mercoledì 13 novembre 2013

Il Cacciatore





Ci provò Celentano negli anni '80, in piena stagione di disimpegno e bisboccia a sensibilizzare l'opinione pubblica italiana contro la caccia: non si sa bene se furbamente o ingenuamente il molleggiato scrisse la celebre frase "la caccia e contro l'amore" scrivendo la "e" senza accento. Questo bastò per far finire tutta la questione in barzelletta.  Di fatto fu la prima e unica volta che un personaggio famoso in prime time sul primo canale RAI di sabato sera dichiarò senza mezze misure di essere contro la caccia. 
Opinione considerata all'epoca a dir poco blasfema. 
Infatti come immaginare un' Umbria o una Toscana senza le sue prelibatezze a base di cinghiale? Come immaginare la cucina italiana senza cacciagione? Perché usare il pubblico servizio per aggredire interessi di onesti allevatori, cacciatori, ristoratori ed operatori del turismo? E allora la pesca? Perché i pescatori si e i cacciatori no? bla bla bla…

Sgomberiamo il campo allora: la caccia è contro l'amore. Con tutti gli accenti al posto giusto. Senza cadere in barzelletta. E soprattutto la caccia è finita: alla bisogna uno sport, una necessità, una tradizione. In questo marasma nebuloso ci sta tutto e il contrario di tutto. Si fa così con le cose inutili, ci si inventano motivi fasulli per tenerle in vita e la caccia è sicuramente inutile. Quando lo sport e la sussistenza cessano di essere valide motivazioni, scoperto magari che il tuo interlocutore è vegetariano, si parte con la solfa ecologistico-venatoria. I cacciatori sono i difensori degli equilibri della natura, ve lo diranno i cacciatori stessi: qualsiasi venditore di aspirapolvere vi dirà che il suo aspirapolvere è il migliore. Vi spiegheranno con la faccia seria, che le campagne di abbattimento selettivo servono a contenere l'esubero di specie invasive, come i cinghiali ad esempio.
La cosa avrebbe un senso se questo fosse, in un universo fantascientifico, un qualche perverso meccanismo della natura fuori controllo, ma negli habitat naturali dove l'interferenza dell'uomo è minima vi è un autoregolazione che difficilmente lascia prevalere una specie a scapito di altre: laddove i predatori non riescano, sarà una malattia a regolare gli equilibri, o la sovrappopolazione in sé, venendo a mancare le fonti di sostentamento. Insomma la faccenda oltre che tragica è un po' folle e ridicola: praticamente si fanno campagne di abbattimento di animali allevati a questo scopo, introdotti in gran numero in natura dagli uomini per cacciarli, animali di cui si perde il controllo, creando grave danno all'agricoltura e alle altre specie. Un po' come appiccare un fuoco per spegnerlo: i cacciatori, pompieri piromani, le Sonye Caleffi del mondo animale, che fanno il danno per poterlo rimediare e venire a tal proposito lodati.

Se queste pratiche potevano avere un senso in epoche remote dove piccole comunità traevano sostentamento dalla raccolta e dalla caccia, oggi sono totalmente prive di ragione, se non lo sfogo del proprio personale sadismo su creature inermi, uccise a distanza con fucili di precisione da individui mimetizzati che con i loro eserciti invadono i nostri boschi in questa stagione. Gli animali vengono attirati vigliaccamente con esche di sale, stanati da cani addestrati e costretti al passaggio in vere e proprie trappole dove avviene la mattanza. I nostri "intrepida venántium" ostenteranno poi i cadaveri sanguinanti stesi sui cofani o nei rimorchi, con orgoglio al passaggio per i paesini, guardati con innocente simpatia dagli anziani per i quali, nella loro giovinezza fra guerre e miseria, la cacciagione rappresentava una rara e preziosa parentesi proteica in diete povere, fatte di polenta, castagne e patate.

Ma i cacciatori di oggi non sono eroi: sono vigliacchi. Con cui è anche pericoloso venire a parole, perché non nuovi a atti (impuniti) di intimidazione, avvelenamento di cani, spregi e rappresaglie varie. Sono vigliacchi e lo sono tecnicamente, non perché loro come persone siano dei vigliacchi, chi può dirlo? non credo siano mai dovuti sottostare a crude prove di coraggio come in guerra (anche se si vestono come soldataglia) , ma perché in molti, organizzati, con armi da fuoco in grado di uccidere un animale a centinaia di metri di distanza, si accaniscono per puro piacere su vittime inermi. 

Mio nonno era cacciatore: all'epoca non era uno sport, aveva sei figli e pochi soldi in tasca per quanto lavorasse duramente. Con il tempo, venendo meno la necessità di cacciare, smise ed iniziò piuttosto ad allevare gli uccelli che evidentemente cacciando, aveva imparato a conoscere approfonditamente prima e ad amare poi. Da piccolo il terrazzo di casa mia era pieno di queste gabbiette, con uccellini canterini. Con il tempo anche le gabbie si svuotarono, ne restò solo uno che ormai totalmente addomesticato, stava sulla sua spalla, beccuzzando le briciole di pane che ogni tanto gli elargiva, direttamente dalla mano o dalla bocca.  Mio padre a parte la parentesi venatoria della giovinezza con mio nonno, non è più andato a caccia. Io non ci sono mai andato e nel corso degli anni ho sviluppato un mio pensiero diametralmente opposto su questa materia. 

Pensando a mio nonno, nutro perciò rispetto per quei cacciatori che lo fanno per sussistenza ancora oggi nelle foreste del Borneo, che come mio nonno "amano" la loro preda, anzi la venerano perché dal suo sacrificio dipende il benessere di un'interà comunità; questi che scalzi e intrepidi davvero si avventurano in boscaglie pericolose, armati di lance e frecce. Oppure di fucile, come Dersu Uzala, il saggio nomade siberiano del film di Kurosawa. Non amo ciò che fanno, ma di certo non lo fanno per sport. Non lo fanno per sentirsi vivi, non per sfogare o per abbattere selettivamente, per tradizione o per blaterare e vantarsi al bar.

Ma non amo nemmeno criticare e basta; amo chiudere le mie riflessioni con dei suggerimenti e lo farò anche questa volta: uno dei miei film preferiti è "Il Cacciatore" di Michael Cimino. Robert de Niro in una celebre scena del film sta per uccidere un bellissimo cervo, con il suo fucile di precisione. Ma si ferma e lo lascia fuggire.
A me basterebbe che questo piccolo miracolo si compisse ogni volta che un cacciatore è lì per premere il grilletto. Fermarsi e lasciar correre. Potrebbe essere un tipo nuovo di "caccia", molto "zen" e totalmente incruento, dove il piacere è attendere e scoprire l'animale, indicarlo, osservarlo, magari fotografarlo. La scoperta e l'immersione nella natura, unici veri piaceri della caccia, resterebbero intatti, senza morti sulla coscienza.  E al bar  si potranno sempre far vedere delle belle foto, magari organizzando una mostra per far conoscere a tutti il mondo meraviglioso dei boschi.


Enjoy!