venerdì 15 luglio 2016

La Setta del Culo Stretto






Non c’è denaro per fare ricerche approfondite su questa faccenda, non c’è interesse; fra un po’ non ci sarà più nemmeno il materiale su cui effettuare una ricerca, perchè le trame, esilissime, si dissolvono; non esiste un sincrotrone, una camera a bolle, un macchinario che tenga traccia di questi filamenti subatomici che si generano fra persone e non fra altre. Questa fragilità preziosa, difficile da preservare, nel momento in cui è, non può essere oggetto d’indagine. Essa viene indagata solo quando cessa di esistere, e non esistendo più, non è più indagabile. L’apoteosi del Quantismo. 
Resta l’atto di fede in ultima istanza, ma questo scoglio insidioso cui sembra si debba approdare tutti infine, mi è in questi giorni particolarmente poco accattivante. 
Proviamo anche imbarazzo nella nostra inattualità di gente presa a curare i propri orticelli o giardinetti incolti, ma c’è già un profondo (faccia)buco di miriadi d’anonime individualità frementi, indignate, prodighe d’opinioni stridenti e vacue, orgogliosamente, ostentatamente originali, che sproloquia sull’attualità inquietante e inspiegata che ci sovrasta. 
Perciò cari visionari e lettori di questo blog, sapete come vanno le cose da queste parti. La cura delle nostre modeste pertinenze o la loro devastazione, se preferite, è la nostra unica speranza di cambiare il mondo, perchè, a dispetto di chi invoca Terrori dallo Spazio Esterno, il nemico è sempre un nostro prossimo, un vicino che sbrocca, qualcuno che fino a ieri ci è vissuto quieto e inascoltato accanto. 



Invocazione a David Jones, proletario dio 



…accomodante col pachiderma, implacabile coi microbi
l’occhio elicottero che bracca il teppistello scalmanato
sottomette il ladro di polli, ma non lui…

ciò che si muove obliquo e se ne infischia del cardo e del decumano
le scolorate attitudini, le metodologie di palude
la burocrazia perforante che mira alle gomme
quando si corre solo per salvarsi

nella faccenda stellare del dolore, nella retorica del tumore
gli esseri viventi compiono il loro vivere
gravati o leggeri
rinchiusi in una stanza o persi nella foresta
non possono altro
fuggire forse, o restare calmi mentre 
ti smantellano l’anima in gruppo
con alacrità cinese
e nella prepotenza universale
farsi sottili come fogli
per passar di sotto la porta chiusa.
un aforisma enigmatico

ma non possiamo più sgridare chi si lamenta
chi è divenuto incapace per sua colpa o d’altri
non serve a nulla gambizzare gli zoppi
non serve gridare ai sordi…

spargere le proprie ceneri mentre si brucia
e fertilizzare l’ultimo pezzo di terra grassa e afosa
ronzante di mosche, nell’aria immobilizzata

ma non possiamo pensare di stare tutti lì a guardare
chi è schiacciato nelle sue lamiere
prigioniero della sua armatura inadatta al nuovo mondo
rugginosa e contorta e lacera
qualcuno dovrà prendere il flessibile e liberarlo
o resteremo tutti pallidi e stupidi a osservare un dissanguamento.

ma non possiamo solo dibattere, concionare, fare assemblee
dobbiamo scendere nella materia, nella carne
reincarnarsi, se necessario, anche in più persone
indossare mille corpi nuovi che agiscano
senza risparmio
senza sonno
perchè l’ansia non ci spenga 
e la depressione non ci avvilisca allo zero kelvin

non possiamo ridurci a clientele selezionate
trasformare le nostre relazioni in mercanteggi, in scelte opportune
in abbinamenti en pendant con il nostro umore
non possiamo togliere all’inatteso la possibilità di essere
per quanto finora l’inatteso ci abbia solo portato merda

è tempo di giganti
muovere passi lunghi e cadenzati
e visto che a noi non è riuscito
fare di tutto 
perchè i nostri figli siano lottatori immaginosi,
pionieri, astronauti e alieni

La Setta del Culo Stretto

…gli amici sono volatili. Stormi che danzano nella bella stagione e benzina che evapora nelle lunghe disattese occasioni, aspettando in autogrill la coda infame di questuanti sudati che cercano amabilità nell'inserviente ed un caffè che non sappia di bruciato…

il rizomatico splendore dell’amicizia, la sua propagazione superficiale
e la sua decadenza a rate, con maxi rata finale: l’iscrizione al bollettino dei protesti di chi viene disprezzato per eccesso di sfortuna, come per una colpa calvinista per poco impegno, la giusta punizione per l’agire maldestro e pigro, quello scatto bolso di pantera obesa racchiusa in gabbia a rugginire più che ruggire. 
L’ancora cui tendevi la pargoletta mano, per sprofondar veloce, ma nella terra, che si fece liquida, tremula, come cellulite di vecchia femmina nera spiaggiata. 
Nella qualsivoglia specie ci trasformiamo, ogni momento, camaleonti esausti e senza gioia. 
Camaleonti in bianco e nero, avvinghiati a un rametto risecco e spento, un postumo di combustioni estive, in quell’odore polveroso e rovente che le narici risucchiano avide. 

Il rizomatico splendore della perdita di ogni amicizia, diramato come un messaggio in codice fra tutti quelli che si compiacevano della tua fortuna, del tuo sorriso, del tuo bell’essere e che ora girano il culo senza astio, ma come sincronette, a’ unisono, come avvisati da un malvagio dispaccio che ti scredita senza speranza. E non sai nemmeno il perchè: forse perchè sei sempre vestito uguale o non sei diventato quello che promettevi? Forse perchè non gli vai più di moda
Ma che da’vero? 

Aspetta che torni il lacero à la page: aspetta che torni il vero buco nella maglia sfinita di centrifughe che passi il buco finto e il finto strappo, che torni la vera barba incolta da sciattone, le scarpe di tela polverose e lise, gli orli sfrangiati e pesticciati sotto il calcagno. Aspetta che torni di moda la sciagura, che le marionette impettite e curate in ogni dettaglio che ora ti eclissano, si suicidino finalmente come avevano minacciato al secondo gintonico. Aspetta che torni di moda la precarietà, il basso profilo di teste chinate a rimirar gli asfalti, i bitumi, le merde di cane, la catramata, la pozzanghera e il piccione che muore nell’angolo nella totale indifferenza e disprezzo. 
Gobbi e infami, deposti dal cielo e dandogli le spalle, apprendisti striscianti, quadrumani di ritorno, e infine cani e mucche, serpi: uomini d’affezione e da macello. No dignity.

Infinite metamorfosi di uomini in bestie di ogni di tipo, la natura si riprende la coscienza, il libero arbitrio, e ci riassorbe come un bubbone. Città popolose di nuovi insetti. Campagne pervase di nuove capre ingorde, e intenti ad una vana fuga, chimere incerte, centauri straziati, gemelli siamesi che sfumano in polipi e larve, o semplicemente idioti …che guardano increduli la fine della civiltà. 
Ma che da’ vero?

Singolarità signori. Singolarità. Iniziò tutto con la singolarità, estremo avvento dell’individuo. Ma l’individuo è una mediazione di più individui. L’individuo è un compromesso fra lo spumeggiare della vita inconsapevole e le intenzioni di un piccolo gruppo che solleva la testa, e riconosce la propria madre ed il proprio padre, i fratelli, le sorelle, gli amici, la propria specie. Ci si lambiccava nel tempo primtivo in estenuanti agnizioni, prima di diventar sodali o scannarsi… 

La singolarità è l’esaurimento di questa reazione, 
il pippolìo di instancabili polpastrelli su piccoli schermi 
sancisce la fine di ogni nostra appartenenza 
e c’incapsula nell’identità posticcia e caricaturale, come progettata da un’agenzia pubblicitaria.
Il (faccia)buco nero che tutti risucchia e trita e trasforma in materia indistinta. Che risucchia la luce della coscienza e della compassione, ma sarebbe poco: che risucchia anche ogni ricordo, ogni storia, ogni passato, presente e futuro. 
Ed è la che sarcastici e divertiti facciamo rotta. Come su quella zattera di quel dipinto, naufraghi per libera scelta. Tutti insieme, ma senza alcun legame, cari alla Margaret che la società vedeva come un a finzione. Lo è: e quanto è bella. Ed era così bella che ci abbiamo creduto.

perchè è così che sei sfortunato e nello stesso momento tutto si allinea funesto: il clima, le relazioni, i gesti. Tutto sincronizzato senza scampo: dalla mia obesità non caverete nulla. Non mi taglierete, e anche se lo faceste non ne uscirà un davidbowie, un allampanato semidio alieno. Non ne sono custodia. Non contengo i miti che mi facevano simpatia in questa era della mia esistenza.
Sarebbe stato bello essere il contenitore gommoso di preziose entità acuminate.
Sarebbe stato bello essere uno scrigno flaccido ma indistruttibile, un uovo di cioccolata che spaccato in mille gustosi frammenti avesse rivelato una sorpresa straordinaria. Ed ecco invece un  ciondolino di bigiotteria, una stelluccia di plastica che nel buio (se tenuta alla luce tutto il giorno) promana una fioca e ignorante fosforescenza. Una lucciola finta: come le stelline del Pulmi.
Tante stelline per quelle notti terrifiche al confine con l’Afghanistan, incastrati fra il bombolone del gpl e il finestrino.
Tante stelline finte. E un’idiota nel mezzo.

Il margine era il centro. E da lì muovevano le mani e i raggi che dagli occhi disegnano il mondo. Il margine è il centro. Non c’è più io al centro di quanto non ce ne sia al margine. E venivo riprodotto in una infinita serie di fotogrammi che mi sintetizzavano in un fortunato ideogramma. Le parole che suscitavano un sorriso maligno ma complice adesso indignano. Perchè le cose cambiano, my friend. Anche senza il tuo permesso, anche senza che te ne accorgi. Le strade si infossano e si riempiono di buche, le vie poco battute vengono riassorbite dalla sterpaglia. Tutto si sgretola e tende alla polvere, ad arruffarsi con i peli dei cani sotto ai mobili in quelle morbide e immonde parrucche senza testa.

A sera esausto, scaldo le ossa accanto la fuoco: un’assaggio di entropia, d’incenerimento. La sonnolenza che disattiva il film inutile che scorre davanti ai miei occhi pesi, piccoli, neri e oleosi di bestia, occhi che distinguono solo guizzi di preda, occhi neri di squalo. Scorre come l’acqua di torrente, come lo scintillio ipnotico della fiamma. Tutto è brusio, polvere di immagini e suoni che si sfaldano e liberano il buio lucido dell’universo incompreso.

A sera, ogni sera, io non sento la vostra mancanza, ma la vostra manchevole presenza. La boria di ritrovi da esclusi per i quali essere inadatto, escluso dagli esclusi? La genitorialità infestante & la solitudine ostinata: la totale disfatta di ogni intenzione e spontaneità, la vittoria dell’ipocondria, il trionfo indiscusso di ogni nevrosi. Ogni sera io sento quanto reciprocamente ci sbattiamo il cazzo l’uno dell’altro, a vario titolo, senza motivo e senza rancore. Inizialmente fu motivo di sorpresa e cruccio poi mi sono adeguato: ogni sera osservo la crescente distanza e l’inaridirsi di queste relazioni, vien da pensarlo…sopravvalutate? Aveva ragione Barbetta con la storia dell’amicizia geografica? Ogni sera tuttavia mi lamento, perchè non posso nemmeno ricordarci come fulgidi defunti, ma come sopravvissuti, che fra breve cesseranno persino di riconoscersi, come quando incontri un compagno delle elementari e lo saluti a fatica. 

Non noi, singolarmente, ma quelle trame che avevamo intrecciato con pazienza, un po’ per caso e per amore, vengono riassorbite e non c’è motivo di riservargli un destino diverso, un privilegio che è decaduto senza fare nessun rumore, dissolve al nero dell’universo incompreso. 

e francamente (non) me ne infischio


Nessun commento:

Posta un commento