mercoledì 13 luglio 2022

il Cane

Che l’amore sia un’espressione di egoismo lo si evince dall’ampia letteratura e aneddotica sul tema. Non si sta insieme che per rispondere a una funzione che l’altra persona ci attribuisce più o meno patentemente, e viceversa. Le si chiamino, con un’indulgenza in odore d’ipocrisia, aspettative, ma di fatto è l’infaticabile esercizio di manipolazione e sfruttamento altrui che dal tramonto delle società della partnership delinea i nostri comportamenti, anche quelli che vorremmo romantici, disinteressati, appassionati. Dove il laboratorio di chimiche pro tempore convergenti fa boom, è invece proprio lì, nell’intimità, coadiuvati dalle voci sussurrate nell’alcova si articolano raggiri, si programmano ricatti, si perviene in casi limite non infrequenti a violenze fisiche e psichiche: vi ricordate quelle piccole scacchiere magnetiche da viaggio? L’amore è questo: è in piccolo una guerra, una strategia commerciale, un progetto impattante, che sfruttando la fragilità di chi vi si espone, disattiva o comunque obnubila il libero arbitrio, la capacità di dire NO. Per tali motivi, moltissimi in questi tempi durante i quali l’amore sarebbe pure a buon mercato, preferiscono il cane o altro animale d’affezione, che sicuramente ci priverà del pepe del senso critico, del confronto, delle gioie dell’amplesso, ma ci donerà un amore assoluto, scevro di giudizi, una costante insomma che nella precarietà franante del presente, seppur in chiave minore, aneliamo come aria. Anche questa fame di un amore assoluto, a ben vedere, una forma di egoismo… possiamo latrare alla luna, qualcosa in cui l’alcol ci rende formidabilmente dotati. 

lunedì 27 giugno 2022

Hamistagan

"Nel testo zoroastriano del IX secolo Dadestan-i Denig ("Decisioni Religiose") l'hamistagan è un luogo o uno stato in cui le anime di chi in vita ha commesso lo stesso numero di buone e cattive azioni attendono il Giorno del Giudizio. Nel frattempo chi ha agito rettamente prova la beatitudine, mentre chi ha agito malvagiamente soffre atroci tormenti."

fonte https://it.wikipedia.org/wiki/Hamistagan

Iperboli ovunque. Si direbbe che persino le unghie sudino, che dalla superficie di cheratina compatta, gocce, microscopiche sfere si addensino come aliti su vetri gelidi a formare un rivolo che a sua volta, si raccoglie in una pesante e grossa goccia sulla punta dell'indice e sfidando la forza di gravità, permane gonfiandosi, sempre più; ma le unghie non sudano così come la polvere non genera pulci; si rammentino i giugni miti della recente preistoria climatica, quando si era soliti sudare con discrezione: adesso è una scure che taglia di netto tubi e vescicole ricolmi.  Adesso è una scure.

Dondolano dalla finestra le dita con le ultime sigarette prima dello STOP programmato a una settimana da adesso, ciondolano e stizzano via la cenere che risale le correnti ascensionali e ritorna in casa, depositandosi come coriandoli albini sul nero della t-shirt o sul glabro petto nudo. Pensare con soddisfazione all'amore e stirarsi, appoggiando il cazzo sul davanzalino di marmo della finestra; pensare a tutto ciò che la memoria ha smesso di trattenere, dilapidando il suo capitale di studi, letture ed esperienze, come accade a certuni sfasciatissimi e sordidi loro malgrado con le loro deiezioni. Ciò che s'impara e si è letto scorre via in liquame; si confida in un deposito, una concrezione profonda, laggiù, un embrione che pare si rianimi tramite uno stimolo inatteso: il miracolo, il caso di una parola che schiuda, la ripresa degli studi, la mera compulsione… sempre più spesso la creaturina che risorge non ha volto, non ha nome, né una data di nascita. La si chiama "Cosa" e di essa si può dire che può "cosare". Si assiste così a processioni sconclusionate, alla deriva per le stradine di un paese ignoto, dove vengono portate a spalla figure di manichini – talvolta, neppure antropomorfi, bensì convolvoli di muscoli e braccia, dita e intestini, come le figurazioni perturbanti del deep dream – ma di plastica bianca, lucida come glassa sotto il sole che non svela e il mormorio dei fedeli che le accompagna è lo scorrere di quei liquami che si è incapaci di trattenere, guardando con imbarazzo e indignazione, un infermiere scocciato che a dispetto di ciò, debba nettarci l'ano raggrinzito.

mercoledì 11 maggio 2022

Le Miserie del Cazzo

Ai maschi di un certo tipo, che lascerò vago nei suoi contorni, un po’ sfigati, ma non decisamente sfigati, basta fare un buco in terra e anche se fosse un nido di formiche di fuoco, ce lo infilerebbero. Come certi affamati che si mangerebbero la merda, i topi, le carcasse dei cavalli o di coloro che, morti d’inedia li hanno preceduti. Una vita feroce, guidata da un sistema nervoso enterico in preda agli spasmi che, a un bel momento, si è sovrapposto alla ratiosupremazia claudicante della corteccia, al suo dominio fallace. 

Poi ok: sì, il testosterone, c’è il testosterone, il “palletico” come dicono i toscani di cui mi fa uggia quasi tutto, in particolar modo certe espressioni rozze ma vivide… il palletico è una forma ansiosa e compulsiva, un'irrequietezza tutta viscerale, testicolare, una prurigine senza oggetto che solo la pratica di un sesso sfrenato e indifferenziato o una sbronza ottusa possono lenire; è il peregrinare di animali in cattività nella loro gabbia interiore, ossessi da un destino nitido: una promessa di naufragio che viene mantenuta puntando dritto la prora del cazzo su scogliere che affiorano dai marosi della botta. Non è nemmeno autolesionismo. C’è una residua intenzione ma infine prevale la corrente sotterranea della specie che seleziona i fragili scafi al loro fine ultimo di frangersi. Quando accadrà? Quante volte l’abbiamo scampata? Quante volte il terrore di morire ci farà sbiancare e frignare appena un nanosecondo dopo aver sbraitato insensatezze sul libero arbitrio? Ecco lì il canyon che reclamavi, adesso è a un passo. Ecco lì il nido di formiche urticanti per il tuo cazzetto teso dal cialis. È tutto pronto, imbandito sul margine oltre il quale anche i pettoruti invocano la mamma. DFW ripete più volte che la donna che ti uccide è la donna che ti partorirà a nuova vita. Madre e morte. O viceversa: cosa avvelena questa catabasi intrapresa da principio con passo agile? A ben vedere solo sensi di colpa: aver deluso noi stessi perché proprio sulla retta via della saggezza e della sobrietà abbiamo scoperto la libertà di farsi male – c'era un goblin sotto il ponte d'arcobaleno della redenzione – e che questa libertà come ogni altra è uguale, nessun giudice, nessuna morale d'accatto, solo consigli cauti di qualche cerusico malpagato per elargirli senza entusiasmo. Ma l’amore, nemmeno l’amor proprio c’entrano un cazzo; la vertigine ci attrae come un buco nero e a un certo punto ogni resistenza è vana e le belle e buone parole vanno nel compost insieme a gusci d’uovo, alle bucce d’arancia, ai fazzoletti moccicosi e a briciole di varia indefinibile natura. 

sabato 7 maggio 2022

Proemi Eremitici

La solitude è un verme, una scatola, uno spazio infinito in un corpo finito, un’assenza dove si aspettava una presenza, una spiegazione in una lingua sconosciuta a un interlocutore svanito, il freddo sette della cicatrice inerte che si manifesta sottoforma di spilli sottocutanei come una bambola voodoo alla rovescia, la parola sulla punta della lingua quando ne abbiamo smarrito i presupposti e il ragionamento si è infranto in nembi come una tromba d'aria che si smonti delle sue correnti vorticose; il cacciavite quando chiedi il pane, l’acqua che si nega al cretto del fiume arido che si snoda verso il mare: lagune melmose, sabbiosa insolenza che affiora, amicizie sabotate, silenzio, molto spesso è silenzio perché la voce senza ascolto esaurisce la sua ragion d'essere e così gli organi fonatori si atrofizzano. Ma se fosse solo questo, non sarebbe un gran male: è che la solitudine ti cerca, è la miseria che ti cerca come un amante molesto, come un esattore e come un predatore brama la sua preda. Anche così si potrebbe accettare: ma se la solitudine fosse la materia stessa del tuo corpo, delle tue cellule, e come queste cellule mutasse  incontestabile nella sua replicazione? Se fosse un marchio nucleotidico impresso alla nascita, non meno del colore dei tuoi occhi o dei tuoi capelli e pur circondato da mille persone, trovassi in quelle loro stesse cellule, la medesima barriera, il respingersi dei poli uguali della calamita, la repulsione. E se inoltre fosse un destino? La trama già scritta e prevedibile di una storiella come tante, quei sentieri che si sa dove portano, ben tracciati e segnati: una sicurezza in fondo che protegge da psicosi e falsi allarmi. Un abbraccio che ci si dà quando il freddo alieno dell'altra certezza che abbiamo c’investe e ci stropicciamo con le mani algide sotto le braccia, a riscaldare per frizione meccanica quelle cellule riottose al calore quanto ne sono affamate. Soprattutto, qualsiasi cosa essa sia è irrimediabile e beffarda come ogni consolazione. Forse, incontaminata dal vociare e dai sussurri, dalle promesse che si fanno ubriachi, sarebbe anche tollerabile: non avesse aspettative, reclami, interruzioni festose quanto sospette, fosse quieta come un lago, appena increspata da brezze di vita, se ne stesse al suo posto a occupare crateri e vuoti che non si possono riempire d’altro. Forse così, come quest’ultima estate senza nessuno, a braccetto alla paura e alla volontà come chi è zoppo, o mutilo: le due brave comari brutte, una per parte, a sostenere l'afflosciata complessione nel suo ramingare. Era meglio così dell’illusione, degli specchietti rilucenti di amicizie e amori famelici, dipendenze minori e insidiose, sigarette dal balcone che tracciano una parabola di fumo ed esplodono scintile sulla strada. Qualche babbeo saggio lo capì bene e se ne venne fuori con la frase “meglio soli che…” il resto è astioso, piuttosto stupido, orgoglioso. Non c'è un “meglio” è così punto: è carne non meno dell'attesa di finali noti; non condizione, né scelta. È tutto quello che sei, che hai, che avrai, dalla culla alla tomba. È la guida esatta che conduce dal vagito al rantolo, e pur prossimi o lontani che siano l'uno dall'altro, il solo dato ci è noto di quelle smorfie scomposte, speculari, parallele a generare infiniti riflessi che degradano nell'oscurità, riflessi di una figura solida che non c'è, o se c'è è in fuga, così la foto viene mossa, questa antica ossessione di cogliere l'attimo, di esser parte di un disegno.

martedì 4 gennaio 2022

Erotocene

Proust in  "Un Amore di Swann" descrive con garbo, ma senza lasciare nulla di sottaciuto, l'evolversi di un amore, dalle battute iniziali al suo disfacimento (che esiterà fatalmente nel matrimonio); ne descrive le circostanze sociali, le false amicizie che lo intrappolano come una camicia di forza nei rituali frivoli, la costruzione dell'amore delicata, fragilissima, fatta di giochi e codici che si creano fra gli amanti, che impercettibilmente vira nella costruzione di falsità, autoinganni, omissioni – dove il donarsi diviene negarsi e giorno dopo giorno ci si perde, quasi senza accorgersene – nonostante ci si sottoponga a una disamina spietata e ci si possa ritenere, nel momento in cui si vive nel corpo la decomposizione dell'amore, come vermi che lo finiscono di spolpare, che esso sia ancora sano o no, annebbiati da affezioni tarlate, che negli anni ci hanno reso familiare l'estraneo che ci accompagna, che ha cercato di amarci e non ci ha mai amato – una domesticazione reciproca come fra un cane e il suo "padrone"; l'uso di questa parola non sottintende disparità, ma è solo per  definire un esempio lampante di reciproca domesticazione, un'interazione falsata dal concetto di possesso, da un'etologia approssimativa. 

Mentre dovrei macerare qui, in questi scritti, il Gran Canone della Contemporaneità, arrovellarmi su storie che vedano protagonisti basalti e coproliti, oppure recuperare le coordinate della nuova psichedelia, emendata d'ogni residuo cialtronesco dai gran farmacologi, ridurre tutto a una scienza stantia che si ciba dello stesso razionalismo che corroborò a suo tempo i falsi miti della razza, della "civiltà superiore" e del "primato umano" – mentre, anziché scrivere saggi fitti di rimandi che li rendano corazzati a peer-review distratte o compiacenti, e in quella densa trama dove rimbalzano le prediche che non si praticano, cadendo da trapezi scivolosi, con le mani sudate del ciccione occhialuto, che è il nocciolo della mia pesca, anche ora che ho smesso di tremare, di sudare, pur restando un misero come tanti, un pusillanime davanti alla Morte, parlo di amore.

È in quel laboratorio sguarnito, abusato, che si sviluppano la socialità, la riproduzione o comunque il legame fra individui distinti – è lì che la chimica organica compie l'arco della propria parabola ormonale, dove in principio si secernono sostanze, droghe naturali, endorfine, si formano gli stati sospesi di coscienza e, nell'ambiente esterno troviamo rinforzi nelle melodie, nelle visioni, come la musica che commuove Swann perché non è più un paesaggio commovente in sé, da descriversi con pedanteria, ma la chiave di decrittazione di un file zippato, zeppato di emozioni e reminiscenze, che tutti preferiscono tener sigillato; siamo antropologicamente programmati per attivare processi di questa fatta, (doorway effect) per dimenticare entrando in una stanza e ricordare dolorosamente tutto ciò che si è perduto aprendo un cassetto, ritrovando un biglietto o, per caso, in strada, osservando un albero di acero con le sue foglie rosse d'autunno.

Aveva ragione Braibanti, la biochimica non riduce ma amplia lo spettro dei comportamenti umani, ci estende agli altri viventi, ci alloca in continuità con l'ambiente; lo pensavo (erroneamente) in contrasto a Koestler, ma la loro lotta per le "forze della vita" in perenne conflitto con l'entropia e la reductio a machina, macchina di reazioni, come vuole una visione scientifica miope che procede con arroganza, overflow d'informazioni non elaborate, semplificazioni audaci e fuori luogo. Questo è il fantasma dentro la macchina vivente, non propriamente un'anima, un demone, uno spettro, ma come il fantasma, lo sfuggente, il riflesso della mano di una dama su di una antica specchiera (che poi scopri essere un quadro, il volto dell'assassina in carne e ossa che si mimetizza fra i volti del dipinto) il riflesso di qualcosa/qualcuno che non può essere ma è, proprio lì sul vetro di una finestra socchiusa: sbianchi di terrore ed è scomparso; è la densità dei miliardi di frammenti del vetro infrangibile che si infrange, i granelli di sabbia che Democrito lasciava scorrere nella mano chiedendosi quale fosse la dimensione ultima della materia, l'atomo e le particelle ancora più minute e sfuggenti che lo compongono, sazie di vuoto, spettrali anch'esse, eppur fondanti, capaci di creare legami inscindibili la cui violazione genera una così immane energia da radere al suolo una città e lasciarla inospitale e radioattiva per millenni – ma anche laddove la violazione è avvenuta, la vita caparbiamente si ripropone, muta, lo stelo sottile di un'erbaccia sfonda la distesa di asfalto ormai priva di manutenzione; microscopiche alghe allignano su microscopici frammenti di plastica – il fantasma torna a comparire e di lui possiamo soltanto rinvenire impressioni sfocate come psicofonie sul nastro dei nucleotidi che ogni giorno, da milioni di anni, scrive la vita, la morte, la successione, e definisce i termini di un contratto o di una negoziazione o di una lotta incessante con l'inorganico cui tende, al quale sfugge – amicus e hostis non si dà l'uno senza l'altro – .

Ho fatto un sogno d'intransigenza, di fuga, di dignità ultima, quando te ne vai perché qualcuno ti chiede di restare, e nessuno lo fa con autentico convincimento; mi aggrappo solo alla mia confusione mentale, in quell'ambiente familiare diventatomi ostile, mi trattengono, perché in quella casa che ho abitato a lungo non ritrovo più i miei vestiti, le mie carabattole, quegli apporti insignificanti della mia spettralità acquisita, capaci di risvegliare catene mnemoniche, capaci di commuovermi come il povero Swann ascoltando quel brano. Sono gli amici intorno, nel sogno, l'elemento disturbante, d'improvviso alieni, impacciati, scocciati; sono loro che ci hanno tenuti insieme pietosamente: come imbalsamatori hanno trafficato a lungo sul corpo defunto dell'amore, ma non sono riusciti a impedire il proliferare di muffe e comunque non era compito loro – non per questo sono innocenti – diventeranno ostili o indifferenti, presenze diafane, mortinpiedi, da attraversare di fretta, come certe presenze che i trisavoli incrociavano in calesse a notte nei pressi dei cimiteri o di certi crocicchi; muovono le labbra senza profferire parola, grazie alle cuffie che isolano dai suoni esterni tramite un algoritmo di taglio attivo delle frequenze; ma anche ascoltandoli? Saprebbero solo continuare a farmi male, trasformare il pietismo di comodo in spietata indifferenza, infine in cattiveria – il cattivo è sempre "prigioniero" diceva Braibanti, invitandoci a non confondere pietà con compassione: se la prima è per certo espressione di ipocrisia pelosa, la seconda è qualcosa che a lungo non ho provato, se non sotto forma di vorace necrofagia sul corpo dell'amore che non è più, né potrà più essere; una fame che incontra solo ossa spolpate. 

Swann infine, angosciato dall'idea di perdere l'amore anche solo come tormento, come ricordo, cede, e di Odette, in un ultimo memorabile paragrafo, pieno di ironia, enumera solo i difetti: le borse sotto gli occhi, la vacuità, la pochezza.  È in quel punto che anche la grassa larva della compassione, muore a sua volta; le ossa sbiancate attendono la calcinazione. Polvere alla polvere, a formare gli strati infiniti di mondo su cui gironzoliamo, per la gioia dei novissimi pionieri della narrativa post-umana, dei geologi-poeti che cercano nelle pietre, non immotivatamente, le origini e le ragioni del vivere. 







venerdì 31 dicembre 2021

1P-LSD Seconda Esperienza

Ho assunto 1p-lsd (25 mmg per ora, microdosing). Guardavo la coppia al tavolo di fronte che beve un prosecco: è lampante. L’unica modalità di assunzione veramente soddisfacente è conviviale. Nel corso della nottata e del primo mattino, ho assunto ulteriori 25mmg e infine 50mmg (complessivamente un blotter completo da 100).

Il Demone

È comparsa all'inizio della notte una donna demone: non era un demone malvagio, ma la sostanza mi ha dotato pro-tempore di questa facoltà tomografica di leggere o vedere evidenziati nei tratti somatici le sofferenze, le dipendenze, come se le esperienze dolorose emergessero dalla carne. Occhi spiritati cerchiati di nero, gli stessi che ho rivisto al mattino in mia madre, che mi pareva storta, smunta, così deforme su un lato che ho temuto, dal momento che lamentava dolore al braccio, fosse vittima di un infarto. La stessa medicina amara della visione si è applicata, introspettiva, anche a me stesso. Avevo apiegata di fronte a me una chiara mappa del mio sistema nervoso e comprendevo con naturalezza, la potenza delle emozioni, il loro insorgere come fenomeni chimici ed elettrici, sotto forma d'impulsi luminosi che disegnavano tracciati vividi nei labirinti delle circuiterie nervose, la loro ricaduta sui processi vitali degli organi interni. Perciò ho pianto a lungo, perché ero via via più consapevole di come il rancore che mi ha impregnato negli anni, fosse la causa di tutto il Male: la rabbia a cui i cinesi nella loro tradizione attribuiscono l'inquinamento del Qi. Non mi riferisco ad un malessere meramente astratto, spirituale, ma fisico e che comunque, è prosecuzione di quello spirituale, una continuità i cui confini fittizi si perdono nell'altrove\altrui, ma di cui le soglie sono manifeste. Male fisico che potremmo definire somatizzazione, nel mio caso specifico la cardiopatia cronica e l'insufficienza cardiaca. La sostanza mi ha indotto a compiere delle semplici azioni curative a monte del processo di corruzione, esplorative in principio, indirizzate a individuare i nodi di dolore, poi cercando di ristabilire un pensiero adeguato (in senso spinoziano) si sono attivati processi di accettazione che richiederebbero mesi di psicoterapia, e che al contrario mi si sono presentati a portata di mano, nel giro di poche ore. Si è trattato soprattutto di telefonate di riconciliazione e franchezza: con alcuni amici nella notte e al mattino con la mia ex moglie. 

La semplicità del gesto, della pratica (che non ha nulla di "psicomagico") non cancella o rende semplicistico il male fatto e ricevuto: nella visione (concettuale) che mi si è mostrata, questi mali sono apparsi sotto forma di nodi del legno. Alcuni nodi sono così compatti che nemmeno la sega a nastro può tagliarli, o almeno questo è ciò che mi raccontava mio padre, che era restauratore e falegname. Essi restano nell'economia della crescita della pianta segno indelebile, così anche nei tavolati di legno; un'amica mi ha rammentato del rovere, la cui texture è caratterizzata da numerose nodosità che ne sono tratto distintivo estetico.

L'Angelo

Al termine della notte di lacrime è comparso dalla nebbia, Andrej (io mi chiamo Andrea; le sincronicità si manifestano con potenza, inattese). Eravamo solo noi due al crocicchio nel centro della città vuota. Egli è apparso dal nulla, mi ha detto di essere polacco, che era stato in prigione un anno e l'ho accompagnato alle poste a prelevare soldi al bancomat. Abbiamo parlato delle nostre madri, poco, con semplicità: dopodiché le nostre strade si sono divise e dalla nebbia, come era arrivato, è scomparso. Nell'esperienza psichedelica egli ha rappresentato l'angelo, concludendo il ciclo di purga iniziato con l'apparizione del demone; un'epifania bonaria, inviatami da mio padre. Ovviamente l'elaborazione del lutto paterno ha un ruolo preminente nelle mie esperienze psichedeliche, durante le quali egli si presenta, non in forma fantasmatica o spettrale, ma come reminiscenza viva, come insegnamento e modello. Ripensare a mio padre mi ha fatto ricordare come egli seppe perdonare i fratelli con cui aveva avuto gravi dissapori: un perdono non cieco, un perdono che esibisce le sue cicatrici, che non deborda nella falsa rimpatriata, in una cancellazione del passato tanto deleteria come quella del negazionismo del rancore, o nel proverbiale "tarallucci e vino", ma che individua e aggira il nodo, volta pagina autenticamente e riscopre un affetto intatto, che è quello che ha tenuto insieme negli anni la mia famiglia, mio padre, le sue sorelle e fratelli (erano in sei). Più che un voltare pagina in avanti, un reset, un ritorno all'originale legame primario di latte, precedente al dolore e ai contrasti, prima che questi cominciassero ad alterare la trama del rapporto. Un superamento nel passato, mondato di nostalgie, che possiamo sperimentare anche con chi non ci è consanguineo, con chiunque abbia (o abbia avuto) con noi una relazione intensa.

Annotazioni visive e sensazioni fisiche di rilievo

Interessante la percezione della luce, a lampi iridescenti che si muovevano sulle superfici come scintillii, come se potessi percepirla al rallenty (molto rapidamente ma non istantanea) e soprattutto del calore. Ho cucinato in pieno picco e potevo percepire, nelle forme note del drifting, l'energia radiante trasmessa dai fornelli. In pratica oltre a "visualizzare" il dolore (di mia madre, della mia amica, di me stesso) la sostanza traduceva in pattern visibili estremamente ordinati, anche fenomeni fisici come il calore, un effetto assimilabile al Morgana o alle fluttuazioni di aria calda sull'asfalto in estate, ma molto più dettagliato, geometrico: uno sfrigolio come di vetro smerigliato liquefatto, l'increspatura del vento controluce sopra una placida superficie lacustre. Come la volta scorsa, ho provato freddo cosmico nelle ossa, tremori, quelli piuttosto fastidiosi, anche perché si sono protratti fino al tardo pomeriggio, a ondate, forse determinati dalla mia condizione o è una caratteristica di questa molecola? Non saprei dirlo: per me credo l'ideale è 25, max 50mmg, anche perché trascorrere 24h insonne, indipendentemente dai brividi, è estenuante. 

Psichedelia Oscura

Va molto di moda prendere una parola e schioccarci accanto l’aggettivo “oscura”, spia di una tenebra che da fuori ci avviluppa o di una imminente cecità. Esterno/interno: stiamo ancora a questo binarismo da sceneggiatura? Quando tutto è poroso, e le delimitazioni si rivelano soglie, segni dipinti su una superficie continua o tutt’al più tensioni superficiali che si “tagliano con un grissino”.

Per non dilungarsi: siccome se n’è parlato solo male negli ultimi cinquant’anni della psichedelia, come teoria, pratica e soprattutto assunzione di una determinata categoria di sostanze, da oggi, per decreto neorinascimentale, se ne parli solo bene, pena l’ostracismo e la censura.


Ovvero (1): la triste parabola del Critico Costruttivo, che non necessariamente è ostile a ciò che sottopone alla sua disamina, ma nell’era della complessità è per paradosso troppo complesso abbaiare alla luna anziché al dito che la indica, specialmente se hai indispettito il Vate, che fra tanti meriti, tuttavia non distingue una citazione da un’opinione e la scambia per quest’ultima, attribuendola al Critico Costruttivo medesimo. Regola aurea del secolo vigesimoprimo: tu citi una cosa, tu ne diventi emanazione e autore, così d’emblée. 


Ovvero (2): la vittoria del bias di conferma sul dibattito, più volte e inutilmente tentato, pensando ci fosse interesse a tale dibattito, che pulsasse un cuore appassionato sotto al narcisismo dei Superni e invece…


Le premesse insomma, non sono un granché, se i Superni – scesi fra noi in extremis per soccorrere i poveri primati che ancora si stupiscono del loro non richiesto pollice opponibile – si comportano esattamente come gli Oscurantisti che li hanno preceduti e, come loro, creano conventicole esclusive di dotti iniziati, tipo massoneria ma senza panzane esoteriche, che gli avrebbero fornito una certa allure e, chissà? Forse la possibilità di ricreare un ambito di uso rituale, pur senza grembiulini e attrezzi da muratore, ma regolamentato e consapevole, extra-farmacologico, oltre la terapia o l’abuso ricreazionale, la produzione illegale e lo sballo tout-court ecc…ci sarebbe stato da divertirsi. 


Grande fermento comunque nel mondo della farmacologia: dai succitati Superni de noantri (che lasciamo volentieri al loro rosario ossessivo-compulsivo di gustosi aneddoti sulle bancarelle di chicchi con musica goatrance) alle università inglesi e statunitensi, tutti volere pinguinodelonghi, e si fanno pressioni per riprendere il discorso laddove fu interrotto dagli Eterni Giovanardi Universali e tutte le consimili iposoggetività poste a guardia del nostro sacrosanto DMN, munite di milizie, mandato popolare e divino; per ora, con comprensibile circospezione e timidezza. 


C’è anche un toccante documentario Netflix riguardo alla difficoltosa sperimentazione di terapie con psilocibina su persone affette da depressione maggiore. Esiti incerti, campione di riferimento esiguo per avere rilevanza statistica, la difficoltà di costruire protocolli, reperire la sostanza legalmente senza essere accusati di spaccio, lo Schedule 1 nel quale essa è iscritta assieme a bamba & robba. I depressi intervistati hanno esperienze illuminanti, non tutti, non sempre, perché non è come ingettonare il juke-box e quello suona e canta lieto; alcuni hanno rivelazioni o regressioni, altri sono semplicemente disorientati; la cura del setting un po’ naïve / newage. Quasi tutti dopo pochi mesi ricadono nella depressione. 


Perché evidentemente (1) l’esperienza oltre un reset momentaneo non va ed è impossibile verificare la validità terapeutica su un arco di tempo più lungo per gli attuali limiti di legge. 

Perché evidentemente (2) la lezione di Fisher su depressione come malattia sociale e acid communism non è stata implementata se non a livello esornativo. 

Infine, ci sono decenni di nulla di fatto, di illegalità, di stigma negativo e demonizzazione da superare. 


My two cents: per me aveva ragione Leary e l’approccio farmacologico è inadeguato. Le sostanze psichedeliche fanno parte della vita di tutti i giorni, come la ben più letale e legale trimurti alcol-tabacco-psicofarmaci; fanno parte di riti sacri e profani, sono sostanze sociali, creano conflitti, alleanze, contagi, risonanze, dalla bicocca newage allo studentato, dal  Goa party al vagabondaggio, alla deriva psicogeografica; che ci azzecca imbottire uno sciagurato di psilocibe e tenerlo su un lettino di ospedale, seppur mascherato con candele, luci soffuse, trapunte colorate e musica newage!? Ma cazzo! Almeno Aphex Twin! 


L’esperimento così condotto è falsato in partenza, come gli studi etologici su animali in cattività: capisco che a Huxley & Co. piaceva rintanarsi in confortevoli alcove, arredate con gusto e ascoltare Mozart; al 99% degli psiconauti di strada gli è toccato in sorte il capannone industriale dismesso, la martella teknusa, il falò di bancali. Ma erano in buona e sintonica compagnia, non di medici che ti tengono per la manina (mi chiedo se già questo patetismo non alimenti un rinforzo negativo, il trip come espiazione, un sottotraccia cristiano di sensi di colpa per cui "solo io sono colpevole della mia depressione, sono io il fautore del mio destino…" e altre batte simili) ma di altri in bomba come loro, presibene e presimale, angeli e demoni e in quel confronto trovare la misura psichedelica di noi stessi o quello che ne resta, o meglio, della nostra interindividualità: trovare nella dissoluzione dell’ego, altri ego dissolti, come mille frigoriferi che sbrinano e gocciolano a terra, miscelandole, le effimere sovrastrutture dell'Io che erano cristallizzate nel DMN. È solo l’ennesima psicosi collettiva o c’è di più? Il gioco è rischioso: sì. Vale la pena: sì. Il terrore per la follia, quando di follia raziocinante è intriso il cammino umano dacché l'australopiteco iniziò a sviluppare in modo abnorme la neocorteccia, impania tutta l'esperienza psichedelica: emendare l'esperienza dalla follia è demenziale quanto bere una birra analcolica; la follia può essere manipolata, resa transitoria, e per farlo è indispensabile "ritualizzarla" – anche laicamente, non è necessario erigere totem o camuffarsi da nativos – in ogni caso, va da sé, che l’esperienza psichedelica è efficace ed ha senso solo come esperienza collettiva e ciò rende controverso (seppur meritevole, lo affermo a scanso di equivoci) il suo studio farmacologico su singoli individui isolati, con le prassi note. Ma poi: chi ha deciso che debba essere per forza un farmaco? 


Stiamo cambiando la mentalità o è soltanto il mercato delle medicine che cerca nuovi sbocchi? Fu vero marketing?