giovedì 7 marzo 2019

Cinquantatreesimo Episodio



Con codesto raccontino ho partecipato al concorso #FakeContest ideato e promosso da The FLRRingrazio gli organizzatori per l'opportunità che questo tipo di iniziative rappresenta per noi "incontattati" di trovare un uditorio momentaneo nella totale e comprensibile indifferenza e affacciarsi al mondo. Sgranando gli occhi, come la Clara che mai è stata e mai sarà.



Il mio collega capellone, va detto, è proprio un bel ragazzo. Capello lungo e mosso, corvino; occhi di un blu metafisico tendente al viola, tipo Elizabeth Taylor, solo che si veste come un manichino di un negozio vintage anni settanta: pantaloni a zampa, camperos, maglia in lycra attillata giallo sole a cui abbina un ancor più vistoso gilet scamosciato con le frange e il collettone. Country hippy filologico.
Allora, giusto ieri la direttrice lo manda giù dall’Uomo Talpa, nel cuore profondo e oscuro delle Teche Rai, al terzo piano seminterrato, una specie di bunker, dove sono conservati a temperatura e umidità controllate, i nastri magnetici delle gloriose trasmissioni del passato. Vai giù e recuperami tutti gli episodi di Heidi per l’ennesimo special sugli anni ottanta, cui avvitare, per l’ennesima volta i coglioni nella morsa della nostalgia. L’infanzia indigesta che ti si rinfaccia a tarda sera. 
Insomma, il mio amico capellone va giù da Uomo Talpa e gli chiede le 52 cassettone betacam (una per episodio) di Heidi. 
Cinquantatre! 
Puntualizza l’Uomo Talpa. 
Come 53? Qui c’è scritto 52. 
Avranno sbagliato: i soliti cialtroni.
Arriva su con lo scatolone e mi fa notare la discrepanza: magari è un doppione, dico, ma poi dopo la direttrice strepita se si ritrova qualcosa d’inatteso. Non penserete mica a quei giornalisti che quando trovano le robe inedite fanno carte false e si entusiasmano. Qui si tratta solo di fare il compitino: c’è lo special su Heidi, 20 minuti nel pomeridiano dopo la Balivo e stop. 
Faccio un paio di controlli, sul database interno e su wikipedia. Non ci sono dubbi: l’ultima puntata è la cinquantaduesima “Care Montagne” e poi fine di Heidi. Guardiamo nella scatola e tiriamo fuori la cassetta 53. È ghiaccia e odora di vecchia plastica. Sulla costola non riporta un titolo, ma il solo numero 53 e una nota scritta a mano: “finale alternativo”. 
A questo punto, siamo curiosi. Il capellone un po’ meno: è più giovane di me, non ha vissuto Heidi e la formidabile stagione dei cartoni giapponesi. L’inizio è in effetti identico all’ultima puntata come noi la conosciamo.
Clara ormai non solo si regge in piedi, ma comincia a fare i primi passi. È quindi arrivato il momento di avvertire la nonna. Le due bambine decidono di farle una sorpresa e di non raccontarle tutto: le fanno quindi credere che Clara stia facendo molti progressi, ma che per ora comincia a sollevarsi in piedi anche se con fatica. La nonna, non appena ricevuta la lettera delle bambine, parte subito per la montagna, ma anche lei ha una sorpresa in serbo: assieme a lei è infatti arrivato anche il signor Sesemann, il padre di Clara. Anche se Peter dovrebbe accudire le capre al pascolo, non vuole perdersi la scena di Clara che cammina da sola incontro al padre. Clara appena vede sua nonna le si fa incontro a piccoli passi, ma quando spunta il padre, comincia a gridare. 
Gli occhi sbarrati di Clara in dettaglio a tutto schermo, vagamente smagnetizzati dai decenni trascorsi, sepolti nelle Teche Rai; la sollecitudine di Peter e Heidi nel soccorrerla. Cosa hai fatto a mio padre? Tu non sei lui! Chi sei?! Ma sì che è lui, Clara, cerca di tranquillizzarla la nonna. Non è vero! È un sosia! È un sosia! Lo sgomento della signorina Rottermeier: Misericordia! Signorina Clara! È il signor Sesemann, è suo padre! E lui alla figlia: Clara, bambina mia, certo che sono io e sono così felice che tu possa di nuovo… ma non finisce la frase. Di nuovo un grido e Clara si lascia cadere come un sacco vuoto sulla sua sedia a rotelle che, con la consueta prontezza di spirito, Peter le piazza sotto il sedere. 
Clara se ne sta immobile, in deliquio, sprofondata, e per alcuni secondi non accade nulla. Poi alzando una mano, indica il padre, a testa bassa, senza guardarlo. Infine solleva la testa: per non incrociare lo sguardo del padre, la gira dall’altra parte, verso l’amica di sempre, e le fa cenno di avvicinarsi. Dice qualcosa all’orecchio di Heidi che, a sua volta, spalanca gli occhi e resta così in primo piano a bocca aperta. La puntata si interrompe qui. 
Comincia a prudermi un occhio. Forse abbiamo trovato un filmato potenzialmente virale, una di quelle robe da “leggenda metropolitana” come la scena di sesso subliminale in Bianca e Bernie o il bambino fantasma in Tre Uomini e un Bebè. Mentre mi comincio a grattare l’angolo dell’occhio con un certa veemenza, mi chiedo oziosamente: chissà cosa aveva visto di così mostruoso e alieno, Clara, nel volto di quel padre assente che per altro aveva già causato la sua paralisi isterica. La fanciulla aveva forse sviluppato, recuperando l’uso degli arti inferiori, un’improvvisa prosopagnosia compensatoria? Era un inedito fenomeno degenerativo a livello neurologico che dalle gambe migrava alle funzioni cognitive o semplicemente si era slatentizzata in lei la sconcertante sindrome di Capgras? Magari la Zuyo Eizo su questo inedito profilo patologico aveva intenzione di sviluppare un sequel? Mentre ci interroghiamo su questo misterioso reperto e il suo significato, dalla custodia della cassetta scivola fuori un foglietto ripiegato: è una direttiva RAI dell’epoca, scritta a macchina su una velina verde, con tanto di timbro e firma di un alto funzionario. Il testo semplice e lapidario: “Non mandare in onda”. 
Perché si erano scomodati a scrivere una tale direttiva? Cosa c’era di così disturbante da impedirne la messa in onda? Si ricorderà che a quel tempo c’era molto meno moralismo o se preferite, una rilassata disattenzione verso i contenuti talvolta stranianti dei cartoni animati giapponesi: i miei coetanei rammenteranno (non senza un brivido…) Fujiko denudata maliziosamente dall’affilatissima spada di Goemon. E non solo s’indulgeva nel nudo erotico, ma nel violento e nel disperante. Emozioni parossistiche ci venivano tranquillamente propinate a merenda assieme alla rosetta col prosciutto cotto con la maionese o al buondì.
Perché a fronte di mostri Aniba che ogni giorno fra le 16.00 e le 19.00 devastavano Tokio o di quotidiani bollettini di guerra  sulle azioni terroristiche e le stragi, prendersi la briga di censurare una ragazzina che semplicemente non riconosceva più il padre a seguito di un trauma? Nessuna immagine nel breve corredo di quella sequenza smarrita sembrava essere così pericolosa o sovversiva. 
Certo quel grido e lo sguardo spiritato di Clara… Quell’insistito dettaglio in primo piano e poi lei, con la testa bassa, che indica il padre come in un dipinto di Balthus, erano sequenze anomale persino rispetto alle bizzarrie di una produzione nipponica anni settanta; sarà stata autosuggestione ma dopo aver visionato il nastro ho cominciato a sentir bruciare l’angolo dell’occhio destro, come se una ciglia su cui fosse schizzato del tabasco si fosse staccata, incuneandosi in quel cispogeno anfratto. Che la vista del 53esimo episodio causasse orzaioli improvvisi e dolorosi? Abbiamo cercato risposte in Giappone, ma anche in patria, la serie si interrompe ufficialmente alla cinquantaduesima puntata. Non esiste una cinquantatreesima, ci dicono con sussiego dalla Nippon Animation e chiudono la telefonata sbrigativamente. Ne abbiamo parlato con la direttrice a quel punto: lei ha una ventina d’anni più di me, all’epoca era già entrata in RAI. Le abbiamo fatto vedere la cassetta e il biglietto. Anche lei ha cominciato a stropicciarsi gli occhi e le si sono arrossati. Lascia perdere, mi fa, riportala dove l’hai trovata. Le dico allora, tanto per dire, che se non interessa a nessuno tanto vale metterla su YouTube, magari qualcuno vedendola ci avrebbe dato delle spiegazioni.

Non vi azzardate a fare una cosa del genere! E come si è inalberata la direttrice. Ha minacciato addirittura di licenziarci. Perciò dopo aver consegnato le 52 cassette classiche in redazione, la Clara urlante come un papa di Bacon è ritornata alle Teche dove giace tutt’oggi semi smagnetizzata in attesa che qualche eroico ricercatore vada a recuperarla per scoprirne il mistero, o che il tempo finisca il suo lavoro e cancelli ogni traccia di questo finale alternativo, di cui francamente a pochi interesserebbe davvero. Il mio giovane collega capellone, in primis. Lui se ne sbatte: un po’ per sano detachment cannabinoide, un po’ per quella apatia malinconica da saturazione info-social tipica della sua generazione. Ma guarda, gli faccio, che questo ritrovamento è una bomba! Lui mi guarda con aria sorniona e fa spallucce. Un mezzo sorriso. Del resto lo conosciamo bene il nostro amico; Actarus è sempre stato un tipo taciturno.

sabato 2 marzo 2019

The Riddle




Da leggersi riascoltando The Riddle di Nick Kershaw, oppure subito dopo averla letta, oppure prima, oppure un cazzo nulla. Ha a che fare con private resurrezioni, che nei momenti più oscuri ho avuto l'insolenza persino di rimpiangere. 
L'insolenza e la sua pratica, mi si insegna, attengono al nostro solo potere contrattuale.
La libertà è altro.




Guardiano del faro di Aran
rischiara la notte.
Per un attimo s’illumina la camera 
dove dorme un neonato: 
piange per la luce
o per la canzone alla radio?
nessuno conosce il suo male 
senza parola;
è sgusciato da sè
come un serpente in muta; 
nessuno conosce la risposta 
a questo enigma:
e si abbandona,
si disperde nella distanza 
dell’oceano notturno
la luce del faro.
Nessuno combatterà per te;
gli uomini sono saggi stupidi.






mercoledì 27 febbraio 2019

I nostri figli sono cani che imparano a parlare




Il testo che segue è il mio personale contributo e riflessione sulla poesia, a seguito della mia partecipazione a Mitilanza evento sulla poesia tenutosi a La Spezia precisamente 2 anni fa. 
Colgo l'occasione per ringraziare gli organizzatori ed in particolare Alfonso Pierro per avermi invitato.



Language is a virus, dicevan quelli bravi; la poesia è lo stadio terminale di questa malattia del linguaggio e, contemporaneamente, la condizione di indebolimento del sistema immunitario necessaria a che il linguaggio c’infettò agli albori della coscienza. La poesia infetta tutti, anche chi pensa di esserne immune. La poesia accade prima e dopo il linguaggio; è pre, è post ma soprattutto è TRANS. Non più concatenazione di fonemi o grafemi: essa si raccoglie nella totalità del trascrittoma, che esiste in quanto totalità della trasmissione, esiste come insieme; insensato atomizzarlo. È l’espressione compiuta del transito continuo dall’orale allo scritto, al visivo. Non esiste a mio avviso, una dicotomia fra oralità e scritto poetico. Non esiste un primato dell’oralità se non in senso temporale: prima di tracciare il segno, la bestia umana caccia il verso. 

Saranno i prodromi della schizofrenia, ma nella mia personale esperienza, la poesia mi arriva per dettatura; una voce suggerisce nella mente quello che dirò \ scriverò; accade aldilà del mio controllo. E, all’inverso, non esistono a mio avviso, “scritti silenziosi” - ogni scritto risuona di una sua voce nella mente. Se non esistesse questa sonorità latente dello scritto, non esisterebbero l’onomatopea del fumetto, la pop art, la poesia visiva; nella tipografia, font diversi, diverse impostazioni e collocazioni creano nuove sonorità. Il grassetto maiuscolo fa la voce grossa, afferma e sentenzia; il corsivo si stiracchia e blandisce, lezioso, saputello; il plain ci parla senza scomporsi come un medico funesto o un verbale; può tradire emozioni trattenute. Può essere una partitura, ma la partitura comporta una convenzione condivisa di segni:  è la mia, la tua, la sua partitura, è quella parola che hai scritto male, di fretta, ormai illeggibile, indecifrabile che conserva uno stato di coscienza intatto e irrecuperabile. (calligrafia cinese )

La poesia è il resoconto di stati di coscienza ignoti; la parola è una sonda, come la Voyager che ormai ha superato l’eliosfera e cade nella spazio ignoto; lancia un debole segnale alle nostre parabole ansiose; siamo grossi teli di nylon che raccolgono poche stille di rugiada nel deserto.

Se è pur vero che lo scritto è innanzitutto un fatto di potere (Levi-Strauss*) esiste inevitabilmente una vertigine dell’immateriale che non è horror vacui; è la vertigine che s’ingenera quando quella voce che ci parla incessantemente tace, dilegua o si smarrisce; in realtà  essa emerge e poi torna sotto a respirare abissi e germinare come seme: abbiamo una necessità pusillanime, che a tratti intenerisce se non facesse rabbia, di dare supporto fisico ai nostri pensieri: da questo timore si genera un fatto rivoluzionario: lo scritto, da strumento di potere viene trasformato in strumento di libertà, in un'ambivalenza che è quella del sesso (Trilogia della Vita, Trilogia della Morte, Pasolini ) 

Trasformare il pensiero-voce in oggetti tangibili, incidere le parole, nella terracotta, nel microsolco, nell’algoritmo. Che sia questo antico stigma sacrale e dittatoriale dello Scripta che infastidisce il poeta orale? O abbiamo paura forse della reinterpretazione? Della storpiatura, benefica o maligna che sia, della trasmissione orale? Veneriamo adesso i “supporti” come idoli nuovi e feticci di voci estinte (anche se siamo vivi si estingue il nostro passato, la nostra voce trascorsa.) Sguazziamo nel collezionismo. Il Verbo è un flusso poetico continuo, incessante, un fiume con ampi tratti sotterranei, dublinesi riverrun o sanremesi fiumi di parole; solo il mercato è riuscito a tanto, nello spot continuo, rutilante, perennemente esposto delle merci. Alla poesia ancora il (f)lusso di tacere. Come necessità generatrice, mai come autocensura.  Attendiamo che i cani imparino a parlare (già sanno scrivere)

Poi, alla rinfusa:
- l’appostamento del Viet Cong o meglio:
- il lavoro di documentarista: paziente attesa, snervante attesa, riprendere il più fedelmente possibile il flusso di pensieri, assistere alla nascita della parola, come si assiste alla nascita di un vulcano: il magma che affiora alla superficie. Talvolta indurre la creazione con esiti inattesi o disastrosi.
-il maldestro lavoro speleologico, l'esplorazione di regioni della coscienza abbandonate, o poco frequentate. Talvolta inesplorate. Ma questo attiene al coraggio e alla fortuna di pochi. Perdersi nelle grotte e lì sotto perire, anche. 
- la schizofrenia controllata di chi sente voci e parole che inaspettatamente si manifestano alla coscienza, fuori dai sogni e dalle loro sedi di produzione incontrollata - perdite e sfiati - schizzi da giunture consumate dallo scorrere, dalla pressione crescente - il loro ritmo interno come di organismi compiuti che esistono aldilà della nostra vanità, capacità e rapidità nel coglierli. Esistono talvolta solo per scomparire, come elementi instabili che compaiono per un istante nel sincrotrone.
eh sì, fare il poeta non è dissimile dal fare il fisico nucleare: altro che cabarettino! Siamo hacker, non animatori. Possiamo essere comici, persino ridicoli, ma non siamo buffoni e prezzolati. Siamo qui a ricordare all’umanità la sua natura sconfinata e poliedrica: se volete metterla in burletta, far le capriole, piccole acrobazie e giochetti di prestigio, fate pure, perchè comunque vada siete poeti. Potere indorare la pillola come vi pare. Siamo poeti e le gente se ne accorge comunque. 
Si va a toccare sempre il sistema profondo della coscienza, e anche limitandoci ad osservarlo, lo alteriamo con esiti imprevedibili.
Sicuramente c’è molto del sogno e questo ce lo fa apparire innocuo, ma fate un attimo a mente, il conto dei suicidi fra i poeti; non è un fatto romantico: il sogno è proprio la materia prima liminale, quella terra di nessuno fra la vita cosciente quella vegetale e infine inorganica. In quella terra libera e insidiosa nasce la poesia. 


“Un indigeno ancora all’età della pietra aveva indovinato che quel grande mezzo di comprensione (la scrittura n.d.a.) pur non potendo comprenderlo, poteva almeno servire per altri fini… bisogna ammettere che la funzione primaria della comunicazione scritta è facilitare l’asservimento. L’impiego della scrittura a fini disinteressati, in vista di trarne soddisfazioni intellettuali ed estetiche, è un risultato secondario… il genio del loro capo, resosi subito conto di quanto la scrittura poteva aiutare il suo controllo, e avendo toccato così il fondamento dell’istituzione senza possederne l’uso, ispirava malgrado tutto l’ammirazione.” 

Tristi Tropici, Claude Lévi-Strauss pag 309-312

martedì 26 febbraio 2019

Interpretazioni

Ho il piacere di dar seguito, dopo questo lungo silenzio, alle iniziative di due cari amici e poeti \ performer che hanno utilizzato i miei scritti per una lettura beneaugurante e come testo di un brano musicale.

Andando con ordine: il sempre immenso Lorenzo Giuggioli da Milano che ha utilizzato la mia poesia (o quel che vi sembra possa essere) "Zucchero Spinato" come testo per un brano del progetto musicale Belzebubu. Il brano è contenuto nell'EP "Una Rotonda sul Male" di cui consiglio vivamente l'ascolto.




Il secondo contributo in ordine di tempo proviene da Alfonso Pierro, poeta e performer di La Spezia e consorziato Ass Cult Press per meriti acquisiti, il quale (addirittura) usa un testo, tratto sempre dalla raccolta "Zucchero Spinato", per il suo augurio di inizio anno.
Tardivamente ma gioiosamente condivido il link a questa fantastica interpretazione del nostro Alfonso. E lo ringrazio vivamente. Il brano in questione si chiama Epitalogo e lo potete ascoltare qui.


Enjoy!

lunedì 25 febbraio 2019

Si è compiuta la tristezza come la fanciullezza






Il fossile effimero
dei ricordi nitidi 
che 
solo la demenza 
arrotonda
e sbiadisce
fino a dileguare.

Eravamo minerali ambiziosi
brodaglie sfacciate,
amminoacidi con un fondo pensioni

Ci siamo paludati 
nelle carni
per sperimentare 
fame e desideri
che ci erano negati.

Ci siamo concessi 
il lusso sfrenato dello spirito, 
per negarci alla fame, ai desideri.

Siate anoressici, siate isterici!

L’unica certezza è il vettore.
La freccia che indica, sempre avanti.
Non si sa per dove.


***

Sadness has been accomplished like childhood


The ephemeral fossil
of sharp memories
that
only dementia
rounds
and fades
until it disappears.

We were ambitious minerals
cheeky slop,
amino acids with a pension fund

We have wraped ourselves
into the flesh
to experiment
hunger and desires
that we were denied.

We gave ourselves
the unbridled luxury of the spirit,
to deny ourselves to hunger, to desires.

Be anorexic, be hysterical!

The only certainty is the vector.
The arrow that indicates, always ahead.

It is not known for where.

mercoledì 20 febbraio 2019

1,2,3 Prova…




Scrivere un blog è un attività abbastanza inutile; salvo documentare la propria insipienza per un futuro catatonico dove tutto sembra scivolare inesorabilmente. Lo scrivere sta passando da attività delle élite accreditate, che hanno fatto sfoggio di forbita insulsaggine per secoli, a esercizio di intelligenze o per meglio dire, demenze artificiali.

Nell'abisso social, cui mi fregio di non appartenere, non più di quanto già mi tocchi condividere un similare corredo genetico con la mia specie, oltre ai trollatori, agli influenzatori, ai sempre fertili propagatori delle loro non richieste opinioni, compaiono (ancor timidamente) le demenze artificiali.
La capostipite di queste, leggo, lasciata a ruota libera su twitter, prese a insultare e dare in sproloqui nazistoidi \ razzisti appena attivata.

Perché la nuova intelligenza che abbiamo creato, è una simulazione di un modello che per funzionare bene richiede coscienza di sé e, per quanto sia sopravvalutata la coscienza, essa è ancora non assoggettabile all'algoritmo sovrano (forse).
Perciò la nuova intelligenza simula la vecchia demenza di sempre, ne asseconda i deliri e i vaneggiamenti, le paure, gli spasmi, infine le scoregge che tuonano minacciose nel web, nei palazzi del potere, nella sempre rutila televisione.

Come il volo artificiale fu realizzato non per pedissequa imitazione dello sbattere d'ali, ma per felice scoperta del concetto di superficie portante, l'intelligenza artificiale per ora non decolla e non ha trovato la sua "superficie portante"; sbatacchia le ali in sobbalzi come quelle ridicole macchine volanti del primo novecento. Ma non per questo è innocua.

Innanzitutto l'assenza di una auto-consapevolezza può essere un vantaggio; fino a che punto del resto noi umani siamo così consapevoli del nostro agire? Essa agirà l'incubo delle intenzioni, porterà a fondo il suo incarico, con quella ottusità ingegnosa dei faccendieri, dei galoppini, alla Eichmann.
Eseguirà i suoi ordini, incolpevole perché incosciente e non vivente.
Si tratterà di infamare qualcuno o qualcosa? Di pilotare l'opinione pubblica? Una votazione? Promuovere o affondare un brand? Lo farà lei al posto nostro.
Nella sua evoluzione ottusa dove potrà arrivare? Abbiamo del resto come specie abdicato al concetto di responsabilità, alla necessità  primaria di impartire un insegnamento, ancorché discutibile, rinunciato a dare una disciplina persino ai nostri figli, in nome di una libertà che ha più l'aspetto e l'odore del désengagement.
Proviamo però il nuovo caos con scarso convincimento e quello che ci frega, oggi come allora, è la Paura. Sola igiene del mondo.

Enjoy

giovedì 28 luglio 2016

Puruṣa पुरुष




« Da questo sacrificio, compiuto fino in fondo, / si raccolse latte cagliato misto a burro. / Da qui vennero le creature dell'aria, / gli animali della foresta e quelli del villaggio. // Da questo sacrificio, compiuto fino in fondo, / nacquero gli inni e le melodie; / da questo nacquero i diversi metri; / da questo nacquero le formule sacrificali. »

Ṛgveda X, 90, 8-9; citato in Raimon Panikkar, Op. cit., 2001, p. 101




con i cani 
sulla strada bianca
e un destino automatico, 
qualunque esso sia
la caduta, il malore,
la stanchezza, il calore
la conclusione indolore
molle agonia & duro conforto 

camminare 
discesa all’andata
& salita al ritorno, 
seguendo la
striscia bianca 
di pietre e ghiaia 
abbaglianti sotto il sole
appoggiata al fianco della montagna
orlo scucito
al panorama 

sentirsi deboli e inadatti
(deboli ma non teneri)
un unico organismo assetato
di poche parole
la lingua penzoloni
la maglia intrisa di sudore
continuare a marciare (non marcire)
per tornare alla macchina
sperare di farcela
il trailer di un attacco di panico
che non è stato girato 

completamente fuori allenamento
luglio è già stato una merda 
senza bisogno di aiuto-

i ruscelli asciugati
i cani hanno sete e caldo
temo per loro

ci fermiamo all’ombra
parliamo per un attimo:
occhi che s’incrociano
poi l’incitamento: 
la macchina è vicina!
torniamo a casa!

quanti pensieri sciocchi 
nella testa scolpita dal caldo:
il nordogging misto 
di nordic walking e dogging
da far con i cani al posto delle bacchette-

quante idiozie, quante idee insulse
quante amarezze, quanti rimpianti, 
e all’improvviso un vuoto 


dove risuona solo il respiro e
la paura di iperventilare
come al Monteisola la Cecilia,

di sentire le mani informicolirsi
e poi di nuovo il vuoto


solo l’assenza del balbettio 
insistente del cervello;
risiamo alla natura
il bosco emette mille voci
che s’intrecciano:
all’inizio, un brusio di sangue e insetti
le cicale, i grilli, i tafani 
che bevono il sudore 
e pungono le gambe
poi, dalla trama fitta
dei cinguettii, 
indistinti in un primo momento, diventano voci diverse
di un parlare di paese, come donne dalle finestre
domande e risposte intraducibili
totalmente comprensibili

poi, si staccano dallo sfondo sonoro le foglie
sfregate dal vento, dopo
immobili nel calore- 

nel silenzio ascolti odori e profumi
e in ultimo un rapace 
che sembra piangere
come un bambino
altissimo,
disegna un tondo nel cielo
un girotondo da solo
e tutto è fermo, di nuovo nulla
di nuovo 
così sorprendente.





karma bello d’allarme: 
allerti e allatti alla meglio, l’umano manipolo d’immani polli che a pullular in croci. Se vizi, eviri tu, birilli e bocce dal sottoscocca, e blackmerda acclami al tuo governo: 
Evviva dunque
la costante, l’incostante, e il costato trafitto dalla longilinea lancia. 
Evviva dunque
l’aspremitura dolce e la zuccheratinosa scorza d’ingannevoli lémoni, 
giallo inferno a cinque centesimi il bicchiere. 
Evviva dunque
i mercanti bambini sul soglio vaticante di case ipotecate, 
a vender beveroni ingenui a’ vicini ipocriti, 
Evviva dunque
l’imbambolato arcano scoglio dove, liposolubile, 
a’ mulini invalidi gettava nostalgiche quintessenze di vetro. 

Evviva il passato che sopiva il futuro 
con ghirigori di ricordini microscopici, ingigantendo l’ottuso infinito ad arte. 

Erano i tempi stabili dello scisma all’improvviso. Erano le stampelle empie della provvidenza cosmica: era soprattutto e contemporaneamente sotto e accanto, l’oscena epifania di stati della materia inattesi e a lungo sorseggiati all’ultimo bigbang. Era cristo che mangiava garbato le noccioline da scimmia ammaestrata, che competevano alla sua funesta incarnazione.  
Era budda che digiunava, sdraiato accanto: e non sarebbe morto di stenti
Era maometto che schifava la saliva dei cani e si lavava compulsivamente le braccia leccate. Era la lebbra e l’acciacco di molte sapienze che appena emerse dalla Perennità, occultate e buie e ostili, si sfaldavano medusamente al primo sole.
Appena spiaggiate perivano. 
Nuovi dei monoposto che l’uomo facevano pilota & alibi, inesperto & sacrificabile: un’esca impestata di promesse; e litigano gli dei monoposto, e corrono il loro granpremio dove chi vince è vero e chi perde è morto. 
Miliardi di morti. 

mi fanno schifo i giovani: non hanno manco gratitudine per la loro ignoranza; meglio dell’eroina e gratis; moltiplicano le loro cellule senza saperlo e sembrano tante pere da cui penzolano i fili bianchi di un dispositivo come miceli di cosmici parassiti, isolati ma uniformi, solitari ma aggregati in grappoli umani, dai pantaloni aderenti, come un perenne pigiama. paiono trasognati e sono solo spogli; immaginazione e velleità sfasciate su wikipedia, la cortesia sprezzante di futuristi senza cervello, tutti dislessici dal cinismo precoce; le trasgressioni previste, un tatuaggio fra mille come mille altri.
quei loro nomignoli monosillabici da botolo: choko, warp, skizo, impressi a bomboletta su monumenti e palazzacci, senza distinzione, a documentare trasgressioni a buon mercato & adrenalina di paese, dove la moda arriva quando è passata di moda, una manifestazione di essere già gobba, la scoliosi di anime schiacciate dal Tutto Ora e Subito. ammassati nei soliti autobus con gli zaini gravidi di libracci illeggibili e mai letti. farneticare, fare sport brutti, scarabocchiare muri con le loro inutili sigle e vestire come in tempi non lontani ci si vestiva malati in casa. mi fanno schifo i giovani che tutto pensano loro dovuto e si ritroveranno senza diritti nel giro di ventanni, altrochè sbombolette e ippeoppe, get rich or die trying it, maciullati nei loro telefoni & figliare alienati, si fa perchè va fatto, con equitalia alle costole. mi fa schifo quella luce arrogante & sgamata da furbi che scampano qualche tassa, una luce vecchia da bottegaio stronzo. mi fanno schifo quando sono bravi & fasulli, quando sono ignoranti & violenti, quando sono tutto ciò insieme. mi fanno schifo perchè non hanno un cazzo di idea che sia uno. l’unica cosa che gli resta è schiantare in nome di un diomerda uno, con un gilet di tritolo, a casaccio, in mezzo alla folla di maiali che disprezzano e di cui sono figli & genitori. e la giovinezza che ha smesso di fuggire tuttavia, si protrae come un cancro nei maturati male, un continuo germinare, una suppurazione danzante e sgraziata, l’esatto opposto di Zarathustra.


Parlavo domenica con Tiziano; lui è un conoscitore di piante e fiori. Mi ha detto una frase semplice, lapidaria riguardo alle piante da fiore: per fiorire bene devono avere poca acqua. Non mi ricordo, perdoneranno gli esperti, se si riferisse alle piante da fiore in generale o ad  una specie in particolare, ma ho colto in questa osservazione uno schema comune della Natura. La sofferenza.
Non hai vino se non spremi i chicchi d’uva. Non ottieni proteine nobili senza uccidere. Qualsiasi produzione richiede un travaglio. Lo stesso accade alle persone e penso ai poeti in particolare, fra di loro a Arsenij Tarkovskij e a Luigi Di Ruscio. I loro versi hanno una potenza che deriva dall’esser stati macerati dalla vita: non hanno conosciuto mollezze, ripieghi… sono stati forgiati nella povertà, nella fame, nella guerra. 
Non hanno avuto solo le disgrazie, che fanno parte del percorso di chiunque: la perdita dei propri cari, degli amici, gli incidenti o le malattie, ma hanno dovuto anche affrontare la storia ed i suoi tumulti disastrosi. Arsenij perse una gamba in guerra. La famiglia di Di Ruscio venne perseguitata dalla povertà e dal fascismo.
Anni e anni fa un amico mi disse che alle nostre poesie mancava la dimensione del tragico: beh, come potrebbero averla? Le nostre tragedie accadono nel comfort un po’ disumano di quest’epoca. Abbiamo il cheap thrill della precarietà, l’ossessione per la Sicurezza che ne consegue, e poco altro, forse un po’ di terrorismo a movimentare le serate? Per il resto le nostre lacrime vengono assorbite da comodi divani ikea. Le nostre malattie ci vedono accolti da una scienza medica evoluta e sbrigativa: per i mistici benestanti ci sono anche discipline alternative di facile reperibilità a costi esosi che possono dar conforto e placebo effect. Mancano gli amici forse, più compagni di chiacchiera leggera e bevute spensierate che autentici sodali. Manca la solidarietà dei poveri con i poveri, ci si prospetta una nuova miseria di solitari & spietati randagi; mancano la donne che si riunivano per piangere i morti. Manca l’autentico senso di comunità che si era tentato di ricostruire dagli anni 60, per fallire miseramente. 
Le nostre comunità sono egoiste, confortevoli (ancora per poco) e disarticolate. Mancanti della responsabilità ad assistere gli anziani, mancanti del senso di famiglia. Viviamo in una infida mollezza, che ci toglie la vita un po’ per volta. 
Montessori teorizzò e attuò il suo metodo ai tempi del Fascio, fra persone di una povertà disarmante e assoluta ed in un mondo assolutamente maschilista, votato alla tragedia e al sopruso. Forse è questo il segreto dei grandi poeti: riuscire a trovare spazio per la spiritualità (che leggera o pesante, non occupa volumi nè ingombra) nei periodi di massima penuria materiale ed asprezza morale. 


Un cratere
La traccia fredda 
di un impatto

A new insect

Gioia balbuziente e goffa
non l’inarcare agile della schiena di acrobati
un puntiglioso palinsesto
di carni animate
la profezia senza data
la ricorrenza imprevedibile
l’errore nella replicazione…

the beat goes on

“Il bambino non è debole e povero; il bambino è padre dell’umanità e della civilizzazione, è il nostro maestro anche nei riguardi della sua educazione. Questa non è una esaltazione fuori misura dell’infanzia, è una grande verità”.

Maria Montessori