mercoledì 11 maggio 2022

Le Miserie del Cazzo

Ai maschi di un certo tipo, che lascerò vago nei suoi contorni, un po’ sfigati, ma non decisamente sfigati, basta fare un buco in terra e anche se fosse un nido di formiche di fuoco, ce lo infilerebbero. Come certi affamati che si mangerebbero la merda, i topi, le carcasse dei cavalli o di coloro che, morti d’inedia li hanno preceduti. Una vita feroce, guidata da un sistema nervoso enterico in preda agli spasmi che, a un bel momento, si è sovrapposto alla ratiosupremazia claudicante della corteccia, al suo dominio fallace. 

Poi ok: sì, il testosterone, c’è il testosterone, il “palletico” come dicono i toscani di cui mi fa uggia quasi tutto, in particolar modo certe espressioni rozze ma vivide… il palletico è una forma ansiosa e compulsiva, un'irrequietezza tutta viscerale, testicolare, una prurigine senza oggetto che solo la pratica di un sesso sfrenato e indifferenziato o una sbronza ottusa possono lenire; è il peregrinare di animali in cattività nella loro gabbia interiore, ossessi da un destino nitido: una promessa di naufragio che viene mantenuta puntando dritto la prora del cazzo su scogliere che affiorano dai marosi della botta. Non è nemmeno autolesionismo. C’è una residua intenzione ma infine prevale la corrente sotterranea della specie che seleziona i fragili scafi al loro fine ultimo di frangersi. Quando accadrà? Quante volte l’abbiamo scampata? Quante volte il terrore di morire ci farà sbiancare e frignare appena un nanosecondo dopo aver sbraitato insensatezze sul libero arbitrio? Ecco lì il canyon che reclamavi, adesso è a un passo. Ecco lì il nido di formiche urticanti per il tuo cazzetto teso dal cialis. È tutto pronto, imbandito sul margine oltre il quale anche i pettoruti invocano la mamma. DFW ripete più volte che la donna che ti uccide è la donna che ti partorirà a nuova vita. Madre e morte. O viceversa: cosa avvelena questa catabasi intrapresa da principio con passo agile? A ben vedere solo sensi di colpa: aver deluso noi stessi perché proprio sulla retta via della saggezza e della sobrietà abbiamo scoperto la libertà di farsi male – c'era un goblin sotto il ponte d'arcobaleno della redenzione – e che questa libertà come ogni altra è uguale, nessun giudice, nessuna morale d'accatto, solo consigli cauti di qualche cerusico malpagato per elargirli senza entusiasmo. Ma l’amore, nemmeno l’amor proprio c’entrano un cazzo; la vertigine ci attrae come un buco nero e a un certo punto ogni resistenza è vana e le belle e buone parole vanno nel compost insieme a gusci d’uovo, alle bucce d’arancia, ai fazzoletti moccicosi e a briciole di varia indefinibile natura. 

sabato 7 maggio 2022

Proemi Eremitici

La solitude è un verme, una scatola, uno spazio infinito in un corpo finito, un’assenza dove si aspettava una presenza, una spiegazione in una lingua sconosciuta a un interlocutore svanito, il freddo sette della cicatrice inerte che si manifesta sottoforma di spilli sottocutanei come una bambola voodoo alla rovescia, la parola sulla punta della lingua quando ne abbiamo smarrito i presupposti e il ragionamento si è infranto in nembi come una tromba d'aria che si smonti delle sue correnti vorticose; il cacciavite quando chiedi il pane, l’acqua che si nega al cretto del fiume arido che si snoda verso il mare: lagune melmose, sabbiosa insolenza che affiora, amicizie sabotate, silenzio, molto spesso è silenzio perché la voce senza ascolto esaurisce la sua ragion d'essere e così gli organi fonatori si atrofizzano. Ma se fosse solo questo, non sarebbe un gran male: è che la solitudine ti cerca, è la miseria che ti cerca come un amante molesto, come un esattore e come un predatore brama la sua preda. Anche così si potrebbe accettare: ma se la solitudine fosse la materia stessa del tuo corpo, delle tue cellule, e come queste cellule mutasse  incontestabile nella sua replicazione? Se fosse un marchio nucleotidico impresso alla nascita, non meno del colore dei tuoi occhi o dei tuoi capelli e pur circondato da mille persone, trovassi in quelle loro stesse cellule, la medesima barriera, il respingersi dei poli uguali della calamita, la repulsione. E se inoltre fosse un destino? La trama già scritta e prevedibile di una storiella come tante, quei sentieri che si sa dove portano, ben tracciati e segnati: una sicurezza in fondo che protegge da psicosi e falsi allarmi. Un abbraccio che ci si dà quando il freddo alieno dell'altra certezza che abbiamo c’investe e ci stropicciamo con le mani algide sotto le braccia, a riscaldare per frizione meccanica quelle cellule riottose al calore quanto ne sono affamate. Soprattutto, qualsiasi cosa essa sia è irrimediabile e beffarda come ogni consolazione. Forse, incontaminata dal vociare e dai sussurri, dalle promesse che si fanno ubriachi, sarebbe anche tollerabile: non avesse aspettative, reclami, interruzioni festose quanto sospette, fosse quieta come un lago, appena increspata da brezze di vita, se ne stesse al suo posto a occupare crateri e vuoti che non si possono riempire d’altro. Forse così, come quest’ultima estate senza nessuno, a braccetto alla paura e alla volontà come chi è zoppo, o mutilo: le due brave comari brutte, una per parte, a sostenere l'afflosciata complessione nel suo ramingare. Era meglio così dell’illusione, degli specchietti rilucenti di amicizie e amori famelici, dipendenze minori e insidiose, sigarette dal balcone che tracciano una parabola di fumo ed esplodono scintile sulla strada. Qualche babbeo saggio lo capì bene e se ne venne fuori con la frase “meglio soli che…” il resto è astioso, piuttosto stupido, orgoglioso. Non c'è un “meglio” è così punto: è carne non meno dell'attesa di finali noti; non condizione, né scelta. È tutto quello che sei, che hai, che avrai, dalla culla alla tomba. È la guida esatta che conduce dal vagito al rantolo, e pur prossimi o lontani che siano l'uno dall'altro, il solo dato ci è noto di quelle smorfie scomposte, speculari, parallele a generare infiniti riflessi che degradano nell'oscurità, riflessi di una figura solida che non c'è, o se c'è è in fuga, così la foto viene mossa, questa antica ossessione di cogliere l'attimo, di esser parte di un disegno.

martedì 4 gennaio 2022

Erotocene

Proust in  "Un Amore di Swann" descrive con garbo, ma senza lasciare nulla di sottaciuto, l'evolversi di un amore, dalle battute iniziali al suo disfacimento (che esiterà fatalmente nel matrimonio); ne descrive le circostanze sociali, le false amicizie che lo intrappolano come una camicia di forza nei rituali frivoli, la costruzione dell'amore delicata, fragilissima, fatta di giochi e codici che si creano fra gli amanti, che impercettibilmente vira nella costruzione di falsità, autoinganni, omissioni – dove il donarsi diviene negarsi e giorno dopo giorno ci si perde, quasi senza accorgersene – nonostante ci si sottoponga a una disamina spietata e ci si possa ritenere, nel momento in cui si vive nel corpo la decomposizione dell'amore, come vermi che lo finiscono di spolpare, che esso sia ancora sano o no, annebbiati da affezioni tarlate, che negli anni ci hanno reso familiare l'estraneo che ci accompagna, che ha cercato di amarci e non ci ha mai amato – una domesticazione reciproca come fra un cane e il suo "padrone"; l'uso di questa parola non sottintende disparità, ma è solo per  definire un esempio lampante di reciproca domesticazione, un'interazione falsata dal concetto di possesso, da un'etologia approssimativa. 

Mentre dovrei macerare qui, in questi scritti, il Gran Canone della Contemporaneità, arrovellarmi su storie che vedano protagonisti basalti e coproliti, oppure recuperare le coordinate della nuova psichedelia, emendata d'ogni residuo cialtronesco dai gran farmacologi, ridurre tutto a una scienza stantia che si ciba dello stesso razionalismo che corroborò a suo tempo i falsi miti della razza, della "civiltà superiore" e del "primato umano" – mentre, anziché scrivere saggi fitti di rimandi che li rendano corazzati a peer-review distratte o compiacenti, e in quella densa trama dove rimbalzano le prediche che non si praticano, cadendo da trapezi scivolosi, con le mani sudate del ciccione occhialuto, che è il nocciolo della mia pesca, anche ora che ho smesso di tremare, di sudare, pur restando un misero come tanti, un pusillanime davanti alla Morte, parlo di amore.

È in quel laboratorio sguarnito, abusato, che si sviluppano la socialità, la riproduzione o comunque il legame fra individui distinti – è lì che la chimica organica compie l'arco della propria parabola ormonale, dove in principio si secernono sostanze, droghe naturali, endorfine, si formano gli stati sospesi di coscienza e, nell'ambiente esterno troviamo rinforzi nelle melodie, nelle visioni, come la musica che commuove Swann perché non è più un paesaggio commovente in sé, da descriversi con pedanteria, ma la chiave di decrittazione di un file zippato, zeppato di emozioni e reminiscenze, che tutti preferiscono tener sigillato; siamo antropologicamente programmati per attivare processi di questa fatta, (doorway effect) per dimenticare entrando in una stanza e ricordare dolorosamente tutto ciò che si è perduto aprendo un cassetto, ritrovando un biglietto o, per caso, in strada, osservando un albero di acero con le sue foglie rosse d'autunno.

Aveva ragione Braibanti, la biochimica non riduce ma amplia lo spettro dei comportamenti umani, ci estende agli altri viventi, ci alloca in continuità con l'ambiente; lo pensavo (erroneamente) in contrasto a Koestler, ma la loro lotta per le "forze della vita" in perenne conflitto con l'entropia e la reductio a machina, macchina di reazioni, come vuole una visione scientifica miope che procede con arroganza, overflow d'informazioni non elaborate, semplificazioni audaci e fuori luogo. Questo è il fantasma dentro la macchina vivente, non propriamente un'anima, un demone, uno spettro, ma come il fantasma, lo sfuggente, il riflesso della mano di una dama su di una antica specchiera (che poi scopri essere un quadro, il volto dell'assassina in carne e ossa che si mimetizza fra i volti del dipinto) il riflesso di qualcosa/qualcuno che non può essere ma è, proprio lì sul vetro di una finestra socchiusa: sbianchi di terrore ed è scomparso; è la densità dei miliardi di frammenti del vetro infrangibile che si infrange, i granelli di sabbia che Democrito lasciava scorrere nella mano chiedendosi quale fosse la dimensione ultima della materia, l'atomo e le particelle ancora più minute e sfuggenti che lo compongono, sazie di vuoto, spettrali anch'esse, eppur fondanti, capaci di creare legami inscindibili la cui violazione genera una così immane energia da radere al suolo una città e lasciarla inospitale e radioattiva per millenni – ma anche laddove la violazione è avvenuta, la vita caparbiamente si ripropone, muta, lo stelo sottile di un'erbaccia sfonda la distesa di asfalto ormai priva di manutenzione; microscopiche alghe allignano su microscopici frammenti di plastica – il fantasma torna a comparire e di lui possiamo soltanto rinvenire impressioni sfocate come psicofonie sul nastro dei nucleotidi che ogni giorno, da milioni di anni, scrive la vita, la morte, la successione, e definisce i termini di un contratto o di una negoziazione o di una lotta incessante con l'inorganico cui tende, al quale sfugge – amicus e hostis non si dà l'uno senza l'altro – .

Ho fatto un sogno d'intransigenza, di fuga, di dignità ultima, quando te ne vai perché qualcuno ti chiede di restare, e nessuno lo fa con autentico convincimento; mi aggrappo solo alla mia confusione mentale, in quell'ambiente familiare diventatomi ostile, mi trattengono, perché in quella casa che ho abitato a lungo non ritrovo più i miei vestiti, le mie carabattole, quegli apporti insignificanti della mia spettralità acquisita, capaci di risvegliare catene mnemoniche, capaci di commuovermi come il povero Swann ascoltando quel brano. Sono gli amici intorno, nel sogno, l'elemento disturbante, d'improvviso alieni, impacciati, scocciati; sono loro che ci hanno tenuti insieme pietosamente: come imbalsamatori hanno trafficato a lungo sul corpo defunto dell'amore, ma non sono riusciti a impedire il proliferare di muffe e comunque non era compito loro – non per questo sono innocenti – diventeranno ostili o indifferenti, presenze diafane, mortinpiedi, da attraversare di fretta, come certe presenze che i trisavoli incrociavano in calesse a notte nei pressi dei cimiteri o di certi crocicchi; muovono le labbra senza profferire parola, grazie alle cuffie che isolano dai suoni esterni tramite un algoritmo di taglio attivo delle frequenze; ma anche ascoltandoli? Saprebbero solo continuare a farmi male, trasformare il pietismo di comodo in spietata indifferenza, infine in cattiveria – il cattivo è sempre "prigioniero" diceva Braibanti, invitandoci a non confondere pietà con compassione: se la prima è per certo espressione di ipocrisia pelosa, la seconda è qualcosa che a lungo non ho provato, se non sotto forma di vorace necrofagia sul corpo dell'amore che non è più, né potrà più essere; una fame che incontra solo ossa spolpate. 

Swann infine, angosciato dall'idea di perdere l'amore anche solo come tormento, come ricordo, cede, e di Odette, in un ultimo memorabile paragrafo, pieno di ironia, enumera solo i difetti: le borse sotto gli occhi, la vacuità, la pochezza.  È in quel punto che anche la grassa larva della compassione, muore a sua volta; le ossa sbiancate attendono la calcinazione. Polvere alla polvere, a formare gli strati infiniti di mondo su cui gironzoliamo, per la gioia dei novissimi pionieri della narrativa post-umana, dei geologi-poeti che cercano nelle pietre, non immotivatamente, le origini e le ragioni del vivere. 







venerdì 31 dicembre 2021

1P-LSD Seconda Esperienza

Ho assunto 1p-lsd (25 mmg per ora, microdosing). Guardavo la coppia al tavolo di fronte che beve un prosecco: è lampante. L’unica modalità di assunzione veramente soddisfacente è conviviale. Nel corso della nottata e del primo mattino, ho assunto ulteriori 25mmg e infine 50mmg (complessivamente un blotter completo da 100).

Il Demone

È comparsa all'inizio della notte una donna demone: non era un demone malvagio, ma la sostanza mi ha dotato pro-tempore di questa facoltà tomografica di leggere o vedere evidenziati nei tratti somatici le sofferenze, le dipendenze, come se le esperienze dolorose emergessero dalla carne. Occhi spiritati cerchiati di nero, gli stessi che ho rivisto al mattino in mia madre, che mi pareva storta, smunta, così deforme su un lato che ho temuto, dal momento che lamentava dolore al braccio, fosse vittima di un infarto. La stessa medicina amara della visione si è applicata, introspettiva, anche a me stesso. Avevo apiegata di fronte a me una chiara mappa del mio sistema nervoso e comprendevo con naturalezza, la potenza delle emozioni, il loro insorgere come fenomeni chimici ed elettrici, sotto forma d'impulsi luminosi che disegnavano tracciati vividi nei labirinti delle circuiterie nervose, la loro ricaduta sui processi vitali degli organi interni. Perciò ho pianto a lungo, perché ero via via più consapevole di come il rancore che mi ha impregnato negli anni, fosse la causa di tutto il Male: la rabbia a cui i cinesi nella loro tradizione attribuiscono l'inquinamento del Qi. Non mi riferisco ad un malessere meramente astratto, spirituale, ma fisico e che comunque, è prosecuzione di quello spirituale, una continuità i cui confini fittizi si perdono nell'altrove\altrui, ma di cui le soglie sono manifeste. Male fisico che potremmo definire somatizzazione, nel mio caso specifico la cardiopatia cronica e l'insufficienza cardiaca. La sostanza mi ha indotto a compiere delle semplici azioni curative a monte del processo di corruzione, esplorative in principio, indirizzate a individuare i nodi di dolore, poi cercando di ristabilire un pensiero adeguato (in senso spinoziano) si sono attivati processi di accettazione che richiederebbero mesi di psicoterapia, e che al contrario mi si sono presentati a portata di mano, nel giro di poche ore. Si è trattato soprattutto di telefonate di riconciliazione e franchezza: con alcuni amici nella notte e al mattino con la mia ex moglie. 

La semplicità del gesto, della pratica (che non ha nulla di "psicomagico") non cancella o rende semplicistico il male fatto e ricevuto: nella visione (concettuale) che mi si è mostrata, questi mali sono apparsi sotto forma di nodi del legno. Alcuni nodi sono così compatti che nemmeno la sega a nastro può tagliarli, o almeno questo è ciò che mi raccontava mio padre, che era restauratore e falegname. Essi restano nell'economia della crescita della pianta segno indelebile, così anche nei tavolati di legno; un'amica mi ha rammentato del rovere, la cui texture è caratterizzata da numerose nodosità che ne sono tratto distintivo estetico.

L'Angelo

Al termine della notte di lacrime è comparso dalla nebbia, Andrej (io mi chiamo Andrea; le sincronicità si manifestano con potenza, inattese). Eravamo solo noi due al crocicchio nel centro della città vuota. Egli è apparso dal nulla, mi ha detto di essere polacco, che era stato in prigione un anno e l'ho accompagnato alle poste a prelevare soldi al bancomat. Abbiamo parlato delle nostre madri, poco, con semplicità: dopodiché le nostre strade si sono divise e dalla nebbia, come era arrivato, è scomparso. Nell'esperienza psichedelica egli ha rappresentato l'angelo, concludendo il ciclo di purga iniziato con l'apparizione del demone; un'epifania bonaria, inviatami da mio padre. Ovviamente l'elaborazione del lutto paterno ha un ruolo preminente nelle mie esperienze psichedeliche, durante le quali egli si presenta, non in forma fantasmatica o spettrale, ma come reminiscenza viva, come insegnamento e modello. Ripensare a mio padre mi ha fatto ricordare come egli seppe perdonare i fratelli con cui aveva avuto gravi dissapori: un perdono non cieco, un perdono che esibisce le sue cicatrici, che non deborda nella falsa rimpatriata, in una cancellazione del passato tanto deleteria come quella del negazionismo del rancore, o nel proverbiale "tarallucci e vino", ma che individua e aggira il nodo, volta pagina autenticamente e riscopre un affetto intatto, che è quello che ha tenuto insieme negli anni la mia famiglia, mio padre, le sue sorelle e fratelli (erano in sei). Più che un voltare pagina in avanti, un reset, un ritorno all'originale legame primario di latte, precedente al dolore e ai contrasti, prima che questi cominciassero ad alterare la trama del rapporto. Un superamento nel passato, mondato di nostalgie, che possiamo sperimentare anche con chi non ci è consanguineo, con chiunque abbia (o abbia avuto) con noi una relazione intensa.

Annotazioni visive e sensazioni fisiche di rilievo

Interessante la percezione della luce, a lampi iridescenti che si muovevano sulle superfici come scintillii, come se potessi percepirla al rallenty (molto rapidamente ma non istantanea) e soprattutto del calore. Ho cucinato in pieno picco e potevo percepire, nelle forme note del drifting, l'energia radiante trasmessa dai fornelli. In pratica oltre a "visualizzare" il dolore (di mia madre, della mia amica, di me stesso) la sostanza traduceva in pattern visibili estremamente ordinati, anche fenomeni fisici come il calore, un effetto assimilabile al Morgana o alle fluttuazioni di aria calda sull'asfalto in estate, ma molto più dettagliato, geometrico: uno sfrigolio come di vetro smerigliato liquefatto, l'increspatura del vento controluce sopra una placida superficie lacustre. Come la volta scorsa, ho provato freddo cosmico nelle ossa, tremori, quelli piuttosto fastidiosi, anche perché si sono protratti fino al tardo pomeriggio, a ondate, forse determinati dalla mia condizione o è una caratteristica di questa molecola? Non saprei dirlo: per me credo l'ideale è 25, max 50mmg, anche perché trascorrere 24h insonne, indipendentemente dai brividi, è estenuante. 

Psichedelia Oscura

Va molto di moda prendere una parola e schioccarci accanto l’aggettivo “oscura”, spia di una tenebra che da fuori ci avviluppa o di una imminente cecità. Esterno/interno: stiamo ancora a questo binarismo da sceneggiatura? Quando tutto è poroso, e le delimitazioni si rivelano soglie, segni dipinti su una superficie continua o tutt’al più tensioni superficiali che si “tagliano con un grissino”.

Per non dilungarsi: siccome se n’è parlato solo male negli ultimi cinquant’anni della psichedelia, come teoria, pratica e soprattutto assunzione di una determinata categoria di sostanze, da oggi, per decreto neorinascimentale, se ne parli solo bene, pena l’ostracismo e la censura.


Ovvero (1): la triste parabola del Critico Costruttivo, che non necessariamente è ostile a ciò che sottopone alla sua disamina, ma nell’era della complessità è per paradosso troppo complesso abbaiare alla luna anziché al dito che la indica, specialmente se hai indispettito il Vate, che fra tanti meriti, tuttavia non distingue una citazione da un’opinione e la scambia per quest’ultima, attribuendola al Critico Costruttivo medesimo. Regola aurea del secolo vigesimoprimo: tu citi una cosa, tu ne diventi emanazione e autore, così d’emblée. 


Ovvero (2): la vittoria del bias di conferma sul dibattito, più volte e inutilmente tentato, pensando ci fosse interesse a tale dibattito, che pulsasse un cuore appassionato sotto al narcisismo dei Superni e invece…


Le premesse insomma, non sono un granché, se i Superni – scesi fra noi in extremis per soccorrere i poveri primati che ancora si stupiscono del loro non richiesto pollice opponibile – si comportano esattamente come gli Oscurantisti che li hanno preceduti e, come loro, creano conventicole esclusive di dotti iniziati, tipo massoneria ma senza panzane esoteriche, che gli avrebbero fornito una certa allure e, chissà? Forse la possibilità di ricreare un ambito di uso rituale, pur senza grembiulini e attrezzi da muratore, ma regolamentato e consapevole, extra-farmacologico, oltre la terapia o l’abuso ricreazionale, la produzione illegale e lo sballo tout-court ecc…ci sarebbe stato da divertirsi. 


Grande fermento comunque nel mondo della farmacologia: dai succitati Superni de noantri (che lasciamo volentieri al loro rosario ossessivo-compulsivo di gustosi aneddoti sulle bancarelle di chicchi con musica goatrance) alle università inglesi e statunitensi, tutti volere pinguinodelonghi, e si fanno pressioni per riprendere il discorso laddove fu interrotto dagli Eterni Giovanardi Universali e tutte le consimili iposoggetività poste a guardia del nostro sacrosanto DMN, munite di milizie, mandato popolare e divino; per ora, con comprensibile circospezione e timidezza. 


C’è anche un toccante documentario Netflix riguardo alla difficoltosa sperimentazione di terapie con psilocibina su persone affette da depressione maggiore. Esiti incerti, campione di riferimento esiguo per avere rilevanza statistica, la difficoltà di costruire protocolli, reperire la sostanza legalmente senza essere accusati di spaccio, lo Schedule 1 nel quale essa è iscritta assieme a bamba & robba. I depressi intervistati hanno esperienze illuminanti, non tutti, non sempre, perché non è come ingettonare il juke-box e quello suona e canta lieto; alcuni hanno rivelazioni o regressioni, altri sono semplicemente disorientati; la cura del setting un po’ naïve / newage. Quasi tutti dopo pochi mesi ricadono nella depressione. 


Perché evidentemente (1) l’esperienza oltre un reset momentaneo non va ed è impossibile verificare la validità terapeutica su un arco di tempo più lungo per gli attuali limiti di legge. 

Perché evidentemente (2) la lezione di Fisher su depressione come malattia sociale e acid communism non è stata implementata se non a livello esornativo. 

Infine, ci sono decenni di nulla di fatto, di illegalità, di stigma negativo e demonizzazione da superare. 


My two cents: per me aveva ragione Leary e l’approccio farmacologico è inadeguato. Le sostanze psichedeliche fanno parte della vita di tutti i giorni, come la ben più letale e legale trimurti alcol-tabacco-psicofarmaci; fanno parte di riti sacri e profani, sono sostanze sociali, creano conflitti, alleanze, contagi, risonanze, dalla bicocca newage allo studentato, dal  Goa party al vagabondaggio, alla deriva psicogeografica; che ci azzecca imbottire uno sciagurato di psilocibe e tenerlo su un lettino di ospedale, seppur mascherato con candele, luci soffuse, trapunte colorate e musica newage!? Ma cazzo! Almeno Aphex Twin! 


L’esperimento così condotto è falsato in partenza, come gli studi etologici su animali in cattività: capisco che a Huxley & Co. piaceva rintanarsi in confortevoli alcove, arredate con gusto e ascoltare Mozart; al 99% degli psiconauti di strada gli è toccato in sorte il capannone industriale dismesso, la martella teknusa, il falò di bancali. Ma erano in buona e sintonica compagnia, non di medici che ti tengono per la manina (mi chiedo se già questo patetismo non alimenti un rinforzo negativo, il trip come espiazione, un sottotraccia cristiano di sensi di colpa per cui "solo io sono colpevole della mia depressione, sono io il fautore del mio destino…" e altre batte simili) ma di altri in bomba come loro, presibene e presimale, angeli e demoni e in quel confronto trovare la misura psichedelica di noi stessi o quello che ne resta, o meglio, della nostra interindividualità: trovare nella dissoluzione dell’ego, altri ego dissolti, come mille frigoriferi che sbrinano e gocciolano a terra, miscelandole, le effimere sovrastrutture dell'Io che erano cristallizzate nel DMN. È solo l’ennesima psicosi collettiva o c’è di più? Il gioco è rischioso: sì. Vale la pena: sì. Il terrore per la follia, quando di follia raziocinante è intriso il cammino umano dacché l'australopiteco iniziò a sviluppare in modo abnorme la neocorteccia, impania tutta l'esperienza psichedelica: emendare l'esperienza dalla follia è demenziale quanto bere una birra analcolica; la follia può essere manipolata, resa transitoria, e per farlo è indispensabile "ritualizzarla" – anche laicamente, non è necessario erigere totem o camuffarsi da nativos – in ogni caso, va da sé, che l’esperienza psichedelica è efficace ed ha senso solo come esperienza collettiva e ciò rende controverso (seppur meritevole, lo affermo a scanso di equivoci) il suo studio farmacologico su singoli individui isolati, con le prassi note. Ma poi: chi ha deciso che debba essere per forza un farmaco? 


Stiamo cambiando la mentalità o è soltanto il mercato delle medicine che cerca nuovi sbocchi? Fu vero marketing? 

martedì 28 dicembre 2021

Il Paradigma dell’Inadeguatezza

Un commento in risposta al pezzo pubblicato su LGE “ Il Cosmologo e il Ciarlatano” https://lagrandestinzione.com/2021/12/22/il-cosmologo-e-il-ciarlatano


Innanzitutto qual è il vostro paradigma? Non lo dite: non è che non lo si capisce perché siamo tutti rincoglioniti. Vediamo vari personaggi dell’ultimo atto di questa tragicommedia umana agitarsi nebulosi sullo sfondo nitido di un crollo al rallentatore: hanno appena spento le luci in sala e sul palcoscenico salgono i baroni,    i saltimbanchi e infine, le Cassandre, che a tutti gli altri, ancora presi come in un incanto nel voler salvare vecchie capre e cavoli, additano il rapido incombere della sventura, l’Esattore Cosmico che s’approssima minaccioso a presentarci il salatissimo conto agrilogistico. Ostentando la pistola fumante, muovono un’accusa circostanziata: è stata l’umanità. A conforto di questa tesi le testimonianze di studiosi, climatologi, scienziati ecc… che hanno incastrato la colpevole: ha lasciato ovunque il suo dna, le sue tracce, i mozziconi di sigaretta e le microplastiche, i pesticidi e le chiazze di sangue. Il pubblico in sala, nonostante il plot abusato, si appassiona, tace, qualcuno tossicchia. L’aspetto affascinante e osceno, nel senso etimologico del termine, di questa storia trita e ritrita è che tutto accade fuori da essa; durante la rappresentazione di per sé fittizia brucerà tutto il teatro, al rallentatore, senza che scatti un allarme, come il tetto di Notre-Dame, nulla di apocalittico in principio, sarà il monossido ad assopire e uccidere dolcemente tutti prima del bbq: il pubblico, gli attori, i figuranti e anche le Cassandre. Come direbbe Larkin, alla morte non frega se frigni o sei coraggioso. Non mi si fraintenda, non è la citazione di una poesia formidabile usata per fare una sparata cinica contro la consapevolezza che deve essere febbrilmente perseguita o  perlomeno esserne perseguitati, ma vedere in anticipo su altri, presi ancora a baloccarsi con i loro gingilli culturali, i prodromi del collasso, non significa automaticamente avere nuovi paradigmi. Se si possiedono, vengano esibiti senza indugio, e con la massima urgenza! E non si può nemmeno, ogni volta, chiamare in causa gli altrui insanabili vizi di forma, le merde pestate da Agamben o Wu Ming, per poi calciare la palla in fuori gioco. Costoro, come chi reclama nuovi paradigmi, non sono in grado di formularne,  se non attaccandosi a concetti e forme consumate, derivative, esauste, perché appartengono (apparteniamo) alla stessa rappresentazione: suoniamo tutti nell’ orchestrina del Titanic e chi non sa suonare, balla, si tuffa, urla o annega. 

La pandemia (che è solo un assaggio) ha sistematicamente messo in crisi e in conflitto fra loro i nostri modelli di socialità, democrazia, cultura: si stanno frantumando di fronte alle implacabili dinamiche del contagio. Stiamo parlando - è vero - di una debacle antropologica senza precedenti, nonostante TINA abbia documentato alcuni scenari accaduti o in potenza, finora siamo stati pieni di una sicumera data da tecnologie incalzanti e mimetiche rispetto alla magia, da un benessere (non condiviso) da una relativa sicurezza rispetto ai patogeni (nonostante i tratti endemici delle malattie oncologiche e cardiache, o depressive, vere e proprie epidemie sociali) che ci hanno

permesso di languire negli psicologismi, nei giochetti di potere più o meno atroci, negli sgambetti; il dispetto, la piaggeria, l’intersiziale, sono stati i margini di manovra per la maggior parte degli operatori culturali fino all’altro ieri; mai avremmo pensato di ritrovarci così disperatamente soli, divisi, afoni e soprattutto, maldestri. Non solo come singoli o privati cittadini: le arti, la letteratura, la filosofia, la musica, le scienze, i nostri strumenti cognitivi si sono rivelati forbicine stondate, lucine di natale calate nell’abisso che si è aperto come un sink hole improvvisamente nel cuore della civiltà. Le avvisaglie e le Cassandre ci sono state, ma sono state ignorate perché parte della rappresentazione; Improvvisamente il mondo che avevamo esplorato e che alcuni credevano di tenere in pugno si è rivelato alieno, ma in questa alterità si sono aperte terre incognite, per le quali vale la pena provare, nei miei molti limiti, a essere propositivo e se anch’io pesterò una merda, pace; proverò a formulare un paradigma esplorativo necessariamente insufficiente, visto che è ciò che a gran voce e da tempo si richiede, e non posso più ignorarlo. 

La mia proposta è l’inadeguatezza. 

Partiamo da ora, hic et nunc; restiamo alla situazione in divenire; siamo ad oggi, oltre che artefici di uno sfruttamento scellerato del pianeta, pervasi da una totale inadeguatezza, che ci fa credere incapaci di rimediare il danno arrecato, tanto che sarebbe opportuno chiedersi se quello

che si è prodotto sia davvero un “danno” fuor che per noi stessi e per le forme di vita che ci sono contemporanee o un “innesco” un trigger, per l’origine di una forma nuova, ibrida: sto pensando a Chernobyl. Siamo solo degli adolescenti che hanno sfasciato casa mentre mamma e papà erano via nel weekend? Nel filmetto i genitori tornano, fanno una ramanzina ai pischelli e ripuliscono casa. Nella realtà non è così: siamo orfani, o tutt’al più genitori e figli di noi stessi; la casa non è nostra, nemmeno in affitto, men che meno in comodato d’uso, ma coabitiamo e siamo abitati da essa in un rapporto simbiotico e parassitario, conflittuale e cooperativo a fasi alterne o sovrapposte, suscettibile di variazioni imprevedibili. Abbiamo scarsa concezione delle soglie, ignoriamo molti trigger di attivazione e disattivazione. Viviamo annidati in una trama come acari, avviluppati in essa, senza alcuna finalità nota: non ci sono all’orizzonte un Pasteur, o uno Jenner, capaci di sviluppare “paradigmi controintuitivi”. Non potrebbe oggi nascere l’idea geniale di “vaccino” perché la nostra epoca ha (e continua a farlo) incoraggiato i leccapiedi, i conformisti, gli specialisti e gli ierofanti a guardia del fortino; ha irriso i visionari come i miserabili, e questo piccolo “psicodramma familiare” del primate glabro, di per sé squallido, ma di poco conto, non è nemmeno il problema, perché le mutazioni del nostro habitat spazzeranno via tutto il baraccone. 

Allora sì, il paradigma emergerà con forza, perché saremo privi di ricovero, di palcoscenico, di costumi e titoli da esibire, ci resterà un corpo nudo (o più corpi) investito dal senso di inadeguatezza, dall’urgenza; lo stordimento, che prima o poi passerà, ci lascerà traumatizzati, ammesso che sopravviviamo, e da quel trauma magari riprenderemo a costruire una cultura antropocentrica con le dipendenze e consorterie che ne derivano. Ma potremmo fare diversamente? Ripensiamo alla zecca di Deleuze, alla sua agentività come zecca. Per noi dovrebbe essere differente? Certo, lo stupore iniziale è scioccante, come picchiare forte in macchina: è lo sgomento dei militari che alla fine lanciano l’atomica sui marziani, e l’atomica ai marziani fa come il nonno alla nonna. Cosa sconfigge i marziani? - dove per marziani s’intenda metaforicamente una condizione di diffusa ostilità percepita - Il raffreddore (almeno nella geniale e ancora attuale visione di Wells). I microorganismi da cui deriviamo, che ci compongono, che ci coabitano, che ci permettono di digerire, di pensare, o che possono ucciderci senza malanimo alcuno. Equanimi. 

In ogni modo, non sarà giocando a palla avvelenata con il “paradigma” che troveremo i paradigmi: siamo sincronici e incatenati agli eventi in continuo divenire di cui facciamo parte e per i quali non siamo preparati; non abbiamo, né possiamo avere una visione long term, visione di gioco, perché la caligine del teatrino in fiamme ci avvolge e sonnecchiamo intontiti dal monossido, sognando che tutto infine resti com’è, una rappresentazione, che il Titanic resti come eternamente in sospeso fra lo

stare a galla e l’affondare e ci incistiamo in una sacca dì sospensione temporale, una bolla democristiana, di moderazione, come nelle malattie croniche stabilizzate in un plateau indefinibile, un’eternità effimera, confortevole, fino al successivo cedimento, un’orbita dì parcheggio, la caduta senza impatto; la saturazione cola a picco, non solo gli ignoranti impenitenti, non solo chi ha ignorato coscientemente Cassandra (i superstiziosi) o Laocoonte (i soliti che sghignazzano); paradossalmente dunque non stiamo assistendo ad una tragedia come rappresentazione o catarsi, perché ne ignoriamo deliberatamente la sua realtà come dato fattuale e sfuggente; è come se fossimo privi di un senso in grado di percepirla (gli antichi avevano i veggenti per tale scopo) siamo incapaci di formulare in corsa (in fuga?) una ritrattazione in tempo reale del contratto sociale e biologico - ci sono delle teorie, ma sono pezzi di lego sparpagliati sul tavolo, ancora da assemblare - sono i giocattoli sgangherati di cui parla Morton con cui però nessuno gioca – inadeguatezza, anche rispetto a ciò che si è creato, alle macchine ultraveloci, nelle quali abbiamo introiettato il nostro sogno irrealizzabile della velocità di adattamento, di trasformazione, di evoluzione o emendamento, quando biologicamente siamo gli stessi da circa trecentomila anni; di questi, abbiamo trascorso gli ultimi dodicimila, a dire agli altri cosa fare, grotteschi, mossi da qualche appetito triviale, una specie che diventa stanziale per ubriacarsi; qualche rinforzo negativo ci ha condotto verso / impedito l’estinzione più volte rasentata. Non possiamo, né potremmo ora avere profeti o sciamani perché anche questi sarebbero “attori” accecati dal presente, tramortiti dal monossido; dubito, da sostenitore, che la tardiva chiamata in gioco della psichedelia, possa squarciare le massicce fibrosità del conformismo accademico, della spocchia autoreferenziale, ora che le pareti della bolla si sono inspessite. Forse soffocheremo in essa e il teatrino cui assistiamo è solo una suggestione proiettata sulla superficie interna della bolla, come in un visore VR; tutte le strategie, anche le più promettenti, s’impantanano nell’hype - quando godono di un fugace clamore - oppure sfioriscono; altri si rifugiano nella retromania e i nostri immaginari sono manipolati da showrunner, che percorrono la "scia chimica" della massimizzazione dei profitti. Prendendo atto di tutto questo, della nostra scarsa confidenza con la morte e la malattia (la prima che non è mai annichilazione, la seconda che può rivelarsi opportunità) il primo passo da compiere è, a mio modesto parere, quello di riconoscere la nostra inadeguatezza: non come atto di contrizione. Non è un mea culpa. Sylvia Plath lo ha fatto con discreti risultati: il suicidio dei visionari è incidentale, la follia indispensabile o tuttavia inevitabile; molti che hanno detto qualcosa di sensato erano pazzi, molti si sono ammazzati o sono morti prematuramente: non formalizziamoci sui destini del vettore virale. Nessuno si era mai posto finora il problema della rispettabilità, o della credibilità come oggi la intendiamo, a stringere ulteriormente la bolla, fino a farla diventare un sacco di plastica in testa: che qualcuno speri in un orgasmo da soffocamento?  Ah, quelle gratificanti pulsioni anaerobiche delle vite primeve, il revival di un brivido procariota! Direi di essermi dilungato sin troppo. Calcio anch’io la palla fuorigioco a questo punto, ma prima ci scrivo sopra “inadeguatezza”. Qualcuno la raccoglierà o la prenderà in testa e mi manderà affanculo: intanto il primo paradigma che propongo è questo. Non è dato sapere se ciò produrrà sviluppi salvifici per la specie o il pianeta, o sarà l’ennesima puzzetta letteraria che va a incrementare gas serra, ma ciò è irrilevante. 


sabato 13 novembre 2021

Dune o altrimenti Cyclonopedia

Negarestani nel suo "Cyclonopedia" di recente tradotto in italiano, offre una serie notevole di spunti e fra questi due in particolare mi sono rimasti impressi: il declino infinito ed il deserto

Il filosofo iraniano riconduce questi concetti principalmente al Medio Oriente, inteso non solo come territorio in senso geografico o come spazio e stratificazione di civiltà, culla del modello stanziale e agrilogistico, ma anche come un'entità senziente attraversata da una concentrazione sotterranea straordinaria di forze petrotelluriche: il Medio Oriente è il nostro Arrakis ed esattamente come Arrakis, il suo cuore è un deserto, distesa arida, secchezza delle fauci e allucinazione da sete petrolifera insaziabile, piazza di spaccio dove le civiltà post-coloniali e tecnocapitaliste si attestano a rota, nella loro cieca dipendenza energetica incontrollabile, alimentando tutti i conflitti recenti e in corso, i travagli dei popoli che lo abitano, attraendo nuove generazioni di giovani combattenti stranieri (foreign fighters) disposti a tutto, persino a consacrarsi all'oscurantismo integralista e al martirio, pur di sfuggire all'incubo annichilente di un occidente tossico e in cui sono cresciuti da emarginati: molti di loro infatti sono europei che hanno "radicalizzato", talvolta durante l'esperienza carceraria, che magari prima non erano neppure credenti. Un percorso simile a quello di Malcolm X, in un contesto e con esiti differenti, documentato in numerosi studi sul fenomeno della radicalizzazione in Europa; in un certo senso ricordano i Fremen, per il rigore, l'abnegazione, la spiritualità belligerante, ma di Dune parlerò fra un attimo.

Partiamo dal declino infinito, circolarità e cold turkey, attesa in dolente astinenza, che richiama il concetto di orbita, la “caduta infinita” senza impatto: un “delicato equilibrio” – sempre citando Dune. Affolliamo una civiltà in orbita degradante e si avvicina il tempo in cui si spezzerà il filo esilissimo che ci mantiene sospesi fra le forze in gioco: l'attrazione gravitazionale, la spinta centrifuga a smarrirsi nel cosmo o precipitare e ardere in una rapida fiammata appena raggiunta l’atmosfera, i suoi strati via via più densi che ne disperderanno le ceneri, senza che rimanga nulla di rilevante. Incenerimento istantaneo, dopo una lunga agonia e tossicodipendenza globale per la quale non paiono esistere volontà o terapia di disintossicazione: c'è una pistola captiva puntata sulla fronte dell'ignaro mammifero agonizzante che nei suoi deliri di moribondo, rinnova la vieta fissazione di essere fotocopia conforme di Dio. 

Consideriamo anche le molte altre entità, oggetti ed iperoggetti, come li definirebbe Morton, risucchiate dalla medesima dinamica orbitale trascinando seco iposoggettività critiche ed entità non umane, di cui l’umanità è – come ci ricorda Braibanti – suo malgrado un segmento: nella fase di megalomania umanista, tipica di tutte le fasi iniziali di esaltazione narcotica, abbiamo creduto di non esserne parte, nonostante le larghissime esibite miserie che si generavano accanto all'accumulo di ricchezza; siamo parte di un groviglio di orbite basse, degradanti ad libitum. Quanto durerà l'infinito? (che è solo percezione o paranoia di infinito nella rota) Difficile a dirsi: qualcuno sostiene fino al 2050, nella forma in cui lo conosciamo adesso, ma è dal Grande Evento Ossidativo che la vita crea sconquasso, nella placida desolazione dell’Inorganico, e anche contro sé stessa; che genera nuove e lascia decadere vecchie orbite, come il cuoco pasticcione che mette troppo cibo al fuoco e fra i vapori, annebbiato, si assopisce e sogna la ricetta perfetta che non esiste, mentre mezze pietanze bruciano in padella. Tutto ciò che è vivo è protagonista di rivoluzioni e catastrofi, ne racchiude il movente fin dal suo primissimo discostarsi dalla materia inerte. 

La vita vegetale, come la descrive Coccia, riconfigurò il pianeta dacché emerse dagli oceani; la sua negoziazione infinita con il regno dei funghi, descritta da Sheldrake, creò le complesse micorizze arbuscolari e altri network fra regni diversi (vertebrati, invertebrati, microbi ecc…) in regimi variabili di cooperazione e competizione; la recente creazione attorno alle "domus" neolitiche, di campi di attrazioni multispecie, che descrive Scott, ricalca lo stesso schema: qui si innescarono contemporaneamente sia i primi processi di domesticazione, simbiosi e stock, che attrassero commensali — non invitati — attirati dall'abbondanza della risorsa facile, sia le prime zoonosi, i salti di specie, il parassitismo, le epidemie. Totale furia vitalista: inestricabili spinte alla conservazione e all'adattamento, la lotta contro l'entropia che crea entropia, come aree cicloniche dove si scontrano correnti fredde e calde generando uragani.

Quando Elon Musk – organismo vivente mosso da quella stessa furia vitalista insopprimibile– punta a Marte, punta a un futuro già scritto nella narrativa fantastica — così sono nati i miti? – Herbert non solo creò un mondo infinitamente più sfuggente e attuale di quelli prodotti in altre saghe titolate (penso a Tolkien) ma anche una prodigiosa profezia che si autoavvera, capace di suggestionare figure notevoli del panorama culturale internazionale, in primis Jodorowsky che impalcò un progettone che fallì sul nascere, le cui sole premesse hanno condizionato la fantascienza da quel momento in avanti; il sontuoso prontuario di quel kolossal mai realizzato – dove l'imperatore dell'Universo avrebbe dovuto essere interpretato da Salvador Dalì – scatenò alcune delle più potenti visioni di Lynch e, dall'incompiuta magnificenza (per questioni di budget) del Dune lynchano, si è sviluppata una linea di contagio che è arrivata ad investire oggi l’impavido – il folle? il masochista?– Villeneuve, spericolato come i suoi omonimi piloti, nel riprendere, rigenerare miti monolitici – come Blade Runner –  senza tuttavia, nel caso del nuovo Dune (che comunque mi è piaciuto moltissimo) riuscire a prodursi nemmeno lontanamente nelle visioni weird di David Lynch, l'unico capace di inoculare manie stranianti e tic nei suoi figuranti, delineare le gioie sadiche del Barone, dei suoi accoliti e dei suoi psicotici nipoti, in un impero neofeudale a diecimila anni da adesso, dove una sorta di multinazionale intergalattica, la Gilda, si permette senza troppi salamelecchi di dire all’imperatore dell'Universo “Taci! O passerai il resto della tua vita in un amplificatore di dolore”; non si tratta di dettagli di poco conto, in queste visioni è lo stacco fertile fra spettatore e opera, che permette la poiesis futurale, la fascinazione e la credibilità di mondi immaginari retti da leggi diverse e atavici, identici appetiti, che solo tramite lo straniamento costituito dai costumi, le scenografie, la gestualità, le azioni, il modo di parlare dei personaggi che lo incarnano, prendono vita. Ritengo che Villeneuve abbia trovato il "lavoro fatto" e per sottrazione ed espansione (il nuovo Dune è diviso in due capitoli) si è mosso in una poetica potente ma derivativa.

Tornando ad Arrakis, mi sono convinto, in virtù di una sincronicità del tutto casuale (l'aver veduto il remake di Villeneuve poco dopo aver finito di leggere l'opera di Negarestani), che sarebbe una buona cosa rileggere e/o rivedere Dune, prima o durante l’approccio al fantasmagorico Cyclonopedia: e veniamo così al secondo concetto (fra i molti: non mi addentro nelle complesse questioni numerologiche) il deserto.

Esso ci attende, prodotto finale della vita, lo spazio zero dove si formano nuove civiltà orizzontali, che demolisce idoli e occulta nel sottosuolo il cadavere oleoso del Sole di Bataille; l’acqua della vita di Arrakis è il petrolio terrestre alla rovescia: l'una è secrezione della larva del verme delle sabbie che si nutre di spezia (vita, origine), l'altro sedimentazione di cadaveri primordiali trasformatisi in idrocarburi, dopo essere stati a loro volta dissipatori termici, trasformatori dell'urlo solare da principio raccolto e trasformato dalle piante, poi dagli erbivori e infine dai predatori (morte, fine); alfa e omega trovano un grembo sotto il deserto. In Dune erano le grandi cavità colme d'acqua "milioni di decalitri". 

L'ibridazione definitiva fra organico e inorganico, fra magico e concreto, fra psichedelico e ordinario, fra vita e morte che si inseguono vermicolari in serie labirintiche di pieni e vuoti; fra lo zero immenso e l’uno monoteista delle religioni abramitiche in conflitto; nel deserto, nella sua grana pulviscolare, si erode ogni residuale dimorfismo, le idee binarie di maschio-femmina, buono-cattivo, bello-brutto, amicus-hostis, ecc… che da un lato ci semplificano la vita, quanto ci affannano nei confronti della complessità irrisolta di tutto ciò che sfugge alla catalogazione bipolare.

Nel naufragio della dicotomia, o meglio del focus strumentale sulle polarizzazioni, dimentico dell’infinito gradient fra di esse, riaffiora l'idea di declino permanente nella concretezza/impalpabilità delle polveri, camuffamento definitivo e ultimo segnale percepibile del ritrarsi ai nostri sensi dell'iperoggetto, sia esso fantastico o fattuale; nella sabbia di Arrakis la spezia, sfuggente e preziosa, nutrimento di Shai-ulud che naviga sotto il livello delle sabbie; la bamba-motore finanziario-status symbol che si cela nei laboratori mimetizzati nelle foreste boliviane; le nubi di cenere vulcanica che impressionarono Ruskin e Turner in quegli anni senza estate che funestarono il pianeta nel suo Early Antropocene nel XIX secolo; la Nebulosità di Bridle, esemplificata nelle formule governative che "non affermano, né possono smentire" nel data overflow non più umanamente elaborabile; il kipple (la palta, la polvere) di Philip Dick, “le ceneri di questo pianeta” del best seller di Thacker… la viscosità dell'iperoggetto che si ritrae, inaridisce e anziché invischiarci come insetti nella resina, rampolla pulviscolare disorientandoci dai tempi del Dust Bowl de "L'urlo e il Furore" di Faulkner, fino alle tempeste di polvere in "Interstellar" di Nolan. A noi non resta che la fuga, strizzare gli occhi, guadagnare confusi uno sperone roccioso, un riparo, un anfratto.

Finita la tempesta, il deserto ci lascia, come in certe cure palliative, la liberazione di percepire nitidamente un termine ultimo e indifferibile, un finale chiuso che retrocronicamente offre n possibilità di essere perseguito, sognando di aver percorso carovaniere desuete e sostato presso oasi e insediamenti di inaspettata prosperità dove furono intessute forme eusociali e politiche che non replicarono il contratto fraudolento fra primati infidi e feroci abbandonati alle loro fobie; non necessariamente la democrazia come ci è stata propinata, ormai alle corde; ma tutto questo è già non-accadutoe allora cosa fare? 

Come dice la Abramovic “process is more important than the result”, perciò cosa contano il passato e il futuro? Altre dicotomie sfinite: la nostra utopia di tossici è in una diversa linea temporale, nel multiverso, nelle fantasie di uno scrittore che forse intercetta e trascrive cronache di un altrove insondabile dai tempi dell'Interzona; o nell'incompiuto capolavoro pasoliniano, che si intitola appunto "Petrolio".

Nell'azzeramento desertico è il punto di contatto\collasso dei multiversi, si azzera il tempo, i confini perdono significato; il declino diventa infinito perché rallenta il suo moto circolare e riprende corpo l'attesa messianica, superata la soglia del dolore, trepidante perché è il sentire di disillusi e astinenti senza scampo, svuotata di cerimoniali, tesa e immobile; scaramantica perché guardinga e solo i piccoli segni, come indossare correttamente una tuta fremen senza averlo mai fatto, acquistano rilevanza. Il deserto è il luogo dell'iperstizione, la tana dell'iperoggetto, la coperta ondulata, morbida e ostile sotto la quale sappiamo esservi acquattata la verità.

Mi appresto a concludere, ricordando un’altra pellicola iperstizionale degli anni Novanta del secolo scorso, dove queste tematiche vengono anticipate e si riannodano nel contesto della banlieu parigina: “l’Odio” di Mathieu Kassovitz. Il leit motiv del film “Fin qui tutto bene: il problema non è la caduta, ma l’impatto”  riecheggia il declino infinito di Negarestani.

Altre attese si accalcano sul punto zero: Elon Musk che colonizza Arrakis/Marte portandovi un’ordine cleoniano, con lo stesso stile impeccabile ma anodino che hanno le sue vetture; la fuga tragica e demenziale a bordo di una gigantesca cosmonave da crociera, come in Aniara; fusione nucleare + ego dissolution in una botta sola e letale di speedball; acidissima e aristocratica, sua santità la Singolarità bonaria o in altre parole l’umanità che partorisce il suo Dio?

Come Pardot Keynes, l'ecologo imperiale, osservo ed elenco alcuni dei molti declini, dei molti immaginari, il loro intrecciarsi e confliggere e sento montare su tutto la paura di impazzire, la paura del dolore. La paura che uccide la mente, si ripete come un mantra Paul Atreides, addestrato da sua madre, Lady Jessica – appartenente alla sorellanza Bene-Gesserit – a padroneggiare la più antica e potente delle armi, la Voce, violando il patto con la sorellanza, e come si sa, solo attraverso la violazione del sacro precetto innesca il cambiamento. Le grandi saghe elaborate sul finire della civiltà sanno guardare al principio con la stessa intensità delle epopee primigenie, come lo sguardo di un morente che ripercorre si dice, tutta la vita prima di spirare: una parola detta o non detta, può sollevarci o distruggerci, pur non essendo nulla, nulla di fisicamente rilevante, se non vibrazioni che si muovono nell'aria. La scatola del dolore dove la Reverenda Madre Gaius Helen Mohiam, invita l’ancor immaturo Paul Atreides ad infilare la mano, che egli sentirà ardere e scarnificarsi senza poterla ritrarre minacciato dal gom jabbar, non contiene nulla in realtà, e la estrarrà intonsa. Solo la voce ci condiziona, ci minaccia, ci domestica; ed è sempre una voce a guidarci nella tempesta, nelle nebbie, una voce sconosciuta.