venerdì 5 marzo 2021

The Cookie Man

La memoria è il verme io sono il biscotto; il solco nel vinile che accoglie la puntina che legge e consuma Buchi da riempire come possibilità, ma in nessun caso culle, più spesso crateri. Lascia che la spugna infinitamente scavata dai ricordi, intrisa dal male, cristallizzi le impronte; si disidrati la stella marina in stella nera, impermeabile a ogni luce o abbaglio, da tutto attraversata senza che nulla più la possa impregnare, se non per scioglierla; cosa resta? Dal fragile al friabile, corruzioni del disincanto e del dispiacere. Possibili e vacue opzioni: la verminosa porosità del patriarcato che semina in giro la sua segatura di catafalco mangiato dai tarli, i suoi cupi relitti identitari? Il sospetto rifugio nel matriarcato? Fra le sottane della nonna come il piccolo Oskar Matzerath nel campo di patate; la stortura compensatoria e il lamento d’orfanello fra le macerie; l’ultimo fiato dei moribondi che, pare, un po’ dappertutto, chiamino: “mamma”. I vuoti intercambiabili, serie di zeri: vulva, ano, grembo, culla, trincea, casa, bara, fossa, tunnel, grotta, canyon, microsolco, buco, canopo... la biologia spietata dei mammiferi la sua ripartizione binaria e sessuata scimmiotta lo zero in vulva e l’uno in cazzo, come corruzione della scissiparità di miccroorganismi eterni, incurante dell’anima, decalcomania sulla carcassa delle sue predilezioni, dei suoi pruriti, di ogni articolazione erotica delle magnificenze chimeriche, dell’ermafrodita, delle mitosi delle germinazioni in fuga dal dualismo. Fra queste polarità escludenti quanto morbosamente avvinte, rimane la misantropia, equanime generoso linimento alle bagattelle umane. Un bercio cirrotico e poi, gentile, il caffellatte tiepido e bilioso nel quale disfarsi di ogni forma e contenuto, poiché biscotto.

Lo psicotico affoga dove il mistico nuota

Questa frase radiosa giunge sul finire del monumentale, acidissimo, nerissimo e rosso "Mandy" di Panos Cosmatos, una pellicola che finalmente premia l'esuberanza di Nicholas Cage, come non accadeva dai tempi di "Cuore Selvaggio".

Il film è un bagno di sangue nella dark psychodelia. Ma non mi interessa fare la recensione di quest'opera controversa che desta ammirazione e ripugnanza senza possibili mediazioni; personalmente lo ritengo un capolavoro assoluto; se Emilio Vedova avesse fatto rock, e il rock fosse stato un genere cinematografico, questo sarebbe stato il risultato. I topoi della foresta che ospita creature infernali, degli hippie sbandati come la famiglia Manson, gli sdoppiamenti, la chitarra \ motosega, l'ascia della vendetta forgiata nell'acciaio cromato e la musica che impregna le immagini, le droga.

Torniamo alla frase: una parafrasi di un passo di Joseph Campbell, del quale ho letto e sto leggendo con avidità da un po' di tempo. In questa frase rintraccio un invito a considerare la psichedelia un mare oscuro, a riconsiderare il temibile lato "psicotomimetico" come un'opportunità di empatia che accoglie l'esperienza con le sostanze psicoattive in tutta la loro complessità, per evitare che una narrazione modaiolo\ gastronomica, riproponga la situazione incontrollabile che a suo tempo si attribuì (immeritatamente) a Leary.

Un nuovo edonismo che giunge davvero fuori tempo massimo, in un'epoca, la nostra, oscura, con una pandemia in corso, la prima di molte che verranno, che ci costringerà a rimodulare completamente la nostra gregarietà. Il conto col lato oscuro va pagato, perché è pericoloso aver debiti con l'usuraio cosmico. Il bad trip va messo nel carrello di amazon e considerato per due aspetti positivi che esso porta nell'esperienza lisergica: il primo, la purificazione, il vomitare, il sudore freddo, che sono tipici di jikuri, o anche della fase iniziale dell'ayahuasca. Ciò prepara ad accogliere gli spiriti, le visioni, alla disattivazione del DMN (default mode network), del "filtro". Il secondo: il monito. Non si scherza, non è un'esperienza cumulativa, ma di dispendio, un inner potlatc. La bramosia viene sanzionata perché è la negazione della dépense. Quindi coabitano un invito alla modestia quanto all'esuberanza nel lasciarsi andare; al rispetto verso il cosmo, verso noi stessi e verso gli altri, che non sono pupazzetti da muoversi a comando. 

Adesso mi è chiaro una volta per tutte, perché Artaud è eternamente rinnegato, eternamente citato. Perché a differenza di Huxley e altri, ha vissuto con pienezza esorbitante l'esperienza psichedelica. Perché ha fatto i conti col lato oscuro, non ne ha restituito solo un dato intellettuale, estetico, mentale e spirituale, non ha escluso il corpo, che tutti cercano di sfuggire, perché è dal corpo dalle sue stratificazioni più profonde, da meccanismi ancestrali, dalla paura animale che nasce il dolore, che nasce la PAURA quella dell'attacco di panico in trip, di "perdere il controllo", di "non tornare come prima" (quando tutto ciò è auspicabile). Chi ha provato il bad trip, seppur brevemente, perché è sufficiente un minimo cambiamento nel set \ setting per trovare la beatitudine (una caramella, una carezza, fare pochi passi, una parola) è al corrente di come il viaggio acquisti in spessore, si renda più vivido per contrasto, infine più appagante. E se andasse tutto in merda? Perché non dirlo? La tossicità degli psichedelici, è cosa nota, non risiede nei dosaggi, nella molecola in sé, ma su quanto questo sblocco del sistema possa influire sulla sfera emotiva in condizioni date. In taluni soggetti, magari inconsciamente predisposti, può scatenare psicosi (quelle dove si affoga) può slatentizzare la schizofrenia. Ho in mente alcune persone che ho conosciuto che ci sono passate con esiti non sempre fortunati. Non è certo la mia, l'opinione augusta del farmacologo o uno studio in doppio cieco; è soltanto l'esperienza di strada, dove un peso notevole lo hanno contesti di politossicità, assunzione contemporanea di più sostanze, di psicofarmaci à la carte, alcool, degrado sociale e individuale o scherzi di merda (far prendere un acido a qualcuno a sua insaputa).

La materia psichiatrica come trattamento di un male individuale che è anche male sociale, deve trarre spunto dalla cultura Yanomami, dei nativos amazzonici, dove la malattia del singolo è trattata come aggressione all'intera comunità, dove l'esperienza epidemica si è presentata con tutta la sua virulenza con le incursioni degli estrattori di caucciù prima e dei cercatori di oro oggi. Il concetto di contagio, le loup garou deleuziano, che muove sui bordi molecolari attraverso schemi di percolazione che si propagano nei pattern di diffusione sociali e psicologici (seppur mutuati dalla matematica), sono più familiari oggi in tempi di pandemia; erano concetti filosofici ostici e lungimiranti che trovano nel presente un riscontro illuminante. Fa parte ormai del nostro quotidiano da due anni che si possa innescare un focolaio epidemico, senza alcun preavviso, con difficoltà notevoli a tracciare lo schema di percolazione, dove si è generato, dove si è espanso: avere contezza dell'oscurità che ci attraversa non può tradursi nell'accantonamento della materia oscura perché incomprensibile e ci rompe le uova nel paniere dei nostri bei pensierini positivi, rovinandoci il compitino. La contaminazione sgradita non la si cura ignorandola.

Se ripenso alla mie esperienze psichedeliche, ho sempre attraversato un'area X di straniamento, di oscurità, indispensabile alla dissoluzione dell'ego. In questa "selva oscura" comparivano spesso forme non dissimili da quelle tracciate negli schizzi eseguiti sotto l'effetto del DMT \ yage presenti nel celebre carteggio fra Burroughs e Ginsberg. Piccole bocche piene di denti radi, ocelli, linee, soli microscopici, altre forme elementari come poligoni (colorati, ascoltando tekno con la testa dentro una cassa, sotto effetto di ketamina, per esempio, ma si trattava di una sinestesia indotta): queste figure emergevano dal nero, in una fase iniziale o terminale, più spesso verso la fine, quando l'ego pian piano si riconnette con fatica. Decollo e atterraggio i momenti difficili da sempre. 

Era a quel punto che compariva lo smeraldo. Mi colpisce e devo indagare la simbologia dello smeraldo nell'ambito psichedelico, perché proprio questa pietra e la luce verde che da essa si propaga, sono centrali nella narrazione di "Mandy". Forse fa parte di un bacino di archetipi condivisi, per cui il "mio" smeraldo è lo stesso che immagina Panos Cosmatos, come polarità di un bene assoluto, centrale e surgivo nel cuore di tenebra della foresta, estratto dagli squarci sul corpo di un mostro sconfitto o dall'occhio del serpente (favoloso pseudobiblion "Seeker of the Serpent's Eye" che compare nel film, omaggio secondo alcuni a Leonora Carrington). Ingaggiamo sempre una caccia, una lotta, una negoziazione: dai tempi di Chauvet.

Su questi temi di recente si è discusso senza che la discussione avesse qualche salutare sviluppo (au contraire) per supponenza credo o per convenienze che non comprendo e poco mi interessano dal momento che non dipendo da nessuno: non ho vincoli di sussistenza o necessità di piaggeria per nessuno. Il pomo della discordia una mia riflessione sulla Manson Family. All'epoca fu un argomento immenso e duro come granito per la definitiva demonizzazione degli psichedelici, con tutto ciò che questo ha portato (gli anni settanta dell'eroina e della lotta armata). Di fatto in un contesto preesistente di lavaggio del cervello, le rinascimentali molecole della liberazione possono essere utilizzate in modo pernicioso, come una leva, per inculcare ancor più in profondità un condizionamento ad opera di individui carismatici e loro tirapiedi. Questo ha molto a che fare con la nostra fragilità individuale e sociale più che con le sostanze in sé, ma non è proprio nei momenti di massima fragilità che ci si espone e si compiono scelte sbagliate?  Proprio per evitare che la storia si ripeta, bisogna considerare nel computo il lato oscuro che certuni fin troppo entusiasti vogliono tenere fuori dal discorso. Capisco, è una rottura di coglioni il "bad trip" o il viaggio oscuro, le implicazioni paranoiche tipo "manchurian candidate" siamo in pieno annegamento psicotico…però queste belle grane continueranno ad esistere, finché non si estingueranno i manipolatori, e lo faranno anche e soprattutto se gireremo la testa dall'altra parte. L'esperienza psichedelica può essere l'occasione per scoprire una lucidità nuova, più acuta, i retroscena più impensabili del reale, sia nei riverberi iridescenti e "presibene" che negli anfratti umidi, ctoni, dove compare il sorriso dello Stregatto e una miriade di piccoli occhi ti fissa denudandoti.

Perciò (dico io, poi fate come vi pare) suonate il Corno di Abraxas and have a special trip (wherever it leads you…)









giovedì 4 marzo 2021

Incaprettamenti e come evitarli

È inutile dibattersi, cercare di venirne a capo: più rivendichi, più ti agiti nel cercare un rispetto semplicemente "umano", il basilare riconoscersi diversi fra simili (di specie), più i legacci in cui ti sei  o ti hanno incaprettato ti stringono, ti soffocano. Questi legacci sono in realtà corde assai esili che paion cime di bastimenti in virtù delle occorrenze, di frequentazioni che hanno stratificato su di queste un deposito, una melma. In più noi tutti teniamo in mano la lama per reciderle. 

Non mi farò illusioni sull'esito di questa triste esperienza; la difformità del mio pensiero su determinate questioni, il mio sospetto o atteggiamento ipercritico, non sono una simulazione o una veste scenica che io posso indossare e togliere a mio piacimento. Ma sono temi che si potevano affrontare, con la massima sincerità e schiettezza. Perché poi sorrido pensando al "dibattito" quando al suo primo vagito viene strangolato.

Riscopro un'amarezza, quella del naïf che mio malgrado sono, a dispetto di esperienze di vita anche gravi, che già in passato mi misero in guardia dalla natura sfuggente di molte persone. Chi mi vede drastico o paranoico non ha capito un cazzo e probabilmente non è andato oltre la buccia di impressioni e il "sentito dire da altri"; legittimo: non è obbligo spingersi a largo con chiunque.

Ho scoperto questa amarezza nelle brevi stagioni del mio impegno politico durante le quali ho spartito la mia sorte con individui che hanno una visione della vita ben più pragmatica del sottoscritto; la polita come funzione di loro stessi, del loro protagonismo; la politica come gioco di strategie, come calcolo, come bramosia, come retorica. L'arte utilizzata per fare politica, ovvero la forma più alta e insidiosa di retorica, perché viene meno quel porre domande spinose ed essenziali che è della pratica artistica; la creazione artistica diventa allora un "design" orientato al marketing del prodotto politico, alla propaganda, alla ricerca del bias di conferma, alla distorsione del dato per costruire il sofisma, per allettare il fruitore, il consumatore votante e ricondurlo a un gregge elettorale. Persino la parte più nobile della politica, l'attivismo, viene ridotta a funzione strumentale per la promozione di interessi che sono sconosciuti all'attivista.

Sono dinamiche trasparenti nel mondo del commercio, almeno lì è palese che il salamelecco, le turbolenze controllate, la poker face, concorrono al semplice obiettivo di vendere. C'è onestà intellettuale infine nella follia finanziaria e imprenditoriale, nella totale mancanza di coerenza, perché il mercato in questo, rispecchia il mondo senza alcun filtro e diventa il laboratorio dell'umanità strappata alla retorica, ai versi alati che lo mistificano, il mondo, lo inquinano non meno delle microplastiche, perché producono scorie, contaminazioni letali sul tessuto connettivo di specie, atrofizzano la spontaneità, demoliscono la credibilità di movimenti e spinte progressiste.

Vi piace la politica da non poterne fare a meno? Vi viene di getto come un qualsiasi altro talento? Se questo destino vi attanaglia, scegliete l'Anarchia. Solo con gli anarchici mi sono sempre sentito bene, non giudicato, non rotto nei coglioni; l'anarchico non ha le fisime da intruppo dell' (ex) comunista, che tutt'ora mantiene, con una spinta pastorale, patriarcale a riunire capi belanti al proprio seguito. L'anarchico pone innanzi la volontà ed il diritto di natura, la scelta consapevole e senza trappole, senza false promesse, senza regni dei cieli o soli dell'avvenire; non vi è teleologia, perché l'anarchia è ora, è in ciascuno di noi, è aldilà dei governi, delle idee alla moda. Non vi darà una poltrona in parlamento, un posto in comune, cinquanta euro per mettere la croce su un simbolo e scrivere accanto un nome. Non ci guadagnerete nulla, probabilmente anzi, verrete attenzionati dalla Digos, guardati dall'alto in basso dai "compagnucci" (o quel che ne resta) scambiati per fascisti, accusati di individualismo, di essere ingrati verso chi ha dato la vita per la libertà e il diritto di voto… repertorio arcinoto.

Ma l'anarchia prevede una fiducia nell'essere umano che in me si è allentata, anzi si è proprio disgregata, da tempo eh! non in seguito all'ultimo triste episodio. Come dicevo nel primo di questi post dell'anno zero della mia nuova esistenza, il nichilismo è ciò che più mi si confà. Serve a tenere a bada il mio slancio verso gli altri, la mia propensione istintiva a fidarmi e non richiede patenti di classe. Nichilista è il borghese come il proletario. 

Non sono una vittima o un santo, ma non penso di essermi comportato male con chi adesso mi ripaga con la moneta dell'ostracismo. Non devo nulla a questa gente a cui molto ho dato. Da cui ho ricevuto, certo, quando faceva comodo così. Il conto, fra tensioni e battibecchi pandemici, si sarebbe risolto in un pareggio, ma infine hanno dovuto metterci la loro consuetà nebulosità d'ufficio. Così che tranne loro, nessuno, specialmente io, sappia perché e per come sia avvenuta questa censura, e sia avvenuta in maniera così umiliante e sbrigativa. 

Ho le mie idee in merito (o paranoie come le chiamano costoro; cos'altro potrebbero essere? dal momento che nessuno dice la verità?) ma le lascerò perire nella nube fetida che hanno inutilmente generato. Non indagherò: la risposta poi da una parte o dall'altra, col tempo, salta fuori, la ciste purulenta si apre spontaneamente e lascia sgorgare i suoi contenuti. Questa infiammazione però non pertiene ai miei tessuti. 

venerdì 26 febbraio 2021

Falsume

Sono circondato dalla falsità. Ancor prima che dal malaffare, dall'inefficienza, dal servilismo, dalla falsità. Qualsiasi stortura ne è succedanea. Non narrerò l'episodio di piccineria di cui sono stato protagonista mio malgrado proprio oggi. 

Cercherò di trarne una lezione, di astrarre la questione, in sé di poco conto, dal mio residuale amor proprio ferito, per dirmi un paio di cose semplici ma non per questo scontate. 

La prima: segui il tuo istinto, ovvero il tuo "spirito guida". Lo chiamo così  scherzosamente, non è una facoltà extrasensoriale, ma piuttosto un registro profondo e latente delle nostre esperienze passate che si attiva soltanto quando si ripresentano condizioni e personaggi che (in passato) ci hanno messo a disagio e ci hanno umiliato. Ci sono tanti modi di umiliare: facendo passare una persona per paranoica ad esempio, ingannandola di fronte all'evidenza, evitando di essere sinceri quando si coltiva con questa persona un rapporto di amicizia; tutte queste azioni sono un modo di umiliare l'altro. Facce di bronzo totali che con la parola "altro" si riempiono la bocca in tirate dense di un lirismo morboso, sorretto dalla retorica & dalla vanità.

La seconda: molti fanno "culturismo" convinti di fare cultura. Ho assistito negli anni a diatribe e sgambetti, ma fra gruppi punk di adolescenti erano comprensibili: gelosie, trappole, circoli del cucito ecc… si crede di aver superato queste faccenduole nell'età adulta. Invece no, si incistano in profondità, per emergere sempre più sfuggenti quando fa comodo. I culturisti si riconoscono perché sventolano la bandiera della falsa modestia, poi, pien di sè, gonfiano il petto e soffiano come il lupo sulle case dei tre porcellini. La fiaba insegna che sarebbe saggio costruirsi una casa di mattoni. Ma questa casa di mattoni non esiste per me.

Anche quando credo di averle viste tutte, di essere pronto ad affrontare qualsiasi voltagabbana, io resto atterrito e incredulo, sconcertato dai sotterfugi infantili impalcati, proprio da chi si ritiene un faro di cultura, di emancipazione, di apertura mentale. Mi cascano le palle, perché non capisco come possano convivere tanta meschinità e grandezza in pochi chilogrammi di carne e ossa.

Non frequento più molta gente, l'essere spontanei è deleterio. Dire che "il re è nudo" è un comportamento che la nostra civiltà non premia, a nessun livello, in nessun contesto, nemmeno fra i fricchettoni e i compañeros; è un comportamento da correggere nei fanciulli con la punizione, forgiando il senso di colpa e di esclusione, e da punire nell'adulto recidivo con l'ostracismo e la censura.

Poi chi vuoi frequentare? Siamo tutti ai domiciliari a contemplare la nostra esitante estinzione, come un gatto ipnotizzato dallo sgocciolio del rubinetto. Quando proprio non ne posso più di stare in casa, esco e vado in una piazza della mia cittadina del cazzo (provincia per antonomasia, un vero vivaio di falsume, di bispensiero, di nebulosità democristiano-piddino-massonica) mi metto al sole, bevo qualche birra e faccio due chiacchiere con gli (ex?) tossici. Mi piace questa gente arguta e schietta, che ha sentito nel corpo tutto il casino dell'esistere; le loro battute penetranti e un po' sgangherate, che colgono sempre nel segno nel tratteggiare una personalità, un'impressione su un passante. Mi piace il fatto che se ne sbattano il cazzo del politicamente corretto, non perché siano dei fascisti o degli intolleranti, ma perché è una sofisticazione che non può riguardarli. Sono oltre. Mi fanno sentire bene queste persone che hanno attraversato l'infamia, l'eccesso e mille contagi a braccetto ogni giorno con la morte, senza perdere un'oncia di purezza. Tutti gli altri, come si suol dire, fanno numero e questo infine è un poco consolante.


martedì 9 febbraio 2021

Tensione Superficiale

Il romanzo borghese non è inattuale o appassionante, è ipnotico: per questo è assimilabile al picco n della frequenza nella quale prende forma l'ego e ad esso si lega come una molecola al suo recettore. Non è un piacere, fa parte della serie degli automatismi preconsci: fa leva su necessità ancestrali di reperire informazioni utili dall’ambiente; il pettegolezzo, il cortile, il conflitto, il viaggio iniziatico, e tutti i rituali che colà si celebrano dall’alba dell’umanità fino alle stories sui social; i racconti esagerati del pescatore, le veglie attorno al falò, l'evento. La ricerca di una gratificazione o di uno scontro. Comportamenti che lasciano dubitare sulla posizione egemonica dell'umano, sul suo ruolo dismesso di padrone, di figlio di dio, di custode della Terra. A maggior ragione tali narrazioni quanto più perdono consistenza tanto più persistono nel profondo, nell'ectoderma che crea la tensione superficiale fra l'individuo e il tutto, che diventa, per successivi affinamenti, sistema nervoso, superficie sensibile via via più specializzata. Con tali premesse organiche, si comprende la ragione di persistenze che gli "specialisti" giudicano datate, che fanno storcere il naso ai sapienti, agli smaliziati e non è da escludere che per tali ragioni l’ultimo best-seller antropocenico sarà una rielaborazione del romanzo-teatro borghese, una soap opera, una grossa sega al cervello di una specie impiccata col cazzo dritto. Un po' come gli insopportabili e lunari dialoghi di TWD che dall'allungare il brodo diventano brodo, sostanza del successo di massa di un genere di culto passato a pieno titolo nel mainstream, nel dominio sterminato dell'inflazione. 


***


È la furia in me. È lì, sotto una crosta, come le masse liquefatte del mantello terrestre. La superficie è attraversata da linee di faglia, da terremoti, da eruzioni esplosive ma dieci chilometri o dieci secondi dopo, la quiete silvana, i cinguettii e i ronzii, l’acufene agorafobico della Testa-Natura che raccoglie e ingloba il mondo, fin dove le è concesso: innestandolo sul collo, invisibile a sé, se non per tramite di specchi, agitando arti e dita come pinze, che annaspano nella dimensione interindividuale della prossemica; il torso e le gambe che muovono la Terra-testa, la piegano, la saltano, la corrono, la nuotano, la scalano o insistono in unico fotogramma fino a maculare la retina come un vecchio monitor a circuito chiuso, sul quale rimane impressa la ripresa della telecamera fissa. Vi è un limite oltre il quale le cause, anche le più sconquassanti, si esauriscono. Ed è sempre orizzonte. Di spazio e di tempo, perché noi, schizoidi, scindiamo a nostro comodo un’unità inestricabile e vischiosa; perché sulla Terra col suo moto di rotazione e rivoluzione e l’immediatezza apparente della luce, è facile inventare la convenzione del tempo; l’ossidazione, la vecchiezza, l’entropia, la crescita ed il decadimento ci danno l’illusione di un divenire astratto, platonico. Come rappresentare la quarta dimensione superna e ineffabile? Con lo scandire di pendole, com le vibrazioni del quarzo, che sono movimenti nello spazio, che noi enumeriamo come tacche millimetriche su un metro da falegname. Con questo criterio di micro/macro misurazione/segmentazione, spingiamo la nostra speculazione all’interno della materia, dell’energia e del cosmo. Tutto infine soggiace alla soglia dell'indicibile, dove il moto ipercinetico si confonde con la stasi; siamo colti da estremofilie struggenti, un impeto romantico e carnale ci avvilisce e ci esalta senza possibilità che si risolva se non nel rientrare in uno stato di quiete. È la tensione superficiale e perimetrale, la tensione epidermica, la sua porosità con il resto da noi, che pur ci abbuffiamo di mondi, mai sazi, sempre sull’orlo di una congestione. La tela è bianca, di un bianco d’avorio, impuro e poroso ad un’assenza indecifrabile, che registriamo come sporco, come disturbo. Su questa superficie viene dipinto il mondo. 

mercoledì 3 febbraio 2021

Song' un ov'

"Alla fine, la poesia è invasione, non espressione, una traiettoria d’incinerazione: o sospesa nelle ambrate distese di grano celesti, o sprofondata nelle oscure acque infernali. È la via per la creazione, l’interpretazione di ogni destino come enigma, come attrazione."

Nick Land. Collasso: Scritti 1987-1994 (Italian Edition) . Luiss University Press.

Con riferimento al mio precedente post e all'attivazione iperstizionale che è del linguaggio poetico. La forma dell'Uovo Cosmico che contiene come un nocciolo di materia fissile pronta ad esplodere, un enigma e il suo disvelarsi. Nel giugno del 2010 in un poemetto che chiamai "Interludio Stabiese" scritto, com'è piuttosto semplice dedurre, durante un breve soggiorno a Castellammare di Stabia, uscì fuori questo verso:

 "Song' un ov'" (sono un UOVO) 

…nell'accezione più infantile e animale che si possa dare alla parola "verso" (fare il verso al dialetto napoletano che non mi appartiene ma nel quale ero immerso; il verso come comportamento imitativo d'apprendimento, il verso come lacerto di ubriaco ecc…). Il verso animale e il verso infantile hanno in comune alcune peculiarità, non sono solo espressioni di stati emotivi in essere o reazioni meccaniche a fenomeni sensoriali; in essi si annida un presagio, che in un universo deterministico potremmo definire "iperstizione" (l'incursione del futuro nel presente). Quindi sono, in un certo senso, magici, perché autoavverano o scongiurano un evento che si era adentrato nel confine probabilistico, al limitare della percezione, sulla soglia mobile fra esistenza e allucinazione. Con la domesticazione (del bimbo come dell'animale) certe proprietà sciamaniche si attenuano, talvolta si perdono. C'è una stretta relazione fra questa perdita e la riduzione del range di suoni, come notato anche da Jackobson "scompaiono tutti i suoni strani e anormali di articolazione complicate". È l'ottusità del default mode network, un filtro, sulla carta rigoroso, il picco di frequenza che definiamo ego, fra il desiderante e il macchinico inconsci. Solo accedendo a queste zone perimetrali attraverso tecniche di sabotaggio del DMN (come nelle prassi psichedeliche o del sogno) o tramite la pratica del linguaggio mitico \ poetico, recuperiamo seppur brevemente (confusamente) la condizione primigenia di totale ricettività. E quel che arriva, arriva, non ci si può poi lamentare. Accogliamo il caos con animo lieve, ché la chiaroveggenza è un lungo e irrisolto pellegrinaggio o peggio, una logora presunzione positivista.

Covare l'uovo cosmico è nostra premura. Il suo smarrimento dà luogo a una caccia pasquale; in quei trastulli infantili vi è l'esercizio ancestrale di ricerca di quella parte nascosta che si interfaccia con l'inconscio collettivo - i fricchettoni non cercavano l'Io anche se era un po' una frase fatta, uno slogan - cercavano il "sé stesso". Esiste un deposito nel quale, giunti alla fine della corsa veniamo privati del nostro essere, e questo diventa, come nei lugubri stanzoni di Auschwitz, valigia fra le valigie, entità molare di vite come memoria e vissuto, spersonalizzata seppur recante ancora, ben leggibile un nome ed un indirizzo in bella calligrafia scritto col gesso sopra. La catasta negativa speculare all'accumulo che è un dépense mascherata d'utilitarismo; l'hoarders è l'agente incaricato di reperire la massa critica del pensabile e dell'immaginabile per inedite deflagrazioni. È il nostro amico che si occupa dei botti del capodanno irraggiungibile, il Sol Invictus in un'attesa messianica e marxista, il sol dell'avvenire; è il vecchio che riempiva il materasso di banconote, destinate all'oblio e ad esser ritrovate ormai fuoricorso, per uno sperpero che non si innesca perché ci irradia continuamente. È l'arsenale atomico, la deterrenza, la riserva aurea, la ziggurat di cereali, la pila di libri, la pratica della saṃnyāsa, la rinuncia e l'annientamento. Questo comportamento solare di preparazione al potlatch è una reverse engineering patetica, o per dirla con Bataille:

"Al di là dei nostri fini immediati, la sua opera [ dell'umanità] in effetti persegue l'inutile e infinito compimento dell'universo" (La Parte Maledetta) 

un tentativo spettrale di ricostituzione dell'uovo cosmico che già all'origine del tempo si è schiuso dando luogo alla volta dorata del cielo. L'Hiranyagarbha.

"Immagini affini a quelle mitologiche sulle origini del cosmo sono state descritte dagli astrofisici a partire dagli anni trenta, quando hanno incominciato a parlare di un nucleo primordiale preesistente, oscuro e inconoscibile, dal quale si sarebbe sviluppato l'Universo per via del Big Bang, da allora in poi resosi manifesto perché emettitore di luce.L'idea nasce dal tentativo di integrare l'osservazione di Edwin Hubble di un universo in espansione, ipotesi già formulata da Albert Einstein con le sue equazioni della relatività generale. Lo scienziato Erwin Schrödinger appassionato di Vedānta, applica questo concetto alla meccanica quantistica." 

(fonte wikipedia)

L'Uovo Cosmico è infine il primo di tutti gli zeri, che contiene l'uno e il molteplice in un mezzo vischioso, tipicamente iperoggettuale. Lo zero che ne risulterà, un calco di possibilità già enunciate nella schiusa, che si diramano in ogni direzione dello spazio, che per eccesso di espansione diventerà spazio-tempo, volta curva come un uovo visto da dentro. Il guscio trattiene per l'eternità questo oceano probabilistico senza riuscirci veramente; l'uovo, la sua presenza di contemporaneamente uno e molteplice è a-temporale, in ogni caso pre-temporale. Il guscio non è una blindatura, ma una tensione superficiale elastica, prenatale, idrogeno metallico allo stato liquido nel cuore di Giove (il sole mancato). Il guscio più che proteggere, separa prima del principio il "tuttuno" dal nulla pre-zero. Il guscio è altresì poroso e questo permette una fecondazione che io non saprei descrivere, perché operata dal nulla (ex nihilo?) che lo circonda prima dello spazio e del tempo, delle dimensioni e delle proporzioni, dell'esperienza sensoriale o metafisica o materiale che ci appartiene e ci rende operativi; non è in alcun modo esprimibile questa condizione che precede lo spazio-tempo, la matematica, il pensiero, perché il vuoto quantistico cui siamo avvezzi è sempre una complessità, la possibilità di un pieno che è stato o che sarà, che potrebbe essere. Solo dopo l'esplosione (Big Bang) si verificheranno le transizioni note, le iridescenze topologiche; si genereranno i mari di Dirac, le spugne di Menger, i triangoli di Sierpinski, i fiordi insinuanti fra vita e morte, il caving in labirintico che ci seduce e ci risucchia come vele.

"Sono l’involucro buffo

di un’entità senza gioia

la parte inservibile

di un tutto indispensabile. 

Song ‘un ov’ ... (sono un uovo) 

che esce dal culo della gallina 

per essere la cosa più buona 

che possa uscire da un culo, 

in senso assoluto

e perciò assolto, rimesso i miei peccati, come 

tante volte ho rimesso

anche la prima comunione,

tanto ero gonfio, briao gonfio

finalmente pieno di qualcosa,

di vapori, solfatara dell’egocentro, 

distilleria esplosa"


Interludio Stabiese - Ass Cult Press, 2018





sabato 30 gennaio 2021

Zeri

Dove si situano gli zeri che definiscono i numeri primi e i pieni che ci gonfiano la pappagorgia? Una domanda davvero del cazzo. Negli zeri tutt'al più si incappa, si cade come pecore nelle torbiere, perché gli zeri sono vischiosi e densi, palustri. Sono sabbie mobili dove la materia si amalgama al vuoto, dove le bolle dell'acqua gassata si equivalgono al liquido e ne svelano tensioni superficiali, simili a tentazioni diaboliche. Nel vuoto il pieno si sgama. Per poterne cogliere l'ambiguità è indispensabile quel picco che raccolse numerose denominazioni: medietà, normalità, identità, buon senso, oggettività. In quel barlume operativo, si svolge tutta la pantomima intermedia al macchinismo e all'istinto che precedono e proseguono il flusso incessante del divenire. È come una segnale captato da un radiotelescopio, una gobba irta di presunzione sull'onda tremula che si definisce fra l'animale e la macchina. Dove l'animale e la macchina coinciderebbero per cartesiana e onesta semplificazione: si tratta (ancor più semplicemente e onestamente) invece di un segmento nel flusso continuo di produzione desiderante e macchinica. La sborrata dell'Io, un frangente, uno schizzo / schizo che si separa dall'ebollizione imperterrita della materia-energia, quell'alzar la testa presuntuoso della vita rispetto all'inorganico verso il quale (la vita) mette in scena un razzismo pulsante e carnale, fibroso, noncurante di gemmazioni cristalline, di diramazioni miceliari, della sua stessa sostanza dispersiva, della rêverie, del daydreaming, del viaggio per il viaggio. Cosa rimane del resto se non vagabondare dalla propria presa di coscienza dai contorni frastagliati come fiordi scavati nell'ignoto, alla perdita di ogni consapevolezza come cretti e frantumazioni di quella stessa coscienza in briciole di non senso. Un turbine raccoglie tutte queste schegge pre e post coscienza e le riconduce al mare di Dirac, al registro akashiko, come uno scopettone che frusciando, pulisce il livello zero del pavimento appiccicoso dopo la festa dell'esistere. Qualcuno verrà svegliato in malo modo in un aldilà simile alla guardina di uno sceriffo del Minnesota? Qualcuno sopravviverà per spalancare un sensore offuscato nella sua nuova veste di lombrico? Qualcuno sarà servo della gleba o proverà, immemore di un passato sicuramente più piacevole, le corvée, i tormenti del boia, i capricci mistificati nell'alibi della ricerca dello scienziato nazista? Oppure il nulla, che sperimentiamo in quella larga parte del sonno in cui non vi è sogno, ma solo il vegetare del corpo a una spanna dalla sua propensione naturale al cadavere? Wunderwaffe.

In questa distesa di zeri, quando incappi in UNO di essi, scoprirai l'orizzonte degli eventi umani: in quello zero accade qualcosa che è precipuo di ogni altro zero, il confondersi di fede e assenza di fede, il punto morto della pedalata, il massimo dell'inazione e il massimo dello scatto ad agire, la compressione della molla che può generare il salto o il collasso. È tutto lì, racchiuso come un personal big bang, che in ogni caso si verificherà. Non devi far nulla: determinismo e volontà si eclissano in un singulto, primo e ultimo.