mercoledì 24 luglio 2019

Memorie dalla Pace Elettrica



Sono riemersi, ma erano sempre stati a pelo d'acqua: ne ho parlato su MegaHz questo maggio (grazie a Rocco Traisci) e ora in maniera più estesa su Nazione Indiana (grazie a Francesca Matteoni). Electric Peace e la California oscura, i primi anni Novanta e la scena grunge-crossover che si è disarticolata fra Prato, Pistoia (o meglio la Piana), fino a Chiesina Uzzanese e oltre l'Infinito, di cui traccio solo un bozzetto breve e non esaustivo; perciò non me ne vogliano se ho dimenticato qualcuno o qualcosa, perché è sicuramente accaduto.
Ho preso a prestito "Berlinguer Ti Voglio Bene" per delineare lo scenario dove si sono svolti i fatti, lo scintillio di pietre focaie di generazioni di contadini, di comunisti, di artigiani e operai gomito a gomito con i primi punk fuori posto, senza abissi metropolitani in cui spiccare, poi i darkettoni, i metallari… fino al grunge, sempre fuori posto, senza Seattle, senza speranza, senza anche l'assenza di speranza opportunamente vasta che si conviene a una "scena internazionale". Ma anche serendipità: scopro che il Farfisa del Bullman è in buonissime mani adesso; è tornata operativa la máquina del sueño grazie ad Andrea Zingoni.
Dedico questo brano a Tommy e Bullman, ma anche a tutti i compagni di avventure di quel tempo, chi è rimasto e chi se n'è andato, chi è restato malvolentieri.

L'articolo qua:
https://www.nazioneindiana.com/2019/07/24/hateisaspecialfeeling/

lunedì 6 maggio 2019

Grundig




Quando? Mi chiedo
nella nube che 
deposita anime
nella sua struttura
        friabile
                di vapore
nel suo farsi condensa
        pioggia fine
             righe sottili sui vetri
                      su i
                      finestrini
        di auto spinte
ottusamente
       in strade autunnali
forse di ritorno
o dove vanno?
Vanno veloci e ignote,
un oceano grigio mercurio
di vecchi termometri rotti

galleggiavo lì
        alcune parti di me
        affioranti a tratti
e quelle parti
assumevano contorni
        liquidi così
        evidenti
da liquefarmi io 
                      stesso -
corpo e identità
anima e muscoli
grasso e pensiero
sangue e coscienza
rimescolati un attimo
           prima
           di smaterializzarsi -

galleggiavo lì
                  immagine
                  sintonizzata
       e poi persa
nel rumore cosmico
di una vecchia TV 
        in bianco e nero,
quella Grundig del nonno
        perché è una 
                marca tedesca
quindi è buona
           perché i tedeschi
                   sono precisi,
Io, svanivo
        urlando.

lunedì 1 aprile 2019

Stupido come un sasso



Stupido come un sasso.
Cinghiale in umido: perché no? 
Vinaccio? Ok. 


Pelle secca e gote rubizze. 
Gorgogliare d’ossigeno di fianco al letto. 
Fustellato, mezzotaglio…
Io, grassoccio.
Dove sono finiti i tappi per le orecchie? 
Si è sbriciolato in lucine di natale.
…stupidi come i sassi!
Non hanno altro che da strepitare, i ricchi.


Era zeppo di bamba.
Pneumatorace, causato dalla bamba. 

 … potrebbe essere, così … 
uh, bella. 
Di Mina/Cocciante. 

Vieni, Sovrana. 
Fammi un Rigoletto.
Chi era affabile 
la meditazione/yoga 
fece diventar superbio.

Stupido e basato. 
espressione tipo Wyoming
ubriaco-sadico-anale 
contro 
a ròta di bamba, 
zeppo di bamba, 
quasi ingessato
bavetta secca 
agli angoli della bocca
in crisi di persecuzione.

Semi-obeso.

Vince il buio.
È la sonnolienza
l’agitazione,
l’aggiotaggio …

Temo ora ciò che invoco. 
Nello sterno-sportello frulla
un pipistrello. 

Devo far finta e
convincermi che tutto sia vero. 
Così è la cura.

***

Numeriche avvisaglie d’involuzione. 

Dove avete messo il buio? 

Acciottolìo di pentole. 
Arrivano i Campioni!

Nel muscolare catalogo 
degli ammaestramenti
l’esibizione dei talenti conservativi 
per la gara di rutti high-brow: 
pisciare lontano, 
restare soli contro l’universo.

Come chi mi è in antipatia, 
partecipe dello stesso abbaglio; 
partecipe della contraffazione, 
doppiamente tratto in inganno 
e quindi 
complice, 
supplice 
e bombice.

[Holy Chapel of Love lo aveva letto. Ora è un po’ cambiato.]


Rompicoglioni, figlio di rompicoglioni. 
Imbecille, figlio di imbecilli,
ma ladro, ahimè no.

Non hanno altro che da strepitare, i poveri. 

Ci avevano avuto un negozio… 
anche se lo hanno venduto, 
poveracci erano e poveracci restano. 

Non sono mai ricchi, i poveri, 
nemmeno se vincono la lotteria 
di Capo/Danno. 
Nemmeno se s’inventano la soluzione.
Nemmeno se brevettano la vita. 
Soprattutto se rimediano qualche soldo: 
semi che cascano sui sassi.

Non ci capiscono un cazzo, di soldi, loro, 
ma soprattutto, anche con i soldi, 
non contano un cazzo, loro. 


Perchè te non conti un cazzo!
gli fa, paonazzo, pien di sé.

Gli abbaia così forte da far credere sua l’aria. 
Da far paura… 

Ma se non avrai paura, sentirai
solo altri latrati nella cagnara. 
e Miserie 
più vaste e luccicanti. 



La libertà non è partecipazione. La libertà è furto.

giovedì 28 marzo 2019

Flatulenze




Ognuno esprime se stesso. Anche quando scoreggia.
La mia natura provocatoria mi fa sembrare sprezzante, e invece ho un profondo rispetto per i fiati che noi tutti emettiamo, testimonianza di brontolii, paure, accessi d'ira, lamenti …
Quando dai nostri orifizi sgorga un fiato, è sempre da salutare con gioia.
Persino la più puzza delle puzze: essa è il conguaglio che il nostro novissimo organo pensante, il colon-retto, ci ha elargito a parziale ricompensa di tante umiliazioni percepite.

W le Zecche.




martedì 26 marzo 2019

Esasperazione




La cifra distintiva della nostra contemporaneità è l’esasperazione; un amico, tempo addietro mi parlò, citando non mi ricordo chi, del miracolo neurologico che stiamo vivendo, in virtù del quale la gente non impazzisce in massa, tipo film di zombie, scannandosi per strada, ma anzi mantiene una calma innaturale rispetto al reiterarsi di piccoli e grandi soprusi; alla graduale ma persistente erosione dello stato di diritto; all'affermarsi del colon-retto come organo di pensiero del XXI secolo.

A dire il vero qualcuno sta iniziando a perderla la calma: il guidatore di autobus che recentemente ha, da prima tenuto in ostaggio dei ragazzini e poi, incendiato il veicolo; i giustizieri di estrema destra che, investiti dall’Altissimo, sono chiamati a sparare agli invasori per preservare la cristianità e il pallor delle nostre carni (invero olivastre a commemorare antichi e prolifici intrecci): la mia città ha il discutibile vanto di aver dato i natali ad uno di essi. 
Gente felice di ammazzare innocenti: manager pensopositivo fino a 24 ore prima che, dopo aver ucciso la moglie e la figlia, si gettano nel vuoto da un viadotto; e il pilota kamikaze tedesco? Pensò bene di darsi la morte in buona compagnia dei suoi passeggeri… 

La novità rappresentata da questi personaggi, eterogenei per estrazione sociale, motivazioni o assenza delle stesse, è che non sono folli, sono al contrario IPERLUCIDI. 
Chi di loro si sopravvive affronta il pubblico ludibrio e i processi col sorriso di chi ha compiuto un’azione a lungo meditata e necessaria, con la soddisfazione di chi ha assolto il proprio compito. In una parola, il loro sentimento a cose fatte, non è come ci si aspetterebbe il tormento, ma il sollievo. Il sospetto, raggelante, è che tale sentimento di sollievo sia quello che hanno provato anche i suicidi fra costoro. Ma non ci è dato saperlo. A noi che assistiamo rimangono solo angosciosi  e vani interrogativi…

A fronte dell’esasperazione molti stupiscono dello scazzo giovanile: lo scazzo giovanile è un fatto, uno stato mentale necessario alla crescita dell’individuo. Di sicuro è esacerbato dal continuo e rutilante avvicendarsi di tragiche e ridicole pagliacciate che investe ogni istituzione, ogni impresa, ogni promessa, ogni prodotto, ogni situazione. I giovani, come noi, sono testimoni increduli e desensibilizzati dell'ininterrotta falsificazione del reale, ben oltre la spettacolarizzazione della società predetta da Debord. Dalla chiamata snervante all’assistenza clienti di un qualsiasi servizio, all'incessante gioco a screditarsi della comunicazione politica, è un costante ribaltamento di fronti, dove l’unico tono autentico, quando messi alle strette, è la feroce intimidazione dell'interlocutore. 

In questo circo squallido e ipercinetico, l’unica legge rimasta è quella del più forte o di chi si crede tale. E si fa grosso…
Date queste premesse non è insolito che qualcuno possa decidersi a reagire malamente. 
Ma nemmeno questo è più importante; "il giorno di ordinaria follia" poteva darci la scossa trent'anni fa. Il fatto di per sé drammatico di una persona che si “rompe” in una lucidità omicida e\o suicida, interessa finché è "brivido a buon mercato", notizia a effetto che solletica la nostra atavica morbosità, sollevandoci dalla catatonica contemplazione di wurstel di gambe e faccette cartoonizzate, oggetto di strumentalizzazione politica per dare il là ai soliti battibecchi social e gare a chi piscia più lontano, senza che ulteriori indagini e riflessioni vengano fatte. Chissene…

I guru di questa continua manipolazione del reale si rivelano essere giovani sofisti intelligenti, colti, ben educati e ben vestiti, che si pongono a servizio dello squalo di turno con nonchalance ed entusiasmo. Sono “influencers”, “spin doctors”, espressioni inglesi da cui il  provincialismo italiano è solito trarre quella posa di odiosa e inconsistente autorevolezza. 
Difficile fare una riflessione adesso, a caldo, mentre viviamo l’esasperazione, esasperati noi stessi. L’umanità si rivela per quello che è: spregevole accolita di scimmie incarognite e supponenti.

giovedì 7 marzo 2019

Cinquantatreesimo Episodio



Con codesto raccontino ho partecipato al concorso #FakeContest ideato e promosso da The FLRRingrazio gli organizzatori per l'opportunità che questo tipo di iniziative rappresenta per noi "incontattati" di trovare un uditorio momentaneo nella totale e comprensibile indifferenza e affacciarsi al mondo. Sgranando gli occhi, come la Clara che mai è stata e mai sarà.



Il mio collega capellone, va detto, è proprio un bel ragazzo. Capello lungo e mosso, corvino; occhi di un blu metafisico tendente al viola, tipo Elizabeth Taylor, solo che si veste come un manichino di un negozio vintage anni settanta: pantaloni a zampa, camperos, maglia in lycra attillata giallo sole a cui abbina un ancor più vistoso gilet scamosciato con le frange e il collettone. Country hippy filologico.
Allora, giusto ieri la direttrice lo manda giù dall’Uomo Talpa, nel cuore profondo e oscuro delle Teche Rai, al terzo piano seminterrato, una specie di bunker, dove sono conservati a temperatura e umidità controllate, i nastri magnetici delle gloriose trasmissioni del passato. Vai giù e recuperami tutti gli episodi di Heidi per l’ennesimo special sugli anni ottanta, cui avvitare, per l’ennesima volta i coglioni nella morsa della nostalgia. L’infanzia indigesta che ti si rinfaccia a tarda sera. 
Insomma, il mio amico capellone va giù da Uomo Talpa e gli chiede le 52 cassettone betacam (una per episodio) di Heidi. 
Cinquantatre! 
Puntualizza l’Uomo Talpa. 
Come 53? Qui c’è scritto 52. 
Avranno sbagliato: i soliti cialtroni.
Arriva su con lo scatolone e mi fa notare la discrepanza: magari è un doppione, dico, ma poi dopo la direttrice strepita se si ritrova qualcosa d’inatteso. Non penserete mica a quei giornalisti che quando trovano le robe inedite fanno carte false e si entusiasmano. Qui si tratta solo di fare il compitino: c’è lo special su Heidi, 20 minuti nel pomeridiano dopo la Balivo e stop. 
Faccio un paio di controlli, sul database interno e su wikipedia. Non ci sono dubbi: l’ultima puntata è la cinquantaduesima “Care Montagne” e poi fine di Heidi. Guardiamo nella scatola e tiriamo fuori la cassetta 53. È ghiaccia e odora di vecchia plastica. Sulla costola non riporta un titolo, ma il solo numero 53 e una nota scritta a mano: “finale alternativo”. 
A questo punto, siamo curiosi. Il capellone un po’ meno: è più giovane di me, non ha vissuto Heidi e la formidabile stagione dei cartoni giapponesi. L’inizio è in effetti identico all’ultima puntata come noi la conosciamo.
Clara ormai non solo si regge in piedi, ma comincia a fare i primi passi. È quindi arrivato il momento di avvertire la nonna. Le due bambine decidono di farle una sorpresa e di non raccontarle tutto: le fanno quindi credere che Clara stia facendo molti progressi, ma che per ora comincia a sollevarsi in piedi anche se con fatica. La nonna, non appena ricevuta la lettera delle bambine, parte subito per la montagna, ma anche lei ha una sorpresa in serbo: assieme a lei è infatti arrivato anche il signor Sesemann, il padre di Clara. Anche se Peter dovrebbe accudire le capre al pascolo, non vuole perdersi la scena di Clara che cammina da sola incontro al padre. Clara appena vede sua nonna le si fa incontro a piccoli passi, ma quando spunta il padre, comincia a gridare. 
Gli occhi sbarrati di Clara in dettaglio a tutto schermo, vagamente smagnetizzati dai decenni trascorsi, sepolti nelle Teche Rai; la sollecitudine di Peter e Heidi nel soccorrerla. Cosa hai fatto a mio padre? Tu non sei lui! Chi sei?! Ma sì che è lui, Clara, cerca di tranquillizzarla la nonna. Non è vero! È un sosia! È un sosia! Lo sgomento della signorina Rottermeier: Misericordia! Signorina Clara! È il signor Sesemann, è suo padre! E lui alla figlia: Clara, bambina mia, certo che sono io e sono così felice che tu possa di nuovo… ma non finisce la frase. Di nuovo un grido e Clara si lascia cadere come un sacco vuoto sulla sua sedia a rotelle che, con la consueta prontezza di spirito, Peter le piazza sotto il sedere. 
Clara se ne sta immobile, in deliquio, sprofondata, e per alcuni secondi non accade nulla. Poi alzando una mano, indica il padre, a testa bassa, senza guardarlo. Infine solleva la testa: per non incrociare lo sguardo del padre, la gira dall’altra parte, verso l’amica di sempre, e le fa cenno di avvicinarsi. Dice qualcosa all’orecchio di Heidi che, a sua volta, spalanca gli occhi e resta così in primo piano a bocca aperta. La puntata si interrompe qui. 
Comincia a prudermi un occhio. Forse abbiamo trovato un filmato potenzialmente virale, una di quelle robe da “leggenda metropolitana” come la scena di sesso subliminale in Bianca e Bernie o il bambino fantasma in Tre Uomini e un Bebè. Mentre mi comincio a grattare l’angolo dell’occhio con un certa veemenza, mi chiedo oziosamente: chissà cosa aveva visto di così mostruoso e alieno, Clara, nel volto di quel padre assente che per altro aveva già causato la sua paralisi isterica. La fanciulla aveva forse sviluppato, recuperando l’uso degli arti inferiori, un’improvvisa prosopagnosia compensatoria? Era un inedito fenomeno degenerativo a livello neurologico che dalle gambe migrava alle funzioni cognitive o semplicemente si era slatentizzata in lei la sconcertante sindrome di Capgras? Magari la Zuyo Eizo su questo inedito profilo patologico aveva intenzione di sviluppare un sequel? Mentre ci interroghiamo su questo misterioso reperto e il suo significato, dalla custodia della cassetta scivola fuori un foglietto ripiegato: è una direttiva RAI dell’epoca, scritta a macchina su una velina verde, con tanto di timbro e firma di un alto funzionario. Il testo semplice e lapidario: “Non mandare in onda”. 
Perché si erano scomodati a scrivere una tale direttiva? Cosa c’era di così disturbante da impedirne la messa in onda? Si ricorderà che a quel tempo c’era molto meno moralismo o se preferite, una rilassata disattenzione verso i contenuti talvolta stranianti dei cartoni animati giapponesi: i miei coetanei rammenteranno (non senza un brivido…) Fujiko denudata maliziosamente dall’affilatissima spada di Goemon. E non solo s’indulgeva nel nudo erotico, ma nel violento e nel disperante. Emozioni parossistiche ci venivano tranquillamente propinate a merenda assieme alla rosetta col prosciutto cotto con la maionese o al buondì.
Perché a fronte di mostri Aniba che ogni giorno fra le 16.00 e le 19.00 devastavano Tokio o di quotidiani bollettini di guerra  sulle azioni terroristiche e le stragi, prendersi la briga di censurare una ragazzina che semplicemente non riconosceva più il padre a seguito di un trauma? Nessuna immagine nel breve corredo di quella sequenza smarrita sembrava essere così pericolosa o sovversiva. 
Certo quel grido e lo sguardo spiritato di Clara… Quell’insistito dettaglio in primo piano e poi lei, con la testa bassa, che indica il padre come in un dipinto di Balthus, erano sequenze anomale persino rispetto alle bizzarrie di una produzione nipponica anni settanta; sarà stata autosuggestione ma dopo aver visionato il nastro ho cominciato a sentir bruciare l’angolo dell’occhio destro, come se una ciglia su cui fosse schizzato del tabasco si fosse staccata, incuneandosi in quel cispogeno anfratto. Che la vista del 53esimo episodio causasse orzaioli improvvisi e dolorosi? Abbiamo cercato risposte in Giappone, ma anche in patria, la serie si interrompe ufficialmente alla cinquantaduesima puntata. Non esiste una cinquantatreesima, ci dicono con sussiego dalla Nippon Animation e chiudono la telefonata sbrigativamente. Ne abbiamo parlato con la direttrice a quel punto: lei ha una ventina d’anni più di me, all’epoca era già entrata in RAI. Le abbiamo fatto vedere la cassetta e il biglietto. Anche lei ha cominciato a stropicciarsi gli occhi e le si sono arrossati. Lascia perdere, mi fa, riportala dove l’hai trovata. Le dico allora, tanto per dire, che se non interessa a nessuno tanto vale metterla su YouTube, magari qualcuno vedendola ci avrebbe dato delle spiegazioni.

Non vi azzardate a fare una cosa del genere! E come si è inalberata la direttrice. Ha minacciato addirittura di licenziarci. Perciò dopo aver consegnato le 52 cassette classiche in redazione, la Clara urlante come un papa di Bacon è ritornata alle Teche dove giace tutt’oggi semi smagnetizzata in attesa che qualche eroico ricercatore vada a recuperarla per scoprirne il mistero, o che il tempo finisca il suo lavoro e cancelli ogni traccia di questo finale alternativo, di cui francamente a pochi interesserebbe davvero. Il mio giovane collega capellone, in primis. Lui se ne sbatte: un po’ per sano detachment cannabinoide, un po’ per quella apatia malinconica da saturazione info-social tipica della sua generazione. Ma guarda, gli faccio, che questo ritrovamento è una bomba! Lui mi guarda con aria sorniona e fa spallucce. Un mezzo sorriso. Del resto lo conosciamo bene il nostro amico; Actarus è sempre stato un tipo taciturno.

sabato 2 marzo 2019

The Riddle




Da leggersi riascoltando The Riddle di Nick Kershaw, oppure subito dopo averla letta, oppure prima, oppure un cazzo nulla. Ha a che fare con private resurrezioni, che nei momenti più oscuri ho avuto l'insolenza persino di rimpiangere. 
L'insolenza e la sua pratica, mi si insegna, attengono al nostro solo potere contrattuale.
La libertà è altro.




Guardiano del faro di Aran
rischiara la notte.
Per un attimo s’illumina la camera 
dove dorme un neonato: 
piange per la luce
o per la canzone alla radio?
nessuno conosce il suo male 
senza parola;
è sgusciato da sè
come un serpente in muta; 
nessuno conosce la risposta 
a questo enigma:
e si abbandona,
si disperde nella distanza 
dell’oceano notturno
la luce del faro.
Nessuno combatterà per te;
gli uomini sono saggi stupidi.