giovedì 29 dicembre 2016

Ich bin ein Österreicher





(ovvero i buoni propositi per l'anno nuovo che andranno a farsi benedire)


Un paese non è un’azienda. 
O meglio: non dovrebbe essere soltanto una macchina per creare profitti, per distribuire salari, per formare classi di privilegiati e di servi; di ottimi e mediocri, di benestanti e precari;  un paese può essere una Famiglia, quindi anche un luogo d’intrapresa economica, perchè ci sono risorse da gestire, c’è il pane quotidiano e anche quello del domani, ma non si riduce alla sola economia una famiglia: la famiglia è fatta di più ampie condivisioni, di legami, di affetti, di turbamenti, di contrasti, di parole e di intenzioni. 

Una famiglia non può nemmeno permettersi di essere selettiva, efficiente e meritocratica, perchè nessuno può esser lasciato indietro e si prende quel che viene; il figliol prodigo, la testa di cazzo, il tontolone, il sognatore, l’ingenuo, la pecora bianca e quella nera…  

Non vince e non perde nessuno in famiglia, perchè se qualcuno affonda, tutta la famiglia soffre: non può nemmeno permettersi il lusso della schadenfreude che è oggi largamente praticato.  Non è l’efficienza il parametro giusto, ma la Cura. 

Quando una famiglia designa il proprio leader, non sceglierà mai un livoroso, un instabile, un fomentatore di odio, uno spaccone, uno che passa le giornate a mandare affanculo tutti. Sceglierà possibilmente, una persona saggia, affidabile, ponderata nei suoi giudizi, che pensi al bene della famiglia, non al proprio lustro. Non sceglierà persone che inveiscono contro tutto e tutti cavalcando la rabbia e promuovendo linciaggi; non sceglierà nemmeno chi ostenta sicurezza e sbrigativamente cerca di raggiungere obiettivi ambiziosi cercando di convincerti con la parlantina lesta del piazzista. 

Non sceglierà chi lavora per favorire interessi estranei alla famiglia, o ad essa apertamente ostili.  Ecco la novità non nuova, che davamo per scontata, ecco la scelta davvero difficile: si sceglierà, d’ora in poi chi lavora per il popolo, per il suo benessere, per la stabilità e la serenità delle famiglie che compongono il "popolo \ famiglia" stesso; si sceglierà chi è tollerante, disposto ad ascoltare, chi è risoluto senza essere prepotente ma soltanto autorevole. 


I nostri bravi capoccioni ancora non si sono resi conto di questo e continuano a proporci figure inattendibili, datate e irritanti, suggerite dai soliti esperti phonati e arroganti, col nodo della cravatta grosso e stretto, che poco sangue lascia affluire al cervello; e che ideone hanno gli esperti: alternanza fra cariatidi e opache eminenze che da ere geologiche stratificano l’emiciclo e guitti dalla parlantina svelta tipo dj radiofonici anni ottanta; e ancora, gli indignati che quotidianamente costruiscono sull’aggressione contro i più svariati obiettivi la loro visibilità politica; tutti questi hanno un unico comun denominatore: l’inautenticità.
Gente che prova ad essere qualcosa, che s’immedesima, che non potrà mai "essere".

Non ci interessano più. Spiegateglielo per cortesia.
Cerchiamo persone semplici adesso, persone intelligenti, che abbiano dedizione per la gente, che la sappiano ascoltare e proteggere, senza paternalismi, senza diventare mummie istituzionali o rockstar. Persone mature che si prendano cura del paese. Adulti.


PS: un adulto non disdegna il gioco certo, ma nella “polimica” italiana si abusa spesso di questa metafora ludica. Le "regole del gioco", chi vince e chi perde. Questi signori devono rendersi conto che la responsabilità di rappresentare un popolo non è un gioco, men che meno d’azzardo. Cerchiamo adulti responsabili; i ragazzini smaniosi di fare, i vecchi avidi di potere arroccati sui lor scranni, e i vaffanculisti non ci porteranno da nessuna parte. 
Pensate all’Austria!

Un paese non è un’azienda, non è una sala slot nè un castello arroccato sulla cima del monte. Un paese è il posto delle relazioni, dove accade la vita.



…in effetti, come non pensare all'Austria per Capodanno? 


mercoledì 28 settembre 2016

Sedazione








La civiltà è l’immensa sedazione
le chiese e poi la Roba
piccolo schermo e grande fresco
la voce che poggia, di diaframma
quella che dalla buca 
sibila il suggerimento

m’intrattiene al 
posto mollusco
da succhiare
& risucchiare

ogni danza, gioco, vertigine, parola
per la creazione della veste e del pudore
scolora la decorazione 
che mi disegnai addosso;
in cambio vengo griffato
simboli di appartenenza
e marchi registratori,
avvilita esposizione 
sul corpo nascosto,
da esibire in grotteschi 
rituali privati di canonico erotismo
o sulle spiagge, 
dove al prossimo nostro
ci si confonde un po' sudati

solo occhi 
emergono dal fango dei costumi,
puntano come mirini
discriminano, imperterriti
analizzano
stringono
concludono

era iniziata per dare rifugio ed è diventata galera;
era partita bene:  tracciava sentieri e alfabeti
poi ha scavato fosse comuni e formulato sentenze

Pazzi nuovi, affilati e retti
senza pietà nè coscienza
senza gioia
gentilissimi, sclerati 
creatori di Dei
di sostanze subdole
venditori di slot machines
contasoldi e bari 
disegnatori di spazzatura 
di cubicoli, di urne e stracci
rispettabilissimi, 
guai a dirne male!

All’azzardo di massa &
al puttanaio segreto
moralista, malata d’AIDS
terminale che redige
dimenticabili & lacrimogeni 
bestseller

contempla dispositivi, 
barre di caricamento
in attesa del segnale, in cerca di campo
in cerca di una 
presa vuota


si è generata
la solitudine nuova, 
di entità sempre connesse e disponibili
quanto scollegate e indolenti

nella pluralità promessa
nella diversità e nel diritto,

siamo finiti a spolverare 
oscurantismi antichi
la vecchia lotta fra
chi si crede libero e 
chi si crede strumento di dio

fatale accostamento di
medioevo e fibre ottiche

Finisce la civiltà delle persone & delle comunità
degli scettici paralizzati, dei creazionisti
dei puttani, degli arrivisti, dei decrescitori, 
degli adepti della scia chimica,
dei mangiacarote e degli sterminatori di bestie
la scienza si è fatta dogma
la libertà, impedimento
e dio è resuscitato

chi vorrebbe continuare a votare
tentare rivoluzioni pigre
per cadere disarticolato 
sulle gambe malferme
schiamazzando nelle piazze 
guardato come un fantasma?

solo occhi, increduli
ben disposti all’inganno

il pensiero si contrae
diventa un buco nero
la coscienza finalmente 
scompare.

Inizia la sedazione nuova
più consona all’economia 
contemporanea
per la quale
basterà esistere
al limite dell’organico
respirare 
contare alla rovescia 
i battiti del cuore
che ci separano dallo spegnimento
o un provvidenziale accidente

la valigia vuota, accanto ai panni ripiegati con cura
e nel mezzo, nudo 
sorride il sant’uomo
di domani.

mercoledì 14 settembre 2016

Canti sul termine dell'estate




« - Siete Norma Desmond, sì!, la famosa attrice del muto. Eravate grande!
- Io sono sempre grande, è il cinema che è diventato piccolo! »
(Joe Gillis e Norma Desmond in un dialogo del film “Viale del Tramonto”)

The west is the best - Jim Morrison 



Prima dell’autunno
una fiacca primavera;
rinverdiscono 
senza entusiasmo
gli sterpi gialli
sbocciano fiori tardivi
turisti di settembre
che si consolano 
dicendo
“c’è meno confusione,
c’è meno gente
…le giornate sono più corte
ma è ancora caldo…”
da sotto il telo colorato
bucano la schiena i ciottoli 
portati dalle mareggiate,
rimpianto
per quella gioia giovanile
che non era nulla di eccezionale
ma era di luglio
e indossato il costume da bara
ci tuffiamo nella quiete scintillante
rossa e gialla
del termine dell’estate
del giorno
del tramonto
del Grande Occidente
della domenica sera
è ancora caldo
e le cicale 
hanno smesso 
di cantare.

Dalla valle si alza il vapore della cometa
la sua chioma gelida 
si è adagiata, senza precipitare
nella foresta secca;
non disseta la cometa
é di ghiaccio, secco anch’esso…

retaggio di mondi governati da
una fisica sovvertita
dove l’estate è gelida arida
è l’inverno rovente umido
di neve fiammeggiante
che brilla come oro
sopra montagne capovolte

australe surrealtà:

ora siamo rincoglioniti
per davvero:
giornate sempre più brevi
ci regalano l’euforia sbandata
di ragazzini prima del rientro a scuola
rimbalziamo come palline di un 
vecchio flipper
suoniamo come campanelli 
brilliamo a intermittenza
sul nostro fondale buio
dove accadono
la mafia
i terremoti
la fine della coscienza:

ci arriviamo tranquillamente a piedi
facciamo una passeggiata 
alla fine dell’estate,
a Punta Righini
dove sugli scogli
si sfascia la movida  
con l’oligarca russo
e spesso c’è puzza di bottino…
solo il mare 
la sua inerte contemplazione
come d’incendio blu liquefatto

ci arriviamo tranquillamente a piedi
nessuno ci carica su camion 
nessuno ci deporta o ci forza
non siamo costretti a migrare
a pagare scafisti…
scendiamo autonomi da basso
con quei vestiti marinareschi
quelle camicie di lino bianco
e gli infradito
con gli abiti leggeri e colorati
con la pelle salmastra e abbronzata
che sa di doccia recente
e di profumo da tre soldi:
stiamo sugli scogli
dove ci facevamo le canne da ragazzi
stiamo accovacciati e apatici
come i bambini
di Houses of the Holy
e nella mente dolcemente ottusa
risuona “the rain song”

no hay banda:
e nemmeno Michele 
con la sua chitarra
che schizoide suona tutto
per alcuni secondi
poi si rompe il cazzo

esiste solo il silenzio
racchiuso
nelle sciabordio delle onde

Su questo impasto
scende la notte 
con le stelle che pungono,
chiarori di città costiere disossate
temporali in lontananza sulle colline
come film muti di esplosioni 
e al rallentatore
si apre la custodia del corpo
e ne escono vecchi occhiali
dai naselli arrugginiti 
dal sudore
che segnavano le guance 
a sangue talvolta 
nella calura,
poi a tentoni, nel buio
ritorno in quel letto piccolo,
incassato fra il muro ed il cassettone
sotto la finestra
a casa della Fernanda.


le stelle premono, 
come chiodi di Castellani, una tela nera
il fischio del treno mercio lontano
le nottate di scirocco e quelle di libeccio 
e poi là sotto quel cumulo 
d’aghi di pino fradici
l’irricordabile infanzia, 
con le sue mutande celesti
i suoi sandalini di plastica
pieni di sudore e rena
scavata dalle tarme, piena di buchi
di voci senza faccia e facce senza voce

il granchio che spunta 
da sotto il cemento
per mangiare le briciole di focaccia
che cadevano

una stella marina 
mimetizzata sul fondo
inattesa

quel che resta
al termine dell’estate.


***  

Se io fossi un alieno
osserverei nascere la parola
dalla incertezze, come un errore
un fraintendimento
di quei graffi sulla corteccia
a contare bestiame e miserie
unghie lasciate sulla pietra
per distinguere un cammino difficile, da uno letale
la precisione disperata nel ritrarre ruminanti
in grotte buie e malsane
osserverei scarsi progressi
da quel passato lercio
se io fossi un alieno, osserverei

•••

Se ai bambini dessimo pistole vere
essi giocherebbero 

con la stessa convinzione
totalmente in parte
assorbiti
risucchiati

non bastano
questi soldatini di piombo
che agiscono con devozione
nei terzomondi e nei califfati

la coscienza incompiuta
del Male diventa nido

pigolio di rapaci piccoli
che sgomitano
precipitando fratelli
spelacchiati

non basta
la mano adulta 
che si insinua da sotto
ad animare un burattino

a spiegarmi della vita
l’esuberanza spietata e ridente

la fede di chi impara, abusata
non basta

se dessimo loro pistole vere
il crudo oggetto
senza alcun insegnamento
essi giocherebbero 

con la stessa convinzione
totalmente in parte
assorbiti
risucchiati
nel solito 

vecchio gioco.

giovedì 28 luglio 2016

Puruṣa पुरुष




« Da questo sacrificio, compiuto fino in fondo, / si raccolse latte cagliato misto a burro. / Da qui vennero le creature dell'aria, / gli animali della foresta e quelli del villaggio. // Da questo sacrificio, compiuto fino in fondo, / nacquero gli inni e le melodie; / da questo nacquero i diversi metri; / da questo nacquero le formule sacrificali. »

Ṛgveda X, 90, 8-9; citato in Raimon Panikkar, Op. cit., 2001, p. 101




con i cani 
sulla strada bianca
e un destino automatico, 
qualunque esso sia
la caduta, il malore,
la stanchezza, il calore
la conclusione indolore
molle agonia & duro conforto 

camminare 
discesa all’andata
& salita al ritorno, 
seguendo la
striscia bianca 
di pietre e ghiaia 
abbaglianti sotto il sole
appoggiata al fianco della montagna
orlo scucito
al panorama 

sentirsi deboli e inadatti
(deboli ma non teneri)
un unico organismo assetato
di poche parole
la lingua penzoloni
la maglia intrisa di sudore
continuare a marciare (non marcire)
per tornare alla macchina
sperare di farcela
il trailer di un attacco di panico
che non è stato girato 

completamente fuori allenamento
luglio è già stato una merda 
senza bisogno di aiuto-

i ruscelli asciugati
i cani hanno sete e caldo
temo per loro

ci fermiamo all’ombra
parliamo per un attimo:
occhi che s’incrociano
poi l’incitamento: 
la macchina è vicina!
torniamo a casa!

quanti pensieri sciocchi 
nella testa scolpita dal caldo:
il nordogging misto 
di nordic walking e dogging
da far con i cani al posto delle bacchette-

quante idiozie, quante idee insulse
quante amarezze, quanti rimpianti, 
e all’improvviso un vuoto 


dove risuona solo il respiro e
la paura di iperventilare
come al Monteisola la Cecilia,

di sentire le mani informicolirsi
e poi di nuovo il vuoto


solo l’assenza del balbettio 
insistente del cervello;
risiamo alla natura
il bosco emette mille voci
che s’intrecciano:
all’inizio, un brusio di sangue e insetti
le cicale, i grilli, i tafani 
che bevono il sudore 
e pungono le gambe
poi, dalla trama fitta
dei cinguettii, 
indistinti in un primo momento, diventano voci diverse
di un parlare di paese, come donne dalle finestre
domande e risposte intraducibili
totalmente comprensibili

poi, si staccano dallo sfondo sonoro le foglie
sfregate dal vento, dopo
immobili nel calore- 

nel silenzio ascolti odori e profumi
e in ultimo un rapace 
che sembra piangere
come un bambino
altissimo,
disegna un tondo nel cielo
un girotondo da solo
e tutto è fermo, di nuovo nulla
di nuovo 
così sorprendente.





karma bello d’allarme: 
allerti e allatti alla meglio, l’umano manipolo d’immani polli che a pullular in croci. Se vizi, eviri tu, birilli e bocce dal sottoscocca, e blackmerda acclami al tuo governo: 
Evviva dunque
la costante, l’incostante, e il costato trafitto dalla longilinea lancia. 
Evviva dunque
l’aspremitura dolce e la zuccheratinosa scorza d’ingannevoli lémoni, 
giallo inferno a cinque centesimi il bicchiere. 
Evviva dunque
i mercanti bambini sul soglio vaticante di case ipotecate, 
a vender beveroni ingenui a’ vicini ipocriti, 
Evviva dunque
l’imbambolato arcano scoglio dove, liposolubile, 
a’ mulini invalidi gettava nostalgiche quintessenze di vetro. 

Evviva il passato che sopiva il futuro 
con ghirigori di ricordini microscopici, ingigantendo l’ottuso infinito ad arte. 

Erano i tempi stabili dello scisma all’improvviso. Erano le stampelle empie della provvidenza cosmica: era soprattutto e contemporaneamente sotto e accanto, l’oscena epifania di stati della materia inattesi e a lungo sorseggiati all’ultimo bigbang. Era cristo che mangiava garbato le noccioline da scimmia ammaestrata, che competevano alla sua funesta incarnazione.  
Era budda che digiunava, sdraiato accanto: e non sarebbe morto di stenti
Era maometto che schifava la saliva dei cani e si lavava compulsivamente le braccia leccate. Era la lebbra e l’acciacco di molte sapienze che appena emerse dalla Perennità, occultate e buie e ostili, si sfaldavano medusamente al primo sole.
Appena spiaggiate perivano. 
Nuovi dei monoposto che l’uomo facevano pilota & alibi, inesperto & sacrificabile: un’esca impestata di promesse; e litigano gli dei monoposto, e corrono il loro granpremio dove chi vince è vero e chi perde è morto. 
Miliardi di morti. 

mi fanno schifo i giovani: non hanno manco gratitudine per la loro ignoranza; meglio dell’eroina e gratis; moltiplicano le loro cellule senza saperlo e sembrano tante pere da cui penzolano i fili bianchi di un dispositivo come miceli di cosmici parassiti, isolati ma uniformi, solitari ma aggregati in grappoli umani, dai pantaloni aderenti, come un perenne pigiama. paiono trasognati e sono solo spogli; immaginazione e velleità sfasciate su wikipedia, la cortesia sprezzante di futuristi senza cervello, tutti dislessici dal cinismo precoce; le trasgressioni previste, un tatuaggio fra mille come mille altri.
quei loro nomignoli monosillabici da botolo: choko, warp, skizo, impressi a bomboletta su monumenti e palazzacci, senza distinzione, a documentare trasgressioni a buon mercato & adrenalina di paese, dove la moda arriva quando è passata di moda, una manifestazione di essere già gobba, la scoliosi di anime schiacciate dal Tutto Ora e Subito. ammassati nei soliti autobus con gli zaini gravidi di libracci illeggibili e mai letti. farneticare, fare sport brutti, scarabocchiare muri con le loro inutili sigle e vestire come in tempi non lontani ci si vestiva malati in casa. mi fanno schifo i giovani che tutto pensano loro dovuto e si ritroveranno senza diritti nel giro di ventanni, altrochè sbombolette e ippeoppe, get rich or die trying it, maciullati nei loro telefoni & figliare alienati, si fa perchè va fatto, con equitalia alle costole. mi fa schifo quella luce arrogante & sgamata da furbi che scampano qualche tassa, una luce vecchia da bottegaio stronzo. mi fanno schifo quando sono bravi & fasulli, quando sono ignoranti & violenti, quando sono tutto ciò insieme. mi fanno schifo perchè non hanno un cazzo di idea che sia uno. l’unica cosa che gli resta è schiantare in nome di un diomerda uno, con un gilet di tritolo, a casaccio, in mezzo alla folla di maiali che disprezzano e di cui sono figli & genitori. e la giovinezza che ha smesso di fuggire tuttavia, si protrae come un cancro nei maturati male, un continuo germinare, una suppurazione danzante e sgraziata, l’esatto opposto di Zarathustra.


Parlavo domenica con Tiziano; lui è un conoscitore di piante e fiori. Mi ha detto una frase semplice, lapidaria riguardo alle piante da fiore: per fiorire bene devono avere poca acqua. Non mi ricordo, perdoneranno gli esperti, se si riferisse alle piante da fiore in generale o ad  una specie in particolare, ma ho colto in questa osservazione uno schema comune della Natura. La sofferenza.
Non hai vino se non spremi i chicchi d’uva. Non ottieni proteine nobili senza uccidere. Qualsiasi produzione richiede un travaglio. Lo stesso accade alle persone e penso ai poeti in particolare, fra di loro a Arsenij Tarkovskij e a Luigi Di Ruscio. I loro versi hanno una potenza che deriva dall’esser stati macerati dalla vita: non hanno conosciuto mollezze, ripieghi… sono stati forgiati nella povertà, nella fame, nella guerra. 
Non hanno avuto solo le disgrazie, che fanno parte del percorso di chiunque: la perdita dei propri cari, degli amici, gli incidenti o le malattie, ma hanno dovuto anche affrontare la storia ed i suoi tumulti disastrosi. Arsenij perse una gamba in guerra. La famiglia di Di Ruscio venne perseguitata dalla povertà e dal fascismo.
Anni e anni fa un amico mi disse che alle nostre poesie mancava la dimensione del tragico: beh, come potrebbero averla? Le nostre tragedie accadono nel comfort un po’ disumano di quest’epoca. Abbiamo il cheap thrill della precarietà, l’ossessione per la Sicurezza che ne consegue, e poco altro, forse un po’ di terrorismo a movimentare le serate? Per il resto le nostre lacrime vengono assorbite da comodi divani ikea. Le nostre malattie ci vedono accolti da una scienza medica evoluta e sbrigativa: per i mistici benestanti ci sono anche discipline alternative di facile reperibilità a costi esosi che possono dar conforto e placebo effect. Mancano gli amici forse, più compagni di chiacchiera leggera e bevute spensierate che autentici sodali. Manca la solidarietà dei poveri con i poveri, ci si prospetta una nuova miseria di solitari & spietati randagi; mancano la donne che si riunivano per piangere i morti. Manca l’autentico senso di comunità che si era tentato di ricostruire dagli anni 60, per fallire miseramente. 
Le nostre comunità sono egoiste, confortevoli (ancora per poco) e disarticolate. Mancanti della responsabilità ad assistere gli anziani, mancanti del senso di famiglia. Viviamo in una infida mollezza, che ci toglie la vita un po’ per volta. 
Montessori teorizzò e attuò il suo metodo ai tempi del Fascio, fra persone di una povertà disarmante e assoluta ed in un mondo assolutamente maschilista, votato alla tragedia e al sopruso. Forse è questo il segreto dei grandi poeti: riuscire a trovare spazio per la spiritualità (che leggera o pesante, non occupa volumi nè ingombra) nei periodi di massima penuria materiale ed asprezza morale. 


Un cratere
La traccia fredda 
di un impatto

A new insect

Gioia balbuziente e goffa
non l’inarcare agile della schiena di acrobati
un puntiglioso palinsesto
di carni animate
la profezia senza data
la ricorrenza imprevedibile
l’errore nella replicazione…

the beat goes on

“Il bambino non è debole e povero; il bambino è padre dell’umanità e della civilizzazione, è il nostro maestro anche nei riguardi della sua educazione. Questa non è una esaltazione fuori misura dell’infanzia, è una grande verità”.

Maria Montessori



venerdì 15 luglio 2016

La Setta del Culo Stretto






Non c’è denaro per fare ricerche approfondite su questa faccenda, non c’è interesse; fra un po’ non ci sarà più nemmeno il materiale su cui effettuare una ricerca, perchè le trame, esilissime, si dissolvono; non esiste un sincrotrone, una camera a bolle, un macchinario che tenga traccia di questi filamenti subatomici che si generano fra persone e non fra altre. Questa fragilità preziosa, difficile da preservare, nel momento in cui è, non può essere oggetto d’indagine. Essa viene indagata solo quando cessa di esistere, e non esistendo più, non è più indagabile. L’apoteosi del Quantismo. 
Resta l’atto di fede in ultima istanza, ma questo scoglio insidioso cui sembra si debba approdare tutti infine, mi è in questi giorni particolarmente poco accattivante. 
Proviamo anche imbarazzo nella nostra inattualità di gente presa a curare i propri orticelli o giardinetti incolti, ma c’è già un profondo (faccia)buco di miriadi d’anonime individualità frementi, indignate, prodighe d’opinioni stridenti e vacue, orgogliosamente, ostentatamente originali, che sproloquia sull’attualità inquietante e inspiegata che ci sovrasta. 
Perciò cari visionari e lettori di questo blog, sapete come vanno le cose da queste parti. La cura delle nostre modeste pertinenze o la loro devastazione, se preferite, è la nostra unica speranza di cambiare il mondo, perchè, a dispetto di chi invoca Terrori dallo Spazio Esterno, il nemico è sempre un nostro prossimo, un vicino che sbrocca, qualcuno che fino a ieri ci è vissuto quieto e inascoltato accanto. 



Invocazione a David Jones, proletario dio 



…accomodante col pachiderma, implacabile coi microbi
l’occhio elicottero che bracca il teppistello scalmanato
sottomette il ladro di polli, ma non lui…

ciò che si muove obliquo e se ne infischia del cardo e del decumano
le scolorate attitudini, le metodologie di palude
la burocrazia perforante che mira alle gomme
quando si corre solo per salvarsi

nella faccenda stellare del dolore, nella retorica del tumore
gli esseri viventi compiono il loro vivere
gravati o leggeri
rinchiusi in una stanza o persi nella foresta
non possono altro
fuggire forse, o restare calmi mentre 
ti smantellano l’anima in gruppo
con alacrità cinese
e nella prepotenza universale
farsi sottili come fogli
per passar di sotto la porta chiusa.
un aforisma enigmatico

ma non possiamo più sgridare chi si lamenta
chi è divenuto incapace per sua colpa o d’altri
non serve a nulla gambizzare gli zoppi
non serve gridare ai sordi…

spargere le proprie ceneri mentre si brucia
e fertilizzare l’ultimo pezzo di terra grassa e afosa
ronzante di mosche, nell’aria immobilizzata

ma non possiamo pensare di stare tutti lì a guardare
chi è schiacciato nelle sue lamiere
prigioniero della sua armatura inadatta al nuovo mondo
rugginosa e contorta e lacera
qualcuno dovrà prendere il flessibile e liberarlo
o resteremo tutti pallidi e stupidi a osservare un dissanguamento.

ma non possiamo solo dibattere, concionare, fare assemblee
dobbiamo scendere nella materia, nella carne
reincarnarsi, se necessario, anche in più persone
indossare mille corpi nuovi che agiscano
senza risparmio
senza sonno
perchè l’ansia non ci spenga 
e la depressione non ci avvilisca allo zero kelvin

non possiamo ridurci a clientele selezionate
trasformare le nostre relazioni in mercanteggi, in scelte opportune
in abbinamenti en pendant con il nostro umore
non possiamo togliere all’inatteso la possibilità di essere
per quanto finora l’inatteso ci abbia solo portato merda

è tempo di giganti
muovere passi lunghi e cadenzati
e visto che a noi non è riuscito
fare di tutto 
perchè i nostri figli siano lottatori immaginosi,
pionieri, astronauti e alieni

La Setta del Culo Stretto

…gli amici sono volatili. Stormi che danzano nella bella stagione e benzina che evapora nelle lunghe disattese occasioni, aspettando in autogrill la coda infame di questuanti sudati che cercano amabilità nell'inserviente ed un caffè che non sappia di bruciato…

il rizomatico splendore dell’amicizia, la sua propagazione superficiale
e la sua decadenza a rate, con maxi rata finale: l’iscrizione al bollettino dei protesti di chi viene disprezzato per eccesso di sfortuna, come per una colpa calvinista per poco impegno, la giusta punizione per l’agire maldestro e pigro, quello scatto bolso di pantera obesa racchiusa in gabbia a rugginire più che ruggire. 
L’ancora cui tendevi la pargoletta mano, per sprofondar veloce, ma nella terra, che si fece liquida, tremula, come cellulite di vecchia femmina nera spiaggiata. 
Nella qualsivoglia specie ci trasformiamo, ogni momento, camaleonti esausti e senza gioia. 
Camaleonti in bianco e nero, avvinghiati a un rametto risecco e spento, un postumo di combustioni estive, in quell’odore polveroso e rovente che le narici risucchiano avide. 

Il rizomatico splendore della perdita di ogni amicizia, diramato come un messaggio in codice fra tutti quelli che si compiacevano della tua fortuna, del tuo sorriso, del tuo bell’essere e che ora girano il culo senza astio, ma come sincronette, a’ unisono, come avvisati da un malvagio dispaccio che ti scredita senza speranza. E non sai nemmeno il perchè: forse perchè sei sempre vestito uguale o non sei diventato quello che promettevi? Forse perchè non gli vai più di moda
Ma che da’vero? 

Aspetta che torni il lacero à la page: aspetta che torni il vero buco nella maglia sfinita di centrifughe che passi il buco finto e il finto strappo, che torni la vera barba incolta da sciattone, le scarpe di tela polverose e lise, gli orli sfrangiati e pesticciati sotto il calcagno. Aspetta che torni di moda la sciagura, che le marionette impettite e curate in ogni dettaglio che ora ti eclissano, si suicidino finalmente come avevano minacciato al secondo gintonico. Aspetta che torni di moda la precarietà, il basso profilo di teste chinate a rimirar gli asfalti, i bitumi, le merde di cane, la catramata, la pozzanghera e il piccione che muore nell’angolo nella totale indifferenza e disprezzo. 
Gobbi e infami, deposti dal cielo e dandogli le spalle, apprendisti striscianti, quadrumani di ritorno, e infine cani e mucche, serpi: uomini d’affezione e da macello. No dignity.

Infinite metamorfosi di uomini in bestie di ogni di tipo, la natura si riprende la coscienza, il libero arbitrio, e ci riassorbe come un bubbone. Città popolose di nuovi insetti. Campagne pervase di nuove capre ingorde, e intenti ad una vana fuga, chimere incerte, centauri straziati, gemelli siamesi che sfumano in polipi e larve, o semplicemente idioti …che guardano increduli la fine della civiltà. 
Ma che da’ vero?

Singolarità signori. Singolarità. Iniziò tutto con la singolarità, estremo avvento dell’individuo. Ma l’individuo è una mediazione di più individui. L’individuo è un compromesso fra lo spumeggiare della vita inconsapevole e le intenzioni di un piccolo gruppo che solleva la testa, e riconosce la propria madre ed il proprio padre, i fratelli, le sorelle, gli amici, la propria specie. Ci si lambiccava nel tempo primtivo in estenuanti agnizioni, prima di diventar sodali o scannarsi… 

La singolarità è l’esaurimento di questa reazione, 
il pippolìo di instancabili polpastrelli su piccoli schermi 
sancisce la fine di ogni nostra appartenenza 
e c’incapsula nell’identità posticcia e caricaturale, come progettata da un’agenzia pubblicitaria.
Il (faccia)buco nero che tutti risucchia e trita e trasforma in materia indistinta. Che risucchia la luce della coscienza e della compassione, ma sarebbe poco: che risucchia anche ogni ricordo, ogni storia, ogni passato, presente e futuro. 
Ed è la che sarcastici e divertiti facciamo rotta. Come su quella zattera di quel dipinto, naufraghi per libera scelta. Tutti insieme, ma senza alcun legame, cari alla Margaret che la società vedeva come un a finzione. Lo è: e quanto è bella. Ed era così bella che ci abbiamo creduto.

perchè è così che sei sfortunato e nello stesso momento tutto si allinea funesto: il clima, le relazioni, i gesti. Tutto sincronizzato senza scampo: dalla mia obesità non caverete nulla. Non mi taglierete, e anche se lo faceste non ne uscirà un davidbowie, un allampanato semidio alieno. Non ne sono custodia. Non contengo i miti che mi facevano simpatia in questa era della mia esistenza.
Sarebbe stato bello essere il contenitore gommoso di preziose entità acuminate.
Sarebbe stato bello essere uno scrigno flaccido ma indistruttibile, un uovo di cioccolata che spaccato in mille gustosi frammenti avesse rivelato una sorpresa straordinaria. Ed ecco invece un  ciondolino di bigiotteria, una stelluccia di plastica che nel buio (se tenuta alla luce tutto il giorno) promana una fioca e ignorante fosforescenza. Una lucciola finta: come le stelline del Pulmi.
Tante stelline per quelle notti terrifiche al confine con l’Afghanistan, incastrati fra il bombolone del gpl e il finestrino.
Tante stelline finte. E un’idiota nel mezzo.

Il margine era il centro. E da lì muovevano le mani e i raggi che dagli occhi disegnano il mondo. Il margine è il centro. Non c’è più io al centro di quanto non ce ne sia al margine. E venivo riprodotto in una infinita serie di fotogrammi che mi sintetizzavano in un fortunato ideogramma. Le parole che suscitavano un sorriso maligno ma complice adesso indignano. Perchè le cose cambiano, my friend. Anche senza il tuo permesso, anche senza che te ne accorgi. Le strade si infossano e si riempiono di buche, le vie poco battute vengono riassorbite dalla sterpaglia. Tutto si sgretola e tende alla polvere, ad arruffarsi con i peli dei cani sotto ai mobili in quelle morbide e immonde parrucche senza testa.

A sera esausto, scaldo le ossa accanto la fuoco: un’assaggio di entropia, d’incenerimento. La sonnolenza che disattiva il film inutile che scorre davanti ai miei occhi pesi, piccoli, neri e oleosi di bestia, occhi che distinguono solo guizzi di preda, occhi neri di squalo. Scorre come l’acqua di torrente, come lo scintillio ipnotico della fiamma. Tutto è brusio, polvere di immagini e suoni che si sfaldano e liberano il buio lucido dell’universo incompreso.

A sera, ogni sera, io non sento la vostra mancanza, ma la vostra manchevole presenza. La boria di ritrovi da esclusi per i quali essere inadatto, escluso dagli esclusi? La genitorialità infestante & la solitudine ostinata: la totale disfatta di ogni intenzione e spontaneità, la vittoria dell’ipocondria, il trionfo indiscusso di ogni nevrosi. Ogni sera io sento quanto reciprocamente ci sbattiamo il cazzo l’uno dell’altro, a vario titolo, senza motivo e senza rancore. Inizialmente fu motivo di sorpresa e cruccio poi mi sono adeguato: ogni sera osservo la crescente distanza e l’inaridirsi di queste relazioni, vien da pensarlo…sopravvalutate? Aveva ragione Barbetta con la storia dell’amicizia geografica? Ogni sera tuttavia mi lamento, perchè non posso nemmeno ricordarci come fulgidi defunti, ma come sopravvissuti, che fra breve cesseranno persino di riconoscersi, come quando incontri un compagno delle elementari e lo saluti a fatica. 

Non noi, singolarmente, ma quelle trame che avevamo intrecciato con pazienza, un po’ per caso e per amore, vengono riassorbite e non c’è motivo di riservargli un destino diverso, un privilegio che è decaduto senza fare nessun rumore, dissolve al nero dell’universo incompreso. 

e francamente (non) me ne infischio