mercoledì 27 febbraio 2019

I nostri figli sono cani che imparano a parlare




Il testo che segue è il mio personale contributo e riflessione sulla poesia, a seguito della mia partecipazione a Mitilanza evento sulla poesia tenutosi a La Spezia precisamente 2 anni fa. 
Colgo l'occasione per ringraziare gli organizzatori ed in particolare Alfonso Pierro per avermi invitato.



Language is a virus, dicevan quelli bravi; la poesia è lo stadio terminale di questa malattia del linguaggio e, contemporaneamente, la condizione di indebolimento del sistema immunitario necessaria a che il linguaggio c’infettò agli albori della coscienza. La poesia infetta tutti, anche chi pensa di esserne immune. La poesia accade prima e dopo il linguaggio; è pre, è post ma soprattutto è TRANS. Non più concatenazione di fonemi o grafemi: essa si raccoglie nella totalità del trascrittoma, che esiste in quanto totalità della trasmissione, esiste come insieme; insensato atomizzarlo. È l’espressione compiuta del transito continuo dall’orale allo scritto, al visivo. Non esiste a mio avviso, una dicotomia fra oralità e scritto poetico. Non esiste un primato dell’oralità se non in senso temporale: prima di tracciare il segno, la bestia umana caccia il verso. 

Saranno i prodromi della schizofrenia, ma nella mia personale esperienza, la poesia mi arriva per dettatura; una voce suggerisce nella mente quello che dirò \ scriverò; accade aldilà del mio controllo. E, all’inverso, non esistono a mio avviso, “scritti silenziosi” - ogni scritto risuona di una sua voce nella mente. Se non esistesse questa sonorità latente dello scritto, non esisterebbero l’onomatopea del fumetto, la pop art, la poesia visiva; nella tipografia, font diversi, diverse impostazioni e collocazioni creano nuove sonorità. Il grassetto maiuscolo fa la voce grossa, afferma e sentenzia; il corsivo si stiracchia e blandisce, lezioso, saputello; il plain ci parla senza scomporsi come un medico funesto o un verbale; può tradire emozioni trattenute. Può essere una partitura, ma la partitura comporta una convenzione condivisa di segni:  è la mia, la tua, la sua partitura, è quella parola che hai scritto male, di fretta, ormai illeggibile, indecifrabile che conserva uno stato di coscienza intatto e irrecuperabile. (calligrafia cinese )

La poesia è il resoconto di stati di coscienza ignoti; la parola è una sonda, come la Voyager che ormai ha superato l’eliosfera e cade nella spazio ignoto; lancia un debole segnale alle nostre parabole ansiose; siamo grossi teli di nylon che raccolgono poche stille di rugiada nel deserto.

Se è pur vero che lo scritto è innanzitutto un fatto di potere (Levi-Strauss*) esiste inevitabilmente una vertigine dell’immateriale che non è horror vacui; è la vertigine che s’ingenera quando quella voce che ci parla incessantemente tace, dilegua o si smarrisce; in realtà  essa emerge e poi torna sotto a respirare abissi e germinare come seme: abbiamo una necessità pusillanime, che a tratti intenerisce se non facesse rabbia, di dare supporto fisico ai nostri pensieri: da questo timore si genera un fatto rivoluzionario: lo scritto, da strumento di potere viene trasformato in strumento di libertà, in un'ambivalenza che è quella del sesso (Trilogia della Vita, Trilogia della Morte, Pasolini ) 

Trasformare il pensiero-voce in oggetti tangibili, incidere le parole, nella terracotta, nel microsolco, nell’algoritmo. Che sia questo antico stigma sacrale e dittatoriale dello Scripta che infastidisce il poeta orale? O abbiamo paura forse della reinterpretazione? Della storpiatura, benefica o maligna che sia, della trasmissione orale? Veneriamo adesso i “supporti” come idoli nuovi e feticci di voci estinte (anche se siamo vivi si estingue il nostro passato, la nostra voce trascorsa.) Sguazziamo nel collezionismo. Il Verbo è un flusso poetico continuo, incessante, un fiume con ampi tratti sotterranei, dublinesi riverrun o sanremesi fiumi di parole; solo il mercato è riuscito a tanto, nello spot continuo, rutilante, perennemente esposto delle merci. Alla poesia ancora il (f)lusso di tacere. Come necessità generatrice, mai come autocensura.  Attendiamo che i cani imparino a parlare (già sanno scrivere)

Poi, alla rinfusa:
- l’appostamento del Viet Cong o meglio:
- il lavoro di documentarista: paziente attesa, snervante attesa, riprendere il più fedelmente possibile il flusso di pensieri, assistere alla nascita della parola, come si assiste alla nascita di un vulcano: il magma che affiora alla superficie. Talvolta indurre la creazione con esiti inattesi o disastrosi.
-il maldestro lavoro speleologico, l'esplorazione di regioni della coscienza abbandonate, o poco frequentate. Talvolta inesplorate. Ma questo attiene al coraggio e alla fortuna di pochi. Perdersi nelle grotte e lì sotto perire, anche. 
- la schizofrenia controllata di chi sente voci e parole che inaspettatamente si manifestano alla coscienza, fuori dai sogni e dalle loro sedi di produzione incontrollata - perdite e sfiati - schizzi da giunture consumate dallo scorrere, dalla pressione crescente - il loro ritmo interno come di organismi compiuti che esistono aldilà della nostra vanità, capacità e rapidità nel coglierli. Esistono talvolta solo per scomparire, come elementi instabili che compaiono per un istante nel sincrotrone.
eh sì, fare il poeta non è dissimile dal fare il fisico nucleare: altro che cabarettino! Siamo hacker, non animatori. Possiamo essere comici, persino ridicoli, ma non siamo buffoni e prezzolati. Siamo qui a ricordare all’umanità la sua natura sconfinata e poliedrica: se volete metterla in burletta, far le capriole, piccole acrobazie e giochetti di prestigio, fate pure, perchè comunque vada siete poeti. Potere indorare la pillola come vi pare. Siamo poeti e le gente se ne accorge comunque. 
Si va a toccare sempre il sistema profondo della coscienza, e anche limitandoci ad osservarlo, lo alteriamo con esiti imprevedibili.
Sicuramente c’è molto del sogno e questo ce lo fa apparire innocuo, ma fate un attimo a mente, il conto dei suicidi fra i poeti; non è un fatto romantico: il sogno è proprio la materia prima liminale, quella terra di nessuno fra la vita cosciente quella vegetale e infine inorganica. In quella terra libera e insidiosa nasce la poesia. 


“Un indigeno ancora all’età della pietra aveva indovinato che quel grande mezzo di comprensione (la scrittura n.d.a.) pur non potendo comprenderlo, poteva almeno servire per altri fini… bisogna ammettere che la funzione primaria della comunicazione scritta è facilitare l’asservimento. L’impiego della scrittura a fini disinteressati, in vista di trarne soddisfazioni intellettuali ed estetiche, è un risultato secondario… il genio del loro capo, resosi subito conto di quanto la scrittura poteva aiutare il suo controllo, e avendo toccato così il fondamento dell’istituzione senza possederne l’uso, ispirava malgrado tutto l’ammirazione.” 

Tristi Tropici, Claude Lévi-Strauss pag 309-312

martedì 26 febbraio 2019

Interpretazioni

Ho il piacere di dar seguito, dopo questo lungo silenzio, alle iniziative di due cari amici e poeti \ performer che hanno utilizzato i miei scritti per una lettura beneaugurante e come testo di un brano musicale.

Andando con ordine: il sempre immenso Lorenzo Giuggioli da Milano che ha utilizzato la mia poesia (o quel che vi sembra possa essere) "Zucchero Spinato" come testo per un brano del progetto musicale Belzebubu. Il brano è contenuto nell'EP "Una Rotonda sul Male" di cui consiglio vivamente l'ascolto.




Il secondo contributo in ordine di tempo proviene da Alfonso Pierro, poeta e performer di La Spezia e consorziato Ass Cult Press per meriti acquisiti, il quale (addirittura) usa un testo, tratto sempre dalla raccolta "Zucchero Spinato", per il suo augurio di inizio anno.
Tardivamente ma gioiosamente condivido il link a questa fantastica interpretazione del nostro Alfonso. E lo ringrazio vivamente. Il brano in questione si chiama Epitalogo e lo potete ascoltare qui.


Enjoy!

lunedì 25 febbraio 2019

Si è compiuta la tristezza come la fanciullezza






Il fossile effimero
dei ricordi nitidi 
che 
solo la demenza 
arrotonda
e sbiadisce
fino a dileguare.

Eravamo minerali ambiziosi
brodaglie sfacciate,
amminoacidi con un fondo pensioni

Ci siamo paludati 
nelle carni
per sperimentare 
fame e desideri
che ci erano negati.

Ci siamo concessi 
il lusso sfrenato dello spirito, 
per negarci alla fame, ai desideri.

Siate anoressici, siate isterici!

L’unica certezza è il vettore.
La freccia che indica, sempre avanti.
Non si sa per dove.


***

Sadness has been accomplished like childhood


The ephemeral fossil
of sharp memories
that
only dementia
rounds
and fades
until it disappears.

We were ambitious minerals
cheeky slop,
amino acids with a pension fund

We have wraped ourselves
into the flesh
to experiment
hunger and desires
that we were denied.

We gave ourselves
the unbridled luxury of the spirit,
to deny ourselves to hunger, to desires.

Be anorexic, be hysterical!

The only certainty is the vector.
The arrow that indicates, always ahead.

It is not known for where.

mercoledì 20 febbraio 2019

1,2,3 Prova…




Scrivere un blog è un attività abbastanza inutile; salvo documentare la propria insipienza per un futuro catatonico dove tutto sembra scivolare inesorabilmente. Lo scrivere sta passando da attività delle élite accreditate, che hanno fatto sfoggio di forbita insulsaggine per secoli, a esercizio di intelligenze o per meglio dire, demenze artificiali.

Nell'abisso social, cui mi fregio di non appartenere, non più di quanto già mi tocchi condividere un similare corredo genetico con la mia specie, oltre ai trollatori, agli influenzatori, ai sempre fertili propagatori delle loro non richieste opinioni, compaiono (ancor timidamente) le demenze artificiali.
La capostipite di queste, leggo, lasciata a ruota libera su twitter, prese a insultare e dare in sproloqui nazistoidi \ razzisti appena attivata.

Perché la nuova intelligenza che abbiamo creato, è una simulazione di un modello che per funzionare bene richiede coscienza di sé e, per quanto sia sopravvalutata la coscienza, essa è ancora non assoggettabile all'algoritmo sovrano (forse).
Perciò la nuova intelligenza simula la vecchia demenza di sempre, ne asseconda i deliri e i vaneggiamenti, le paure, gli spasmi, infine le scoregge che tuonano minacciose nel web, nei palazzi del potere, nella sempre rutila televisione.

Come il volo artificiale fu realizzato non per pedissequa imitazione dello sbattere d'ali, ma per felice scoperta del concetto di superficie portante, l'intelligenza artificiale per ora non decolla e non ha trovato la sua "superficie portante"; sbatacchia le ali in sobbalzi come quelle ridicole macchine volanti del primo novecento. Ma non per questo è innocua.

Innanzitutto l'assenza di una auto-consapevolezza può essere un vantaggio; fino a che punto del resto noi umani siamo così consapevoli del nostro agire? Essa agirà l'incubo delle intenzioni, porterà a fondo il suo incarico, con quella ottusità ingegnosa dei faccendieri, dei galoppini, alla Eichmann.
Eseguirà i suoi ordini, incolpevole perché incosciente e non vivente.
Si tratterà di infamare qualcuno o qualcosa? Di pilotare l'opinione pubblica? Una votazione? Promuovere o affondare un brand? Lo farà lei al posto nostro.
Nella sua evoluzione ottusa dove potrà arrivare? Abbiamo del resto come specie abdicato al concetto di responsabilità, alla necessità  primaria di impartire un insegnamento, ancorché discutibile, rinunciato a dare una disciplina persino ai nostri figli, in nome di una libertà che ha più l'aspetto e l'odore del désengagement.
Proviamo però il nuovo caos con scarso convincimento e quello che ci frega, oggi come allora, è la Paura. Sola igiene del mondo.

Enjoy