programma sempre nuove dipendenze, fragilità, percorsi accidentati, galere e manicomi, anche se gli cambieremo nome, e daremo un confortante sorriso ai vostri carnefici.

Vi trasformeremo in tossici, disadattati, psicotici, terroristi, delinquenti, idioti… non troverete altre strade per la vostra voglia di fare i diversi a tutti i costi. Vi manderemo a pisciare, vi analizzeremo, vi ospedalizzeremo, vi faremo entrare in inferni burocratici e sanitari, i più ostinati li sbatteremo in galera, in comunità, in case famiglia. E vi venderemo anche un sacco di farmaci legali dopo avervi venduto tutti quelli illegali. 

Quanti poveri stronzi da migliaia e migliaia di anni ci servono, qualunque cosa facciano. Non è un fatto nuovo la ribellione: l’abbiamo inventata noi. Serviva per non farvi cadere in depressione. Quando diventate gay, parrucchieri, dj di provincia che spopolano nella metropoli, trasgressivi, impasticcati, alla moda, non fate altro che recitare un copione previsto da millenni. 

Quando diventate piccole rockstar, quando morite a 27 anni, quando fumate le vostre canne e vi fate le pere, quando espandete la coscienza con gli acidi, quando volate a Goa o a Koh-pan-gan, voi semplicemente seguite una moda da noi costruita. 

Non pensate di salvarvi con le declinazioni in “de” - devolvendo, decrescendo, etc… quando tornate alla natura, la natura che vi accoglie è già stata manipolata; ogni scelta etica, alimentare, filosofica, politica è in un range previsto. Non potete far nulla che non sia previsto. Potete allontanarvi, fare gli schizzinosi, ma alla fine a noi non frega un cazzo: perchè è previsto che qualcuno non stia al gioco, e allora abbiamo ideato il clochard, il barbone, il punkabbestia, l’emarginato cronico. Soggetto su cui noi sperimentiamo tutta una serie di provvedimenti di ingegneria sociale. Il materiale è totalmente spendibile.

Poveri stronzi: forse vi chiederete, ma come è iniziato tutto questo. Alla fine abbiamo (apparentemente) le stesse caratteristiche. Verissimo: all’inizio eravamo come lupi bipedi, c’erano piccole supremazie provvisorie, cangianti. 
Agivamo sotto il dominio della Natura, l’anima della foresta ci guidava: eravamo intelligenti, ma vivevamo male e poco. 
A differenza degli altri animali noi avevamo il problema di una laboriosa gestazione e di una lunghissima infanzia: dovevamo creare un nucleo stabile. Non potevamo limitarci a delle tane, a dei ripari: avevamo bisogno d’insediamenti, di creare lo stock, la riserva, di comunicare in maniera chiara. 

La Natura stessa ha agito per prima, creando in alcuni (non in tutti) la Coscienza. Alcuni cominciarono ad agire intenzionalmente, aldilà delle indicazioni dell’istinto, e cominciarono a volersi distinguere come individui, rispetto alla “specie”. La coscienza implicava la creazione di una identità per poter funzionare, l’identità per affermarsi aveva bisogno del Potere, cioè di stabilizzare la supremazia. 

Ben presto ci dividemmo in caste: i re, i sacerdoti, i guerrieri, gli artigiani\ commercianti e gli schiavi.
Chi non aveva volontà sufficiente per agire nella neonata Società, era uno schiavo o un servo: costoro erano quelli che per ultimi avevano preso coscienza, e accampavano richieste sulla base di una presunta eguaglianza, ma in fondo a loro non interessava darsi da fare, essere intraprendenti: sono quelli che tutt’ora occupano i gradini più bassi della società, addetti ad umili o disgustose mansioni. Sono quelli che stanno al confine fra buio e luce, fra inconscio collettivo e coscienza attiva.
Sono quelli che si lasciano vivere, che agiscono d’istinto, che cadono preda di vizi minori, che faticano a leggere e scrivere, che si lasciano trascinare dalla storia. 


Questa bassa manovalanza viene impiegata da sempre per lavori faticosi e spesso inutili, coinvolta in giochi crudeli e sciocchi per essere mantenuta in stato di costante sedazione, poichè è forse l’unico vero pericolo rimasto per noi. La loro vicinanza all’anima selvatica, all’inconscio collettivo, la loro istintiva capacità di reazione violenta, può esondare imprevedibilmente e travolgerci (visto che siamo solo in pochi) - potrebbero in buona sostanza capire, che non siamo più necessari, e che potrebbero sostituirci con una nuova casta dominante, o abolire del tutto le caste per abbracciare, esaurite le energie violente e rivoluzionarie, una generale consapevolezza.

Sì, perchè (e questo non è bello da dire) ma la dotazione è la stessa per tutti: vi sono alcuni geni, rarissimi, che tuttavia non nascono fra gli aristocratici, necessariamente. Nascono a caso. L’intelligenza è più o meno la stessa per tutti. Ciò che vi manca è la volontà e la familiarità con il Potere. Talvolta ci siete riusciti, vi abbiamo lasciato fare: ma è stato come mettere una scimma al volante di un bolide. Vi siete prodigati in devastazioni, genocidi, vendette. I vostri capi erano stupidi e pieni di boria. Ogni volta abbiamo dovuto risistemare, restaurare, ripristinare; ammettiamolo: dopo che avevamo lasciato il lavoro sporco in mano ad altri. Ne siamo sempre usciti immacolati, talvolta persino vittime, dalle furie sanguinarie della storia. 

Ogni tanto un bel gencidio fa comodo. Libera risorse, placa energie psichiche compresse, evita il proliferare della criminalità. Basta darle un quadro istituzionale, un ambito, delle regole di gioco: un’ideale distorto e una guerra sono perfetti a tale scopo. Non vi torna? 

Perchè forse vi sfugge: ma noi abbiamo cominciato ad agire così per il bene della specie. Per i nostri bambini. For our children. Ve lo ricordate Clinton prima della guerra in Serbia? Chiamò in causa i bambini: i bambini sono il nostro alibi da sempre, ma all’inizio erano il motivo autentico del nostro agire, e fu la Natura, il Grande Inconscio collettivo a determinare questa scelta. 

Forse è la Natura stessa che ci usa, come noi usiamo i Ribelli, come vaccini, come germi, facendosi attaccare affinchè lei potenzi il suo sistema immunitario. Usa i nostri OGM, le nostre devastazioni, la nostra sovrappopolazione per creare un ambiente sempre più prolifico. Avete visto che bei fiori a Chernobyl? 

Quello che i Cinesi chiamano Armonia: noi siamo stati investiti da Dio (o dalla Natura) - ed agiamo sempre in armonia con essa, anche e soprattutto quando la devastiamo. Noi siamo il pungolo che tiene viva la vita stessa. Siamo l’aberrazione necessaria a che esista un’armonia celeste. Noi siamo i Primi, i Plutocrati, quelli che dal regno oscuro hanno tratto i diamanti che scintillano, l’oro, il ferro, il petrolio, l’uranio, il gas…

Noi siamo i Plutocrati, i Primi che hanno tratto dal Grande Inconscio Collettivo la Coscienza Individuale, che attraverso la Volontà, si è fatta Potere sugli obnubilati, gli animaleschi, gli inconsapevoli…Se ci volete chiamare Dei, a noi non dispiace.